27 marzo, 2014

 

L’utopia della “democrazia diretta”. «Ma perché il cittadino che vota deve essere rappresentato?».

La Lega Nord, il Berlusconismo e ora anche il movimento di Grillo hanno prospettato la possibilità che i mali della Politica siano ascrivibili al sistema connaturato con la democrazia stessa, cioè alla rappresentanza politica e al voto indiretto delle elezioni. Naturalmente l’utopia della democrazia indiretta è una pericolosa illusione, cara ai Dittatori populisti e carismatici. Accade, perciò, in questi tempi di crisi economica, politica e morale, che si intreccino ogni giorno domande del genere, dando luogo a dialoghetti pedagogici elementari come questo che segue, ripreso pari pari dalla mia pagina di Facebook. All’obiezione, com’è ovvio per un mezzo così immediato ed effimero come Facebook, si è risposto senza citare alcun testo o opinione celebre, solo utilizzando il buon senso e la semplicità di esposizione d’un “maestro elementare”:

«Ma insomma – scrive Alessandro – la democrazia dovrebbe essere sovranità del popolo, o no? Ripeto: per quale assurda ragione devo farmi rappresentare da qualcuno che neppure conosco? Perché non posso votare io in prima persona?»

No, Alessandro, è una vecchissima questione che abbiamo già studiato a scuola media, al liceo classico e poi – alcuni – anche all'Università, e su cui esistono migliaia di libri. Ti pare che gli uomini (filosofi, giuristi, storici, politologi ecc.) dall'Antichità al secolo scorso non ci abbiano già pensato? Come puoi immaginare di essere il primo, originale, a porre il problema? L’ingenuità va bene, ma se protratta, no.

Le risposte possibili sono infinite, e vanno tutte in un senso. Intanto uno Stato moderno non è Atene né Roma, che avevano circa 1000 cittadini con diritto al voto. La democrazia, è vero, letteralmente vuole dire “Governo di Popolo”. Ma l’etimologia non basta: bisogna studiare la Storia e la storia delle Idee.

Che cosa intendevano per “popolo” gli Antichi? Non intendevano “tutti”, come noi oggi con la moderna democrazia liberale, ma solo i pater familias (quindi maschi maggiorenni) ricchi, in pratica i proprietari terrieri ecc. Ancora fino al primo 900 i senatori erano nominati così. Del resto le donne, e tutti gli uomini non ricchi non avevano diritto di voto neanche per la Camera.

Da giovane ho scritto un saggio sull’alternanza e le cooptazioni delle élites al Potere (“L’interpretazione democratica del concetto di élite politica”). La Democrazia è sempre stata un concetto di élites. Quella liberale vuole che le élites siano anche all’interno liberali e democratiche e che si alternino tra loro in modo da assicurare l’alternanza, e anche che qualunque cittadino possa inserirsi nelle élites grazie al merito, alla dedizione ecc. Le élites politiche sono i Partiti o gruppi analoghi.

Quindi tu puoi entrare in un partito, cercare di modificarlo – se vuoi – dall’interno, poi rappresentarlo al Parlamento e nel Paese, e puoi anche andare al Governo. Sei così nello stesso tempo cittadino che vota e che è votato, se vuoi.

Il Popolo inoltre può-deve non solo darsi da fare per conoscere, ma anche controllare giorno per giorno i suoi eletti, consigliarli, informarli e, se non li ritiene più adatti, revocargli la fiducia, cioè non votarli più. Come vedi, un lavoro molto più importante e soprattutto continuo (e gratuito: voglio vedere quanti artigiani del Veneto o avvocati della Campania o ingegneri della Lombardia troverebbero il tempo di assentarsi periodicamente per le continua assemblee su questo o su quello. Già gli Antichi protestavano.) del semplice voto delle assemblee dirette di 1000 maschi ricchi (il “Popolo”) che a Roma o Atene decidevano il sì o no a una guerra.

Quindi la Democrazia indiretta, rappresentativa, è molto più sofisticata ed efficace – a saperla usare – di quella rozza diretta. Oltretutto, tranne i Referendum su questioni molto elementari e di coscienza, non tecniche e complesse che passano attraverso i Partiti, come Monarchia-Repubblica o Divorzio Sì-No (e infatti i Radicali hanno sbagliato a non capire questo limite del referendum) la democrazia diretta non solo farebbe danni più gravi, ma renderebbe non amministrabile neanche un piccolo Comune, e a maggior ragione non è praticabile in Paesi moderni di milioni di cittadini. Infatti non esiste neanche a San Marino! Il fatto è, diciamolo anche se è “politically uncorrect”, che mentre i Governi e le Amministrazioni sono diventate sempre più sofisticate e tecnologiche, con necessità di conoscenze multidisciplinari, l’uomo, il cittadino medio, è rimasto sostanzialmente quello semplicione e diffidente dei tempi di Platone: brontola, straparla, vorrebbe fare, ma poi è impedito dal proprio egoismo o dai propri limiti. Quelle di cittadino semplice e di cittadino che si dedica alla Politica, o meglio al Governo della Polis, restano due “professioni” diverse e lontane.

E poi oggi le cose sono molto complesse, tecnologiche. L’arte del Governo è cosa altamente professionale e abbisogna di molte competenze. Però è vero che anche questa Democrazia rappresentativa – l’unica possibile - vuole in teoria cittadini molto colti e informati, addirittura eruditi in varie materie poco amate dalla gente (diritto costituzionale, scienza delle finanze, economia politica, diritto privato, perfino filosofia del diritto ecc.). In mancanza di queste capacità, che pochissimi hanno, i cittadini che parlano di politica fanno la figura (e io li tratto, giustamente) da avventori di bar, parrucchieri e auto-officine. Del resto, si vede che non abiti, beato te, in un condominio: lì vedresti come l’ignoranza media dei Condòmini si unisce alla loro prosopopea e sicurezza in sé, oltre al polemismo gratuito.


03 marzo, 2014

 

La democrazia non basta se mancano cultura e spirito critico. Cinque populismi in soli 90 anni.

Che la massa sia spesso stupida, conservatrice, reazionaria, emotiva, irrazionale e pronta a essere sedotta da uomini furbi, simpatici e spregiudicati (che giornalisti, politologi e psicologi definiscono “carismatici”), l'abbiamo sempre saputo, detto e scritto. Quando non si poteva dirlo senza essere definiti anti-democratici.

Il che non solo è vero, ma molto preoccupante in Italia, il Paese tra quelli sviluppati che ha la classe media (la famigerata “gente”) e perfino la alta borghesia dell’industria, della politica, della pubblica amministrazione e delle professioni più ignoranti e meno educate allo spirito critico e alla buone regole di una corretta società liberale.

Per colpa di chi? Per colpa propria, cioè dei cittadini stessi. Certo, le scuse storiche sono tante e pesanti, e le conosciamo fin troppo bene: Stato della Chiesa e Principati vari che hanno per secoli tarpato le ali alla libertà e al libero pensiero, fino a gran parte dell’Ottocento, cioè appena 150 anni fa. Ma, una volta ritrovata l’Unità e la Libertà, come mai i cittadini – guarda caso dopo il famigerato Patto Gentiloni – hanno a poco a poco abbandonato il Liberalismo per affidarsi agli arruffapopolo di Destra e di Sinistra, cioè di nuovo agli antichi Dittatori a cui erano abituati da secoli?

Fatto sta che appena hanno potuto esprimere la propria vera natura, gli Italiani tutti (altro che le raffinate, colte e coraggiose élites liberali dell’Ottocento!), grazie al voto “democratico” di massa, hanno eletto sempre i peggiori. Basta ricordare che in appena 91 anni di storia, i beceri Italiani hanno votato per ben cinque populismi diversi:: Mussolini, Uomo Qualunque, Lega Nord, Berlusconi, Grillo). Una ricorrenza inquietante, unica in Europa.

Perché? Si sa fin troppo bene: ce lo hanno spiegato i grandi storici e pensatori democratici e liberali, da Croce a Salvemini. Perché il Risorgimento e il Liberalismo (quello vero) sono durati troppo poco, hanno coinvolto e interessato troppo poche persone, e quindi – nonostante i grandi sforzi fatti con la scuola, i giornali e la diffusione delle idee – non hanno insegnato alle generazioni a pensare in modo nuovo e a fondarsi sul giudizio critico. Il Fascismo, seguito dal rigurgito del Clericalismo e dall’illusione del Comunismo – tutte e tre, guarda caso, disastrose tendenze anti-liberali, hanno distrutto quel poco di laico, europeo, moderno e dignitoso che l’Italia era riuscita a realizzare, sia coi fatti sia nelle coscienze.

La Democrazia è in crisi? Certo, e ne approfittò anche Mussolini. Ma è in crisi da sempre perché la Democrazia non basta, è solo un metodo, non un fine. Ecco l’equivoco in cui cadono tutti.

E noi che siamo insieme democratici e liberali, oltreché ambientalisti e molte altre cose, sappiamo bene fin dall’adolescenza, per averlo studiato sui libri di liceo, che la Democrazia in un grande e moderno Paese, a differenza della polis di Atene di mille cittadini o della Roma repubblicana con 5000 cives, è solo un metodo di votazione, cioè si risolve purtroppo solo nelle elezioni. La Democrazia non dà idee, intelligenza, onestà, competenza, a chi non le ha.

E allora? Serve un'intera generazione di persone, disinteressate, eroiche, ma molto intelligenti e colte, che non vogliano fondare partiti (attenzione: i dittatori si presentano sempre come salvatori della Patria), né essere elette o guadagnare, ma che insegnino di nuovo a pensare. E nel pensiero è compresa la psicologia: il capire da segni precisi, codificati, quali sono i furbi che ci stanno per turlupinare.

«Un tale, accortosi che i cretini erano la maggioranza, pensò di fondare il Partito dei Cretini. Ma nessuno lo seguì. Allora cambiò nome al partito e lo chiamò Partito degli Intelligenti. E tutti i cretini lo seguirono». (Dino Risi, I miei mostri, Mondadori 2008).


18 dicembre, 2013

 

Il pro e il contra delle possibili leggi elettorali. Ecco di che cosa realmente si sta discutendo.

1. LA SOLUZIONE PIU’ FACILE? LA LEGGE COSI’ COME L’HA SCRITTA LA CORTE. MAGARI CON SOGLIE UGUALI PER TUTTI.

Ci sono due possibili modi di impostare la riforma della legge elettorale per il rinnovo della Camera dei deputati. Il primo, tecnicamente più facile, è quello di partire dalla legge elettorale vigente (legge 21 dicembre 2005, n. 270), così come emendata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale.

Il secondo modo è quello di disporre l'abrogazione della predetta legge n. 270/2005 e di assumere come base la precedente legge 4 agosto 1993, n. 277 (più nota quando associata al nome dell'ex Ministro Sergio Mattarella), introducendo in questa gli opportuni correttivi.

Per quanto mi riguarda, non disdegno la prima via, dal momento che non ho alcun pregiudizio ideologico nei confronti del sistema proporzionale. So, inoltre, che sono note e sperimentate soluzioni efficaci per contrastare il fenomeno della frammentazione della rappresentanza. Si tratta di manovrare con equilibrio due varianti: la dimensione delle circoscrizioni e l'introduzione di soglie di sbarramento.

Per quanto riguarda la fissazione di soglie, queste, per risultare efficaci e per essere coerenti con il principio costituzionale secondo cui tutti i voti hanno lo stesso peso (sono uguali), devono rispondere ad un requisito: vanno applicate nello stesso modo a tutti i soggetti che partecipano alla campagna elettorale, senza distinguere fra liste coalizzate e liste che si presentano da sole. Se le circoscrizioni sono ampie, ossia tali da includere alte cifre di popolazione residente e quindi con molti seggi da ripartire, le soglie di sbarramento, invece di essere riferite al totale dei voti validi espressi in ambito nazionale, possono essere introdotte nella stessa dimensione circoscrizionale, in modo da dare comunque rappresentanza a forze politiche che hanno un consistente radicamento territoriale e non sono uniformemente presenti nel territorio nazionale.

Ragionando in linea generale e tenuto conto dell'esperienza storica, si può concludere che il sistema proporzionale, in situazioni di difficoltà politica e di forti tensioni, è quello che finisce per garantire tutte le forze politiche. Le quali, non fidandosi l'una delle soluzioni proposte dall'altra, con una legge proporzionale possono almeno fare affidamento su una corrispondenza fedele tra voti ottenuti e rappresentanza parlamentare. Corrispondenza che viene smarrita quanto più si corregge la proporzionalità con meccanismi maggioritari.

Il problema della prima via è appunto quello che si possa cadere nelle mani di apprendisti stregoni, i quali, con il pretesto di assicurare la governabilità, potrebbero disegnare un altro mostriciattolo giuridico e politico, tale da essere parente stretto del modello Calderoli.

La migliore legge elettorale è la più semplice, quella il cui funzionamento può essere compreso da tutti i cittadini.

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2. ALTRIMENTI, TORNARE ALLA LEGGE MATTARELLA. MA CHE COSA VUOL DIRE IN PRATICA?

Mi sembra interessante, quindi, riflettere seriamente sul secondo percorso possibile.

Come è noto, la legge Mattarella prevedeva che 475 deputati, ossia il 75 % dei deputati nella attuale composizione della Camera, venissero eletti in altrettanti collegi uninominali con sistema maggioritario. Ciò significa che in ogni collegio risulta eletto il candidato che ha riportato il maggior numero di voti. Gli anglosassoni definiscono questo criterio: il primo prende tutto (First past the post).

Commentatori frettolosi sostengono che, anche con questo sistema, le tre forze politiche che sono risultate di peso elettorale quasi equivalente nelle elezioni del 24 e 25 febbraio 2013, ossia coalizione di Centrosinistra, coalizione di Centrodestra, Movimento Cinque Stelle, si dividerebbero in tre fette pure i collegi uninominali.

Questo è un errore grossolano. Infatti, se uno dei tre competitori fosse capace di raccogliere più voti rispetto a ciascuno degli altri due e questa prevalenza si manifestasse uniforme nel territorio nazionale, potrebbe conquistare quasi tutti i 475 collegi. Gli altri due competitori si ritroverebbero con il classico pugno di mosche in mano, anche quando il vincitore li sopravanzasse di poche centinaia di voti in ogni singolo collegio. Basta un solo voto in più: il primo prende tutto, come prima si scriveva. Tutto dipende dalla distribuzione territoriale del consenso, oltre che dalla quantità di consenso.

Se si ritorna all'impianto della legge Mattarella, l'unica cosa sicura è che sarebbero ripristinati i 475 collegi uninominali già sperimentati nelle elezioni del 1994, del 1996 e del 2001. Ogni modifica del numero dei collegi comporterebbe la necessità di una nuova delimitazione territoriale ed i tempi si allungherebbero considerevolmente. Senza complicarsi inutilmente la vita, basta scrivere che resta invariata la delimitazione territoriale dei collegi istituiti in attuazione della legge n. 277/1993.

La legge Mattarella prevedeva un unico turno di votazioni. Si potrebbe innovare disponendo che le elezioni si svolgano in due turni. Questa soluzione presenterebbe dei vantaggi in linea teorica, sui quali non ritorniamo perché altre volte ce ne siamo occupati.

Ci sono, tuttavia, due ostacoli. Il primo è l'ostilità da parte di quelle forze politiche che ritengono che un secondo turno elettorale le danneggerebbe: il secondo turno conviene soltanto alle forze politiche potenzialmente capaci di attrarre elettori che al primo turno hanno votato per candidati espressi da piccoli partiti, o si sono astenuti.

Il secondo ostacolo, ancora più serio, è la disaffezione popolare nei confronti del voto. E' già un problema convincere le persone ad andare a votare una volta; un secondo turno ravvicinato farebbe crescere l'astensionismo. Come comprova l'esperienza del voto nelle elezioni amministrative. Di conseguenza, quanti teorizzano che il turno di ballottaggio darebbe piena legittimazione ai vincitori delle elezioni, non considerano che raccogliere la maggioranza assoluta di un trenta per cento degli aventi diritto al voto non dà poi una legittimazione democratica così forte. Non va dimenticato, infine, il profilo economico della questione: prevedere due turni significa, in pratica, raddoppiare i costi delle elezioni.

La parte più discutibile e discussa della legge Mattarella riguarda l'attribuzione dei rimanenti seggi. Questi oggi non sono più 155, ma 143, perché dodici seggi vanno attribuiti nella circoscrizione Estero, secondo quanto disposto dall'articolo 56, secondo comma, della Costituzione. Le forze politiche stanno valutando se utilizzare questa quota di 143 seggi per introdurre un premio di governabilità. La cautela è d'obbligo, perché si tratterebbe di introdurre un premio in seggi in un impianto normativo che già prevede il sistema maggioritario secco per l'attribuzione di 475 seggi nei collegi uninominali.

Per quanto mi riguarda, subordinerei la possibilità di attribuire il premio alla coalizione più votata al sussistere di due condizioni (entrambe necessarie). L'Ufficio centrale nazionale dovrebbe verificare se la lista, o coalizione di liste, più votata: – a) abbia ottenuto una cifra elettorale nazionale non inferiore al trentacinque per cento del totale dei voti validi espressi nel voto per le liste circoscrizionali, esclusa la circoscrizione Estero; – b) possa contare su almeno 228 deputati direttamente eletti nei collegi uninominali istituiti nel territorio nazionale, contraddistinti dal medesimo contrassegno collegato (Nota: 228 deputati sono il 48 % del totale dei deputati eletti nei collegi uninominali; come già detto, ciò non significa che si richieda il 48 per cento di consenso medio sul piano nazionale, perché, per la logica del sistema maggioritario, per raccogliere questo risultato è sufficiente una buona distribuzione territoriale del voto).

Le due condizioni sub a) e sub b) si spiegano perché, nell'impianto della legge Mattarella, ogni elettore dispone di due voti, da esprimere su distinte schede. Un voto per la scelta di un candidato, fra quelli il cui cognome e nome sono riportati a caratteri di stampa nella scheda di votazione per il collegio uninominale; l'altro voto per la scelta di una lista, fra quelle concorrenti nella circoscrizione. La legge Mattarella non prevedeva la possibilità di esprimere preferenze nel voto alle liste circoscrizionali. La mia opinione è di mantenere la stessa regola: ciò non contrasterebbe con la recente sentenza della Corte Costituzionale perché in questo caso il radicamento territoriale della rappresentanza sarebbe già ampiamente garantito dall'elezione di 475 deputati in altrettanti collegi uninominali. Prevedere il voto di preferenza in circoscrizioni ampie significherebbe contraddire l'esigenza di contenere le spese per la campagna elettorale, esigenza che si lega strettamente con quella di moralizzare la vita pubblica.

Quanti seggi destinare alle liste che fanno parte della coalizione più votata? A mio avviso, non più di 93 seggi, ossia il 65 % dei 143 seggi disponibili. Per garantire in modo efficace la rappresentanza delle minoranze, i rimanenti cinquanta seggi dovrebbero comunque essere ripartiti fra le liste circoscrizionali diverse da quelle facenti parte della coalizione risultata più votata. Inoltre, affinché anche forze politiche di consistenza media possano ottenere rappresentanza, sarebbe consigliabile utilizzare circoscrizioni di ampie dimensioni.

Immaginiamo che il territorio nazionale venga diviso nelle seguenti tre circoscrizioni elettorali: – la prima, denominata Italia Settentrionale, comprenderebbe il territorio delle Regioni Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino - Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli - Venezia Giulia; – la seconda, denominata Italia Centrale, comprenderebbe il territorio delle Regioni Emilia - Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise; – la terza, denominata Italia Meridionale e Insulare, comprenderebbe il territorio delle Regioni Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Il numero dei seggi spettanti alle singole circoscrizioni verrebbe determinato dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per 143 e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti (si applica il criterio enunciato all'articolo 56, ultimo comma, della Costituzione).

Visto il Decreto del Presidente della Repubblica 6 novembre 2012, recante "Determinazione della popolazione legale della Repubblica in base al 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni del 9 ottobre 2011" (pubblicato nel Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 294 del 18 dicembre 2012, Serie Generale), il numero complessivo degli abitanti della Repubblica risulta determinato in 59.433.744 abitanti. Di conseguenza, la divisione per 143 dà un quoziente di 415.620.

Alla Circoscrizione Italia Settentrionale, con una popolazione di 22.871.237 abitanti, spetterebbero 55 seggi (tutti con quoziente pieno). Alla Circoscrizione Italia Centrale, con una popolazione di 17.563.779 abitanti, spetterebbero 42 seggi (tutti con quoziente pieno). Alla Circoscrizione Italia Meridionale e Insulare, con una popolazione di 18.998.728 abitanti, spetterebbero 46 seggi (dei quali 45 con quoziente pieno ed uno per il maggior resto, quantificato in 295.828).

In ciascuna circoscrizione non sarebbero ammesse all'assegnazione dei seggi le liste la cui cifra elettorale circoscrizionale fosse inferiore al quattro per cento del totale dei voti validi espressi nella circoscrizione medesima (Nota: l'articolo 83 del Testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, come modificato dall'articolo 5 della legge n. 277/1993, prevedeva invece una soglia di sbarramento nazionale: aver «conseguito sul piano nazionale almeno il quattro per cento dei voti validi espressi»). Tale regola si applicherebbe in modo uguale nei confronti di tutte le liste, incluse quelle facenti parte della coalizione risultata più votata.

Saltando tutti i passaggi intermedi ed arrivando al dunque, i 93 seggi attribuiti con sistema maggioritario alla coalizione più votata sarebbero assegnati nel modo seguente: trentasei nella circoscrizione Italia Settentrionale, ventisette nella circoscrizione Italia Centrale, trenta nella circoscrizione Italia Meridionale e Insulare.

I 50 seggi da attribuire con metodo proporzionale alle altre liste sarebbero distribuiti nel modo seguente: diciannove nella Circoscrizione Italia Settentrionale, quindici nella Circoscrizione Italia Centrale, sedici nella Circoscrizione Italia Meridionale e Insulare.

Gli Uffici centrali circoscrizionali della circoscrizione Italia, Settentrionale, della circoscrizione Italia Centrale, della circoscrizione Italia Meridionale e Insulare sarebbero, rispettivamente, costituiti presso la Corte d'appello di Milano, presso la Corte d'appello di Roma, presso la Corte d'appello di Napoli. Si potrebbero applicare, in quanto compatibili, le norme procedurali vigenti per l'elezione dei rappresentanti dell'Italia nel Parlamento europeo (in quel caso le circoscrizioni sono cinque).

LIVIO GHERSI


28 novembre, 2013

 

Berlusconismo. L’ epilogo di un’Italia malata di populismo, demagogia e clerico-fascismo.

Carabinieri portano via di peso Berlusconi-Pinocchio con naso lungo (acquerello)

Se l’uomo è stato cacciato dal Parlamento, perché finalmente si è potuta applicare la legge, quella legge che finora in altri casi non era stata “uguale per tutti” e lo aveva salvato mille volte, il suo sistema resta.

Il berlusconismo, infatti, non è un metodo politico come un altro, ma è un sistema di Potere che gioca su contraddizioni e ossimori infiniti. Intanto, parte paradossalmente da un mezzo moderno come la tv per rivolgersi al suo pubblico, che è ormai il più antiquato, e grazie alla psicologia della comunicazione di massa (perfezionando e parodiando le grandi dittature del Novecento – comunismo, fascismo e nazismo – che si affidavano in modo ossessivo a manifesti, radio e giornali) fa di tutto per raccordarsi con la dovuta sbrigatività e rozzezza all’anima insieme plebea e anarco-individualista, reazionaria e clerico-fascista, conservatrice e populista degli Italiani. Un misto caotico di estrema destra e pulsioni ribellistiche di disobbedienza, tipiche di sinistra. Insomma, pura demagogia.

Il berlusconismo, perciò, non è una svolta improvvisa, il colpo di testa di un uomo solo contro tutti, e neanche una accidentale “parentesi della Storia”, come qualche liberale credette per il Fascismo (errore scusabile: era la prima volta). No, è purtroppo la naturale rivincita di un’Italia parallela e costantemente presente negli sgabuzzini della sottocultura di provincia, sbrigativa e anticulturale per antonomasia, finora nascosta sotto le ceneri della Storia: quella degli Italiani sconfitti dal Risorgimento e dalla Resistenza, “educati” dal Fascismo e dalla Democrazia Cristiana. In tre generazioni, ben 60 anni di clerico-fascismo vorranno pur dire qualcosa, o no? E quanti sono questi Italiani contrari geneticamente e antropologicamente alla democrazia liberale? Sono oggi il 25 per cento, sono la metà, sono ancora di più?

Ma è curioso che nell’irrazionalità ludica, nell’improvvisazione teatrale, nella recita irresponsabile, nella scommessa continua d’un uomo freddamente amante del rischio e buon giocatore nato, molte scelte le abbia poi suggerite paradossalmente il Caso. Quest'uomo, infatti, più che agire è stato “agito”, com’è tipico dei dittatori e dei politici demagogici e populisti.

Il soggetto vero, infatti, non è stato lui, ma la folla. Ed è questo che inquieta ancor di più, perché diventa un dato di costume sociale, antropologico. La folla vera, di rado e nei primi anni;  la folla virtuale il più delle volte: la tv. E per televisione si intendono tutti i programmi, non solo Mediaset e Rai, ma anche gli altri canali, visto il gran parlare che se n’è fatto ogni giorno per vent’anni. O “amato leader” o “odiato leader”, sempre pubblicità è. E che pubblicità! Determinante ai fini elettorali.

Grazie alla televisione, non si è imposto, ma è stato scelto, anzi scoperto, dalla folla dei tele-abbonati, come perfetta immagine di sé. E’ stato visto e riconosciuto e amato a prima vista, giustamente, dal 25 per cento o dalla metà ignorante e un poco corrotta degli Italiani. Quella che ci piace schematicamente immaginare abituata a dire alla minima difficoltà “Piove, Governo ladro”, a non rispettare una coda, a parcheggiare l’automobile in terza fila, a evadere le tasse, a sopraelevare una costruzione, a sanare un illecito, a farsi condonare questo o quello, a raccomandare o a farsi raccomandare (dall’amico o dal monsignore o dal politicante di turno), ad avvalersi di privilegi, favori e permessi speciali, piccoli o grandi non fa differenza, ad aggirare divieti. Insomma a vivere furbescamente per il proprio utile individuale disinteressandosi totalmente degli altri, anzi pubblicizzando le perdite e privatizzando gli utili. E un’Italia così non è solo il 25% o la metà degli elettori, ma è ancora più numerosa.

Così lo hanno visto o immaginato, e così lo hanno votato specchiandosi in lui, come il più perfetto rappresentante. Lui, con con la sua cinematografica arroganza da attore consumato, con l’esibita sicurezza di sé, diciamo pure faccia tosta, con le volute gaffes che ripercorrevano ad uno ad uno tutti i luoghi comuni del peggior “italiano medio” della pubblicistica satirica del Novecento, con l'elogio continuo della furbizia d’un tipico, presunto “piccolo imprenditore del Nord”, della prepotenza spacciata per simpatica disinvoltura, dell’aggirare la legge, col suo ostentato sessismo maschilista (per catturare simpatia e strappare l’applauso identitario, come nell’avanspettacolo), col suo evidente non saper far nulla grazie ai propri meriti, neanche le tanto strombazzate, perfino dagli avversari, televisione ed editoria, senza appoggi politici, amicali e giudiziari, come hanno appurato le sentenze (p.es. quella di condanna per il lodo Mondadori).

Un uomo politico di questo genere ha compromesso politicamente, economicamente ed eticamente l'Italia per 20 anni, tanto quanto è durato lo stesso Fascismo, procurando danni irrimediabili alla democrazia, al liberalismo, al riformismo, come neanche aveva fatto l’infausto Ventennio del Duce, che almeno non aveva l'improntitudine di definirsi addirittura "liberale"! Cosa che i liberali, e non solo quelli di centro e di sinistra, ma anche quelli di destra, non gli perdoneranno mai. E il berlusconismo è certamente il periodo più buio della storia dell’Italia moderna.

Così ha finito, volente o no, per “educare” al proprio metodo, cioè diseducare, tutti: Destra, Centro e Sinistra, Nord e Sud. Il cosiddetto “bipolarismo” interpretato e imposto dal berlusconismo è stato una copia-burletta di quello vero, anglosassone, in cui si scontrano non due politici senza idee ma con tanta voglia di Potere, bensì due personalità che espongono programmi precisi e contrapposti.

Certo, le colpe vere sono di chi lo ha appoggiato e votato, di chi si è lasciato diseducare (noi no, per esempio). Non è solo il famigerato settarismo italico (guelfi e ghibellini, bianchi e neri), becero e rozzo come il tifo calcistico, fatto apparire come giusta “passione”. Su questo è stato determinante anche il deficit culturale, quella famosa immaturità scolastica e quindi di idee degli Italiani, ultimi per lettura di libri nell’Europa avanzata, il 70% dei quali da indagini scientifiche è risultato “non comprendere esattamente il significato d’un testo”. Cosa di cui ci rendiamo conto anche su internet, e che riguarda lettori o autori di blog e frequentatori di Facebook, perfino se laureati e docenti. E’ noto che l’italiano medio non sa discutere e argomentare: non usa il metodo socratico di stare solo all’ultima affermazione dell’avversario, ma salta di palo in frasca e straparla all’improvviso di tutto in modo disordinato, solo per prevalere col fiume di parole sull’altro. Non dialettica ma litigio. Che scelte possono fare persone del genere, digiune, p.es., di storia e di educazione civica? Il berlusconismo, appunto, è stato il terreno di coltura ideale per questa larga fetta di Italiani. Solo la scuola, la lunga educazione, anche sociale (gli altri cittadini) e i viaggi all’estero nel Nord Europa, perciò, potranno cambiarli: ma ci vorranno generazioni.

In quanto ai danni provocati dal responsabile del berlusconismo, vittima di se stesso e forse anche del pubblico dei berlusconiani che restano, ripetiamo, i primi attori di questa tragedia-farsa, sono così gravi che non pagherà mai abbastanza. Gli Antichi erano crudeli e si ingegnavano a creare pene astruse e fantasiose per i reprobi. Ebbene, la pena del contrappasso ideale per chi ha umiliato e screditato l’Italia all’estero, imponendo la logica dell’egoismo strafottente dei propri interessi e ridicolizzando la democrazia liberale, oltretutto ostentando la ricchezza personale come Potere, è impossibile da trovare. Noi liberali non amiamo troppo il carcere e, pur severi, rifuggiamo dalla crudeltà. Però a tutto c’è un limite. Così, anche se il berlusconismo ha costretto noi liberali e garantisti a rimpiangere le pene più atroci dell'Antichità, ci siamo sforzati di immaginare più umane misure alternative. Che secondo noi, visto il tipo, sarebbero le più efficaci. Sempreché le Convenzioni internazionali lo consentano… Per esempio, pulire i cessi degli immigrati a Lampedusa per 10 anni, vivendo con 5 euro al giorno e dormendo e mangiando alle tavolate comuni con loro. Perché no? Questo, tra l’altro spingerebbe anche a migliorare le condizioni di alloggio degli immigrati clandestini. Ma sì, più ci pensiamo e più ci convinciamo che ogni altra pena sarebbe inadeguata.

IMMAGINE. Il disegnatore satirico, sconosciuto per quante indagini abbiamo fatto, ha preso felicemente spunto da una tavola della più famosa edizione di Pinocchio di Collodi.


08 ottobre, 2013

 

Liberali prigionieri del populismo? La Storia si ripete. Polemica tra Ostellino e Critica Liberale.

Siamo alle solite: “liberali” all’acqua di rose che portano acqua al mulino del populista o autoritario di turno, solo perché ha promesso di essere “contro i comunisti”? Un cliché già visto e già condannato con vergogna dalla Storia, quando si è notato che con la scusa di essere “contro i comunisti” e la Sinistra, i furbi populisti e i dittatori perseguono solo potere e vantaggi personali, usando tutti i trucchi e aggirando tutte le regole liberali. Sapete com’è, dopo l’esperienza del Fascismo, che fu reso possibile proprio dal tradimento della grande borghesia liberale, ormai, abbiamo una certa, come dire, sensibilità per questo genere di meccanismi obbligati, e abbiamo una certa paura dei ricorsi storici.

Prendiamo Piero Ostellino, per esempio. Da giovane passava per studioso e giornalista brillante, prima direttore di Biblioteca della Libertà, poi corrispondente da Mosca e infine direttore del Corriere della Sera. Addirittura accreditato come “liberale moderno”, se non addirittura “progressista”. Ma come per molti liberali italiani, la maturità e l’incipiente vecchiaia non gli hanno giovato, e le sue posizioni sembrano sempre più irosamente conservatrici, spesso – è questa la critica di Critica Liberale – di  fiancheggiamento esterno al ventennale regime berlusconiano, fino ad apparire addirittura “illiberali”.

Perciò, il Nostro non ci piaceva più da tanti anni, e infatti ne abbiamo preso le distanze, con grave scandalo di qualche amico in buona fede ma un po’ sprovveduto, su un articolo controcorrente rispetto al suo vezzo retorico di considerarsi – lui giornalista e commentatore privilegiatissimo e osannato, ben al sopra dei propri meriti – quasi predestinata vittima sacrificale, eroico membro di una “esigua minoranza”, i famosi ma retoricamente comodissimi, in mancanza di valide argomentazioni, “quattro gatti” liberali. Ma eravamo anche contro il plauso di certi liberali di provincia, incapaci di senso critico, che dopo tutti i suoi errori, documentati da altrettanti articoli, ancora lo consideravano (sempre in ritardo sugli eventi i provinciali, eh?) “un grande giornalista liberale”, costretto a scrivere, con mille cautele, nientemeno” sul... quasi-comunista Corriere della Sera! Ah, ah, ah, che ridere!

L’altro ieri l’eterna “vittima” nata (a Napoli dicono volgarmente “chiagne e fotte”) ne ha combinata un’altra delle sue. In piena e tardiva caduta del Regime, anziché prendersela con quei “liberali” che per venti anni hanno appoggiato per convenienza più che per ignoranza un avventuriero politico che ha turlupinato chi voleva farsi turlupinare tra conservatori e riformisti, cattolici e liberali, infangando il nome stesso del Liberalismo, indovinate contro chi ora si lancia a testa bassa? Contro la Destra, direte voi. No, contro la Sinistra. Perché, “troppo” anti-berlusconiana! Sinistra che, a suo dire, facendo le mosse di colpire Berlusconi in realtà ce l’avrebbe col... Liberalismo stesso.

Confessiamo che anche se fossimo stati avvocati nell’improbabile Foro di Roccatagliata, ad utilizzare un arzigogolo del genere non avremmo mai pensato, noi che all’opposto avevamo sempre considerato la Sinistra democratica italiana troppo accomodante verso il Grande Venditore di pentole fallate che ha tenuto in scacco l’intera Nazione, fino al limite del gioco delle parti. E proprio lui, il “grande giornalista liberale”, che ha sempre avuto la medesima idea dominante nell’establishment, che ha avuto tutti gli onori (giornalista, direttore e commentatore), si sente “escluso”, emarginato, e incredibilmente afferma ora con forza “il diritto d’avere un’opinione contraria”.  Ma, di grazia, contraria a chi, a che cosa, visto che le sue idee erano e sono maggioritarie nel berlusconismo e nel conservatorismo italiano? Sì, lo so che non ci credete, ma è tutto scritto qui.

Ora su Critica Liberale online è apparso un articolo che riporta una lettera critica di Enzo Marzo a Ostellino e la breve ed evasiva risposta, che conferma, ahimé, la perplessità e l’imbarazzo di ogni vero liberale di fronte al modo di ragionare emotivo e irrazionale di questo ex o mancato, non sappiamo, Grande Giornalista Liberale.

Peccato, peccato davvero, è così scarsa in Italia la classe dirigente liberale, mentre il Liberalismo ha vinto in tutto l’Occidente, che un intellettuale intelligente in più avrebbe fatto comodo. Vabbè, speriamo in qualcun altro.


01 ottobre, 2013

 

Papa Francesco: la Chiesa torni al Vangelo, alla religione; no all’ideologia reazionaria e al Potere.

Un papa “protestante”, “relativista”, “liberale”, questo papa Francesco, card. Bergoglio? Ma no. Tra questioni teologiche e quotidiana ecclesiastica pratica di potere, i problemi della Chiesa sono contorti e ingarbugliati, anche solo per i sedimenti storici di 2000 anni (che pesano, altroché), e si fa presto a cadere in contraddizione se solo azzardi un giudizio, una previsione. Per ora, si rivela un Papa di normale buonsenso che vuole riportare la Chiesa al messaggio semplice delle origini, al Vangelo e anche alla Bibbia. Per chi crede o vuole credere, ovviamente. Già questo è rivoluzionario.

La Chiesa, dice in sostanza papa Francesco nell’esplosiva intervista a Civiltà Cattolica, torni a essere basata sulla religione (ammesso e non concesso che lo sia mai stata, obiettiamo noi), cioè si liberi dalle sovrastrutture dell’ideologia e del Potere, torni al messaggio semplice di Gesù, la smetta di volersi occupare di tutto, e lasci cadere il controllo, alle volte sadico e inquisitorio, delle coscienze. Misericordia e comprensione, diceva Gesù, non ordine, violenza e repressione. Perché intestardirsi a condannare chi abortisce, divorzia o è omosessuale, “peccati” secondari, neanche citati nel Vangelo, e invece non fondarsi sul messaggio principale, quel rivoluzionario e non violento “ama il tuo prossimo”? Messaggio – commentiamo noi – che non solo preti, frati e monache, ma anche molti Papi del passato si guardarono bene dal rispettare: pensiamo ai Papi guerrieri, a quelli che uccidevano a tradimento, a quelli che usavano la scomunica come arma letale o per fini personali.

E tutto questo può interessare chi è razionalista e non credente, anzi è sempre stato e sarà contro le religioni usate come strumento di dominio, autoritarismo e violenza? Certamente. Perché papa Francesco si indirizza a chi crede, ovviamente, ma promette di rispettare anche chi non crede. Il che è una novità quasi assoluta nella storia della Chiesa. Che guardando all’indietro sembra essere stata più una centrale di odio, vendetta, repressione e sadismo, che d’amore, misericordia e comprensione. Al contrario di quello che andava predicando – a dar retta ai Vangeli – quel Gesù probabilmente mai esistito, ma su cui è stato fondato il potere della Chiesa, e quanto conferma il Catechismo della religione cattolica.

Sembra, insomma, che questo Papa voglia far cadere l'ideologia reazionaria e l'intromissione nella vita privata che abusivamente hanno accompagnato da molti secoli il (presunto) messaggio cristiano, specialmente nella variante cattolica.

E allora? Non si vede perché, pur restando delle proprie idee e pur dando per scontata la “psicologia demagogica” e la propensione alla rappresentazione mediatica, che accomunano i personaggi pubblici, un laicista non credente non debba essere contento di questa conversione d’un Papa al buonsenso e alla tolleranza, virtù considerate comuni tra gli esseri liberi e razionali.

Perché questa “conversione” del Papa, per ora solo a parole (ma già si annunciano i primi fatti, cioè le prime decisioni riformatrici sulla Curia e lo IOR), conferma al suddetto laicista, ateo e mangia-preti che ha sempre avuto ragione. Perché è quello che i martiri della libertà e del libero pensiero hanno sempre chiesto e per cui sono morti, proprio per mano della Chiesa, delle Chiese.

Ecco perché liberali non credenti, laicisti e atei, senza contare i seguaci di altre religioni, si interessano così tanto a questo Papa, pur continuando a non credere (ma che c'entra?) alla leggenda artefatta di quel Gesù di Nazareth, tanto meno al diritto della Chiesa di guidare le coscienze e di usare il Potere.

Quelli che si meravigliano della nostra meraviglia di ateisti e non danno il minimo peso alle “parole” nuove del nuovo Papa, facciano questo piccolo esercizio mentale di immaginazione: pensino a che cosa sarebbe accaduto se un prete o un vescovo avesse detto, solo qualche anno o decennio fa, quello che papa Francesco ha detto anche solo nell'ìntervista a Civiltà Cattolica. Sarebbe stato come minimo escluso "a divinis", come il domenicano Dom Franzoni. Se poi lo avesse detto secoli fa, sarebbe stato addirittura arso sul rogo...


26 settembre, 2013

 

Scuola. Educare i giovani alla laicità dello Stato. L’esempio di liberalismo attivo della Francia.

LA LAICITA’ DELLO STATO LIBERALE VA INSEGNATA A SCUOLA

Dal blog Libere & Laiche, di Tiziana Ficacci e Anna Spina, vario e sempre sorprendente, per le tante riflessioni e curiosità che vi si mescolano in modo imprevedibile, riprendo un articolo con la riflessione di Francesco Bilotta sulla nuova legislazione scolastica con cui la Francia intende educare i giovani alla laicità.

Cosa per noi non solo perfettamente liberale, ma anche doverosamente liberale. Quindi ha torto il conservatore Belardelli, sedicente “liberale” (ma perché solo in Italia – lamentava Piero Gobetti – i conservatori si vergognano di definirsi col proprio nome?) che in un articolo sul Corriere della Sera critica il Governo francese per la sua “pretesa” di educare alla laicità i giovani, o per lo meno per il modo con cui lo fa. Per lui, in sostanza, l’educazione secondo principi di rispetto e di uguaglianza (vista anche come “non influenza” assoluta) farebbe perdere allo Stato liberale – nientemeno – la sua pretesa obiettività e terzietà. Perciò il nuovo regolamento scolastico francese, secondo il conservatore Belardelli, sarebbe illiberale.

E perché, forse che uno Stato liberale dovrebbe manifestare terzietà tra guardie e ladri, cioè tra chi difende il Liberalismo, cioè i diritti di tutti, e chi lo vuole distruggere col fanatismo missionario dei simboli e il clericalismo ideologico che impone a tutti gli altri, sotto forma di leggi o divieti, la propria morale religiosa? E’ noto infatti che spetta proprio a uno Stato liberale difendere chi non si può difendere, come i minori. E proprio a scuola si svolge da sempre la più feconda “caccia alle anime” giovani, facilmente influenzabili e sprovvedute, proprio perché in formazione, da parte di molti religionari e attivisti autoritari (chiese, dittature). Non possiamo mettere sullo stesso piano i due “diritti”: il diritto di propaganda e il diritto del giovane a non essere vittima di plagio. Ma allora usiamo i nomi giusti per questo comportamento aberrante: altro che permissivismo “liberale”, semmai è “cinica indifferenza”, “colpevole apatia”, quando non “ributtante masochismo”. E sì, perché lasciare che i fondamentalisti si insinuino, “educhino” e facciano propaganda nelle scuole pubbliche, porterebbe al dominio del fanatismo e alla fine della società liberale.

Sul medesimo tema, segue un articolo con analoghe considerazioni di Stefano De Luca, segretario del Partito Liberale (tratto dal blog Rivoluzione Liberale). E’ d’accordo con Bilotta, solo che paventa un certo rischio di “nazionalismo” etico-politico. Comunque anche De Luca invidia la Francia: l’Italia, dice, è lontana anni-luce. NICO VALERIO

EDUCARE ALLA LAICITÀ

Ma ve la immaginate la Ministra dell’Istruzione italiana che inaugura l’anno scolastico presentando la “Carta della laicità”? Nonostante tutti i miei sforzi non ci sono riuscito. In Francia è successo, invece. Due giorni fa il Ministro francese dell’Educazione nazionale Vincent Peillon ne ha illustrato i contenuti in un liceo alla presenza di un ex presidente del Consiglio costituzionale francese, del Presidente dell’Assemblea nazionale e del portavoce del Governo, in una specie di trionfo della simbologia repubblicana.

La Carta scolastica della laicità si compone di 15 articoli. I primi cinque tratteggiano le caratteristiche della laicità della Repubblica francese. Quelli che seguono, invece, entrano nel dettaglio di alcune regole che dovranno assicurare la realizzazione di una scuola laica. In sintesi, ecco il contenuto della Carta.

Prima di tutto si focalizza il contesto generale. Il rispetto di tutte le credenze è un’espressione del principio di uguaglianza oltre che della laicità della Repubblica (art. 1). Non esiste una religione di Stato e vi è una divisione tra lo Stato e le religioni che garantisce una assoluta neutralità dello Stato con riguardo alle convinzioni religiose o spirituali di ciascuno (art. 2). La laicità dello Stato consente l’esercizio di due libertà da parte dei cittadini: la libertà di scegliere di credere o di non credere; e la libertà di poter professare le proprie convinzioni rispettando quelle altrui e l’ordinata convivenza sociale (art. 3). La laicità, quale cifra caratterizzante lo Stato, viene descritta come un contesto nel quale ciascuno può esercitare la propria cittadinanza, rispettando i principi di uguaglianza e di solidarietà (art. 4). Tutti questi principi d’ora innanzi, grazie alla Carta scolastica della laicità, saranno particolarmente seguiti nelle scuole francesi (art. 5).

La scuola viene considerata come il contesto in cui si costruisce la personalità di ciascuno, dove si impara ad esercitare il libero arbitrio e a diventare pienamente cittadini. Pertanto, la scuola ha il compito di proteggere i giovani dal proselitismo e da ogni altro ostacolo che impedisca loro di fare scelte realmente libere (art. 6). La cultura che si forma nelle aule scolastiche deve essere comune e condivisa (art. 7). La libertà di espressione del pensiero conosce solo i limiti del buon funzionamento della scuola, del rispetto dei valori repubblicani e del pluralismo delle convinzioni (art. 8). Implicazione necessaria della laicità è la condanna ferma di ogni violenza e di ogni discriminazione, affinché sia garantita l’eguaglianza tra i ragazzi e le ragazze in un contesto di rispetto e di comprensione dell’altro (art. 9). Tutto il personale scolastico è responsabilizzato a trasmettere il valore della laicità agli alunni e a vigilare affinché la carta sia rispettata e sia portata a conoscenza dei loro genitori (art. 10). Inoltre, il personale scolastico ha il dovere di essere neutrale e non esprimere le proprie convinzioni politiche o religiose (art. 11). Le convinzioni religiose degli alunni, d’altra parte, non possono influire sul contenuto degli insegnamenti, per questo non si potrà impedire la trattazione di alcun argomento in ragione di tali convinzioni religiose (art. 12). Appartenere ad una qualche confessione religiosa non è una ragione sufficiente per rifiutarsi di rispettare le regole scolastiche (art. 13). All’interno della scuola è vietata la manifestazione delle proprie convinzioni religiose attraverso qualsiasi tipo di simbolo (art. 14). L’impegno di realizzare una scuola laica è affidato agli allievi attraverso il loro pensiero e le loro azioni (art. 15).

Un’iniziativa del genere solleva molte riflessioni, a partire dalla funzione che dovrebbe assolvere la scuola pubblica. È possibile continuare a concepirla come un luogo in cui – se va bene – si trasmettono nozioni? È possibile che non possa divenire uno spazio in cui far germogliare un senso di appartenenza civile diffuso? Molti dei momenti di socializzazione extrascolastici dei ragazzi sono occasione di formazione umana e civile: la frequentazione di associazioni sportive, dell’oratorio, delle scuole di musica o di danza, del bar o del muretto sotto casa e così di seguito. Perché non si dovrebbe immaginare una funzione simile anche per la scuola, visto anche il numero delle ore di permanenza dei ragazzi in quel luogo?

È possibile che sia da esecrare la prospettiva di un’educazione civile e umana dei giovani diffusa (anche) grazie alla scuola? A leggere Giovanni Belardelli la mia è una posizione illiberale, giacché immaginando una scuola in cui si impara a essere cittadine e cittadini consapevoli dei propri diritti, e apprezzando l’iniziativa francese che chiede a tutte e a tutti di fondare tale sforzo educativo sulla laicità sosterrei “forme pedagogiche autoritarie tipiche delle dittature di massa del Novecento”. Ora, togliendo di mezzo i fantasmi delle dittature di massa che immagino non avrebbero affatto apprezzato il contenuto della Carta francese, come ad esempio il rispetto e la possibilità di professare la propria fede, la libertà di espressione del pensiero e l’educazione all’uso del libero arbitrio, una tale critica non tiene conto: a) della funzione latamente pedagogica che tutte le regole hanno per loro natura, giacché servono ad indurre nei consociati alcuni comportamenti e a scoraggiarne altri; b) della necessità di pretendere certi comportamenti e non altri, specialmente in contesti come quelli educativi. Inoltre, quella francese a me pare una proposta più che un’imposizione da regime totalitario. A riprova di ciò vi è l’assenza di ogni forma di sanzione nella Carta.

Mi rendo ben conto che la scuola italiana è in condizioni disastrose e che prima di tutto dovremmo preoccuparci di non far cadere il soffitto delle aule in testa ai ragazzi e alle ragazze. Eppure, non riesco a rassegnarmi al fatto che lo sforzo che si compie da anni in altri Paesi (come la Spagna, ad esempio) nel sollecitare, soprattutto attraverso l’insegnamento dell’educazione civica, la creazione di una società inclusiva e rispettosa delle pluralismo culturale, sia impensabile in Italia.

A me basterebbe che a scuola si imparasse il rispetto dell’altro. Ma come fa una giovane studentessa di religione ebraica o mussulmana a sentirsi rispettata se entra in classe e trova un crocifisso appeso al muro? Separare lo Stato dalle religioni nelle scuole, non vuol dire misconoscere l’importanza che ha per alcuni una certa credenza religiosa, vuol dire piuttosto impedire a quelle convinzioni di ostacolare un percorso formativo improntato all’uguaglianza, al rispetto dell’altro, alla solidarietà, alla libertà di pensiero. Vuol dire prima di tutto educare alla non prevaricazione. Certo, vi sono esperienze differenti, come quella austriaca in cui nelle scuole è affisso il simbolo religioso della comunità più numerosa presente nella singola classe. E l’Austria è il paese con più persone che si dicono laiche in Europa. Ma anche tale modalità di azione finisce con il far sentire qualcuno escluso, non considerato. È per questo che non mi convince.

Se è vero come sostiene John Stuart Mill che «il valore di uno Stato, a lungo andare, è il valore dei singoli che lo compongono», solo offrendo ai cittadini e alle cittadine una scuola che non solo dia loro una buona opportunità di formazione e di informazione, ma sia anche una palestra di inclusione potremo sperare di rinnovare profondamente questo Paese. Sono convinto che a tal fine sia necessario un ambiente neutrale rispetto alle convinzioni religiose di ciascuno. È un sogno? Forse, ma senza sogni è impossibile costruire un futuro migliore. FRANCESCO BILOTTA

FRANCIA. APPROVATA LA CARTA DELLA LAICITÀ

Come aveva annunciato nei mesi scorsi, il Ministro francese della Educazione Nazionale Vincent Peillon, ha varato la Carta della Laicità. Un testo che in quindici articoli riforma una precedente legge del 1905, che a quel tempo era stata emanata con la non celata intenzione di produrre un allentamento della presa sulla società francese da parte del cattolicesimo. Nella legislazione odierna risalta la diffusa preoccupazione di frenare la penetrazione e la conseguente eccessiva influenza dell’Islam.

Bisogna tuttavia riconoscere alla Repubblica transalpina una sensibilità in termini di laicismo a noi sconosciuta. La nuova legge, che verrà introdotta nelle scuole a partire dal 2015, sottolinea che la Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale, che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e rispetta tutte le fedi religiose. Inoltre sancisce in modo formale l’uguaglianza tra maschi e femmine e riposa su una cultura del rispetto e della comprensione dell’altro. Viene altresì introdotto il divieto per gli studenti di invocare una convinzione religiosa o politica per contestare a un insegnante il diritto di trattare un tema che faccia parte del programma di istruzione. Infine l’Art.14 precisa che è “proibito portare segni o abiti attraverso i quali gli allievi manifestino in modo ostentato la loro appartenenza religiosa”.

La legge del Ministro Peillon rappresenta certamente una scelta di civiltà e sottolinea la sensibilità della Republique verso il tema della laicità dello Stato e la supremazia dei valori fondanti di esso rispetto ad ogni convinzione religiosa, ma, allo stesso tempo, rivela la tipica, eccessiva esaltazione del nazionalismo, che da sempre ha caratterizzato la grandeur della regione d’oltralpe. Tale evidente sottolineatura, sotto determinati profili, potrebbe apparire in contraddizione con lo stesso principio che la legge vuole affermare. Infatti una laicità autentica dovrebbe valere anche di fronte all’intrinseco nazionalismo francese, sempre debordante.

La stessa Rivoluzione del 1789, nata nel nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, finì con il “terrore” del termidoro. Toccò poi a Napoleone recuperare alcuni dei valori di libertà, che avevano ispirato la rivolta popolare, ma fortemente diluiti dal cesarismo nazionalista.

Un vero laicismo di stampo liberale dovrebbe rivendicare i principi fondanti della Costituzione e dello Stato ed introdurne nelle scuole il relativo insegnamento per promuovere la formazione di cittadini consapevoli, ma sottolineare laicamente la libertà di critica, ed anche, secondo il sempre mutevole spirito dei tempi, la possibilità di revisione, sia pure con le limitazioni delle particolari procedure previste per la modifica di ogni Legge fondamentale.

La laicità, elevata dall’articolo conclusivo della legge Peillon al rango di valore in sé, rappresenta una ricchezza, perché costituisce il presupposto del pluralismo culturale, religioso, etnico, filosofico di una nazione moderna.

Anche se, quindi, non appare del tutto infondato il sospetto che un secondo obiettivo nascosto del nuovo insegnamento scolastico, possa essere quello di costruire una difesa dal rischio di eccessiva islamizzazione della società francese, il merito culturale di una scelta netta in favore della neutralità dello Stato nei confronti di qualunque fede e della rivendicazione del carattere squisitamente laico della società, non possono che destare ammirazione e, nel medesimo tempo, suscitare un sentimento di mesta rassegnazione nel dover constatare quanto la nostra Italia sia lontana da un simile traguardo di civiltà giuridica e istituzionale. STEFANO DE LUCA


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