26 novembre, 2007

 

Il sindaco Nathan, che portò nella Roma dei preti lo spirito laico e borghese

Liberale, radicale, anticlericale, ebreo, massone, inglese naturalizzato italiano, Ernesto Nathan fu il primo Sindaco non aristocratico ma borghese di Roma, in carica dal 1907 al 1913. Allora a Roma comandavano l’aristocrazia "nera" (clericale) e il "generone", sorta di rozza e strafottente piccola borghesia parassitaria degli intrallazzi, insomma i nuovi ricchi grandi affittuari dei latifondi. Quando viene eletto, la rivista dei Gesuiti, Civiltà Cattolica, si straccia la tonaca dallo scandalo. A che punto di "bassezza" siamo arrivati, scrive: "Roma ha un sindaco non solo straniero, non solo massone, ma addiritture giudeo"!
Spirito cosmopolita, illuminato, tipico cittadino europeo, Nathan portò in una Roma socialmente atipica in Europa, perché priva d’una vera borghesia liberale (che poi, a ben guardare, è ancora il male dell'Italia di oggi...), un’inaspettata e per quei tempi rivoluzionaria ventata di aria moderna, occidentale e liberale.
Un liberalismo vero, però, quello di Nathan, perché pragmatico. E in economia ben diverso da quello di comodo oggi proposto dai tanti conservatori autodefinitisi "liberali" o "liberisti", che vedono il mercato come una sorta di privilegio anarchico di pochi furbi oligopolisti, in realtà fuori mercato perché fruitori di "rendite" di posizione amicali, politiche o legislative.
Nathan fu ovviamente un grande fautore della libera iniziativa privata e della proprietà, ma dimostrò fino a che punto il liberalismo può avere un impatto sociale e popolare quando davvero comanda il mercato, e non la prepotenza, l’illegalità o il privilegio spacciati per "libera concorrenza". La sua amministrazione, infatti, fece rispettare contro le furbizie degli speculatori - erano gli anni degli scandali della ricostruzione e dello sviluppo edilizio a Roma - la severità delle ferree regole del gioco, appunto il famoso mercato, come aveva visto fare nei grandi Paesi occidentali a cui si ispirava: Regno Unito, da cui proveniva, e Stati Uniti.
Per tutti questi motivi, anche per essere stato nella città dei Papi e quindi dell’oscurantismo, un sindaco insieme razionalista, liberale, laico, ebreo e massone, Nathan rappresenta il vero simbolo della Nuova Italia liberale e moderna. Tutti noi laici dobbiamo tributare alla memoria del miglior sindaco che Roma abbia mai avuto l’omaggio che compete ad un Grande Liberale.
Oggi gli amici Radicali molto opportunamente lo ricordano con un Convegno a Roma, alla Camera dei Deputati (via della Mercede 55).
Sulla figura di Nathan e sulle celebrazioni - scarse, ahimé, e fatte di malavoglia dal Comune di Roma - riportiamo qui di seguito l’articolo di Tiziana Ficacci di No God, dal sito http://www.nogod.it/ (Nico Valerio).
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Cento anni fa Ernesto Nathan saliva le scale del Campidoglio con scarsa convinzione. Nato a Londra da una famiglia di ebrei tedeschi, cresciuto fra l’Inghilterra e Milano, era convinto che Roma era una città troppo provinciale e piena di trasformisti per poter gettare le basi di un cambiamento politico.
Arrivato per la prima volta a Roma nel 1870 per lavorare come amministratore al giornale mazziniano La Roma del Popolo, aderì nel 1879 alla sinistra storica nello schieramento guidato da Francesco Crispi. Nel 1887 entrò nella Massoneria e dopo due anni fu eletto nel Consiglio comunale con delega ai Beni culturali e all’Economato. Un incarico importante considerato che in quegli anni Roma era diventata la capitale dell’Italia unita e che vedeva una vorticosa crescita demografica. Nel 1907 divenne sindaco, carica che tenne fino al 1913.
Un frequente intercalare romano recita "nun c’è trippa pe’ gatti" che potremmo leggere come un motto della sua amministrazione. Se da una parte la frase liquidò la superflua spesa del cibo per i gatti che soggiornavano negli archivi capitolini, dall’altra si può applicare alla sua ispirazione etica mazziniana, alle sue innovazioni, al suo governo riformista che impose limiti alla speculazione privata, e che, purtroppo, decretò la fine del suo governo usando come pretesto le sue posizioni sulla guerra di Libia.
"Fino a quando un solo scolaro, entro la nostra cerchia amministrativa, non può ricevere istruzione e educazione civile in ambiente sano e consono, le considerazioni del bilancio finanziario devono cedere il passo alle imperative esigenze del bilancio morale e intellettuale". Questa nobile affermazione rivela molto dell’uomo, che cercò sempre la collaborazione di intellettuali e artisti d’avanguardia , da Duilio Cambellotti a Sibilla Aleramo, da Umberto Boccioni a Maria Montessori che fu a capo del Comitato nazionale donne italiane di cui facevano parte anche la moglie e la figlia di Nathan. Durante il suo incarico vennero aperti 150 asili comunali che fornivano anche la refezione (per intenderci oggi sono 320). Il 1911, cinquantenario dell’Unità, fu l’occasione per l’amministrazione di avviare un programma urbanistico che dalle case operaie di San Lorenzo arriva ai Fori, passando per il palazzo di Giustizia, la passeggiata archeologica che contemplava il verde pubblico, la creazione del quartiere Prati. Nacquero in quegli anni, per sottrarre i servizi di pubblica utilità alla speculazione privata, le prime aziende municipalizzate, tra le quali la centrale elettrica Montemartini (dal nome dell’assessore ai Lavori pubblici) sulla via Ostiense , inaugurata nel 1913 e che oggi è uno dei musei più affascinanti della città con la sua giustapposizione di marmi romani e macchinari di archeologia industriale. Nathan fu anche il primo a iniziare l’acquisizione pubblica di opere d’arte per i musei.
Il 23 novembre alle 18, la professoressa Maria Mantello terrà la conferenza "Nathan: un unico interesse: la cosa pubblica" in via Aldo Manuzio, 91 a Roma
Il 27 novembre alle ore 9,30 nell’Aula Giulio Cesare dopo i saluti delle autorità – e sarebbe incomprensibile una eventuale assenza del Sindaco Walter Veltroni – prenderà le mosse un convegno di due giorni, martedì 27 dalle 15.30 presso la Sala Pietro da Cortona ai Musei Capitolini e mercoledì 28 alle 9.30 presso l’aula di Geografia della facoltà di Lettere dell’Università la Sapienza.
Ci saremmo aspettati dall’Amministrazione capitolina celebrazioni meno formali e che coinvolgessero tutti i cittadini romani. E perché no, anche dei fuochi d’artificio, gli stessi che durante l’amministrazione Nathan facevano brillare la notte del 20 settembre, ricordando ai romani che non erano più sudditi del papa ma cittadini italiani.

24 novembre, 2007

 

Giustizia e clericalismo. Se un giudice tifoso del Milan condanna un interista

Le idee, la libertà, i princìpi? Ma figuriamoci, la società di massa non sa neanche che sono. Gli basta la rappresentazione spettacolare, giocosa e anodina del mondo che fa la televisione. "A che serve la libertà?" dicono i vecchi saggi di paese, ritenendosi con ciò molto realisti, cioè intelligenti. E non sanno invece di essere cretini perfetti. Le idee sono sostituite dal tifo calcistico (nei più "intellettuali" dal tifo finto-politico Destra-Sinistra), i princìpi dai prodotti da acquistare. E secondo la casalinga di Isernia, lo studente di Terni, il pensionato di Matera o il ragioniere di Treviso, se non acquisti non hai idee. Del resto, non c’è bisogno di ascoltare i filosofi del passato, bastano gli psicologi delle ASL: l’uomo comune è mediocre per natura. Specialmente in un Paese che è l’ultimo per lettura di libri nell’Europa avanzata.
Perciò, insegna la psicologia che quando un problema stenta a farsi largo nell’opinione pubblica, basta trasportarlo per analogia su un altro piano, più familiare, più terra-terra, e la gente capisce. E così facciamo noi.
Che pensereste, dunque, d’un giudice milanista, cioè pubblicamente socio d’un Milan Club, che condannasse o rigettasse il ricorso d’un tifoso dell’Inter? O viceversa? A parte la futilità del tema, tutto il male possibile, perché un altissimo principio etico e deontologico sarebbe violato. Per casi come questi, in cui il giudice avverte di non essere sereno o equanime, è stata inventata la astensione. Altrimenti l’imputato potrebbe chiedere la ricusazione del giudice sospetto di parzialità o influenze dovute al proprio credo ideologico, espresso pubblicamente.
Se tollerassimo questa commistione di pregiudizi personali e giudizio, avremmo - ammesso che già non li abbiamo avuti - un giudice fascista che condanna un imputato comunista, e viceversa. Sarebbe la fine della Giustizia.
Ora, come denuncia un comunicato dell’Uaar, siamo ai giudici propagandisti religiosi che condannano gli atei? Se è vera è davvero grave. Potrebbe essere interpretato come un conflitto d’interesse ideologico. Uno scandalo. Eppure, sembra che l’Uaar di Roma, su questo punto abbia scoperto gli "altarini", tanto per essere in tema.
Ma chiariamoci un attimo le idee. Può un giudice essere ateo o credente, vegetariano o nudista, comunista o fascista, e nello stesso tempo emettere sentenze giuste? Certo che può. Anche un giudice è un cittadino, un uomo, ed ha tutto il diritto di avere idee proprie sulla cultura, la religione, la politica. Ed ha anche tutto il dovere di emettere sentenze giuste. Anche se la sua responsabilità personale, nonostante un referendum ad hoc, è di fatto un principio non sancito.
Solo che, a differenza dei cittadini comuni, la Giustizia deve essere o almeno sembrare neutrale e "uguale per tutti". Ogni giudice, quindi, deve non solo essere il più obiettivo possibile, ma anche sembrarlo, cioè apparire tale in pubblico.
Altrimenti? Come minimo, i cittadini da lui giudicati, se di diverso parere ideologico, potrebbero sospettare che il giudice sia arrivato a quella sentenza non per una valutazione equanime e scientifica del Diritto e della Giurisprudenza, ma per proprie convinzioni ideologiche, per simpatie e antipatie personali. Un sospetto terribile, il peggiore, per un giudice, che finirebbe per togliergli credibilità. E il potere della Magistratura, fin dai tempi dei tempi, è tutto fondato sulla irreprensibilità, sulla credibilità di chi accusa o giudica. Un giudice queste cose le sa benissimo, e fa di tutto per non apparire preconcetto rispetto al giudizio e per estensione, potenzialmente, alla comunità dei cittadini. Per questo il giudice ideale sta sempre attento ad "apparire terzo" rispetto alle parti in conflitto, e dovrebbe guardarsi dal prendere posizioni in pubblico, perfino dall’iscriversi a partiti o a club. Una condizione eroica, disumana? Eh, ma la posizione del giudice è molto delicata, non è un impiego come un altro. Del resto, nulla e nessuno obbligano a fare il giudice. Per farlo, e per farlo in modo corretto, occorrono svariate difficili condizioni.
E invece, che accade nella realtà giudiziaria italiana?
Gli esempi di giudici che dai loro comportamenti o dalle loro prese di posizione "culturali" non appaiono "terzi", cioè neutrali, sono centinaia. Prendiamone due recenti, che riguardano le sentenze del Tar del Veneto e del Consiglio di Stato.
A quanto si legge in un comunicato dell’Uaar di Roma che ci è pervenuto ieri, due giudici amministrativi che si sono distinti per sentenze negative nei confronti di ricorrenti contro l’esposizione del crocifisso nei locali pubblici e le visite d’un vescovo nelle scuole (v. articolo), si è scoperto che uno ha fatto parte d’un collegio dell’Opus Dei, un altro ha tenuto una conferenza sulla sentenza stessa presso un club di cultura cattolica.
Il giudice amministrativo Zuballi - scrive il comunicato - presidente e relatore delle due sentenze del TAR del Veneto (ricorso Albertin per i crocifissi, diritto delle associazion cattoliche - ma negato diritto di quelle non cattoliche - a rappresentare interessi collettivi), dopo aver scritto che "il crocifisso è un simbolo laico", è andato a tenere una conferenza proprio sulla sentenza a un'assemblea dei giuristi cattolici, come si vede in questo sito.
Secondo caso. Il giudice amministrativo Romeo, consigliere della sezione sesta del Consiglio di Stato, autore della stesura della sentenza che bocciò il ricorso Albertin, si scopre in un sito che è un ex residente del centro Studi Torrescalla, a sua volta emanazione dell’associazione di propaganda religiosa Opus Dei.
Non abbiamo più parole: tutte quelle adatte al caso le abbiamo già usate.
E poi c’è chi sostiene che non c’è clericalismo in Italia. Secondo noi liberali, quando la religione si avvale del Potere politico o comunque pubblico (Magistratura, Governo, Parlamento, esercito, scuola, televisione di Stato ecc), anziché di quello puramente spirituale, c’è clericalismo. Che genera privilegi, cioè profonde diseguaglianze tra i diritti di libertà dei cittadini. E i veri liberali, credenti o non credenti, devono denunciarlo.

18 novembre, 2007

 

Il gioco del cerino. Quella torbida alleanza tra BCE e Sinistra estrema in Italia

La famosa frase di Tito Livio "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur" (mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata) è stata spesso usata per descrivere l’attitudine alle chiacchiere ed all’ipocrita, perché voluta, incapacità a prendere decisioni della classe politica in Italia.
Però, mentre Centro-Sinistra e Centro-Destra si beccano come comari o galli nel pollaio, pochi si rendono conto che il declino del Paese è soprattutto l’effetto di cause "esogene", che, certo, si sommano ad elementi "endogeni", anche se meno strutturali.
"Elezioni subito" o "riforma del sistema elettorale"? L’apparenza inganna. Ho la netta impressione che il finto dibattito su questa finta alternativa sia proprio la cartina di tornasole che ci serve. Mostra sia la totale inettitudine a governare del Centro-Sinistra, sia la paura di governare del Centro-Destra, che dovrebbe farsi così carico delle vere riforme liberali di cui la boccheggiante Italia ha bisogno per non affogare. Perciò le elezioni fanno paura: il primo ha paura di perdere, il secondo, paradossalmente, ha paura di vincere. Per questo, nessuno dei due schieramenti, al di là delle minacciate "spallate" e della propaganda buona per le casalinghe e i pensionati che si basano solo sulla tv, vuole davvero la crisi. E’ il gioco, il tragico gioco del cerino.
Ma che cosa veramente sta distruggendo il nostro Paese?
Non vorrei essere accusato della "sindrome Cassandra", ma in un articolo del 15 novembre 2006 sul Salon Voltaire ebbi già modo di descrivere quello che sarebbe successo.
La Banca Centrale Europea con una politica di paleo-capitalismo finanziario fondata sulla super valutazione della valuta per attirare capitali, come se l’Europa moderna fosse l’Impero Britannico nei secoli XVIII e XIX, sta provocando i seguenti catastrofici effetti sul tessuto economico e sociale:
1) drastica riduzione del potere d’acquisto dei ceti medi e segmentazione in
due classi contrapposte di "ricchi su base finanziaria" e di poveri "condannati
a lavorare" (secondo un’arcaica definizione applicata alle classi sociali nei secoli della rivoluzione industriale).
2) necessità di un’apertura totale delle frontiere all’immigrazione di massa dall’est-europeo per fronteggiare con manodopera a basso costo (i nuovi schiavi, appunto) la perdita di competitività delle aziende causata dalla sopravalutazione del cambio euro-dollaro. Di qui l’inclusione nell’Unione Europea di paesi visibilmente immaturi per l’adesione come la Romania e la Bulgaria, che hanno livelli di vita lontanissimi dagli standard dell’Europa occidentale.
3) diminuzione del rapporto deficit/PIL basata sulla riduzione del deficit e non sull’aumento del PIL. Da notare che in questo si evidenzia la netta differenza tra un moderno capitalismo industriale fondato soprattutto sulla crescita della ricchezza prodotta (denominatore della frazione) e un paleo-capitalismo finanziario operante sulla diminuzione del deficit con una maggiore tassazione dei redditi da lavoro (e così agisce sul numeratore della frazione). Naturalmente, i paesi europei più avanzati cercano almeno un "mixing" tra le due politiche, a differenza del governo Prodi che, pur avendo al suo interno una componente marxista-leninista, punta sul modello finanziario puro.
4) rigido rispetto centralizzato dei soli parametri finanziari (rapporto debito/PIL , deficit/PIL, tasso di inflazione), e delega ai singoli Stati solo per i parametri di sviluppo economico (tasso di disoccupazione, aumento del PIL, investimenti in ricerca ecc..), in cui sono presenti solo "valori consigliati".
5) sostanziale indifferenza agli sconvolgimenti sociali che le città europee subiscono per i flussi migratori, con particolare riferimento al tema della sicurezza. Naturalmente, anche in questo caso, l’Italia, in virtù di una tolleranza verso l’illegalità per "motivi sociali", tipica della sinistra estrema e, purtroppo, anche di una parte della magistratura, crea le condizioni ideali per un imbarbarimento della vita civile.
Non si prenda come fanta-sociologia il cinismo della strumentalizzazione sociale. Ci sono strette analogie inquietanti. La creazione di un nuovo Lumpenproletariat, secondo la definizione marxista (K. Marx, Kapital I, MEW 23, 673.), fondato in questo caso sull’immigrazione di massa, risulta strategica per i partiti comunisti alleati di Prodi.
"Lumpenproletariat ist ein Rekrutierplatz für Diebe und Verbrecher aller Art, von den Abfällen der Gesellschaft lebend". Marx giudicava fondamentale per aumentare il consenso alla sua dottrina il reclutamento delle categorie emarginate, che vivendo ai margini della società, erano costrette al furto ed a delitti di ogni tipo. Allora era lo "spietato capitalismo" del secolo XIX a creare tali categorie di paria sociali, oggi che il crescente benessere minacciava di cancellare le classi di riferimento dell’estrema Sinistra marxista, ecco che si ricorre al trucco di… importarle dall’Europa povera. Per dare nuova linfa sociale ai nostalgici neo-comunisti dell’Europa ricca. Un atroce e tragico paradosso, di cui tutta l’Italia sta già cominciando a pagare le conseguenze.
I giornali non lo dicono, ma è questo che si nasconde dietro le quinte della vita politica italiana. "Voilà ce que recèlent le coulisses de la vie politicienne", direbbe Balzac. Teatrino della politica in cui si finge di dibattere proprio sul sistema elettorale che dovrebbe garantire maggiore stabilità ad un Governo di cui, nella realtà più segreta delle coscienze dei politici di Sinistra e di Destra, nessuno vuole prendere le redini.
IL PROFESSORE

 

Vaticalia. Vescovi (non rabbini o atei) con diritto di "visite pastorali" a scuola

Tutti i cittadini italiani, non uno solo, sono danneggiati dal privilegio accordato ai vescovi o religiosi cattolici delle cosiddette "visite pastorali" ("pastorale" - secondo la trasparente metafora della Chiesa - altro non è che conforto religioso, in altre parole propaganda, tra le "pecore" del proprio gregge. Pecore, appunto, sono considerati in questo caso i giovani studenti, evidentemente ritenuti facili da plasmare. Quindi è escluso che si tratti di incontri di studio, di conferenze di cultura a più voci.
Dov’è la lesione? Proprio nei capisaldi del Sistema giuridico che è alla base dello Stato di diritto liberale. Sono lesi i principi del diritto costituzionale: la separazione tra Stato e Chiese (laicità dello Stato), perché la religione può fare proseliti tra i giovani delle scuole pubbliche. E poi l’uguaglianza nei diritti tra cittadini e tra confessioni religiose, perché si privilegiano abusivamente una sola religione, la Chiesa cattolica, rispetto ad altre religioni ed ad associazioni ateiste, e gli studenti cattolici rispetto a quelli di altre religioni o non credenti.
Per cose del genere anticamente nascevano guerre, sollevazioni, riforme protestanti.
Ma questo non basta a quei formalisti dei giudici amministrativi di prima istanza, il Tar del Veneto. Cercavano un soggetto, uno solo, meglio se abitante a Padova o con figlio - che so - allievo in una delle scuole abusivamente visitate dal vescovo, che fosse discriminato in un suo interesse legittimo nei confronti dello Stato o che potesse lamentare una discriminazione rispetto ad altri. "Strano" che non abbiano riconosciuto la capacità di stare in giudizio all'Uaar. Eppure i tempi sono favorevoli alle nuove rappresentanze e alle class actions.
Politicamente, è una vergogna purtroppo annunciata e risaputa. Con la scusa del formalismo giuridico ormai si gestisce una vera e propria discrezionalità politica, in questo caso in aiuto all’unico vero Potere Forte in Italia, il potere clericale.
Chiediamoci, però, se e dove si è sbagliato giuridicamente da parte laicista: il Tar, se la memoria di lontani studi di diritto non ci inganna, è specializzato negli interessi legittimi, non nei diritti soggettivi o costituzionali o politici. Era proprio il giudice adatto? Forse era meglio andare dal giudice ordinario, che avrebbe potuto eccepire l’incostituzionalità di qualche norma o regolamento ministeriale che prevede - se le prevede - le visite dei religiosi nelle scuole? La parola ad un serio e combattivo pool multidisciplinare di legali. A proposito, come state messi, amici dell’Uaar, ad avvocati o a docenti di diritto amici? Ed ecco il comunicato dell’Uaar: (NV).
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INCREDIBILE SENTENZA DEL TAR DEL VENETO: BOCCIATO IL RICORSO UAAR
Ne avevamo parlato un mese fa: il vescovo di Padova aveva programmato diverse visite pastorali nelle scuole della sua diocesi, in orario scolastico. L’UAAR aveva diffidato le direzioni didattiche, ma inutilmente. E per questa ragione ha poi presentato un ricorso al TAR del Veneto.
Il TAR ha diffuso ieri la sua sentenza sul nostro ricorso. Non è nemmeno entrato nel merito del problema, perché l’ha dichiarato inammissibile "per carenza di legittimazione attiva dell’associazione ricorrente, la quale, avendo impugnato un atto che esaurisce la sua azione nell’ambito del plesso scolastico di Bastia, non ha dimostrato l’esistenza, nel predetto ambito territoriale, di qualche soggetto che, affiliato all’associazione, si affermi concretamente leso dalla censurata visita pastorale: in difetto di tale prova, invero, ove la comunità interessata alla visita fosse totalmente favorevole o quanto meno indifferente al suo svolgimento, l’impugnazione in esame verrebbe a configurarsi quale attività meramente pregiudizievole della libertà di autodeterminazione della comunità stessa".
Traduzione per i non giuristi: l’UAAR, benché sia un’associazione di promozione sociale riconosciuta dal ministero, non può far valere le prerogative legali che la legge sulle associazioni promozione sociale le riconosce. Ricordiamo a tutti il contenuto dell’articolo 27 della legge 383/00, che recita:
(Tutela degli interessi sociali e collettivi)
1. Le associazioni di promozione sociale sono legittimate:
a) a promuovere azioni giurisdizionali e ad intervenire nei giudizi promossi da terzi, a tutela dell’interesse dell’associazione;
b) ad intervenire in giudizi civili e penali per il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione di interessi collettivi concernenti le finalità generali perseguite dall’associazione;
c) a ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti illegittimi lesivi degli interessi collettivi relativi alle finalità di cui alla lettera b).
2. Le associazioni di promozione sociale sono legittimate altresì ad intervenire nei procedimenti amministrativi ai sensi dell’articolo 9 della legge 7 agosto 1990, n. 241.
Su queste basi, considerando gli scopi sociali UAAR, che sostengono esplicitamente la difesa e l’affermazione della laicità dello Stato, come si può definire il ricorso inammissibile? Quali affiliati UAAR potrebbero esservi, tra i giovanissimi studenti della scuola? Giriamo queste domande, in particolare, al ministro della solidarietà sociale Ferrero, visto che la decisione del tribunale mina platealmente l’architrave giuridica della legge sulle associazioni di promozione sociale.
Il TAR si è letteralmente sdraiato sulle argomentazioni dell’avvocato del vescovo, secondo cui le nostre richieste erano richieste "di parte": no, cari giudici, e lo ribadiamo con forza. L’UAAR ha chiesto che venisse rispettata una legge dello Stato e un principio costituzionale. Il TAR ha invece deciso che le richieste di una parte della popolazione (per quanto grande sia quella cattolica) hanno la meglio su un principio universale, che riguarda tutti i cittadini. Anzi, sembra quasi rimproverarci di aver disturbato la libertà della Chiesa cattolica di andare contro le leggi dello Stato.
Ma non è finita qui: il tribunale ha infatti posto la rifusione delle spese a carico dell’UAAR, nella misura (enorme) di seimila euro: non ci risultano precedenti di un importo così rilevante per procedimenti di questo tipo.
A nostro parere era una sentenza già scritta: due dei tre membri del collegio erano stati già protagonisti della sentenza 1110/2005, che definì il crocifisso "simbolo della laicità dello Stato". Assegnare il caso a questo collegio significava dunque indirizzarlo in una direzione ben precisa. Una sentenza già scritta, ripetiamo, ma anche una sentenza politica: si è voluto lanciare un pesante avvertimento (già prontamente amplificato da "Avvenire") a un’associazione in crescita in quanto a dimensioni, autorevolezza e determinazione nel cambiare un paese, il nostro, penosamente trascinato dalla sua élite politica (e giuridica, siamo costretti a constatare) su una china sempre più clericale.
Ma non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci. Il nostro impegno continua. E siamo certi che sempre più italiani e italiane lo continueranno con noi.
RAFFAELE CARCANO - Segretario UAAR

15 novembre, 2007

 

Censurato il forum: le critiche alla religione cattolica considerate reato

E’ ancora tollerabile che nell’Europa liberale, non nell’Oriente islamico, la religione debba ancor oggi avere una tutela maggiore rispetto a qualunque altra forma di credenza o di scelta culturale? Ed è tollerabile che in Italia la religione cattolica, non più "religione di Stato", debba ancora avere privilegi, anche giuridici?
Il sequestro, la censura, su ordine della magistratura siciliana di alcuni forum di discussione aperti sul sito dell’Aduc, solo perché qualche partecipante vi aveva inserito frasi pesanti su Dio, i cristiani o i cattolici, dimostra che la libertà va ancora conquistata su certi argomenti, e che noi liberali - credenti o non credenti - dobbiamo continuare a batterci perché il peccato, in questo caso la critica pesante, tutt'al più il linguaggio grossolano, il cattivo gusto o la maleducazione, siano sottoponibili a critica ma non considerati reato.
Siamo alle solite: contro una qualsiasi ideologia politica, una qualsivoglia religione o setta non cristiana, anzi non cattolica, tutto è permesso. Chiunque nei giornali o nei forum può usare espressioni volgari. Com’è giusto. Ma contro la religione cattolica nessuna critica pesante è ammessa. Vorremmo anche noi, certo, che la critica anticlericale e ateista fosse elegante e raffinata, ma non è possibile pretendere per legge che la gente sia colta, sappia esprimersi correttamente ed abbia idee e parole non volgari.
Esprimiamo, perciò, la massima solidarietà agli amici dell’Aduc, coraggiosa associazione laica e liberale (l’unica che abbia questa formazione culturale tra i club di tutela dei cittadini e consumatori), rea soltanto di non aver censurato a sua volta, com’è tipico dei liberali, una discussione libera e spontanea nata tra i frequentatori dei forum.
Ma quello che inquieta di più sul piano delle garanzie liberali, è che sembra che manchino addirittura gli appigli di diritto per questo sequestro. Diamo la parola al comunicato di oggi dell’Aduc, Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori (N.V):
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Il GIP del Tribunale di Catania, dott. Sebastiano Cacciatore, ha rigettato l'istanza presentata dai legali dell'Aduc di dissequestro dei due forum "Di' la tua" "Gesù e" e "Lucio Musto, Cascioli, Alex ecc"
I fatti risalgono al novembre del 2006 quando la Procura della Repubblica di Catania, su sollecitazione dell'associazione Meter onlus di don Fortunato Di Noto, ha censurato integralmente i due forum ritenendo sussistente il reato di vilipendio ad una confessione religiosa ( http://www.aduc.it/dyn/censura).
A ottobre 2007 il PM ha notificato a tre utenti dei due forum gli avvisi di garanzia, individuando nove frasi –fra le migliaia contenute nel materiale sequestrato- per le quali ha ritenuto di formulare l'imputazione. A questo punto, avrebbe dovuto dissequestrare il resto dei forum, in quanto non viola alcuna legge. Ma il PM, ed il GIP su nostra istanza, hanno ritenuto di mantenere la censura. Queste le motivazioni:
"Ritenuto che il sito web in sequestro contiene espressioni gravi che costituiscono pubblica offesa alla confessione religiosa cattolica ed integrano il delitto di cui all'art. 403 c.p., cio' perche' anche se tale reato risale ad un tempo in cui diverso era il contesto sociale e politico, puo' bene affermarsi che lo Stato accorda ancora alla religione della stragrande maggioranza degli italiani quella protezione che ex art. 406 c.p. tutt'ora accorda agli altri culti ammessi, di minore diffusione."
Prima di tutto l'art.406 non esiste (abrogato dall'art.10 della legge 85/2006), quindi e' una motivazione non sostenuta dal diritto evocato e la dice lunga sulle basi giuridiche con cui questo magistrato ha respinto e motivato la nostra istanza.
Comunque a prescindere dalle valutazioni sulle nove frasi sotto processo, di cui si occupera' altro giudice, e' gravissimo che due magistrati abbiano mantenuto l'oscuramento su libere espressioni del pensiero non ritenute reato (dal PM stesso!!!) senza fornire alcuna spiegazione su quella che, ora piu' che mai, appare come vera e propria censura. In altre parole, non solo si sequestrano frasi che potrebbero costituire reato –tutto da dimostrare- ma anche tutte quelle libere espressioni del pensiero che criticano la "religione della stragrande maggioranza degli italiani".
Ci viene il dubbio che i magistrati di Catania abbiano sentenziato in nome della religione cattolica romana piuttosto che del popolo italiano.
I nostri legali procederanno immediatamente chiedendo ai giudici di appello di ristabilire la legalita' costituzionale pesantemente violata".

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ADUC, Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori

11 novembre, 2007

 

I "nemici" Croce e Salvemini? Hanno ragione entrambi nell’Italia di oggi

Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, se un Plutarco dei nostri giorni scrivesse una riedizione delle "Vite parallele", sarebbero affiancati e però contrapposti, perché tante, troppe volte le loro parabole umane e intellettuali ebbero a incrociarsi e a sovrapporsi. A cominciare dall’essere entrambi meridionali in una Nuova Italia liberale tutta fatta da gente del Nord (e non avrebbe potuto essere altrimenti, data l’origine nordica del liberalismo), dall’aver iniziato entrambi con gli studi storici, dall’inquietante comune dato biografico della tragedia familiare causata dal terremoto, per finire con la comune opposizione al fascismo e la teorizzazione d’una qualche palingenesi (liberale l’uno, "democratica" e-o radical-socialista l’altro) che, sia pure in modi diversi, conducesse alla ricostruzione morale, intellettuale e civile degli Italiani dopo la dittatura e la disfatta.
Ma qui finiscono le analogie tra i due grandi intellettuali. Storico, filosofo, teorico di estetica, studioso delle idee e gran teorizzatore del liberalismo come laica "religione della libertà", ma anche intellettuale poliedrico che non disdegnava la realtà concreta e la politica pratica (fu perfino ministro e poi presidente del Partito Liberale), il Croce. E invece, battagliero, infuocato polemista, opinionista intransigente e "maître à penser" della sinistra laica democratica, famoso per le sue invettive e stroncature, invero poco accademiche e molto partigiane, pur essendo anch’egli partito dalla ricerca storica, il Salvemini, di cui ricorre quest’anno il cinquantennale della scomparsa.
Ebbene, proprio Croce fu l’oggetto per decenni delle invettive del moralista e meridionalista Salvemini, che oltre ad esprimersi nelle ben note affermazioni sarcastiche sul ruolo della filosofia, compresa quella politica, imputava al filosofo quella teoria dei distinti che è tipica della filosofia laica e liberale, anzi a ben vedere di ogni filosofia moderna, cioè di aver diviso con compartimenti stagni la politica e la morale. La conseguenza di questa logica e naturale separazione, sarebbe stata secondo Salvemini - nientemeno - di aver fornito addirittura un alibi intellettuale al malgoverno del Sud, all’incapacità della borghesia meridionale.
Non ci risulta che l’inazione, la passività, la corruzione, il nepotismo, i favoritismi e le ruberie che nel Sud d’Italia hanno caratterizzato le vicende politiche e sociali per tutto il secolo XX, e che ancora durano, anzi potenziate, ora che di Croce è quasi sparito il ricordo, fossero un side effect, una conseguenza perversa degli abbonamenti alla "Critica" o degli acquisti del "Breviario di estetica", o delle crociane, bellissime, "Storia d’Italia" e "Storia d’Europa". Ma tant’è. Secondo l’invettiva salveminiana del 1946, il crocianesimo avrebbe diabolicamente fornito alla corrotta e ignorante - secondo Salvemini - borghesia del Sud (non tanto corrotta, però, da non leggere i libri di Croce…) "il grimaldello per scassinare tutte le serrature, i trampolini per qualunque capriola intellettuale, i sofismi per giustificare qualunque turpitudine". Perfino il significato dell'opposizione crociana al fascismo è ridimensionato da Salvemini: " il no di Croce rimase sempre un no quietista; non divenne mai il no attivista di chi rischia il pane, la libertà e magari la vita. C'è differenza fra Budda che si guarda l'ombelico, e Cristo che muore sulla croce".
Ecco, abbiamo preso ad esempio una polemica che divise i due coevi intellettuali del Novecento italiano, per sottolineare la singolare circostanza che il geniale, emotivo e passionale Salvemini, talvolta ingiusto e meschino nelle sue battaglie (come quella contro Giolitti, definito "ministro della malavita"), trova ora, proprio a 50 anni dalla sua scomparsa, una Nemesi che lo ricorda, è vero, in un volume [Livio Ghersi, Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell'Italia odierna, Bibliosofica 2007, pp.638, euro 15], ma allo scopo dichiarato di rivalutare Croce, di restituire l’onore intellettuale e morale al teorico del liberalismo, partendo sì dalle critiche salveminiane, ma per dimostrare, a contrario, l'importanza e la validità del pensiero crociano anche ai nostri giorni.
Un compito gravoso, riuscito anche perché lo studio appare sorretto da un’ipotesi di lavoro credibile (la prevalenza, decretata dalla Storia oltreché dalla filosofia tanto vituperata da Salvemini, del liberalismo sul socialismo o sulla democrazia) e da una passione discreta che sfiora lo spirito del pamphlet, e per di più è ben documentato, perfino ad abundantiam, tanto da potersi proporre perfino come testo didattico.
Ma è l’attualizzazione del contrasto tra i due intellettuali ad incuriosire ulteriormente. "Croce e Salvemini", recita il titolo del corposo volume, appena uscito da Bibliosofica, che reca nel sottotitolo, a sorpresa: "Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna". E sì, perché l’originalità dello studio è quella di calare la lunga e appassionata diatriba Salvemini-Croce nel tempo di oggi, tanto che negli ultimi capitoli si arriva addirittura a toccare argomenti come la laicità dello Stato liberale, il problema della rappresentanza, la politica internazionale e l’avvenire dei liberali in Italia. Il tutto riferito e aggiornato addirittura all'Italia e all'Europa del 2006.
Vengono isolati e analizzati tre concetti fondamentali per la comprensione del pensiero di Croce: l'idealismo, lo storicismo e il líberalismo. Ciascuno nella particolare interpretazione che egli ne ha dato. Ripensare Croce - specifica l’autore - dà modo di contrastare tanti luoghi comuni che ricorrono nel dibattito pubblico italiano ai giorni nostri. Per esempio, l'ideuzza che essere liberali coincida con l'essere genericamente democratici confutata alla radice dall'insegnamento crociano. Anzi, il liberalismo può rendere i migliori servizi solo se opera come momento dialettico rispetto alla democrazia ed al socialismo, mentre a nulla serve se si confonde con loro.
Ma forse, aggiungiamo da crociani temperati, a noi liberali moderni farebbero comodo oggi sia un Croce, sia un Salvemini. Perché in fondo anche Croce va storicizzato, cioè riferito ai suoi tempi, e molte altre scuole liberali si sono imposte nel frattempo, mentre il liberismo e il "mercato" prevalgono a parole: spesso si tratta, invece, dei vecchi oligopoli o dei "cartelli" su cui tanto polemizzava un terzo genio laico: Ernesto Rossi.
Il rigore delle distinzioni crociane ci servirebbe, eccome, magari in un breviario intellettuale, oggi che - insopportabilmente - tutti fanno i finti "liberali". E intanto l'incompetenza, il disprezzo dell'intelligenza e del merito, e la corruzione politica dilagano come e più di prima, cioè dei tempi di Croce e Salvemini. E se è vero che non solo il comunismo è morto, ma anche il socialismo, il suo cugino presentabile, che per non morire si è trasformato in liberale, è però vero che l'intransigenza morale, anche se sanguigna e per niente equanime, d'un Salvemini, ci farebbe comodo oggi, con tutto quello che è successo e succede ogni giorno. Come anche quella d'un Ernesto Rossi.
Evviva Croce, il cui rigore è per noi, ancor oggi il fondamento d'una sorta di "breviario intellettuale", utile a capire che la Storia è sempre storia di idee. Sì, vaglielo a dire a tipi come Mastella e Bossi, Bindi e Di Pietro, Prodi e Veltroni, D'Alema e Fassino, Berlusconi e Brambilla, che hanno ormai trasformato la politica italiana da dialettica di idee in polemica vuota, invettiva continua, propaganda 24 ore su 24, perfino nel chiuso del Parlamento. "Chiuso"? L'incolpevole, anzi benemerita, Radio Radicale rende tutto pubblico, aperto, ma così per colpa d'un personale politico ottuso e meschino ogni dibattito si trasforma in comizio inutile, dando ragione a Mac Luhan: il mezzo prevale sul messaggio. Ormai siamo al "tifo" calcistico, con due sole squadre di serie C, fatte di soli brocchi: Sinistra e Destra.
Mentre le Chiese comandano ai politici, e mullah e vescovi cercano di far passare i peccati come reati penali.
Mentre il Potere ha sempre più privilegi, del tutto ingiusti e immeritati.
Mentre la libertà della ricerca scientifica e intellettuale è in pericolo.
Mentre il cittadino-individuo-consumatore, che in teoria dovrebbe scegliere i politici, la Politica e perfino i prezzi di mercato, non sceglie proprio nulla perché è sempre più schiavo, altro che libero.
Mentre i liberali, che hanno stravinto da soli il confronto con comunismo e socialismo, non parlano (e in Italia sono oltre il 35 per cento).
Mentre imperano il finto "liberismo" dei managers ex-statali, il finto "mercato" imposto da Paesi stranieri con la scusa dell'Unione Europea e solo per i loro interessi, gli oligopoli e i privilegi di banche e assicurazioni che fanno e disfano insieme la Politica e l'Economia, unici, veri, Poteri Forti.
Come servirebbero oggi Croce, Salvemini, Rossi e Einaudi!

 

CHIESA E MAFIA. La lupara e l’aspersorio: storia calabrese o romana?

In un paese laico, o almeno normale, le nomine ecclesiastiche dovrebbero essere affare esclusivo delle chiese e dei loro membri. Dato che in Italia quasi tutta la classe politica ha elevato la Chiesa cattolica a maestra di vita, di morale e di etica pubblica, e dato che quella Chiesa pretende di fare ogni giorno la morale alla politica e ai privati cittadini anche non cattolici, è giusto che i suoi comportamenti etici e politici siano oggetto di pubblico dibattito.
La rimozione del vescovo di Locri [mons. Bregantini, che aveva più volte preso posizione contro la malavita calabrese] è un messaggio politico devastante da parte del Vaticano. Il servilismo della politica e dei media era riuscito in pochi anni, grazie all'impegno di alcuni vescovi e sacerdoti cattolici, da Pappalardo a Bregantini, a far dimenticare decenni e decenni di pesantissime compromissioni e di intrecci con la mafia di esponenti della gerarchia ecclesiastica, a cominciare dai predecessori di Pappalardo sulla cattedra arcivescovile di Palermo. La rimozione da Locri di quello che era diventato un simbolo della lotta alla criminalità mafiosa calabrese costituisce ora, per il chiarissimo messaggio che esprime, un ritorno alle origini nel rapporto omertoso fra gerarchie cattoliche e criminalità mafiosa.
Il momento scelto in Calabria è il più significativo: quando il potere mostra di voler liquidare i magistrati che indagano sull'intreccio tra malaffare e politica, e rimuove i carabinieri che indagano, il potere ecclesiastico si affianca in questa indecente operazione. Il messaggio rivolto dal Vaticano ai fedeli cattolici è chiarissimo: meglio stare con i mafiosi e con la loro visione tradizionalistica della società e del potere che con la modernità europea. Il richiamo all'ordine e all'obbedienza politica, perfino tattica, nel referendum sulla inseminazione assistita, si estende e completa ora nel richiamo all'ordine contro il coinvolgimento dei cattolici nella lotta alla mafia assieme alla parte moderna, laica e secolarizzata della politica.
La Chiesa cattolica fa la sua scelta precisa: in Calabria sta con Mastella e non con De Magistris, sta con chi ritiene normale convivere con le mafie e non con i giovani di "Ammazzateci tutti". Rinuncia a nascondersi sotto la consueta ipocrisia buonista e getta la maschera. Mostrando un volto ripugnante.
Ernesto Rossi, di cui si è celebrato nei giorni scorsi il cinquantesimo anniversario della morte, descrisse, nel volume "Il manganello e l'aspersorio" i rapporti fra Chiesa cattolica e fascismo. Un suo volume sulla politica odierna della Chiesa romana lo intitolerebbe probabilmente "La lupara e l'aspersorio".
CRITICA LIBERALE

05 novembre, 2007

 

Double face di un sindaco e politico. Come il "bosone" va spiegato con la teoria dei quanti.

Non sappiamo per la politica, ma per la fisica Veltroni potrebbe essere un bosone.
"Bosone"? E' una nuova parolaccia in un improbabile dialetto lombardo-veneto lanciata dal solito leghista Borghezio? Macché, nulla di penalmente rilevante, si tratta proprio d'una definizione scientifica. Ma andiamo con ordine.
Sull’eclettica e incerta personalità del sindaco di Roma e leader del PD molte autorevoli penne del giornalismo di sinistra si sono più volte soffermate con intenti laudativi. Tutto bene, ognuno ha le sue opinioni, ma si offenderanno se dico che si tratta di argomenti sorpassati, banali, triti e ritriti?
Perché non uscire dal seminato? Ma sì, perché non osare d'essere davvero originali, e interpretare il segretario del PD in una chiave del tutto eterodossa e mai usata prima d'ora? Per esempio la fisica.
Fisica, fisica. Veltroni non si ritiene un uomo di Genio? E io gli confeziono un'esegesi geniale. Il sottoscritto, da uomo di scienze avrà l'ardire di applicare a cotanto sindaco-segretario le classificazioni in uso in una scienza alla moda e molto in voga nel mondo anglosassone che lui tanto dice di amare: la Meccanica Quantistica. Vediamo che ne verrebbe fuori.

Siete alquanto digiuni in materia? Al lettore ignaro di "Quantum Mechanics" si può con sintesi estrema intanto accennare che la teoria si fonda sul principio della sovrapposizione di stati delle particelle subatomiche, almeno sino a quando queste ultime non interferiscano con un osservatore esterno, "divenendo così parte dell’universo a cui appartiene l’osservatore stesso".
Per rendere comprensibile a tutti tale concetto, il grande Schroedinger introdusse il famoso esempio del suo "gatto". Si supponga, egli disse, di rinchiudere un gatto in una stanza chiusa e senza finestre, contenente, oltre al necessario per la sua sopravvivenza, una fialetta di veleno. Si ipotizzi, aggiunse, che tale fialetta si possa rompere in qualunque momento per cause non descrivibili in termini precisi e quantitativi e che la rottura della fialetta provochi la morte istantanea del povero gattino. La domanda che si pone ad un osservatore esterno in un qualunque istante è la seguente: il gatto è vivo o morto ? Poiché la stanza è priva di finestre, la risposta alla domanda enunciata non può essere evidentemente data nemmeno in termini probabilistici, mancando una misura quantitativa dell’evento "gatto vivo o morto". E allora? La risposta non può che essere una sola, concluse Schroedinger: il gatto è... sia vivo che morto! Ossia occupa, quantisticamente parlando, sia lo stato di "vivo" che lo stato di "morto". Tutto ciò è vero sin tanto che un osservatore esterno (appunto!), apra la stanza ed accerti lo stato di salute del gatto, che, aggiungo io, nel caso sia illeso, si spera che se la svigni di gran carriera.
Dunque, in Meccanica Quantistica, non vale più il principio matematico della non contraddizione e, in particolare, come aggiunse il celebre fisico Pauli, esiste per alcune particelle atomiche (i cosi detti "bosoni") una possibilità di compenetrabilità.
Due o più particelle distinte possono quindi occupare la stessa posizione nello spazio (sovrapponendosi) quasi fossero sostanze immateriali.
Ma tutto questo che c'entra con Veltroni? C'entra, c'entra, eccome. E' evidente che il "bosone" Veltroni - non se ne abbia a male il segretario-sindaco, tutt'al più sarà una vittima della Scienza, e che Scienza! - ha una doppia natura, occupa contemporaneamente sia lo stato di comunista che di anti-comunista, sia quello di inflessibile difensore della legalità che quello favorevole ad una politica di accoglienza verso i clandestini, escludendo naturalmente i pochi presi in fragranza di reato. Continuando, Veltroni è per una svolta liberale nel PD e, contemporaneamente, per un mantenimento di una stretta alleanza con tutti i movimenti dell’estrema sinistra. Amico di Israele e amico di Diliberto e quindi degli Hezbollah. Appoggia lealmente il governo Prodi, ma è favorevole ad una sua caduta.
Vi sembrano contraddizioni tutte queste ? Avete torto! Il leader bosone del PD esplica solo delle scientifiche funzioni quantistiche. Sia lode dunque a Veltroni ed alla sua innovativa filosofia politica.
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P.S. Il genio Albert Einstein, inventore della straordinaria Teoria della Relatività che tanto continua a far discutere oggi, non amava la Meccanica Quantistica. Le sue equazioni tensoriali, infatti, descrivono in modo perfetto i possibili universi e sono "deterministiche", essendo fondate su relazioni funzionali certe. Conclusione politica: Einstein non voterebbe per il PD e per il suo leader quantistico!
IL PROFESSORE

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