01 luglio, 2014

 

Scuole superiori in Italia: troppo divario col lavoro nelle aziende. Che non fanno ricerca.

La scuola secondaria e l’Università in Italia hanno colpe gravi, certo, perché furono pensate per fornire una dignitosa base culturale e teorica a una borghesia intellettuale e di provincia, di per sé poco operosa, se non nei tradizionali “impieghi umanistici”, come ancora accade oggi nel nostro Centro-Sud. E infatti i nostri famosi diplomati e laureati d’un tempo rappresentavano, appunto, il naturale emergere di un “genio” individuale, non la vittoria di squadra di un sistema culturale. E perché i nostri ottimi istituti tecnici industriali, dopo un ottimo inizio, caddero in decadenza per motivi che sarebbe lungo e complicato indagare. Crisi che si cerca di scongiurare per le nostre Università scientifiche. Ma anche i produttori in Italia hanno, al riguardo, le loro gravi colpe. Intanto, non sanno utilizzare le competenze fornite dalle scuole superiori, né spingerle alle innovazioni. Del resto, anche il nostro capitalismo è “all’italiana”, cioè familiare, provinciale, di vista corta, “sparagnino”, piuttosto conservatore, e incline agli aiuti di Stato. C’è anche poca cultura tra gli imprenditori italiani, che sono piccoli non solo come dimensioni di fatturato, ma anche per lungimiranza, capacità di tenersi al passo con “lo stato dell’arte”, aggiornarsi, competere utilizzando la ricerca e le ultime tecnologie. Una statistica ha trovato che ci sono pochi laureati tra gli imprenditori italiani, la cui figura tipica è il “padroncino”, cioè l’operaio che “si è messo in proprio”, con modeste competenze culturali. Questo gap, forse, appesantisce l’imprenditoria italiana. La colpa di tutto non è solo e sempre dei politici, dei sindacati, dei cinesi, dell’Europa; ma una buona parte di colpa ce l’hanno gli stessi imprenditori italiani. Sul tema del divario tra competenze fornite dalle scuole superiori e necessità dell’industria, pubblichiamo un articolo di Roberto Vacca (N. Valerio).

In USA le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano un grave divario fra le competenze/abilità ottenute dalle scuole superiori e quelle di cui hanno bisogno [skills gap]. Sul problema la Intelligence Unit dell’Economist ha appena pubblicato un rapporto, sponsorizzato dalla fondazione Lumina che in USA crea iniziative per innalzare i livelli di diplomati e laureati. Le aziende sostengono che spendono molto più di prima per addestrare il personale. È vitale farlo: il 60% dei posti di lavoro richiedono oggi una formazione post-diploma, dato che prodotti, processi e strumenti professionali vengono innovati di continuo (non solo nel settore informatico).

Lo studio dell’Economist si basa su interviste a 343 dirigenti di aziende che hanno da 100 a oltre 10.000 addetti e volumi di affari da milioni di dollari a oltre 10 miliardi. Per ridurre o annullare il divario citato, i 2/3 degli intervistati ha già in corso collaborazioni con università. Un terzo collabora con Community College (*).

Più della metà dei dirigenti intervistati ha dichiarato di considerare inadeguata la formazione dei giovani neo-assunti per quanto riguarda capacità di risolvere problemi; pensiero critico; lavoro di squadra; comunicazione; abilità tecniche; organizzare priorità multiple; uso di strumenti matematici.

In molti casi varie aziende stabiliscono con università e college programmi congiunti. Questi sono più efficaci quando ingegneri ed esperti di primo piano delle aziende collaborano a programmi di ricerca e sviluppo delle università.

La Northrop Grumman (aerospaziale, difesa) ha istituito presso l’Università del Maryland corsi avanzati di cyber sicurezza e ha anche rafforzato insegnamenti di computer, scienza, matematica, elettronica. Il CEWD (Centro per lo sviluppo della forza lavoro nel settore energia), creato da un consorzio di aziende del settore, organizza corsi pratici presso varie università. Incoraggia anche l’impiego di donne nella costruzione e manutenzione di reti elettriche.

Alcune aziende tedesche (fra cui BMW, Volkswagen e Siemens) stanno introducendo negli Stati Uniti la pratica dell’apprendistato. In Germania è pratica standard che dopo la maturità gli studenti si iscrivano a un corso universitario e insieme facciano gli apprendisti presso un’azienda. Il 25% delle aziende tedesche partecipa al programma, che non le obbliga ad assumere gli apprendisti. Circa il 60% dei giovani trova così il primo impiego. La BMW offre l’apprendistato nel

suo stabilimento di Spartanburg (South Carolina) che produce 300.000 auto all’anno, di cui il 70% esportate.

Parecchie aziende americane partecipano in vari modi a innalzare i livelli di conoscenza medi del pubblico in scienza, tecnica, ingegneria, elettronica – indicati con l’acronimo STEM. Questo accade poco in Italia. Ce ne sarebbe un bisogno estremo: la percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è il 21,7%. La media europea è 35,8 %. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.

La Commissione Europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti, etc.). L'Italia sta al 15° posto su 27, dopo Estonia, Slovenia, Cipro. Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato.

Gli imprenditori non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (pure necessaria). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con università e industrie italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

(*) I community college, creati dai governi locali, danno diplomi brevi di tipo tecnico, economico o umanistico e permettono ai giovani che escono dalle superiori di compiere un primo salto professionale. Ce ne sono 1500. Alcuni laureati dopo corsi di 4 anni, trovano lavoro più facilmente dopo aver seguito corsi biennali di tipo applicativo presso community college.

ROBERTO VACCA


24 maggio, 2014

 

Cinque Stelle di Casaleggio e Grillo? Oltre le urla, il vuoto. E il futuro è un minestrone “fantasy”.

Un nome un destino, nomen omen. Nel nome stesso del “Mo vi mento” 5 Stelle di Casaleggio e Grillo – direbbe un enigmista - c’è scritto chiaramente: ora sto per dirvi una balla. Tutto nei loro discorsi o post su internet (non parliamo neanche dei loro “programmi”…) è sottoculturale, provinciale, approssimativo, detto per sentito dire, non verificato, leggendario, sub-scientifico, grossolano, risibile. Basta dire che sui loro siti ci sono “prove” che le “scie chimiche” sono sostanze velenose appositamente emesse da centinaia di aerei misteriosi e clandestini. E’ grave, ma non gravissimo, che un comico per arrivare a un Potere così al di sopra dei propri mezzi culturali e intellettuali (e quindi chiaramente destinato ad altri, ma a chi?) intercetta la rabbia irrazionale dell’ignorante popolo italiano urlando bestialità folli, mettendo insieme decine di slogan senza senso, straparlando di tutto un po’, dal “complotto” dei banchieri ai motori d’aereo fatti con la stampante a tre dimensioni. E’ gravissimo, invece, che così tanta gente – per la verità quella che non si è mai interessata di Politica – lo prende sul serio, gli crede e lo vota. Del resto è una tendenza nazionale per cui purtroppo siamo noti in tutto il Mondo. L’incultura e la totale assenza di spirito critico laico degli Italiani ha prodotto i famigerati populismi italici: Mussolini e Fascismo, Giannini e Uomo Qualunque, Bossi e Lega Nord, Berlusconi e Forza Italia, Grillo e 5 Stelle. Spesso con identiche parole d’ordine e slogan. Il che è davvero inquietante e dimostra anche che gli Italiani per avere così poca memoria non solo hanno un’intelligenza debole, ma non leggono un libro di Storia. Ma è sul futuro possibile che attende la Terra e su un presunto “Nuovo Ordine” (che seguirà addirittura la III Guerra Mondiale nel 2020) che la formazione “culturale” di Casaleggio & C. rivela tutti i suoi limiti dilettantistici, con le sue ipotesi da leggenda metropolitana orecchiata al bar o sotto l’ombrellone e gli incubi da film di “fantasy” riferiti dopo una bevuta al bar. A cominciare da un pretenzioso video su YouTube che straparla di Mondo informatico totale e super-tecnologico, anzi di una vera “rivoluzione della conoscenza”, ma difetta proprio di conoscenza e ricorda certe superficiali e facilone sparate visionarie di Scientology, buone per affascinare i semplicioni. Sul tema ospitiamo l’opinione del grande scrittore, commentatore e futurologo Roberto Vacca (Nico Valerio).

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto di contributi pubblici. I programmi di quel movimento sono vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da parole disseminate in rete con blog, video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano la Dianetica dello scrittore di fantascienza Ron Hubbard, poi trasformata in Scientology (chiesa condannata per vari reati e che diffonde confusione di idee inutili).

Una delle basi culturali di M5S è un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio): NWO, New World Order. Descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, dice che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori fra cui:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse da messaggeri, da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire col Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare gli italiani. Hitler si assicurò il successo coi film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri - riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Vaticina: nel 2020 scoppia la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccidono miliardi di persone. [è bestiale che consideri inevitabile questo rischio estremo senza dire una parola su che cosa fare per evitarlo!] Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Dice che spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. Dice che è vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. [Decenni fa, lo aveva detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante e stupida].

Dice che comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee [quali?] e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy”: democrazia in rete. Dice che nel 2047 Google comprerà Microsoft e realizzerà “Earthlink” la nostra identità online: chi non l’avrà non esisterà più. Sostiene che nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolve problemi difficili con una struttura chiamata “braintrust”; che nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte; che nel 2054 ci sarà GAIA il governo mondiale senza partiti, religioni, ideologie; che saremo liberi e parteciperemo alla “collected knowledge”: conoscenza raccolta. Un altro video apre con; MAN IS GOD di sapore Nietzschano. Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Ma proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non studiano. Usano un linguaggio scheletrico (che ravvivano con turpiloquio banale) e riesumano “catchword” [neologismi di moda] presi in prestito ovunque. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (producer + consumer). Però non afferrano nessuno degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Se sono improvvisati da chissà chi hanno bassa qualità e non servono a niente. Questi sedicenti guru credono che diffondere conoscenza sia un lavoro facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemi, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale sarebbe l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati. Liberalizzare tutto è concetto attraente (che ricopiano da altri), ma non serve a ottimizzare la qualità. Propongono la “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la fa da sé. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari. Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin, però, non è una patente di competenza professionale. Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati, né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri e utili non si improvvisano. Aiutare pubblico e giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole, ma la scuola lo fa troppo poco. Chi è a favore della rivoluzione M5S dovrebbe a meditare su questi punti e a informarsi. M5S sarà un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

ROBERTO VACCA


15 maggio, 2014

 

Atrocità dell’Islam. Così gravi che non c’è bisogno di equivoci, neanche su una foto. Però...

Cerimonia dell'Ashura. Bambine Islam in catene dal loro marito La foto è simbolica: utile a noi occidentali per rappresentare icasticamente una realtà, anche perché coinvolge delle bambine totalmente velate e nascoste allo sguardo, molto piccole a giudicare dalla statura. Che sfilano in processione addirittura incatenate per incontrare il loro promesso sposo! Il che dice tutto sulla disparità dei due coniugi nell’Islam: uno è il padrone assoluto, l’altra la schiava.

La nostra tradizione antica, invece, è molto più egualitaria: è vero che la parola coniuge è parente stretta di soggiogare, essere sottoposti al giogo [quello dei buoi], ma oltre al concetto di giogo (iugum) c’è anche cum (insieme), quindi ad essere egualmente legati sono in due, marito e moglie, maschio e femmina. C’è una bella differenza con l’Islam: è una privazione volontaria di libertà per entrambi. Nell’Islam, al contrario, la donna (addirittura la bambina) è la preda dell’uomo, come se fosse una cosa. È come se fossero rimasti all’età delle caverne, seppure. Davvero vergognoso.

Anche se questa immagine fotografata sembra riferirsi in realtà a uno spettacolo rievocativo rituale-religioso di un giorno all'anno. Lo rivela su Facebook la ex-musulmana o islamica critica Rawanda Ferman che pur denunciando le atrocità dell'Islam precisa nel commento alla foto nella pagina di Britain First su Facebook che quella ritratta è solo la commemorazione dell'Ashura secondo la tradizione islamica degli Sciti. Aggiunge con apparente saggezza che l'Islam commette “già troppe atrocità perché noi si debba falsificare qualcosa per dimostrarlo”.

Giusto. Sarebbe come, esemplifico io, se un turista orientale ignaro fotografasse la processione dei "battenti" o "flagellanti" nel nostro Sud pensando che rappresenti un costume attuale o diffuso. Però...

Però c'è una grande differenza. Da noi, in Occidente, esiste una discontinuità profonda tra il fanatismo di pochi Cristiani del passato e i nostri valori unanimemente diffusi oggi e perfino ieri e l'altro ieri. Viene in mente il sonetto in cui il poeta satirico romano G.G.Belli manifesta il suo sarcasmo sui pochi masochisti autoflagellatori che si davano la “disciplina” con sanguinosi tratti di corda la sera, al buio, nell’oratorio del Caravita. La gente da noi non ha mai sopportato certi fanatismi: solo il Nazismo e certe sette cristiane degli albori, oltre all’Inquisizione, ricordano il fanatismo islamico. Con la differenza che quest’ultimo appare o viene fatto apparire “di popolo”. Per fortuna la donna, pur discriminata (se è per questo le donne si lamentano a ragione anche oggi), aveva 2000 anni fa libertà superiori a quelle che ha oggi nell’Islam. Si pensi alla libertà della donna nell’antica Roma, quando in Oriente e perfino in Grecia non poteva neanche cenare assieme al marito. Mentre presso Etruschi e Romani poteva perfino stipulare contratti e divorziare.

Insomma, la differenza è che nell'Islam non c’è discontinuità tra oggi, ieri e l'altro ieri, perfino nei Paesi del cosiddetto “Islam moderato”, come si è visto in Egitto e Turchia, e la massa dei sudditi-fedeli è coinvolta totalmente e passivamente senza possibilità di obiettare e di opporsi. Così, anche la foto di un rito, in cui non per caso la donna e in genere la persona umana viene umiliata e offesa, può rappresentare simbolicamente la loro realtà.

Questa distinzione serve non a indebolire, ma a rafforzare le nostre ragioni liberali occidentali. Eppure – sarà troppo “sottile” per la mentalità araba e islamica, sarà per l'educazione e la "cultura" che hanno ricevuto da generazioni – neanche gli islamici “moderati” (categoria inventata dagli Occidentali per auto-illusione), neanche gli ex-musulmani molto critici verso l’Islam, lo capiscono.

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NOTA. L’immagine è stata tratta dalla pagina Facebook di Britain First, un sito britannico conservatore con cui non abbiamo nulla a che spartire, ma che qui ora ci interessa in quanto critica il lassismo occidentale, con la scusa del “politicamente corretto”, magari di persone che si ritengono “progressiste” o “di sinistra”, di fronte al fanatismo dell’Islam, compreso quello che si rivolge contro le donne (ammesso e non concesso che la notizia dal Pakistan sia vera e non un pretesto dei conservatori per chiedere politiche razzistiche). E così commenta la foto che sopra abbiamo riportato:

WESTERN LIBERAL WOMEN: PAY ATTENTION, PLEASE!
Muslim girls being lead off in chains to meet their new husbands. The leading experts in Islamic Law met recently at the 191st meeting of the Council of Islamic Ideology and declared as un-Islamic any laws attempting to establish a minimum age for girls to be married. At the 192nd meeting the Council of Islamic Ideology went further and declared that women are un-Islamic and that their mere existence contradicted Sharia and the will of Allah. "Women by existing defied the laws of nature, and to protect Islam and the Sharia women should be forced to stop existing as soon as possible." Women who express their own will (most especially non-Muslim women) will be the first targeted for extermination.


27 marzo, 2014

 

L’utopia della “democrazia diretta”. «Ma perché il cittadino che vota deve essere rappresentato?».

La Lega Nord, il Berlusconismo e ora anche il movimento di Grillo hanno prospettato la possibilità che i mali della Politica siano ascrivibili al sistema connaturato con la democrazia stessa, cioè alla rappresentanza politica e al voto indiretto delle elezioni. Naturalmente l’utopia della democrazia indiretta è una pericolosa illusione, cara ai Dittatori populisti e carismatici. Accade, perciò, in questi tempi di crisi economica, politica e morale, che si intreccino ogni giorno domande del genere, dando luogo a dialoghetti pedagogici elementari come questo che segue, ripreso pari pari dalla mia pagina di Facebook. All’obiezione, com’è ovvio per un mezzo così immediato ed effimero come Facebook, si è risposto senza citare alcun testo o opinione celebre, solo utilizzando il buon senso e la semplicità di esposizione d’un “maestro elementare”:

«Ma insomma – scrive Alessandro – la democrazia dovrebbe essere sovranità del popolo, o no? Ripeto: per quale assurda ragione devo farmi rappresentare da qualcuno che neppure conosco? Perché non posso votare io in prima persona?»

No, Alessandro, è una vecchissima questione che abbiamo già studiato a scuola media, al liceo classico e poi – alcuni – anche all'Università, e su cui esistono migliaia di libri. Ti pare che gli uomini (filosofi, giuristi, storici, politologi ecc.) dall'Antichità al secolo scorso non ci abbiano già pensato? Come puoi immaginare di essere il primo, originale, a porre il problema? L’ingenuità va bene, ma se protratta, no.

Le risposte possibili sono infinite, e vanno tutte in un senso. Intanto uno Stato moderno non è Atene né Roma, che avevano circa 1000 cittadini con diritto al voto. La democrazia, è vero, letteralmente vuole dire “Governo di Popolo”. Ma l’etimologia non basta: bisogna studiare la Storia e la storia delle Idee.

Che cosa intendevano per “popolo” gli Antichi? Non intendevano “tutti”, come noi oggi con la moderna democrazia liberale, ma solo i pater familias (quindi maschi maggiorenni) ricchi, in pratica i proprietari terrieri ecc. Ancora fino al primo 900 i senatori erano nominati così. Del resto le donne, e tutti gli uomini non ricchi non avevano diritto di voto neanche per la Camera.

Da giovane ho scritto un saggio sull’alternanza e le cooptazioni delle élites al Potere (“L’interpretazione democratica del concetto di élite politica”). La Democrazia è sempre stata un concetto di élites. Quella liberale vuole che le élites siano anche all’interno liberali e democratiche e che si alternino tra loro in modo da assicurare l’alternanza, e anche che qualunque cittadino possa inserirsi nelle élites grazie al merito, alla dedizione ecc. Le élites politiche sono i Partiti o gruppi analoghi.

Quindi tu puoi entrare in un partito, cercare di modificarlo – se vuoi – dall’interno, poi rappresentarlo al Parlamento e nel Paese, e puoi anche andare al Governo. Sei così nello stesso tempo cittadino che vota e che è votato, se vuoi.

Il Popolo inoltre può-deve non solo darsi da fare per conoscere, ma anche controllare giorno per giorno i suoi eletti, consigliarli, informarli e, se non li ritiene più adatti, revocargli la fiducia, cioè non votarli più. Come vedi, un lavoro molto più importante e soprattutto continuo (e gratuito: voglio vedere quanti artigiani del Veneto o avvocati della Campania o ingegneri della Lombardia troverebbero il tempo di assentarsi periodicamente per le continua assemblee su questo o su quello. Già gli Antichi protestavano.) del semplice voto delle assemblee dirette di 1000 maschi ricchi (il “Popolo”) che a Roma o Atene decidevano il sì o no a una guerra.

Quindi la Democrazia indiretta, rappresentativa, è molto più sofisticata ed efficace – a saperla usare – di quella rozza diretta. Oltretutto, tranne i Referendum su questioni molto elementari e di coscienza, non tecniche e complesse che passano attraverso i Partiti, come Monarchia-Repubblica o Divorzio Sì-No (e infatti i Radicali hanno sbagliato a non capire questo limite del referendum) la democrazia diretta non solo farebbe danni più gravi, ma renderebbe non amministrabile neanche un piccolo Comune, e a maggior ragione non è praticabile in Paesi moderni di milioni di cittadini. Infatti non esiste neanche a San Marino! Il fatto è, diciamolo anche se è “politically uncorrect”, che mentre i Governi e le Amministrazioni sono diventate sempre più sofisticate e tecnologiche, con necessità di conoscenze multidisciplinari, l’uomo, il cittadino medio, è rimasto sostanzialmente quello semplicione e diffidente dei tempi di Platone: brontola, straparla, vorrebbe fare, ma poi è impedito dal proprio egoismo o dai propri limiti. Quelle di cittadino semplice e di cittadino che si dedica alla Politica, o meglio al Governo della Polis, restano due “professioni” diverse e lontane.

E poi oggi le cose sono molto complesse, tecnologiche. L’arte del Governo è cosa altamente professionale e abbisogna di molte competenze. Però è vero che anche questa Democrazia rappresentativa – l’unica possibile - vuole in teoria cittadini molto colti e informati, addirittura eruditi in varie materie poco amate dalla gente (diritto costituzionale, scienza delle finanze, economia politica, diritto privato, perfino filosofia del diritto ecc.). In mancanza di queste capacità, che pochissimi hanno, i cittadini che parlano di politica fanno la figura (e io li tratto, giustamente) da avventori di bar, parrucchieri e auto-officine. Del resto, si vede che non abiti, beato te, in un condominio: lì vedresti come l’ignoranza media dei Condòmini si unisce alla loro prosopopea e sicurezza in sé, oltre al polemismo gratuito.


03 marzo, 2014

 

La democrazia non basta se mancano cultura e spirito critico. Cinque populismi in soli 90 anni.

Che la massa sia spesso stupida, conservatrice, reazionaria, emotiva, irrazionale e pronta a essere sedotta da uomini furbi, simpatici e spregiudicati (che giornalisti, politologi e psicologi definiscono “carismatici”), l'abbiamo sempre saputo, detto e scritto. Quando non si poteva dirlo senza essere definiti anti-democratici.

Il che non solo è vero, ma molto preoccupante in Italia, il Paese tra quelli sviluppati che ha la classe media (la famigerata “gente”) e perfino la alta borghesia dell’industria, della politica, della pubblica amministrazione e delle professioni più ignoranti e meno educate allo spirito critico e alla buone regole di una corretta società liberale.

Per colpa di chi? Per colpa propria, cioè dei cittadini stessi. Certo, le scuse storiche sono tante e pesanti, e le conosciamo fin troppo bene: Stato della Chiesa e Principati vari che hanno per secoli tarpato le ali alla libertà e al libero pensiero, fino a gran parte dell’Ottocento, cioè appena 150 anni fa. Ma, una volta ritrovata l’Unità e la Libertà, come mai i cittadini – guarda caso dopo il famigerato Patto Gentiloni – hanno a poco a poco abbandonato il Liberalismo per affidarsi agli arruffapopolo di Destra e di Sinistra, cioè di nuovo agli antichi Dittatori a cui erano abituati da secoli?

Fatto sta che appena hanno potuto esprimere la propria vera natura, gli Italiani tutti (altro che le raffinate, colte e coraggiose élites liberali dell’Ottocento!), grazie al voto “democratico” di massa, hanno eletto sempre i peggiori. Basta ricordare che in appena 91 anni di storia, i beceri Italiani hanno votato per ben cinque populismi diversi:: Mussolini, Uomo Qualunque, Lega Nord, Berlusconi, Grillo). Una ricorrenza inquietante, unica in Europa.

Perché? Si sa fin troppo bene: ce lo hanno spiegato i grandi storici e pensatori democratici e liberali, da Croce a Salvemini. Perché il Risorgimento e il Liberalismo (quello vero) sono durati troppo poco, hanno coinvolto e interessato troppo poche persone, e quindi – nonostante i grandi sforzi fatti con la scuola, i giornali e la diffusione delle idee – non hanno insegnato alle generazioni a pensare in modo nuovo e a fondarsi sul giudizio critico. Il Fascismo, seguito dal rigurgito del Clericalismo e dall’illusione del Comunismo – tutte e tre, guarda caso, disastrose tendenze anti-liberali, hanno distrutto quel poco di laico, europeo, moderno e dignitoso che l’Italia era riuscita a realizzare, sia coi fatti sia nelle coscienze.

La Democrazia è in crisi? Certo, e ne approfittò anche Mussolini. Ma è in crisi da sempre perché la Democrazia non basta, è solo un metodo, non un fine. Ecco l’equivoco in cui cadono tutti.

E noi che siamo insieme democratici e liberali, oltreché ambientalisti e molte altre cose, sappiamo bene fin dall’adolescenza, per averlo studiato sui libri di liceo, che la Democrazia in un grande e moderno Paese, a differenza della polis di Atene di mille cittadini o della Roma repubblicana con 5000 cives, è solo un metodo di votazione, cioè si risolve purtroppo solo nelle elezioni. La Democrazia non dà idee, intelligenza, onestà, competenza, a chi non le ha.

E allora? Serve un'intera generazione di persone, disinteressate, eroiche, ma molto intelligenti e colte, che non vogliano fondare partiti (attenzione: i dittatori si presentano sempre come salvatori della Patria), né essere elette o guadagnare, ma che insegnino di nuovo a pensare. E nel pensiero è compresa la psicologia: il capire da segni precisi, codificati, quali sono i furbi che ci stanno per turlupinare.

«Un tale, accortosi che i cretini erano la maggioranza, pensò di fondare il Partito dei Cretini. Ma nessuno lo seguì. Allora cambiò nome al partito e lo chiamò Partito degli Intelligenti. E tutti i cretini lo seguirono». (Dino Risi, I miei mostri, Mondadori 2008).


18 dicembre, 2013

 

Il pro e il contra delle possibili leggi elettorali. Ecco di che cosa realmente si sta discutendo.

1. LA SOLUZIONE PIU’ FACILE? LA LEGGE COSI’ COME L’HA SCRITTA LA CORTE. MAGARI CON SOGLIE UGUALI PER TUTTI.

Ci sono due possibili modi di impostare la riforma della legge elettorale per il rinnovo della Camera dei deputati. Il primo, tecnicamente più facile, è quello di partire dalla legge elettorale vigente (legge 21 dicembre 2005, n. 270), così come emendata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale.

Il secondo modo è quello di disporre l'abrogazione della predetta legge n. 270/2005 e di assumere come base la precedente legge 4 agosto 1993, n. 277 (più nota quando associata al nome dell'ex Ministro Sergio Mattarella), introducendo in questa gli opportuni correttivi.

Per quanto mi riguarda, non disdegno la prima via, dal momento che non ho alcun pregiudizio ideologico nei confronti del sistema proporzionale. So, inoltre, che sono note e sperimentate soluzioni efficaci per contrastare il fenomeno della frammentazione della rappresentanza. Si tratta di manovrare con equilibrio due varianti: la dimensione delle circoscrizioni e l'introduzione di soglie di sbarramento.

Per quanto riguarda la fissazione di soglie, queste, per risultare efficaci e per essere coerenti con il principio costituzionale secondo cui tutti i voti hanno lo stesso peso (sono uguali), devono rispondere ad un requisito: vanno applicate nello stesso modo a tutti i soggetti che partecipano alla campagna elettorale, senza distinguere fra liste coalizzate e liste che si presentano da sole. Se le circoscrizioni sono ampie, ossia tali da includere alte cifre di popolazione residente e quindi con molti seggi da ripartire, le soglie di sbarramento, invece di essere riferite al totale dei voti validi espressi in ambito nazionale, possono essere introdotte nella stessa dimensione circoscrizionale, in modo da dare comunque rappresentanza a forze politiche che hanno un consistente radicamento territoriale e non sono uniformemente presenti nel territorio nazionale.

Ragionando in linea generale e tenuto conto dell'esperienza storica, si può concludere che il sistema proporzionale, in situazioni di difficoltà politica e di forti tensioni, è quello che finisce per garantire tutte le forze politiche. Le quali, non fidandosi l'una delle soluzioni proposte dall'altra, con una legge proporzionale possono almeno fare affidamento su una corrispondenza fedele tra voti ottenuti e rappresentanza parlamentare. Corrispondenza che viene smarrita quanto più si corregge la proporzionalità con meccanismi maggioritari.

Il problema della prima via è appunto quello che si possa cadere nelle mani di apprendisti stregoni, i quali, con il pretesto di assicurare la governabilità, potrebbero disegnare un altro mostriciattolo giuridico e politico, tale da essere parente stretto del modello Calderoli.

La migliore legge elettorale è la più semplice, quella il cui funzionamento può essere compreso da tutti i cittadini.

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2. ALTRIMENTI, TORNARE ALLA LEGGE MATTARELLA. MA CHE COSA VUOL DIRE IN PRATICA?

Mi sembra interessante, quindi, riflettere seriamente sul secondo percorso possibile.

Come è noto, la legge Mattarella prevedeva che 475 deputati, ossia il 75 % dei deputati nella attuale composizione della Camera, venissero eletti in altrettanti collegi uninominali con sistema maggioritario. Ciò significa che in ogni collegio risulta eletto il candidato che ha riportato il maggior numero di voti. Gli anglosassoni definiscono questo criterio: il primo prende tutto (First past the post).

Commentatori frettolosi sostengono che, anche con questo sistema, le tre forze politiche che sono risultate di peso elettorale quasi equivalente nelle elezioni del 24 e 25 febbraio 2013, ossia coalizione di Centrosinistra, coalizione di Centrodestra, Movimento Cinque Stelle, si dividerebbero in tre fette pure i collegi uninominali.

Questo è un errore grossolano. Infatti, se uno dei tre competitori fosse capace di raccogliere più voti rispetto a ciascuno degli altri due e questa prevalenza si manifestasse uniforme nel territorio nazionale, potrebbe conquistare quasi tutti i 475 collegi. Gli altri due competitori si ritroverebbero con il classico pugno di mosche in mano, anche quando il vincitore li sopravanzasse di poche centinaia di voti in ogni singolo collegio. Basta un solo voto in più: il primo prende tutto, come prima si scriveva. Tutto dipende dalla distribuzione territoriale del consenso, oltre che dalla quantità di consenso.

Se si ritorna all'impianto della legge Mattarella, l'unica cosa sicura è che sarebbero ripristinati i 475 collegi uninominali già sperimentati nelle elezioni del 1994, del 1996 e del 2001. Ogni modifica del numero dei collegi comporterebbe la necessità di una nuova delimitazione territoriale ed i tempi si allungherebbero considerevolmente. Senza complicarsi inutilmente la vita, basta scrivere che resta invariata la delimitazione territoriale dei collegi istituiti in attuazione della legge n. 277/1993.

La legge Mattarella prevedeva un unico turno di votazioni. Si potrebbe innovare disponendo che le elezioni si svolgano in due turni. Questa soluzione presenterebbe dei vantaggi in linea teorica, sui quali non ritorniamo perché altre volte ce ne siamo occupati.

Ci sono, tuttavia, due ostacoli. Il primo è l'ostilità da parte di quelle forze politiche che ritengono che un secondo turno elettorale le danneggerebbe: il secondo turno conviene soltanto alle forze politiche potenzialmente capaci di attrarre elettori che al primo turno hanno votato per candidati espressi da piccoli partiti, o si sono astenuti.

Il secondo ostacolo, ancora più serio, è la disaffezione popolare nei confronti del voto. E' già un problema convincere le persone ad andare a votare una volta; un secondo turno ravvicinato farebbe crescere l'astensionismo. Come comprova l'esperienza del voto nelle elezioni amministrative. Di conseguenza, quanti teorizzano che il turno di ballottaggio darebbe piena legittimazione ai vincitori delle elezioni, non considerano che raccogliere la maggioranza assoluta di un trenta per cento degli aventi diritto al voto non dà poi una legittimazione democratica così forte. Non va dimenticato, infine, il profilo economico della questione: prevedere due turni significa, in pratica, raddoppiare i costi delle elezioni.

La parte più discutibile e discussa della legge Mattarella riguarda l'attribuzione dei rimanenti seggi. Questi oggi non sono più 155, ma 143, perché dodici seggi vanno attribuiti nella circoscrizione Estero, secondo quanto disposto dall'articolo 56, secondo comma, della Costituzione. Le forze politiche stanno valutando se utilizzare questa quota di 143 seggi per introdurre un premio di governabilità. La cautela è d'obbligo, perché si tratterebbe di introdurre un premio in seggi in un impianto normativo che già prevede il sistema maggioritario secco per l'attribuzione di 475 seggi nei collegi uninominali.

Per quanto mi riguarda, subordinerei la possibilità di attribuire il premio alla coalizione più votata al sussistere di due condizioni (entrambe necessarie). L'Ufficio centrale nazionale dovrebbe verificare se la lista, o coalizione di liste, più votata: – a) abbia ottenuto una cifra elettorale nazionale non inferiore al trentacinque per cento del totale dei voti validi espressi nel voto per le liste circoscrizionali, esclusa la circoscrizione Estero; – b) possa contare su almeno 228 deputati direttamente eletti nei collegi uninominali istituiti nel territorio nazionale, contraddistinti dal medesimo contrassegno collegato (Nota: 228 deputati sono il 48 % del totale dei deputati eletti nei collegi uninominali; come già detto, ciò non significa che si richieda il 48 per cento di consenso medio sul piano nazionale, perché, per la logica del sistema maggioritario, per raccogliere questo risultato è sufficiente una buona distribuzione territoriale del voto).

Le due condizioni sub a) e sub b) si spiegano perché, nell'impianto della legge Mattarella, ogni elettore dispone di due voti, da esprimere su distinte schede. Un voto per la scelta di un candidato, fra quelli il cui cognome e nome sono riportati a caratteri di stampa nella scheda di votazione per il collegio uninominale; l'altro voto per la scelta di una lista, fra quelle concorrenti nella circoscrizione. La legge Mattarella non prevedeva la possibilità di esprimere preferenze nel voto alle liste circoscrizionali. La mia opinione è di mantenere la stessa regola: ciò non contrasterebbe con la recente sentenza della Corte Costituzionale perché in questo caso il radicamento territoriale della rappresentanza sarebbe già ampiamente garantito dall'elezione di 475 deputati in altrettanti collegi uninominali. Prevedere il voto di preferenza in circoscrizioni ampie significherebbe contraddire l'esigenza di contenere le spese per la campagna elettorale, esigenza che si lega strettamente con quella di moralizzare la vita pubblica.

Quanti seggi destinare alle liste che fanno parte della coalizione più votata? A mio avviso, non più di 93 seggi, ossia il 65 % dei 143 seggi disponibili. Per garantire in modo efficace la rappresentanza delle minoranze, i rimanenti cinquanta seggi dovrebbero comunque essere ripartiti fra le liste circoscrizionali diverse da quelle facenti parte della coalizione risultata più votata. Inoltre, affinché anche forze politiche di consistenza media possano ottenere rappresentanza, sarebbe consigliabile utilizzare circoscrizioni di ampie dimensioni.

Immaginiamo che il territorio nazionale venga diviso nelle seguenti tre circoscrizioni elettorali: – la prima, denominata Italia Settentrionale, comprenderebbe il territorio delle Regioni Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino - Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli - Venezia Giulia; – la seconda, denominata Italia Centrale, comprenderebbe il territorio delle Regioni Emilia - Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise; – la terza, denominata Italia Meridionale e Insulare, comprenderebbe il territorio delle Regioni Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Il numero dei seggi spettanti alle singole circoscrizioni verrebbe determinato dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per 143 e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti (si applica il criterio enunciato all'articolo 56, ultimo comma, della Costituzione).

Visto il Decreto del Presidente della Repubblica 6 novembre 2012, recante "Determinazione della popolazione legale della Repubblica in base al 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni del 9 ottobre 2011" (pubblicato nel Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 294 del 18 dicembre 2012, Serie Generale), il numero complessivo degli abitanti della Repubblica risulta determinato in 59.433.744 abitanti. Di conseguenza, la divisione per 143 dà un quoziente di 415.620.

Alla Circoscrizione Italia Settentrionale, con una popolazione di 22.871.237 abitanti, spetterebbero 55 seggi (tutti con quoziente pieno). Alla Circoscrizione Italia Centrale, con una popolazione di 17.563.779 abitanti, spetterebbero 42 seggi (tutti con quoziente pieno). Alla Circoscrizione Italia Meridionale e Insulare, con una popolazione di 18.998.728 abitanti, spetterebbero 46 seggi (dei quali 45 con quoziente pieno ed uno per il maggior resto, quantificato in 295.828).

In ciascuna circoscrizione non sarebbero ammesse all'assegnazione dei seggi le liste la cui cifra elettorale circoscrizionale fosse inferiore al quattro per cento del totale dei voti validi espressi nella circoscrizione medesima (Nota: l'articolo 83 del Testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, come modificato dall'articolo 5 della legge n. 277/1993, prevedeva invece una soglia di sbarramento nazionale: aver «conseguito sul piano nazionale almeno il quattro per cento dei voti validi espressi»). Tale regola si applicherebbe in modo uguale nei confronti di tutte le liste, incluse quelle facenti parte della coalizione risultata più votata.

Saltando tutti i passaggi intermedi ed arrivando al dunque, i 93 seggi attribuiti con sistema maggioritario alla coalizione più votata sarebbero assegnati nel modo seguente: trentasei nella circoscrizione Italia Settentrionale, ventisette nella circoscrizione Italia Centrale, trenta nella circoscrizione Italia Meridionale e Insulare.

I 50 seggi da attribuire con metodo proporzionale alle altre liste sarebbero distribuiti nel modo seguente: diciannove nella Circoscrizione Italia Settentrionale, quindici nella Circoscrizione Italia Centrale, sedici nella Circoscrizione Italia Meridionale e Insulare.

Gli Uffici centrali circoscrizionali della circoscrizione Italia, Settentrionale, della circoscrizione Italia Centrale, della circoscrizione Italia Meridionale e Insulare sarebbero, rispettivamente, costituiti presso la Corte d'appello di Milano, presso la Corte d'appello di Roma, presso la Corte d'appello di Napoli. Si potrebbero applicare, in quanto compatibili, le norme procedurali vigenti per l'elezione dei rappresentanti dell'Italia nel Parlamento europeo (in quel caso le circoscrizioni sono cinque).

LIVIO GHERSI


28 novembre, 2013

 

Berlusconismo. L’ epilogo di un’Italia malata di populismo, demagogia e clerico-fascismo.

Carabinieri portano via di peso Berlusconi-Pinocchio con naso lungo (acquerello)

Se l’uomo è stato cacciato dal Parlamento, perché finalmente si è potuta applicare la legge, quella legge che finora in altri casi non era stata “uguale per tutti” e lo aveva salvato mille volte, il suo sistema resta.

Il berlusconismo, infatti, non è un metodo politico come un altro, ma è un sistema di Potere che gioca su contraddizioni e ossimori infiniti. Intanto, parte paradossalmente da un mezzo moderno come la tv per rivolgersi al suo pubblico, che è ormai il più antiquato, e grazie alla psicologia della comunicazione di massa (perfezionando e parodiando le grandi dittature del Novecento – comunismo, fascismo e nazismo – che si affidavano in modo ossessivo a manifesti, radio e giornali) fa di tutto per raccordarsi con la dovuta sbrigatività e rozzezza all’anima insieme plebea e anarco-individualista, reazionaria e clerico-fascista, conservatrice e populista degli Italiani. Un misto caotico di estrema destra e pulsioni ribellistiche di disobbedienza, tipiche di sinistra. Insomma, pura demagogia.

Il berlusconismo, perciò, non è una svolta improvvisa, il colpo di testa di un uomo solo contro tutti, e neanche una accidentale “parentesi della Storia”, come qualche liberale credette per il Fascismo (errore scusabile: era la prima volta). No, è purtroppo la naturale rivincita di un’Italia parallela e costantemente presente negli sgabuzzini della sottocultura di provincia, sbrigativa e anticulturale per antonomasia, finora nascosta sotto le ceneri della Storia: quella degli Italiani sconfitti dal Risorgimento e dalla Resistenza, “educati” dal Fascismo e dalla Democrazia Cristiana. In tre generazioni, ben 60 anni di clerico-fascismo vorranno pur dire qualcosa, o no? E quanti sono questi Italiani contrari geneticamente e antropologicamente alla democrazia liberale? Sono oggi il 25 per cento, sono la metà, sono ancora di più?

Ma è curioso che nell’irrazionalità ludica, nell’improvvisazione teatrale, nella recita irresponsabile, nella scommessa continua d’un uomo freddamente amante del rischio e buon giocatore nato, molte scelte le abbia poi suggerite paradossalmente il Caso. Quest'uomo, infatti, più che agire è stato “agito”, com’è tipico dei dittatori e dei politici demagogici e populisti.

Il soggetto vero, infatti, non è stato lui, ma la folla. Ed è questo che inquieta ancor di più, perché diventa un dato di costume sociale, antropologico. La folla vera, di rado e nei primi anni;  la folla virtuale il più delle volte: la tv. E per televisione si intendono tutti i programmi, non solo Mediaset e Rai, ma anche gli altri canali, visto il gran parlare che se n’è fatto ogni giorno per vent’anni. O “amato leader” o “odiato leader”, sempre pubblicità è. E che pubblicità! Determinante ai fini elettorali.

Grazie alla televisione, non si è imposto, ma è stato scelto, anzi scoperto, dalla folla dei tele-abbonati, come perfetta immagine di sé. E’ stato visto e riconosciuto e amato a prima vista, giustamente, dal 25 per cento o dalla metà ignorante e un poco corrotta degli Italiani. Quella che ci piace schematicamente immaginare abituata a dire alla minima difficoltà “Piove, Governo ladro”, a non rispettare una coda, a parcheggiare l’automobile in terza fila, a evadere le tasse, a sopraelevare una costruzione, a sanare un illecito, a farsi condonare questo o quello, a raccomandare o a farsi raccomandare (dall’amico o dal monsignore o dal politicante di turno), ad avvalersi di privilegi, favori e permessi speciali, piccoli o grandi non fa differenza, ad aggirare divieti. Insomma a vivere furbescamente per il proprio utile individuale disinteressandosi totalmente degli altri, anzi pubblicizzando le perdite e privatizzando gli utili. E un’Italia così non è solo il 25% o la metà degli elettori, ma è ancora più numerosa.

Così lo hanno visto o immaginato, e così lo hanno votato specchiandosi in lui, come il più perfetto rappresentante. Lui, con con la sua cinematografica arroganza da attore consumato, con l’esibita sicurezza di sé, diciamo pure faccia tosta, con le volute gaffes che ripercorrevano ad uno ad uno tutti i luoghi comuni del peggior “italiano medio” della pubblicistica satirica del Novecento, con l'elogio continuo della furbizia d’un tipico, presunto “piccolo imprenditore del Nord”, della prepotenza spacciata per simpatica disinvoltura, dell’aggirare la legge, col suo ostentato sessismo maschilista (per catturare simpatia e strappare l’applauso identitario, come nell’avanspettacolo), col suo evidente non saper far nulla grazie ai propri meriti, neanche le tanto strombazzate, perfino dagli avversari, televisione ed editoria, senza appoggi politici, amicali e giudiziari, come hanno appurato le sentenze (p.es. quella di condanna per il lodo Mondadori).

Un uomo politico di questo genere ha compromesso politicamente, economicamente ed eticamente l'Italia per 20 anni, tanto quanto è durato lo stesso Fascismo, procurando danni irrimediabili alla democrazia, al liberalismo, al riformismo, come neanche aveva fatto l’infausto Ventennio del Duce, che almeno non aveva l'improntitudine di definirsi addirittura "liberale"! Cosa che i liberali, e non solo quelli di centro e di sinistra, ma anche quelli di destra, non gli perdoneranno mai. E il berlusconismo è certamente il periodo più buio della storia dell’Italia moderna.

Così ha finito, volente o no, per “educare” al proprio metodo, cioè diseducare, tutti: Destra, Centro e Sinistra, Nord e Sud. Il cosiddetto “bipolarismo” interpretato e imposto dal berlusconismo è stato una copia-burletta di quello vero, anglosassone, in cui si scontrano non due politici senza idee ma con tanta voglia di Potere, bensì due personalità che espongono programmi precisi e contrapposti.

Certo, le colpe vere sono di chi lo ha appoggiato e votato, di chi si è lasciato diseducare (noi no, per esempio). Non è solo il famigerato settarismo italico (guelfi e ghibellini, bianchi e neri), becero e rozzo come il tifo calcistico, fatto apparire come giusta “passione”. Su questo è stato determinante anche il deficit culturale, quella famosa immaturità scolastica e quindi di idee degli Italiani, ultimi per lettura di libri nell’Europa avanzata, il 70% dei quali da indagini scientifiche è risultato “non comprendere esattamente il significato d’un testo”. Cosa di cui ci rendiamo conto anche su internet, e che riguarda lettori o autori di blog e frequentatori di Facebook, perfino se laureati e docenti. E’ noto che l’italiano medio non sa discutere e argomentare: non usa il metodo socratico di stare solo all’ultima affermazione dell’avversario, ma salta di palo in frasca e straparla all’improvviso di tutto in modo disordinato, solo per prevalere col fiume di parole sull’altro. Non dialettica ma litigio. Che scelte possono fare persone del genere, digiune, p.es., di storia e di educazione civica? Il berlusconismo, appunto, è stato il terreno di coltura ideale per questa larga fetta di Italiani. Solo la scuola, la lunga educazione, anche sociale (gli altri cittadini) e i viaggi all’estero nel Nord Europa, perciò, potranno cambiarli: ma ci vorranno generazioni.

In quanto ai danni provocati dal responsabile del berlusconismo, vittima di se stesso e forse anche del pubblico dei berlusconiani che restano, ripetiamo, i primi attori di questa tragedia-farsa, sono così gravi che non pagherà mai abbastanza. Gli Antichi erano crudeli e si ingegnavano a creare pene astruse e fantasiose per i reprobi. Ebbene, la pena del contrappasso ideale per chi ha umiliato e screditato l’Italia all’estero, imponendo la logica dell’egoismo strafottente dei propri interessi e ridicolizzando la democrazia liberale, oltretutto ostentando la ricchezza personale come Potere, è impossibile da trovare. Noi liberali non amiamo troppo il carcere e, pur severi, rifuggiamo dalla crudeltà. Però a tutto c’è un limite. Così, anche se il berlusconismo ha costretto noi liberali e garantisti a rimpiangere le pene più atroci dell'Antichità, ci siamo sforzati di immaginare più umane misure alternative. Che secondo noi, visto il tipo, sarebbero le più efficaci. Sempreché le Convenzioni internazionali lo consentano… Per esempio, pulire i cessi degli immigrati a Lampedusa per 10 anni, vivendo con 5 euro al giorno e dormendo e mangiando alle tavolate comuni con loro. Perché no? Questo, tra l’altro spingerebbe anche a migliorare le condizioni di alloggio degli immigrati clandestini. Ma sì, più ci pensiamo e più ci convinciamo che ogni altra pena sarebbe inadeguata.

IMMAGINE. Il disegnatore satirico, sconosciuto per quante indagini abbiamo fatto, ha preso felicemente spunto da una tavola della più famosa edizione di Pinocchio di Collodi.


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