09 aprile, 2017

 

Sartori, il fiorentino. Portò la scienza politica all'Università; ma lo tradì la troppa vis polemica.

Poteva non piacere al largo pubblico, anzi, piacere troppo, soprattutto in vecchiaia, quando tutti i vizi si amplificano, per i giudizi caustici da grande polemista, che poi era la sua vera, unica tendenza naturale. Ma piaceva molto ai giornalisti, che pur subendo vistosamente il “timor reverentialis” verso le tre famose corporazioni di clerici (docenti, magistrati e medici: le uniche corporazioni di fronte a cui quella dei giornalisti ammutolisce), non sopportano i docenti universitari, cavillosi divisori di ogni capello in quattro e incapaci di prendere posizione e decisioni pratiche. Per loro, anzi, era l’esperto ideale, capace da solo e in modo ineccepibile di vivacizzare un articolo di fondo o un’intervista, grazie alla ostentata carica aggressiva toscana.       Ecco perché era sempre in tv o sui giornali, trasformato ormai da studioso in brillante commentatore politico, insieme arbitro e giocatore, sempre chiaramente di parte.
      Si sa, è il vizio segreto di tutti gli Universitari: essere conosciuti e popolari al di fuori dell’Università, perfino a costo di perdere un po’ del proprio prestigio di studiosi. Furono proprio l’ironia e il sarcasmo, di cui si nutriva a fiotti come  a fargli coniare neologismi giornalistici dissacranti come “mattarellum” e “porcellum” (due diversi metodi elettorali).
      Liberale classico, laicista e anticlericale, laureatosi curiosamente con una tesi su “Croce politico”, perfino più di Croce convinto che lo studioso della Polis e del Logos dovesse avere passione ed esprimere idee e fare scelte pratiche da indicare al pubblico. 
      Fautore, però, a differenza di Croce di una irrealizzabile “razionalità” della Politica e di un illuminismo dell’agire sociale che non teneva conto né della particolare storia italiana, né del carattere inevitabilmente regressivo e irrazionale delle masse, Sartori si trovò necessariamente in disaccordo profondo sia con la cosiddetta Sinistra (ovviamente non poteva che essere anticomunista, quando esisteva ancora il Comunismo), sia con la cosiddetta Destra, anche e soprattutto quella di Berlusconi, padre padrone inesperto di politica e per di più in flagrante conflitto di interessi. Era inevitabile che assumesse ben presto il ruolo del “maestro” di fronte agli allievi discoli e ignoranti, tanto più che accusava la società moderna di aver favorito una decadenza culturale disastrosa, tanto più quanto più diminuiva il ruolo della parola scritta in favore delle tecniche della visione.
      Insegnò tutta la vita in Italia e negli Stati Uniti. Preside della famosa Facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri, a Firenze, fondò la Rivista italiana di scienza politica,  e pubblicò numerosi saggi e manuali tradotti in numerose lingue, scrisse di continuo sui giornali (soprattutto sul Corriere della Sera).
      Negli anni della maturità arricchì i propri interessi occupandosi anche di ambientalismo, fustigando la Destra che non capiva la limitatezza della Terra e la drammatica attualità dell’inquinamento, come anche della sovrappopolazione in Asia e in altre aree, cause non ultime di quella invasione di immigrati, per lo più islamici, che avrebbe finito – era la sua preoccupazione costante – per snaturale la società europea («Ci stanno invadendo: integrare l’Islam è un’illusione»). E questo lo poneva in conflitto deciso anche con i cattolici e la Sinistra.
      Una posizione culturale, insomma, quella di Sartori politico, che non possiamo non condividere in pieno.
Che resterà di lui nella storia della cultura “politologica”? Intanto il nome stesso della disciplina. Nell'Italia delle grandi Istituzioni giuridiche pubbliche (è il lascito degli antichi Romani al Mondo intero) e poi di Gucciardini e Machiavelli, ma anche patria della teoria delle élites politiche (“scienza italiana”, grazie a Mosca, Pareto e Michels), Sartori ha avuto almeno il merito di riportare al centro della cultura istituzionale e sociale la "scienza della politica", di averne fatta una specializzazione accademica, e anzi di averne diffuso – per primo – il nome.
      Avrebbe dovuto esercitare vita natural durante il ruolo dello scienziato “politologo”, avendo posto le basi teoriche della disciplina in Italia, ed essendo considerato da tutti un “maestro” sia pure carismatico. Peccato, però, che troppo sicuro di sé, volesse strafare, e amasse cadere – era più forte di lui, tanto era fiorentino – nei giudizi di valore e nel tono “tranchant”, come pure è capitato a tanti liberali, moderati in gioventù e iconoclasti in vecchiaia. 
      Si poteva pensare in quelle occasioni che gli difettasse la terzietà, quello spirito della avalutatività che il grande Max Weber riteneva essenziale al rigore dell’intellettuale studioso di scienze sociali.
      Così, troppo a lungo sopravvissuto a se stesso (è scomparso a 92 anni), ha finito dalla tarda maturità, soprattutto nelle interviste e nei suoi articoli di giornale, per essere visto suo malgrado più come un commentatore anticonformista dell’attualità che criticava tutti - Destra, Centro e Sinistra - una sorta di burbero libero pensatore della politica, spesso fantasioso e visionario, piuttosto che come uno studioso neutrale.

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