05 marzo, 2015

 

Soleri, grande liberale, quando ancora i liberali servivano lo Stato per dovere e con passione.

Marcello Soleri Saranno presto 70 anni dalla morte di Marcello Soleri, figura eminente del liberalismo italiano, come rivela il secondo tomo del Dizionario del liberalismo edito da Rubbettino. Eppure persino in Piemonte il nome di Soleri appare del tutto ignorato. La stessa piccola via a lui intitolata a Torino, tra via Lagrange e via Gobetti, tangente all’hotel “Principi di Piemonte”, sta a dimostrare il poco interesse verso lo statista morto a Torino nel 1945, a pochi mesi dalla Liberazione. Curai una nuova edizione nel 2013 delle sue Memorie che Einaudi pubblicò nel 1949 ed erano divenute introvabili. Cercai di presentare il libro, ma riuscii soltanto a promuovere una presentazione nella Sala Rossa del Comune di Torino e alla Fondazione Einaudi a Roma. In Provincia di Cuneo la presenza di piccoli personaggi locali che confondono la storiografia con le scorribande pseudo-storiche, lo hanno di fatto impedito. C’è da augurarsi che il Piemonte non voglia ignorare quest’anno questo personaggio storico di grande rilievo di cui è bene rievocare la vita di statista e di patriota che non può essere contenuta in poche battute. (Pier Franco Quaglieni)

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UN BELL’AFFRESCO STORICO SUI GRANDI UOMINI CHE CERCARONO DI EVITARE LA CRISI DEL LIBERALISMO E DELL’ITALIA

Voleva far arrestare Mussolini dall’esercito, ma il Re
glielo impedì. Però, con Einaudi, riuscì a salvare la lira.

Marcello Soleri (foto giovanile 1920-21)Nato a Cuneo il 28 maggio 1882, avvocato, sindaco di Cuneo nel 1912-13, Marcello Soleri fu deputato dal 1913 al 1928. Volontario nella Grande Guerra, ferito e decorato di medaglia d’argento al Valor Militare, nominato sul campo capitano degli Alpini per meriti di guerra, fu tra i pochi deputati a partire per il fronte, pur essendo contrario all’ingresso dell’Italia in guerra, in quanto seguace di Giolitti. Nell’immediato dopoguerra sottosegretario alla Marina, commissario agli approvvigionamenti nel 1920-1921, ministro delle Finanze nel 1921-22 e ministro della Guerra nel 1922 durante i giorni della “marcia su Roma”. Oppositore nettissimo del fascismo (aveva predisposto un decreto per proclamare lo stato d’assedio della Capitale e fermare manu militari la presa del potere da parte di Mussolini, che il re Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare), combatté nelle aule parlamentari il nascente regime, rifiutando l’Aventino che finì di spianare la strada a Mussolini, malgrado il delitto Matteotti avesse sfregiato la sua figura politica e morale.

Decaduto da deputato nel 1928, tornò alla professione forense per vent’anni, mantenendo i contatti con l’antifascismo, in particolare con quello liberale, a partire dalla lunga frequentazione con Benedetto Croce che prediligeva il Piemonte per le sue vacanze. A Pollone, dove il filosofo trascorreva l’estate, Soleri era uno degli ospiti fissi, come dimostrano anche le fotografie un po’ narcisiste scattate da Franco Antonicelli che, pur giovane, voleva apparire nel gruppo raccolto attorno a Croce. Nel 1943, in un drammatico colloquio con il re Vittorio Emanuele III, cercò di sollecitare il Sovrano a un’iniziativa politica che salvasse l’Italia dalla tragedia della guerra perduta e da un regime ormai in sfacelo. Subito dopo il 25 luglio di quello stesso anno si pose al servizio del Paese, anche se dovette attendere la liberazione di Roma nel giugno del 1944 per entrare nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi nel delicatissimo dicastero del Tesoro che mantenne fino alla sua morte immatura, avvenuta il 23 luglio 1945, quando la sua politica stava salvando la lira, uscita distrutta dalla guerra, dai lunghi mesi della Rsi, sostenuta dai tedeschi, e dalla stessa occupazione-liberazione delle truppe Alleate. Morì a 62 anni, quando aveva appena ripreso un’attività politica di grande rilievo dopo la parentesi ventennale del regime fascista con cui non venne a nessun compromesso. La morte precoce stroncò una seconda volta la sua carriera politica in modo irrimediabile.

Si parlava negli anni ’44-45 della classe dirigente prefascista, delle sue responsabilità, dei suoi errori e delle sue debolezze nei confronti del fascismo e si ritenne da parte di molti di privilegiare gli esponenti dell’antifascismo, dell’esilio o della clandestinità, archiviando gli uomini che avevano governato in precedenza. Lo stesso Soleri si sentiva «il più giovane tra i vecchi e il più vecchio tra i giovani» in quanto la sua figura politica non poteva essere accomunata sic et simpliciter con il prefascismo, anche se la sua iniziale carriera politica avvenne all’ombra di Giovanni Giolitti di cui Soleri divenne il braccio destro, trascinando lo stesso vecchio statista a non cadere nella trappola dell’Aventino, ma a combattere l’ultima battaglia contro il fascismo ormai regime nell’aula di Montecitorio.

Oltre alla morte - proprio in un momento in cui avrebbe potuto dare un grande contributo alla ricostruzione del Paese - uno dei motivi per cui la sua figura è stata in qualche modo non adeguatamente considerata da parte della storiografia anche di orientamento liberale, è stato il fatto di essere accomunata in modo improvvido e storicamente sbagliato a Giolitti in quello che, non senza ragioni, venne definito il «giolittismo»: una pagina importante della storia italiana del Novecento, ma sicuramente non priva di errori e di disinvolture assai poco democratiche, come dimostrò Gaetano Salvemini che giunse a definire “ministro della malavita” l’uomo di Dronero. Un clamoroso errore si può cogliere, ad esempio, in uno dei maggiori storici che si sia dedicato al liberalismo, Antonio Cardini, quando giunge a scrivere di «destra di Bonomi e Soleri», ignorando a un tempo le origini socialiste del primo e l’impegno sociale e liberaldemocratico del secondo, aperto naturaliter a un rapporto con i socialisti riformisti. Nessuno ha invece rimarcato come Soleri si sia rivelato costantemente estraneo a quella spregiudicatezza ed anche a quel pragmatismo che dominarono l’età giolittiana fustigata forse troppo severamente dal giovane Gobetti non senza fondamento.

Questa è la vera chiave di lettura che, a 70 anni dalla morte, va adottata: Soleri va distinto dal giolittisimo originario. Il tentativo di occultarlo, considerandolo un giolittiano, è un grossolano errore storiografico, oltre che un tentativo goffo di sminuirne la statura politica. Soleri rivelò sempre una dirittura morale assoluta e coltivò una cultura di cui è manifestazione, ad esempio, la sua attività di giornalista a cui venne offerta, in un momento drammatico dell’Italia nel luglio 1943, la direzione del quotidiano La Stampa che rifiutò a favore di Filippo Burzio. Dopo l’8 settembre parlò al popolo torinese e agli operai davanti alla Cittadella, invitando alla resistenza contro i tedeschi. Dopo la caduta di Mussolini il vero leader del liberalismo italiano divenne naturaliter Marcello Soleri perché nessuno come lui aveva l’autorevolezza politica e la coerenza morale di vent’anni di opposizione al regime. Croce era ormai troppo anziano e Luigi Einaudi era conosciuto come tecnico dell’economia e non come uomo politico. In condizioni di tenere in mano il testimone del liberalismo politico italiano c’era solo Marcello Soleri. Va detto che molti liberali finirono per compromettersi con il regime fascista soprattutto negli anni che Renzo De Felice definì del «consenso». Soleri ebbe la dignità di tornare a fare l’avvocato – professione che aveva sospeso quand’era al governo, anche in questo caso dimostrando uno stile di vita ineccepibile – senza con ciò estraniarsi e chiudersi in un silenzio che avrebbe potuto significare tacito consenso al regime imperante.

Dopo il crollo del regime fascista, fu insieme a Croce tra gli autorevoli fondatori del nuovo partito liberale, anche se la sua presenza non è stata storicamente riconosciuta. L’oblìo nei confronti dello statista di Cuneo, più o meno inconsapevole, durò nel corso degli anni perché lo stesso partito liberale, se escludiamo qualche commemorazione di rito, quasi esclusivamente in Piemonte, non seppe (o non volle) appropriarsi dell’insegnamento politico e morale del Nostro. Un leader del partito liberale degli anni ’80 del secolo scorso, scrisse un bel «ritratto di famiglia del Piemonte liberale», limitandosi a Cavour, Giolitti ed Einaudi, trascurando Soleri, cui sarebbe spettato invece un posto di primissimo piano. Tutta la storia di Soleri e della sua stessa famiglia (il padre fu coraggiosamente socialista deamicisiano in momenti nei quali anche solo dichiararsi tali poteva costare il carcere) rivela un’attenzione al problema sociale e alla tutela del lavoro che resta una costante dell’opera di statista, senza mai guardare a Gobetti che nelle Memorie non viene mai citato. Nel contempo Soleri – osservò Manlio Brosio – «aveva il senso vivo della continuità necessaria all’idea liberale; […] si considerava volentieri come una figura che avesse legami col passato e con l’avvenire, e ne rappresentasse il collegamento». Continua ancora Brosio: «Egli ben sapeva che il liberalismo è tradizione storica ed è continuo rinnovamento, e che un partito che non si riallacciasse alle tradizioni del Risorgimento e del primo Novecento, e non cercasse di riallacciare i fili della continuità storica dopo il Ventennio fascista, non avrebbe avuto ragione autonoma di esistere». Ancora Brosio evidenzia «lo spirito profondamente democratico (di Soleri)» che «sentiva i principii liberali, ma li arricchiva continuamente di contenuto economico e di esigenze sociali».

Soleri muore prima che il nuovo Partito liberale, già drammaticamente frammentato in correnti, si riveli una delusione che avrà la prima, nefasta ricaduta sul numero di liberali eletti all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946. Il nuovo Partito liberale, se si eccettua una discreta presenza in Piemonte (pensiamo alle figure di Bruno Villabruna, del più giovane Brosio e dell’allora liberale Franco Antonicelli, presidente del CLN piemontese, destinato a scelte molto lontane da quelle originarie, di Vittorio Badini Confalonieri e di Gaetano Zini Lamberti), si radicò soprattutto nel Sud e divenne una costellazione di vecchie clientele che impedirono di fatto la creazione di un partito idoneo ad affrontare il dopoguerra. La guida morale del partito da parte di Benedetto Croce, malgrado l’altissimo prestigio dell’uomo, non fu sufficiente a creare una classe dirigente liberale idonea: pensiamo che i più stretti collaboratori di Croce, da Guido de Ruggiero ad Adolfo Omodeo e persino alcuni dei suoi strettissimi famigliari, presero la tessera del Partito d’azione, anziché quella del partito presieduto dal filosofo. Chi avrebbe potuto esercitare il ruolo di autentico leader liberale sarebbe stato unicamente Soleri, se la sorte glielo avesse consentito. Luigi Einaudi, già senatore del Regno, divenuto governatore della Banca d’Italia con Soleri ministro del Tesoro, per la sua figura di studioso e di tecnico, più che di politico, poteva contribuire alla diffusione dell’idea liberale con i suoi scritti, ma certamente mancava del carisma politico necessario per guidare un partito che navigava nelle acque difficili del dopo-guerra nelle quali emergevano, con la pretesa di essere egemoni, i partiti di ispirazione marxista e di ispirazione cattolica.

Il Fascismo prima e la Resistenza poi avevano creato una cesura tra passato e presente che poteva apparire incolmabile, se è vero che Ferruccio Parri mise in dubbio, nel suo giacobinismo azionista piuttosto esasperato, persino l’esistenza della democrazia nell’età giolittiana che pure portò nel 1912 al suffragio universale maschile: una conquista illusoriamente realizzata forse per ampliare il consenso giolittiano con i modi sbrigativi dei famosi mazzieri più che per ampliare la base dello Stato elitario del Risorgimento. Il liberalismo appariva in parte compromesso con il fascismo, in parte legato a uomini che avevano fatto il loro tempo come Vittorio Emanuele Orlando ed in parte espresso da trenta-quarantenni, nessuno dei quali riuscì a compiere una carriera politica di rilievo nell’età repubblicana. Benedetto Croce scrisse nel 1948 al biellese Anton Dante Coda di questi quarantenni romani in modo molto severo: «In quel gruppetto romano c’è molto spirito di prepotenza, e di vanità personale e scarsa devozione al bene pubblico che richiede disciplina a sacrificio. Forse anche nessuno di essi ha senso politico né vigore di mente. Sono od ostinati o dilettanti…». Una volta lessi queste frasi ad Alda Croce a cui sono stato legato da forte amicizia ed Alda mi disse che Croce, parlando di «devozione al bene pubblico» spesso aveva in mente Soleri. È significativo che il Partito liberale, dopo segreterie fragili o fortemente oggetto di divisioni come quella di Roberto Lucifero, sia dovuto ricorrere ad un «esterno» come Giovanni Malagodi per ritrovare una relativa stabilità, anche se la sua segreteria portò ad una scissione interna come quella de Il Mondo.

L’eredità di Soleri, il quale dedicò l’ultimo anno di vita esclusivamente allo Stato, anzi direi alla Patria nel senso più alto dell’espressione, secondo l’esempio risorgimentale di Cavour, fu raccolta da Luigi Einaudi che continuò in modo eccezionale il lavoro impostato dallo statista con cui aveva collaborato e di cui era conterraneo. Giuseppe Fassino, senatore liberale per molte legislature in rappresentanza della Provincia di Cuneo, ha sostenuto, forse non senza qualche ragione, che Soleri rappresentò anche un elemento di congiunzione tra Croce ed Einaudi divisi dalla nota polemica su liberalismo e liberismo economico. Scrive Luigi Einaudi nella prima prefazione alle Memorie di Soleri: «Erano, quelli del 1945, giorni paurosi per il tesoro italiano: con le entrate quasi nulle e le spese formidabili e crescenti ed incalzanti. Il lancio del primo prestito postbellico fu seguito grazie alla sua parola precisa (di Soleri, N.d.A.) resa avvincente da un fervido pathos patriottico, da un successo insperato. Chi lo udì invocare, bianco in volto e quasi morente, ma con la calda appassionata voce di sempre, il concorso di tutti per la salvezza del paese, ebbe netta la sensazione che quel discorso fosse l’ultimo messaggio agli italiani di un uomo probo, ansioso soltanto di servire la patria sino all’ultimo respiro». Per altri versi, Einaudi mise in evidenza il tono avvincente delle Memorie per la semplicità del dettato e per i frequenti riferimenti di bonarie ironiche osservazioni di uomini politici su se stessi e sui colleghi».

Nella storia ci sono dei cicli storici che si chiudono e altri che si aprono in modo inesorabile ed ogni guerra spesso determina degli sconvolgimenti capaci di modificare il suo corso. Forse il liberalismo italiano aveva il suo ciclo con l’età giolittiana: la guerra mondiale, prima ancora che il sistema proporzionale adottato nel 1919 e il fascismo, ne aveva determinato se non la fine, certo la profonda crisi. Per altri versi, storicamente, il liberalismo italiano era dilaniato da un’anima fortemente conservatrice (Salandra) ed una democratico- progressiva (Giolitti) che spesso contribuirono a determinare scossoni alla storia d’Italia rivelatisi sovente infelici. Ciò detto, va ribadito che l’unico uomo politico che avrebbe potuto ridare smalto al liberalismo italiano sarebbe stato il piemontese Soleri ma la classe dirigente liberale - che si è succeduta nei decenni fino alla liquidazione del Partito Liberale - si è rivelata sovente incapace di seguirne l’esempio, pur in una temperie politico-culturale profondamente cambiata. Va infine detto che Soleri rappresenta l’orgoglio del vecchio Piemonte, come afferma Luigi Einaudi nella citata prefazione, che affonda le sue radici nel Risorgimento. A suo modo, Soleri è stato uomo del Risorgimento ottocentesco anche come protagonista del nuovo Risorgimento dello Stato italiano dalle macerie fumanti di una guerra perduta.

I liberali piemontesi e successivamente i finti liberal-liberisti che hanno dilapidato la tradizione liberale confondendola con il berlusconismo e il clientelismo, hanno almeno avuto il pudore di non richiamare il nome di Soleri che, per contrasto, avrebbe rivelato tutta la loro pochezza intellettuale e politica. Hanno rivelato di non avere radici o, al massimo, hanno fatto riferimento a Giolitti. La figura di Soleri come servitore dello Stato va comunque decisamente oltre l’ambito dello stesso liberalismo perché egli seppe dedicarsi con passione all’interesse del Paese. L’ultimo suo discorso del 15 luglio 1945, a Milano, neppure dieci giorni prima di morire, si chiuse con «Viva l’Italia!». Era febbricitante, ma doveva lanciare il prestito che avrebbe salvato la lira e non esitò ad affrontare la prova con uno spirito di servizio davvero eccezionale.

Nel 1945 il patriottismo era una parola fuori posto perché logorata e consunta dalla retorica fascista, che aveva portato a morire nelle steppe russe e nei deserti africani la migliore gioventù italiana. In quei momenti si gridava solo a favore della propria parte politica in un clima arroventato in cui gli interessi dei partiti, annullati da vent’anni di dittatura, trovavano libero e non sempre positivo sfogo. Soleri poté invece chiudere il proprio discorso con un grido patriottico, lasciandoci come sua estrema eredità l’idea di sentirsi innanzitutto italiani, al di là e al disopra delle parti. Per poter ricostruire il Paese distrutto dalla guerra. Resta questo il suo più grande insegnamento che fa di lui non tanto un politico, ma uno statista degno di entrare nella migliore storia di questo Paese. L’Italia che continua a prediligere la faziosità, difficilmente può intendere la sua voce lontana. Come mi disse una volta lo storico socialista del Risorgimento Aldo Garosci, Soleri “è la voce di un’altra Italia, è l’espressione di un altro Piemonte che avuto esempi simili solo nell’800 risorgimentale”. Ci sarà chi vorrà ricordarlo? A partire da Cuneo e dai suoi alpini, di cui fu presidente nazionale?

PER FRANCO QUAGLIENI
storico, direttore del Centro Pannunzio di Torino
[L’originale è stato pubblicato da questo sito]

IMMAGINI. 1. Ritratto di Soleri dalla copertina di una edizione delle sue Memorie (rielaboraz. grafica di N.Valerio). 2. Fotografia di Soleri Commissario agli approvvigionamenti nel 1920 a 38 anni (rielaboraz. grafica di N.Valerio).

AGGIORNATO IL 6 MARZO 2015


18 gennaio, 2015

 

Fascismo. Vent’anni di corruzione dei gerarchi e di Mussolini. E Matteotti muore per il petrolio.

Messaggero Caduta Fascismo 1943Un luogo comune tipicamente italiano, durato fino alla fine degli anni 50, è che, sì, «il Fascismo è stata una dittatura, ha tolto la libertà agli Italiani; ma almeno era onesto!». Sulla “onestà personale” di Mussolini, poi, perfino molti antifascisti avrebbero messo la mano sul fuoco. Ebbene, è una sciocchezza.

Le dittature non sono meno corrotte, ma più corrotte delle democrazie. Per ovvi motivi: occupano tutti gli spazi politici e decisionali, non hanno controlli politici, finanziari e di mercato economico, favoriscono i monopoli, cadono nel favoritismo (“premiare i militanti”) e nel nepotismo ecc. Perché il Fascismo avrebbe dovuto fare eccezione? Anzi, come fenomeno italiano ha assommato in sé la patologia del totalitarismo (spesso interpretato in una scimmiottatura grottesca, da operetta) con i limiti delle vecchie classi dirigenti, mai state liberali tranne che nella parentesi del Risorgimento, se non addirittura coi difetti secolari, “genetici”, della popolazione della Penisola: la predisposizione alla raccomandazione, all’inosservanza delle regole, alla corruzione, al peculato. In questo senso, perciò, come ebbe a scrivere Piero Gobetti, il Fascismo è davvero lo specchio, anzi la «autobiografia della Nazione». Insomma, sia Croce (Fascismo come malattia o brusca interruzione), sia Gobetti (Fascismo come epilogo di antichi mali) hanno ragione.

Infatti, appena Mussolini prende il potere nel 1922, e ancor più dopo il 1925, quando il Fascismo si rafforza e s’impone definitivamente come regime totalitario, la corruzione dilaga e si scatena l’ingordigia dei gerarchi e del Duce stesso.

Lo rivela con ricchezza di documenti una ricerca condotta presso l’Archivio centrale dello Stato da storici di valore come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti e Lorenzo Santoro. Sono prove che inchiodano il Fascismo. Ora una interessante puntata del programma Rai-Tv (Rai-Tre) “La Grande Storia” (Fascismo: dossier, ricatti e tradimenti), di Enzo Antonio Cicchino (consulente storico: Giovanni Sabbatucci), introdotto e commentato da Paolo Mieli. La trasmissione dura oltre 100 minuti, ed è visibile qui. Sono così offerti finalmente al largo pubblico in una buona divulgazione alcune notizie tratte da saggi che ormai hanno una certa età, ma che finora erano consultati solo da studiosi, come quelli di Mauro Canali (Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997) e di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino (Il golpe inglese, Chiarelettere, 2011).

Inedita e molto interessante la parte che riguarda la corruzione diffusa nella classe dirigente fascista, a cominciare dai capi. Pochi ricordano che tra le rivelazioni annunciate dal deputato socialista Matteotti e che portarono al suo assassinio, quelle sugli scandali economici del Fascismo erano le più importanti. Ebbene, ora si è trovato che lo stesso Mussolini era al centro dell’affarismo sulla dismissione del materiale bellico: una lettera parla di una tranche di 250 mila lire consegnata a mano. Ma fu il petrolio a far morire Matteotti. Aveva scoperto che il Fascismo aveva concesso – gratis e senza tasse – alla Sinclair Oil, affiliata della Standard Oil, l’esclusiva per 90 anni di tutte le estrazioni in Italia. Un privilegio enorme e inspiegabile.

Da buon segugio, Matteotti fiuta il marcio. Si reca a Londra e dai compagni laburisti inglesi ottiene le prove, fornite dalla concorrente esclusa dalla gara, la BP. Un giornale inglese parla di una tangente di ben 30 milioni di lire (degli anni Venti!) consegnata ad Arnaldo, fratello di Mussolini, “affarista di famiglia” presente in tutte le operazioni, come lo definisce la ricerca degli storici trasmessa dalla Rai, e ad altri. Purtroppo, Matteotti, pedinato dall’Ovra fascista, commette l’errore di far capire che sa. E’ la sua condanna: sarà ucciso il 10 giugno 1924. Dopodiché, scomparso Matteotti, eliminata l’opposizione, decapitati e asserviti tutti i giornali, il Fascismo si presenterà con la falsa maschera di “regime onesto”, a cui crederanno i tanti italiani ingenui o ignoranti che si ritengono “fascisti perbene”. [Sul delitto Matteotti e le “mazzette del Duce” si veda anche questo articolo tratto dai saggi citati].

Così, per i gerarchi, capi e capetti, per il Duce stesso, il Fascismo diventa subito una gallina dalle uova d’oro. Accumulano così immense fortune. Primi tra tutti Farinacci, l’estremista più esaltato ma non certo il più onesto, e il potentissimo Costanzo Ciano. Si arricchiscono anche i gerarchi inviati in Africa: per loro era normale chiedere una percentuale del 10% su tutti i contratti e appalti, come denuncia una lettera d’un fornitore di Napoli

I gerarchi fascisti sono apparentemente liberi, senza alcun controllo ufficiale. In realtà sono occhiutamente spiati dalla Polizia, i cui informatori riferiscono tutto a chi di dovere, primo tra tutti il Duce, e tutto viene tradotto in minuziosi e burocratici documenti cartacei che vanno a riempire migliaia di faldoni, ancora largamente presenti nel nostro Archivio di Stato. 

Mussolini, con i propri e altrui scheletri nell’armadio, chiude tutti e due gli occhi sulle ruberie altrui, ma ansioso e insicuro com’è, continua a far sorvegliare e spiare i gerarchi, di cui conserva i dossier, per poterli all’occorrenza tenere in pugno e ricattare. Altro che unitario, il Fascismo è un covo di vipere! Il Regime – dice la scheda di presentazione della Rai – brulica di «dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, ricatti. Un ventennio di ricatti! Gerarca contro gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica. E Mussolini su tutto e su tutti fa spiare, controlla, punisce, muove le sue pedine».

Del resto, fin dalla vigilia della Marcia su Roma, ancor prima di prendere il potere, si era premunito di enormi finanziamenti. Alti esponenti delle banche e dell’industria che vanno a fargli visita lasciano sulla sua scrivania all’Avanti l’equivalente di molti milioni di euro, in cambio della promessa mussoliniana di leggi a loro favore una volta preso il potere.

Le ricerche hanno documentato anche versamenti di enormi somme di denaro presso la banca del Vaticano (Ior), in Brasile e perfino negli Stati Uniti, anche riconducibili a Mussolini, tre anni prima della dichiarazione di guerra (evidentemente improvvisata, se non aveva pensato alla fine che avrebbe fatto il suo cospicuo deposito ...).

E che ne è dei pochissimi gerarchi onesti? Alcuni addirittura protestano per le ruberie, e in tal caso scattano le dimissioni d’autorità, l’emarginazione, fino al confino, magari, per fare buon peso, con una bella accusa di “pederastia”. Mussolini e il Fascismo sono ossessionati dal sesso e dalle abitudini sessuali.

Infine, dopo il 1938, con la promulgazione delle famigerate leggi razziali, nuove insperate fonti di guadagno si aprono per i gerarchi, grazie alla spoliazione dei beni degli ebrei. Ai cittadini italiani (“ariani”) che denunciano – tra cui la stessa amante di Mussolini, Claretta Petacci – vanno cospicue percentuali dei beni ebraici. Per gli ebrei non anti-fascisti viene inventata una costosissima procedura di “arianizzazione” che tra tasse, mazzette ed esose parcelle degli avvocati, li spolpa vivi.

Una bella trasmissione, che si raccomanda, e che tutti dovrebbero vedere.

AGGIORNATO IL 18 GENNAIO 2015, 16.37h


14 gennaio, 2015

 

Presidente della Repubblica. Esperto, saggio e coraggioso, così deve essere per la Costituzione.

Giorgio NapolitanoGRAZIE, GIORGIO NAPOLITANO! Da liberale voglio ricordare quello che è stato di gran lunga, anche per signorilità, stile e correttezza, il miglior Presidente della Repubblica in Italia, insieme con Einaudi. Figura a cui, non per caso, Napolitano disse di volersi ispirare, pur provenendo dal Pci. Ma, ammettiamolo, neanche Einaudi, da Presidente, si trovò in simili contingenze. E per fortuna come Einaudi anche Napolitano era di quella bella generazione per cui i doveri vengono prima dei diritti, e il senso dello Stato, la difesa della Patria (parola che ogni farebbe sghignazzare i ragazzotti sottoculturali su internet ed eccitare solo i teppisti fascistelli) sono l’ultimo scopo della Politica.

E anche grazie a questo, forse, è stato un uomo – e un uomo politico – serio e onesto, di grande rigore e professionalità, grande conoscitore della dinamica Politica e delle Istituzioni, con molta esperienza personale in Italia e all’Estero, garante convinto dell’Unità d’Italia, europeista, arbitro neutrale e giusto, laicista deciso ma senza inutili esibizioni, tanto da essere molto stimato anche da due Papi, oltre che dai Capi di Stato e Governo degli Stati Uniti, Germania, Regno Unito e dell’Europa tutta.

Guy Verhofstadt, leader dei Liberali al Parlamento Europeo e buon conoscitore dell’Italia e della sua politica, ha scritto: «Grazie Napolitano! La ringrazio, Presidente, per il continuo impegno e sostegno ai principi europei in Italia: continuiamo a contare su di lei!»

Con saggezza e lungimiranza ha inciso sulla vita politica dell’Italia e dell’Europa. In momenti di grandi sfide ha reagito con avvedutezza trovando compromessi che hanno giovato al suo Paese e a quelli dei suoi partner» ha riconosciuto il Presidente tedesco Joachim Gauck, che lo ha ringraziato «per l’instancabile impegno a favore del disegno europeo e della comprensione tra Italia e Germania». E ancora: «Il presidente Giorgio Napolitano è un grand’uomo, un uomo di storia che ha stabilizzato l’Italia in momenti molto critici, e stabilizzando l’Italia ha stabilizzato anche l’Europa: non ha meriti semplicemente nazionali, ma anche europei» (Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo). Che così ha proseguito: «Un ricordo bellissimo che ho di Giorgio Napolitano è il processo della ratificazione della Costituzione Europea. È stato un cammino per lo stesso trattato di Lisbona, un momento che ho condiviso con lui. Un uomo di grande esperienza politica, e io stesso ho approfittato delle conoscenze che aveva all’epoca»

E perciò è stato anche ricco di idee, fantasia politica, cultura e carisma, lucidissimo e capace di esporre complessi concetti a braccio fino a quasi 90 anni, eroico nel volersi sobbarcare, per l'insistenza dei politici incapaci, un’ulteriore fatica in tarda età, quella della riconferma. Una circostanza eccezionale dovuta alla crisi politica, che si è ricomposta come annunciato dopo un anno, con le dimissioni per motivi di tarda età e stanchezza, alla fine del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea.

Ma sarebbe stato un Presidente qualunque se non avesse saputo rispondere con idee, fantasia e coraggio eccezionali ai momenti di grave crisi delle Istituzioni, quando un intero Parlamento neoeletto, frastornato, senza esperienza e senza idee, in disaccordo su tutto, non sapeva chi eleggere e che cosa fare.

Giorgio Napolitano negli anni 70 Lui, malfermo in salute, ormai stanchissimo, fu costretto ad accettare un nuovo mandato «perché c’era in gioco l’interesse nazionale, cioè qualcosa che per lui contava più di qualsiasi prezzo ci fosse da pagare» ha scritto Arrigo Levi che gli è stato vicino come amico e consigliere. Perché Napolitano appartiene «alla generazione che viene dall’antifascismo e si identifica in una concezione del dovere molto forte. Se si fosse sottratto a quella chiamata nel nome della Patria - e so di usare un’espressione fuorimoda e spesso carica di valenze retoriche - Napolitano avrebbe vissuto il proprio ritiro come una diserzione. Insomma, era indispensabile che rimanesse al suo posto per la salute della Repubblica. Per fortuna, con grande sacrificio, ha onorato l’impegno».

Per salvare l’Italia si inventò il governo «tecnico» di Mario Monti, poi le «larghe intese» di Enrico Letta e l’esecutivo «di scopo» (le riforme) di Matteo Renzi. Altro che «debordare dai propri limiti», come alcuni faziosi senza memoria hanno insinuato: tutti i Presidenti, e tanto più i grandi, nei periodi di crisi, «hanno colmato i vuoti della politica con scelte penetranti e incisive», ha detto Levi.

Napolitano ha così salvato anche all’Estero l’onore dell’Italia, compromesso non solo dalla crisi economica e finanziaria, ma da rappresentanti del Popolo dilettanti, velleitari e inadeguati come in poche altre volte nella nostra Storia.

Napolitano ha utilizzato al meglio, meglio di tutti i suoi predecessori, gli altissimi e ampi poteri che la bella Costituzione Italiana affida al Presidente (che solo gli ignoranti continuano a dire che devono limitarsi a quelli di mero arbitro e rappresentante dell’Unità nazionale): sciogliere il Parlamento, nominare in totale autonomia il Capo del Governo, dire no a leggi e decreti, inviare messaggi al Parlamento, comandare le Forze Armate, presiedere il Consiglio della Magistratura ecc. Un bravo Presidente deve intervenire, eccome, specie nel litigio continuo degli Italiani e con una Costituzione che gli affida così tanti e importanti compiti.

Altro che accuse di aver travalicato i propri compiti. Meno male: ha svolto un compito salutare di supplenza verso il vuoto di potere di Governi e Parlamento. Anzi, ha detto bene un commentatore laico, Enrico Cisnetto, poteva fare ancora di più, per esempio spingere perché Governo e Parlamento dessero vita a una nuova fase Costituente.

E ovviamente, pur molto amato e considerato dai cittadini, era stato criticato dalla Destra perché “ex-Pci”, dalla estrema Sinistra e da Grillo perché “troppo accondiscendente con Berlusconi”, e infine fatto oggetto di attacchi da certi settori ultras della magistratura. «Non credo, assolutamente, che un uomo come lui abbia fatto nulla che deragliasse dai principi repubblicani, che si sia mosso fuori da una piena consapevolezza dei suoi doveri», ha detto Levi. «Lo dimostra la tranquillità - in quel caso ben più che un dono di carattere - con cui ha affrontato quella prova di forza».

Una figura fondamentale e centrale nella Costituzione, quella del Presidente, che Napolitano, dobbiamo riconoscergli, ha impersonato come pochissimi altri con grandissima dignità e prestigio, riconosciuti anche in tutta Europa e in America. Esperto, saggio e coraggioso, così deve essere, anche per adempiere ai compiti della Costituzione italiana, un buon Presidente della Repubblica.

Grazie a Giorgio Napolitano. Non lo dimenticheremo mai. E anzi rabbrividiamo al pensiero di chi ora potrebbe succedergli. Nessuno dei “papabili” ha la sua caratura.

IMMAGINI. 1. La foto ufficiale da Presidente della Repubblica. 2. Una immagine degli anni Settanta.

AGGIORNATO IL 21 GENNAIO 2015


29 dicembre, 2014

 

Mellini. In crisi non solo la Giustizia, ma anche il Diritto. E sempre più leggi, di casta e “speciali”.

Oramai non si tratta più di “crisi della giustizia”, né di rovina della giustizia. E’ dell’intero sistema giuridico-giurisdizionale che, in crisi da tempo, si profila una catastrofe. Si dirà che considerazioni simili sono quelle di un vecchio, tale non solo per il peso degli anni, ma per l’appartenenza ad un mondo del passato, incapace di vedere l’avvenire, il futuro, un sistema diverso, imposto dall’esplosione delle novità tecnologiche, dalle trasformazioni sociali, dall’omologazione economico-culturale in atto nel Pianeta. Vorrei tanto che fosse così. Vorrei, in sostanza, essere ceco per non dover prendere atto che è buio pesto e non si vede più luce.

Per decenni ho predicato al vento l’incombere di una “notte della giustizia”, che ho predetta, rilevando l’ineluttabilità della catastrofe di sistemi “provvisori” sempre più inestirpabili e “normali”: il doppio binario di una giustizia “anti”, “di lotta” contro questa o quella forma di criminalità “speciale” (di cui ve ne è sempre una incombente: il terrorismo, la mafia, la droga, la corruzione etc. etc.) convivente in uguale abitualità con la giustizia “ordinaria”, col risultato dell’emergere della regola del bimetallismo monetario di cui si occupano gli illuministi italiani: quella per cui “la moneta cattiva caccia quella buona”.

Le garanzie della giurisdizione sono state condizionate alla “finalità”, la salvaguardia della funzione giurisdizionale è oggi il fine primario (non era già accaduto questo con la giustizia dei “parlamenti” in Francia o altrove?). E la magistratura è divenuta corporazione-partito capace di anteporre “la lotta” alla legge ed al diritto e portata a mettere in atto perfezionate “macchine di persecuzione” del “nemico” del momento (ce n’è sempre uno da debellare) Obiettivo primario, davanti al quale cadono regole, tradizioni, senso della giustizia e delle proporzioni (chi potrebbe negare che la macchina della persecuzione si è scatenata contro Berlusconi, che non solo ne è stato sconfitto ma ne è stato messo in condizioni di non essere più nemmeno capace di denunciare come fatto politico centrale ciò che ha dovuto subire).

La connessione tra sistema di diritto sostanziale ed ordinamento giurisdizionale e la propagazione delle situazioni di crisi dall’uno all’altro è evidente. Ma è ancora più evidente e grave quando l’esercizio delle giurisdizioni diventa “cosa in potere” di una casta e di una casta-partito, capace di determinare col suo peso e con i condizionamenti che impone al sistema politico e alle altre istituzioni, mutamenti di quel sistema di diritto cui dovrebbe obbedire nella funzione di applicarlo.

Così tutto il sistema giuridico processuale ed anche quello sostanziale vengono assoggettati ad una evoluzione in funzione della casta esercente la giurisdizione e delle sue esigenze. In primo luogo quella di “alleggerirne” il lavoro, “smaltirlo”, “semplificarlo” per arrivare ad un “prodotto” maggiore. Il che, poi, alla lunga distanza, produce l’effetto del tutto opposto: il deprezzamento qualitativo della funzione giustizia determina la sua inflazione ed un ulteriore impulso verso il moltiplicarsi dei giudizi ed il loro ulteriore intasamento.

Al deterioramento per incontenibile gigantismo della giurisdizione, corrisponde una patologica elefantiasi del diritto sostanziale, che per la sua stessa mole e per il carattere intricato, approssimativo e disarmonico delle leggi che lo compongono, diventa incontrollabile e insopportabile dalle istituzioni e dai soggetti privati che dovrebbero osservarlo.

L’elefantiasi è una malattia mortale per il diritto. L’accumularsi di norme disarmoniche ed inestricabili, che privati cittadini e pubbliche amministrazioni non sono in grado di osservare e far osservare e di cui l’apparato giudiziario non riesce esso stesso ad assicurare la certezza e l’applicazione, finisce per cancellare ogni criterio di legalità.

La corruzione trova nell’elefantiasi e nell’inapplicabilità delle leggi la ragione primaria del suo diffondersi e radicarsi come “sistema alternativo” che nessuna “campagna” repressiva, nessun aumento spropositato delle pene riesce a reprimere e contenere.

Il sistema penale italiano, che pure è stato considerato uno dei più perfezionati e meglio sistemati nella scienza del diritto da parte di studiosi di diversi paesi, è oramai scardinato per la rottura di alcuni suoi punti essenziali.

Ho avuto anche di recente occasione di riflettere e scrivere sul declino e la soppressione del “principio di legalità” nel diritto penale del nostro Paese. Fatti ulteriori stanno rendendo ancor più evidente tale fenomeno e ne stanno accelerando ed approfondendo il realizzarsi.

La legislazione antimafia, fondata sulla assai labile definizione del reato di associazione mafiosa (che è piuttosto - art. 416 bis c.p. - il tentativo di una rappresentazione sociologico-criminale dei fenomeni esistenti) e sulle fantasie giurisprudenziali, con la lievitazione dei livelli delle pene e la dichiarata “finalità di lotta”, con la creazione di un apparato giudiziario speciale, dalle competenze non troppo ben definite, ha fatto venir meno principi, modelli, proporzioni essenziali del sistema penale oltre che in quello processuale.

Il “modello antimafia” riproposto ogni volta che un fenomeno criminale si presenta all’attenzione della pubblica opinione creando allarme e sdegno, si è esteso alla repressione del traffico di droga, ora si vuole estendere anche alla repressione della corruzione.

Di contro il progetto, che tanto piace agli orecchianti di questioni giudiziario-penali, di introdurre il provvedimento di “non doversi procedere per ritenuta scarsa rilevanza del fatto”, scardina definitivamente il principio di legalità, sostituendo quella dell’aleatorietà della repressione penale, determinata dagli umori dell’opinione pubblica e, soprattutto, dal maggiore o minor carico di lavoro nelle varie sedi giudiziarie (la “scarsa rilevanza” è sempre tale dove c’è maggior carico di lavoro!).

Ma, intanto, la Corte di Cassazione ci mette, ancora una volta, del suo nello scardinamento dell’architettura del sistema giuridico. Pensiamo all’affermarsi del principio dell’”abuso del diritto”. Non è solo la violazione di un antico e collaudato principio della razionalità giuridica (“qui suo iure utitur neminem laedit”). Affermare che si possa al contempo fruire della legittimità assicurata dall’ordinamento ed abusare di essa per un fine che criteri “legali ed extralegali” (così la Cassazione) considerano negativi, è una contraddizione in termini che distrugge ogni concetto di globalità ed armonia del diritto, per affidarne l’apparenza alle contraddizioni di spinte occasionali inevitabilmente arbitrarie.

Si dirà che tutto ciò è semplicemente il prodotto di un diritto che si affanna a correr dietro all’evolversi turbinoso delle tecnologie, della società, della scienza.

C’è qualcosa di vero in tale proposizione, E’ vero che la globalizzazione tende ad introdurre nei sistemi giuridici particolari elementi di altri, diversi sistemi. Ma il passivo ricorrere ad istituti stranieri (in particolare del sistema dei paesi del Common Law), nel nostro sistema “europeo continentale” del diritto codificato, con un sistema giurisdizionale (e con giudici) radicalmente diversi, porta ad incongruenze che sopraffanno il vantaggio delle nuove esperienze e rende negativo l’ingresso in più vasti contesti giuridici culturali di cui tali novità sembrano tener conto.

Il cambiamento è, anche per il diritto, nelle cose, nell’ineluttabilità dello sviluppo della storia. Ma cambiamento non è distruzione. E’ tale solo se con esso si realizza un’armonia diversa.

Ciò che ci induce a parlare di catastrofe non è certo l’affondare di vecchi schemi, ma la totale assenza di prospettive nuove. Non c’è la luce dell’avvenire. La distruzione, la catastrofe, restano tali.

MAURO MELLINI (da Giustizia Giusta)


19 dicembre, 2014

 

Crisi economica e corruzione? Italiani, la colpa è nostra, scopre (meglio tardi che mai) Il Fatto.

Meglio tardi che mai. Che perfino un giornale italiano, e pure uno che si spaccia per anticonformista come Il Fatto Quotidiano, dia del “pirla” al cittadino italiano medio, contravvenendo al Primo Comandamento del giornalismo, l’ottuso “divieto di parlar male dei lettori”, è un segno dei tempi. Ma come, i “cittadini” non erano “la parte sana”, l’unica speranza di rinascita (e di autogestione dal basso di uno Stato minimo e condiviso) sia per Il Fatto, sia per il Movimento di Grillo, di cui il giornale condivide molte tesi? Come interpretare il cambiamento? Con un sillogismo a sua volta squisitamente giornalistico e sociologico. Se ormai molti Italiani, perfino i più distratti, assenti e sottoculturali, i più corrivi, i più ignoranti in tema di Democrazia liberale e di funzionamento delle Istituzioni, i più ingenui in fatto di psico-sociologia del Potere (ma anche della vita quotidiana), cominciano a capire che non è certo dalle alternative politiche, da un nuovo Governo Bianchi o Rossi o Neri, né da un Parlamento – per ipotesi – di tutte casalinghe “a rifiuti zero”, o disoccupati volontari “per il bene comune” o pensionati che praticano la raccolta differenziata, che potrà mai venire la nostra rinascita nazionale, ma solo dalla nostra individuale maturazione civica, etica e culturale, allora anche un giornale deve dirlo. Perfino Il Fatto.

Così è accaduto che il giornale definito dagli avversari di Destra, Centro e Sinistra il più “protestatario” e “dietrologico“, il più “populista” e “arruffa-popolo”, il più “allarmista” e “complottista”, il quotidiano – basta dire – in cui scrivono quegli ironici e superciliosi simpaticoni che sono Travaglio e Scanzi, perfetti bastian contrari da tv, diretto da quel cordialone “cuore in mano” d’un Gomez che per contrasto fa apparire come umana e divertente perfino la Giulia Innocenzi, abbia pubblicato un articoletto nel quale si danno tutte le colpe non banalmente alle solite “Destra e Sinistra unite, che ormai sono la stessa cosa, perché di comune accordo imbrogliano gli Italiani e, altro che Riforme, di nuovo producono solo parole, quando non leggi balorde” (spero di aver sintetizzato bene), ma agli stessi Italiani.

E chi sarebbero questi Italiani, improvvisamente sbucati fuori dalle tenebre giornalistiche della polemica politica, se non quei sacrosanti e intoccabili “cittadini” che il Movimento di Grillo, nato – ricordiamo – dalle spontanee liste civiche? E, continundo il sillogismo, non sono forse i grillini quella base “sana” a cui sembra spesso rivolgersi Il Fatto, sia negli articoli, sia come platea di lettura?

Macché, sembrano dire al giornale, «Contrordine, cittadini. Siete voi, per la vostra ignoranza e pigrizia, per la vostra distanza e indifferenza, e anche – diciamolo – per la vostra corruzione, la causa prima del degrado dell’Italia». Oddio, che sta succedendo? Non saranno diventati all’improvviso liberali al Fatto Quotidiano?

E allora siamo d’accordo. Anzi, cose del genere le abbiamo dette fin dai tempi del liceo sui giornaletti studenteschi, e poi su quelli universitari. Il Fatto arriva un pochino in ritardo. Meglio tardi che mai.

Stupidi e incapaci, sì, ma che cosa fare per migliorare? Questo l’articolista non lo dice. Lo diciamo noi, a costo di far la parte di pedagogisti dell’Ottocento (ma c’è poco da prendere in giro: è l’ultimo secolo in cui come popolo siamo stati dignitosi). E’ chiaro che c’è urgente bisogno di formazione culturale e ideale dei cittadini. Bisogna tornare alle idee, ai ragionamenti, all’intelligenza. “Fare” non serve a nulla, anzi, fa solo danni, se prima non ci sono idee e e cultura. Dice: ma ormai i cittadini sono così dappertutto; hai visto quanti votano in Gran Bretagna o negli Stati Uniti? Ma no, per noi è diverso. La gente in Italia non può copiare le distratte borghesie mature dell’Occidente, già consapevoli dei propri diritti e doveri nel Settecento. Loro, beati loro, “hanno già dato”, cioè già si sono impegnati nelle generazioni passate. Noi no, noi ignoranti a quei tempi “non eravamo ancor popolo, eravamo divisi” (per parafrasare un Inno che appare ancora più veritiero alla luce della nostra storia post-unitaria), e in seguito dimenticando il Risorgimento ci siamo coperti di vergogna con fascismi, clericalismi, uomini qualunque, comunismi, berlusconismi, leghismi e grillismi. Mentre gli alti Paesi costruivano la democrazia, noi sceglievamo sempre e soltanto autoritarismo o conservatorismo o populismo, mai la democrazia liberale.

Gli Italiani hanno tanto lavoro che si è ammucchiato nelle generazioni: devono riprendersi la Democrazia liberale, devono partecipare alla vita dei partiti, devono di nuovo interessarsi della Cosa Pubblica, devono studiare e decidere le alternative possibili, devono imparare a valutare e scegliere i delegati alla Politica, anche a costo di giocare meno con la playstation o a burraco, di non accompagnare la figlia a lezione di danza, di andare meno al ristorante. Ripetiamo: non possiamo imitare gli altri popoli democratici: non abbiamo mai fatto i compiti e dobbiamo studiare tutto il programma. Tanto lavoro arretrato che si porterà via una generazione.

O così o niente. La Democrazia liberale è fondata sulla cultura, sulla passione politica,  sulla visione “di Governo”, sul senso critico, sulla partecipazione e sul controllo assiduo dei rappresentanti, sul senso civico, sociale e sulla solidarietà, se lo mettano in testa gli Italiani. Ogni altra soluzione è illusione. La democrazia liberale non si fa dall’alto o con una leggina, ma dal basso. E’ tempo, insomma, di continuare quel Risorgimento interrotto che avevamo cominciato così bene nell’Ottocento.

E se ormai non fa più scandalo dire che “il re è nudo”, e che questo viziatissimo re è proprio il popolo italiano, così bravo a bofonchiare, borbottare, spettegolare, lamentarsi, piagnucolare, sparlare del prossimo, inveire sul Governo, ribellarsi (a parole: al bar, sotto l’ombrellone, in sala d’aspetto, in treno, nei talk show televisivi, ma anche con cortei in piazza: è la stessa cosa), ma nello stesso tempo ad aggirare o infrangere le regole, a infischiarsene degli altri, anche a un giornalista del Fatto Quotidiano sarà venuto in mente di scriverlo. Lo avranno digerito bene in Redazione? Forse sì, al Fatto c’è tutto e il contrario di tutto: hanno deciso di cavalcare ogni protestantismo. E dunque anche Ferruccio Sansa può dire la sua.

Ma, a proposito, Sansa, chi? E’ il figlio del noto magistrato ed ex sindaco di Genova, Adriano. Ma allora, se non ricordiamo male, qualche anno fa deve aver avuto qualche simpatia grillina, o meglio, il Movimento aveva visto in lui un possibile candidato locale. Il precedente non ci dispiace. E’ ancora più bello che un giornalista a suo tempo non lontano da un Movimento che aveva idealizzato la casalinga e il pensionato come simboli di virtù civiche a prescindere da esperienze e competenze, e che poi aveva fatto eleggere in Parlamento perfetti “signor Nessuno”, cioè cittadini qualunque senza arte né parte, abbia scoperto che le colpe della crisi, del degrado e della corruzione sono (lui scrive “anche”, noi diciamo “soltanto”) dei cittadini Italiani. NICO VALERIO

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CARI ITALIANI, SIAMO DEI PIRLA

«Cari italiani la colpa è anche nostra». Immaginate un politico che esordisse così. Immaginate un Presidente della Repubblica che ce lo dicesse in faccia nel discorso di Capodanno, mentre guardiamo distratti intrippandoci con lo zampone. E poi:

«Basta dare la colpa all’arbitro, agli avversari fallosi e al pallone sgonfio come fanno le squadre piagnucolose. Basta prendersela con l’euro, la Germania, gli immigrati, le mezze stagioni che non ci sono più. Abitiamo forse nel Paese più bello del mondo. Abbiamo una qualità della vita ancora ineguagliabile, che non nasce solo dalla bellezza, dal clima, dal cibo frutto della nostra terra, ma anche da noi; da quella cordialità, quel calore, che rivelano un senso della vita profondo. E invece ecco come ci siamo ridotti.

Pensiamo alla Sicilia dove lo Stato e la Regione sono diventati solo vacche da mungere e non ci si accorge che derubiamo noi stessi. Che ci mettiamo un soldo in una tasca e ne perdiamo uno dall’altra. Prendiamo sussidi perfino per le vendemmie che non facciamo e così le scuole vanno a pezzi.

Pensiamo a Roma, che a camminare tra i palazzi è una gioia per gli occhi, che fa una pippa alle capitali del resto del mondo. E dove invece si vive così faticosamente, intrappolati nel traffico, dove ci sono voluti più di vent’anni per fare mezza metropolitana quando a Londra ne facevano 400 chilometri.

Pensiamo al Veneto, alla sua campagna dove Tiziano e Tintoretto venivano per cercare i colori, e dove in pochi anni abbiamo costruito una muraglia cinese di capannoni rimasti vuoti che messi in fila sarebbero lunghi 1.800 chilometri.

Pensiamo alla Liguria dove un mese fa c’è stata l’alluvione e oggi gli unici cantieri che lavorano sono quelli per aggiungere nuovo cemento. Altri centri commerciali a due passi dai fiumi, altri condomini in una regione che ha il record di case vuote.

Pensiamo alla Lombardia che aveva la sanità migliore del mondo e oggi l’ha offerta ai privati e lottizzata.

Pensiamo a Milano che sapeva unire spirito di impresa e solidarietà, borghesia e socialismo (non quello di Craxi, però) e che oggi si lascia passivamente infiltrare dalla ‘ndrangheta e punta il dito contro gli immigrati.

Lo so, mi date del disfattista, pensate che vi abbia fatto l’elenco dei disastri. È il contrario, invece: queste sono tutte occasioni. Per realizzarle non serve il Tav, non abbiamo bisogno dei soldi dell’Europa, di cacciare gli immigrati. Basterebbe cambiare la nostra testa, smettere di corrompere, evadere, rubare a noi stessi».

Chissà come la prenderemmo se un politico non ci dicesse più che siamo solo un popolo di santi, poeti e navigatori: «Cari italiani siamo stati dei pirla» (per usare il dialetto di Salvini, ma vanno bene anche mona, ciula, belin, minchioni), «ma possiamo cambiare. Questa sarà la nostra rivoluzione». FERRUCCIO SANSA

AGGIORNATO IL 23 DICEMBRE 2014


01 dicembre, 2014

 

La vergogna dell’8 per mille: lo Stato italiano finanzia la Chiesa con i soldi dei non-credenti.

8 per mille alle religioni 1990-2014 Dite la verità: quanti fedeli della religione delle “Assemblee di Dio” avete conosciuto nella vostra vita? Uno, due? Io neanche uno. Stupendi templi ricchi d’arte da mantenere? Nessuno. Migliaia di preti? Neanche. Eppure nel solo 2014 questa “confessione-fantasma”, ha ricevuto dallo Stato un finanziamento di ben 1.457.185 di euro, quasi 3 miliardi di vecchie lire, grazie alla famigerata legge dell’8 per mille che permette ai cittadini di destinare a una confessione religiosa una percentuale delle imposte dovute allo Stato (Stato che non ha un euro per arte-cultura-scienza, il nostro vero patrimonio, e la nostra industria elettiva insieme alla difesa del territorio).

E hanno ricevuto quasi il doppio, 2.273.891 di euro, gli Avventisti del 7.o Giorno, noti negli Usa per il loro vegetarismo, ma in Italia mai visti, almeno da chi scrive. Tutto questo per la dabbenaggine dei cittadini contribuenti (che d’ora in poi non potranno lamentarsi se cultura e territorio sono abbandonati a se stessi...), i secondi dal 1990 a oggi hanno incassato con l’8 per 1000, ben 53 milioni e mezzo di euro, mentre i primi 21 milioni di euro. Ma queste sono solo le briciole dell’8 per mille: il grosso se lo è pappato la Chiesa Cattolica: solo nel 2014 ha ricevuto l’enorme somma di un miliardo di euro, pari a circa 2000 miliardi di lire (e finora, dal 1990 a oggi, la stratosferica somma di 18 miliardi di euro). Lo Stato italiano, invece, solo le briciole: appena 170 milioni quest’anno, non solo per le scelte dei contribuenti, ma anche per la propria insipienza e colpevole passività (tesa a favorire sottobanco la Chiesa).

Ma a poco a poco queste cifre sono diventate troppo alte: i cittadini italiani, ottusamente, stanno destinando alle religioni troppi soldi, complice una legge sbagliata e ancor più delle norme di attuazione truffaldine. Non era meglio, rag. Rossi e sig. Bianchi, se quei soldini andavano allo Stato Italiano, con tutto il suo deficit, per la tutela delle opere d’arte e del territorio in dissesto idrogeologico?

Ora, una delibera della Corte dei Conti addita all’attenzione dei cittadini proprio questa grave stortura nell’applicazione di una legge già di per sé eccentrica rispetto ad altre consimili leggi europee: la Chiesa e le altre confessioni religiose riconosciute dagli accordi, non solo ricevono troppi soldi destinati in origine alle opere dello Stato (che lo Stato non può più permettersi), ma ricevono anche, abusivamente, le quote di IRPEF dei cittadini che non esprimono alcuna scelta, in proporzione con le percentuali delle preferenze espresse. Così chi ha avuto, per ipotesi, il 5% delle preferenze espresse si prende anche il 5% di chi non ha espresso nessuna preferenza, perché ateo o distratto o pessimista sul funzionamento di questa legge, o perché è disinformato ed è convinto che nessuna delle non-preferenze vada ad arricchire una qualsiasi religione, ma che tutte le non-preferenze portino soldi allo Stato. Ma così non è: le religioni sono finanziate anche da chi non crede in loro e anzi le avversa, come scettici, agnostici e atei. Un paradosso che ovviamente nasconde una situazione di illegalità.

Perciò interviene la Corte dei Conti. Che fa notare, con una lunga, interessante e schietta relazione ricca di tabelle, che la Chiesa Cattolica, con appena il 37,9% delle indicazioni espresse dai cittadini, ha ricevuto nel 2011 ben l’82,3% dell’intera somma, e cioè 1.054 milioni su un totale di 1.279 milioni. In sostanza, l’8 per mille di quegli italiani che non vogliono esprimere nessuna indicazione (il 53,9%) viene per la maggior parte dato alla Chiesa Cattolica. Non in base al dato del 37,9% rispetto al totale dei contribuenti, ma perché è l’82% delle dichiarazioni espresse.

Uno scandalo, un enorme finanziamento obliquo e immeritato che discrimina tra cittadini a seconda delle idee religiose-filosofiche, su cui dovrebbe intervenire la Corte Costituzionale, e anche l’Unione Europea

La Chiesa, visto questo Bengodi, si è buttata a pesce in campagne pubblicitarie per a dare ad intendere alla gente, con immagini di buone suorine e preti solerti, che le proprie finanze sono sempre al limite della sopravvivenza, che è insomma con l’acqua alla gola. E invece è straricca. La Corte dei Conti sottolinea in una apposita tabella gli enormi investimenti che la Chiesa Cattolica fa in pubblicità sulle rete RAI. Ma anche altre fantomatiche confessioni religiose (adesso ci sono anche i buddisti: ma non andavano dicendo che la loro era solo una “filosofia”?) hanno trovato il pozzo di San Patrizio del benessere dopo decenni di vita marginale e stentata. Grazie ai cittadini ingenui e soprattutto alla perversa legge dell’8 per mille.

Legge che – lo dice la stessa Corte dei Conti – va assolutamente ripensata con quote molto diminuite. E per dirlo loro, che sono solo giudici della Magistratura contabile... Noi diciamo invece che la legge dell’8 per mille va del tutto eliminata, perché è di per sé una vergogna per qualsiasi Stato di diritto liberale, ma anche perché è un’enorme spreco di risorse, proprio in anni di crisi economica e finanziaria.

Ecco il Comunicato emesso dalla Corte dei Conti a presentazione della Relazione allegata: 

CORTE DEI CONTI
Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato

Comunicato stampa del 28 novembre 2014

Relazione concernente la
“DESTINAZIONE E GESTIONE DELL’8 PER MILLE”

Grazie al meccanismo di attribuzione delle risorse dell’8 per mille, i beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata, godendo di un notevole fattore moltiplicativo, essendo irrilevante la volontà di chi rifiuta il sistema o se ne disinteressa; infatti l’ammontare è distribuito ripartendo anche le quote di chi non si è espresso, in base alla sola percentuale degli optanti.Su ciò non vi è un’adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati (...).

I contributi alle confessioni risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee – avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno – e sono gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati.

Già nel 1996 la parte governativa della Commissione paritetica Italia-Cei incaricata delle verifiche triennali dichiarava che “non si può disconoscere che la quota dell’8 per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione. (...) detti valori già oggi risultato superiori a quei livelli di contribuzione che alla Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell’antico sistema dei supplementi di congrua e dei contributi per l’edilizia di culto. Un loro ulteriore incremento potrebbe comportare in sede della prossima verifica triennale una revisione dell’aliquota dell’8 per mille”. Tuttavia negli anni seguenti il tema non è stato più riproposto dalla parte governativa, nonostante l’ulteriore rilevante aumento delle risorse a disposizione delle confessioni.

La possibilità di accesso all’8 per mille per molte confessioni è oggi esclusa per l’assenza di intese, essendosi affermato un pluralismo confessionale imperfetto, in cui il ricorso alla bilateralità pattizia permette l’affermazione di uno status privilegiato solo per alcune di esse.

Manca trasparenza sulle erogazioni; sul sito web della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella sezione dedicata, non vengono riportate le attribuzioni annuali alle confessioni, né la destinazione che queste nella loro discrezionalità danno alle somme ricevute. Al contrario, la rilevanza degli importi e il diretto coinvolgimento dei cittadini imporrebbero un’ampia pubblicità e la messa a disposizione dell’archivio completo delle contribuzioni versate negli anni, al fine di favorire forme diffuse di controllo.

Non ci sono verifiche sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni, nonostante i dubbi sollevati dalla parte governativa della Commissione paritetica Italia-Cei su alcune poste e sulla non ancora soddisfacente quantità di risorse destinate a interventi caritativi, né controlli sulla correttezza delle imputazioni degli optanti, né un monitoraggio sull’agire degli intermediari.  

In violazione dei principi di buon andamento, efficienza ed efficacia della Pubblica Amministrazione, lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato solo a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni. Risulta pertanto del tutto frustrato l’intento di fornire una valida alternativa ai cittadini che, non volendo finanziare una confessione, aspirino comunque a destinare una parte della propria imposta a finalità sociali ed umanitarie.

A ciò ha contribuito: a) la totale assenza – negli oltre 20 anni di vigenza dell’istituto – di promozione delle iniziative, risultando lo Stato l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività con campagne pubblicitarie; non si è proceduto in tal senso nemmeno per il 2014, nonostante la novità consistente nella possibilità di destinare risorse per l’edilizia scolastica, tema particolarmente sentito dai cittadini; b) la drastica riduzione delle somme a disposizione, dirottate su altre finalità, a volte antitetiche alla volontà dei contribuenti; peraltro l’istruttoria sulla richiesta dei contributi è svolta dalla Presidenza del Consiglio anche per gli anni in cui questi non sono assegnati o attribuiti in misura minima, rendendo tale attività priva di utilità, con conseguente ingente spreco di energie e risorse pubbliche; c) il fatto che una parte consistente delle risorse da ritenersi alternativa a quelle in favore delle confessioni, sia stata veicolata verso scopi riconducibili agli interessi di queste ultime; d) l’insufficiente determinatezza delle tipologie degli interventi, della loro straordinarietà e delle modalità sulla concreta destinazione dei fondi, che ha prodotto la scarsa coerenza delle scelte effettuale, attraverso erogazioni a pioggia ad enti spesso privati.

Al fine di garantire la piena esecuzione della volontà di tutti, la decurtazione della quota dell’8 per mille di competenza statale va eliminata; è infatti contrario ai principi di lealtà e di buona fede che il patto con i contribuenti venga violato. Peraltro, sono penalizzati solo coloro che scelgono lo Stato e non gli optanti per le confessioni, le cui determinazioni al contrario non sono toccate, cosa incompatibile con il principio di uguaglianza.

Ufficio Stampa Corte dei Conti

AGGIORNATO IL 18 DICEMBRE 2014


24 settembre, 2014

 

Altri 1000 miliardi per bombe atomiche, vuole il presidente Obama, premio Nobel per la pace.

di ROBERTO VACCA

Missile nucleare USA (Reuters) Gli Stati Uniti decidono di investire in nuove, moderne armi nucleari 355 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Nei prossimi 30 anni salirebbero a 1000 miliardi di dollari. La notizia è apparsa sul NY Times on line del 21 settembre scorso. In Italia non è stata ripresa da giornali, né emittenti tv. Taluno ha proposto che si revochi a Obama il Nobel per la Pace conferitogli nel 2009, solo perché sta armando con armi convenzionali e appoggiando curdi e iracheni contro l’ISIS. Questa decisione di rimodernare l’arsenale nucleare USA è motivo molto più forte per revocargli il premio. L’avevo già proposto nel maggio 2013 nel mio articolo che riporto più oltre. 

Di questi 1000 miliardi si parlava già nel gennaio 2014. Sarebbero stati ripartiti fra le componenti della triade: missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari e bombardieri nucleari. J. Wolfstahl e J. Lewis del “James Martin Center for Non-proliferation Studies” di Monterey, California, avevano commentato che il bilancio federale USA non era in grado di tirare fuori queste enormi somme.

Si può arguire che la decisione americana sia una risposta alle minacce di usare armi atomiche per risolvere la crisi in Ucraina, che Putin fece con leggerezza un mese fa. È una reazione nettamente eccessiva rispetto alle minacce militari che potrebbero essere rivolte contro gli USA. Prevede, infatti, di sostituire con versioni più moderne, precise ed efficaci 12 sottomarini nucleari, 100 bombardieri nucleari e 400 silos di lancio di ICBM.

Il Presidente USA nella campagna per il suo primo mandato aveva dichiarato che il suo obiettivo era un mondo senza armi nucleari. Con il piano attuale dimostra di aver rinunciato del tutto a quel sogno. Più tardi aveva precisato che ci sarebbero voluti molti decenni per un disarmo totale. Il piano attuale implica che per i prossimi tre decenni gli Stati Uniti non muoveranno nemmeno un passo per quella lunga strada.

Il testo pubblicato dal NY Times descrive anche il nuovo stabilimento per la produzione di armi nucleari a Kansas City. Fornisce dettagli irrilevanti: “ospita 2.700 lavoratori, come la fabbrica vecchia che sostituisce, ma consuma metà dell’energia, con un risparmio di 150 milioni di dollari/anno. Ha una caffetteria e una palestra moderne ed efficienti. Si chiama National Security Campus che sembra il nome di un college e non di una fabbrica di armi letali.”

Non vengono fornite informazioni sulla sicurezza delle armi prodotte. Come notavo nel dicembre 2013, dal 1950 al 2003 in USA ci sono state 121 “frecce spezzate”: gravi incidenti coinvolgenti bombe nucleari. Dal 2003 nessuna notizia di altri incidenti. Oltre 2 all’anno per 53 anni e poi nessuno per 10 anni? C’è da temere che la censura blocchi informazioni che, se fossero note, proverebbero che il rischio sia maggiore di quanto sostenuto.

È segno di degrado culturale grave che si discuta a lungo su rischi minori e non si menzioni nemmeno quello estremo, delle bombe atomiche.

ROBERTO VACCA

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STATI UNITI. IL RISCHIO DELLE ARMI NUCLEARI E’ AGGRAVATO

di Roberto Vacca, 27 maggio 2013

Nel novembre 2009 Obama fu premiato con il Nobel per la pace “per la sua visione e il suo lavoro verso un mondo senza armi nucleari”. Però gli arsenali nucleari contengono ancora 5 miliardi di tonnellate equivalenti di alto esplosivo [700 kg per ogni essere umano]. È un potenziale oltre centomila volte maggiore di quello delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki che nel 1945 uccisero circa 300.000 giapponesi.[300.000 moltiplicato 100.000 fa 30 miliardi – al mondo siamo in 7 miliardi]. Non si è fatto un passo verso un mondo senza armi nucleari. E ora Obama aggrava i rischi invece di ridurli.

L’editoriale del New York Times del 27/5/2013 informa che il Presidente USA ha stanziato 537 milioni di dollari per il 2014 per ammodernare 180 testate nucleari tattiche B61 (*). Sono dispiegate in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia. Alcuni esperti sostengono che quei 537 milioni non bastano. Realisticamente si spenderanno 10 miliardi di dollari. Non miglioreranno solo l’efficacia dei quelle 180 bombe: ne aumenteranno il numero a 400.

Quei fondi sono disponibili perché nel 2010 gli USA hanno stanziato 80 miliardi di dollari per ricerche su armi nucleari. La decisione venne forzata dal Partito Repubblicano come contropartita per approvare il trattato New Start con la Russia, mirato proprio a ridurre gli arsenali nucleari: l’incoerenza è palese.

Il governo americano ha deciso anche di ridurre del 15% gli stanziamenti mirati a proteggere le armi nucleari da tentativi di impossessarsene da parte di terroristi. Quest’altra misura rende ancora più imminente un rischio gravissimo – l’entità del quale è segreta e, forse, nemmeno valutabile.

Il 19 Giugno alla Porta di Brandeburgo (Berlino) il Presidente Osama ha proposto di ridurre a meno di un terzo il numero di armi nucleari americane e russe. Ha detto: “Sia Stati uniti che Russia dovrebbero ridurre i loro arsenali a circa mille testate nucleari ciascuno.” Dopo 4 anni non parla più affatto di un mondo SENZA armi nucleari.

Sembra che quel Nobel per la Pace del 2009 sia stato conferito con leggerezza. Però un premio Nobel una volta dato non può essere tolto, anche se appare assai poco meritato, come è il caso di altri Nobel per la pace e, almeno in un caso per la medicina. Sembra altamente opportuno che l’Accademia delle Scienze di Stoccolma e il Comitato Nobel Norvegese a Oslo rivedano i loro statuti e regolamenti.

Taluno considera l’aggettivo “nucleare” sinonimo di “rischio tremendo”. Non è giusto: l’ingegneria dei rischi si è sviluppata in gran parte proprio nel corso dei progetti di centrali elettronucleari. Questo non significa che le centrali nucleari per la produzione di energia non presentano alcun rischio. Significa che i rischi potrebbero essere annullati se fossero perfetti: i progetti, la gestione e la manutenzione di quegli impianti. Non lo sono sempre

ROBERTO VACCA

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(*) Una bomba B61 pesa 300 kg ed è lunga 3 metri. Ha una potenza distruttiva compresa fra 300 e 340.000 tonnellate equivalenti di alto esplosivo. Può essere lanciata con un missile o sganciata da un aereo (F16, Tornado, B2 Stealth).

I due incidenti più gravi di centrali nucleari avvennero a causa di gravi errori di progetto o di incompetenza dei tecnici addetti all’esercizio. La catastrofe di. Chernobyl fu causata da ingegneri elettrotecnici che in assenza di esperti nucleari tentarono un esperimento temerario e assurdo. Il disastro di Fukushima è avvenuto perché la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente, più di una volta ogni secolo, a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Il numero delle vittime di questi 2 incidenti fu di circa 30.000: un decimo di quello dei morti a Hiroshima e Nagasaki. Le cifre non sono note con precisione perché gli effetti delle radiazioni possono essere letali a notevole distanza di tempo.

Le conclusioni sono ovvie, ma non hanno ispirato azioni adeguate. Le armi atomiche vanno smantellate tutte. Anche se un conflitto si scatenasse per errore, potrebbe estendersi al pianeta e segnare la fine della nostra civiltà.

La diffusione delle centrali nucleari dovrebbe essere condizionata alla realizzazione di progetti molto più sicuri. Intanto oltre alle 435 centrali esistenti, se ne stanno costruendo 60 nuove (31 in Cina, 7 in Russia, 6 in India, 5 in USA e altre).

I favorevoli all’energia nucleare considerano che gli eventuali incidenti futuri siano accettabili perché non sono stati molto più gravi di quelli di Bhopal (15.000 morti - 1984) e del Vajont (2000 morti - 1963).

Infine, nessuno propone di proibire le automobili, sebbene gli incidenti stradali nel mondo dal 1945 a oggi abbiano causato più di 25 milioni di morti.

AGGIORNATO IL 24 SETTEMBRE 2014


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