16 maggio, 2013
Il Papa: «I Cattolici siano coerenti, vadano a messa, e mostrino zelo». E l’ateo è d’accordo.
“No ai cristiani da salotto!”, dice papa Francesco. E fa benissimo. Siamo d’accordo.
Da non-credenti sempre più convinti. siamo sempre più convinti che gli ultimi due papi qualche ragione ce l’abbiano.
Com’è possibile? Eppure siamo arci-sicuri che l'invenzione del personaggio "Gesù" è stata la più grossa mistificazione della Storia. Se neanche i più bravi storici dell’epoca lo hanno citato, ma hanno riferito invece d’un guerrigliero anti-Romano pretendente al trono d’Israele.
Fatto sta che lodammo, contro tutti, paradossalmente, papa Benedetto, il papa-professore, perché meno fanatico, meno esibizionista, meno attore mediatico di papa Giovanni Paolo, perché “abituato” all'errore (degli studenti, e per analogia anche dei non-credenti...). Ma anche più severo e intransigente. Bene, così da rafforzare per contrasto l'identità sempre più debole ed evanescente di atei e laicisti.
E ora lodiamo questo Papa Francesco, neanche paradossalmente, quando dice “Basta ai finti cristiani da salotto”. Che abbiano “zelo apostolico”, che “diano fastidio nelle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”, che facciano, che siano coerenti, che si comportino davvero da cristiani nella vita di ogni giorno. Giusto. Giustissimo.
Ma come mai siamo d'accordo? Perché a differenza di molti laicisti irrazionali ed emotivi, i veri razionalisti devono ragionare.
Anzi, non c’è neanche bisogno di scomodare la Ragione, basta il suo umile e semplice servo, il buonsenso, per capire che se i Cattolici fossero quelli che auspica e pretende papa Francesco, cioè quelli che vanno in chiesa almeno la domenica, che sono zelanti, coerenti con gli insegnamenti, dediti a opere “caritatevoli” e “buone” iniziative (compreso l’auto-finanziamento della loro Chiesa, come accade in Germania, senza obbligare tutti indiscriminatamente a farlo, anche ebrei, islamici, buddisti e atei, con l’Otto per Mille), ebbene questi Cattolici responsabili sarebbero una minoranza dignitosa, austera e rispettatissima, che ricorderebbe un po’ gli Amish e un po’ gli Ebrei, e non farebbero i danni nella società e nella politica che fanno i tanti finti Cattolici, i “Cattolici da salotto”. Che oltretutto, privi di “carità cristiana” come sono, fanno mostra ad ogni occasione di apparire addirittura i più fondamentalisti e fanatici. A parole.
Vi ricordate le polemiche sulla “fine vita” della povera Eluana Englaro e sulla famigerata legge della fecondazione assistita, poi giustamente smembrata pezzo a pezzo dai giudici? Ebbene, sia al Governo che in Parlamento, i più fanatici filo-cattolici, gli ultrà del conservatorismo clericale, i più aggressivi e autoritari, guarda caso, non erano ex-democristiani, ma ex-radicali o ex-socialisti o ex-fascisti o ex-comunisti. Gente che non crede minimamente e comunque non va neanche alla messa della domenica! Ma che strumentalizza il Cattolicesimo per loschi fini di lotta politica, usandolo come una clava di comodo contro gli avversari.
E sono proprio loro, i finti Cattolici, i Cattolici “strumentali” o per secondi fini o “all'acqua di rose”, che s'intromettono, sgomitano, brigano, imbrogliano, ricattano, comandano, passano sopra il cadavere altrui, e dunque sono insieme clericali e corrotti. Fanno in sostanza del Cattolicesimo una sorta di ideologia politica, ora falsamente accomodante e pronta per tutte le stagioni, ora fintamente intransigente, anzi beghina e ultra-reazionaria. Ma sempre ad un unico e solo scopo: avere o conservare il Potere. Il Potere in questo Mondo, ovvio, non credendo evidentemente all’Altro.
E con finti Cattolici del genere, è facile per gli opportunisti avidi di Potere e ricchezza infiltrarvisi. E questi Cattolici “da salotto” o “da politica”, così rimpolpati, è inevitabile che siano tanti, tantissimi, e che si sentano e si comportino come gruppo di pressione extra-religioso, maggioranza arrogante.
Voi direte: questo sarebbe vero per la Comunità di base dei fedeli, ma per la Chiesa al vertice? Accadrebbe lo stesso. Anche preti, vescovi, cardinali, Curia e Papa si comporterebbero diversamente, se sapessero di essere a capo d’una comunità limitata ma coesa e coerente, che fa “opere di carità” e di “testimonianza”, ma non conta nulla politicamente perché non ricerca il Potere. E si concentrerebbero sulle questioni di loro pertinenza, cioè su quelle che riguardano lo “Spirito”. E non sarebbero per niente arroganti con gli altri, con gli estranei, a parte forse qualche tentativo di missionarismo e conversione facilmente contrastabile.
Possibile che molti amici giornalisti, radicali, laicisti e atei non lo capiscono? E addirittura alcuni gioiscono se alcuni Cattolici si dichiarano favorevoli al divorzio o all’aborto? Come se potesse esistere una “Chiesa progressista”. E come se questa ipotetica Chiesa non fosse in realtà molto più fasulla, aperta alle infiltrazioni di politicanti e opportunisti, invasiva e pericolosa per quella sana separazione tra Stato e Chiesa, regno di Cesare e regno di Dio, sia pure in Terra.
Ma sia i “laicisti”, sia gli stessi giornalisti commentatori, questo banale ragionamento non lo fanno: si può essere più ottusi? Come si fa a essere giornalisti, laicisti, radicali o razionalisti, e a non ragionare?
Conclusione: siamo, dobbiamo tutti essere, d’accordo con la richiesta di coerenza e di zelo del Papa ai suoi fedeli. E basta, amici giornalisti, esperti di indagini demoscopiche e politici, col considerare "cattolici" quelli che si proclamano tali per pura scelta di campo. Scelta non ideologica, ma puramente “politica”, di comodo. Perché l’ideologia del Cattolicesimo o del Cristianesimo non esiste: esiste solo la religione e i catechismo. E su qualunque tema politico sono sempre lì a scegliere ogni volta tra Conservatorismo, Socialismo e Liberalismo: dalle tre ideologie non si scappa.
Perciò, se non vanno in chiesa, se non prendono i sacramenti, se non sono coerenti col Cattolicesimo nella vita quotidiana, se non criticano la Chiesa quando sbaglia, non sono cattolici. Lo dice il Papa.
E chi sono, allora? Ma non sappiamo, forse imbroglioni, mistificatori, oppure autoritari o conservatori senza coraggio di ammetterlo, quando non addirittura politicanti opportunisti che vogliono fare carriera e soldi, come certi “atei devoti” e “laici clericali” che abbiamo visto in Parlamento e nelle Regioni.
In ogni caso, la smettano di definirsi Cattolici e di dare fastidio al prossimo. E piuttosto vadano in chiesa, mostrino più zelo, non dicano parolacce, non pensino male, non compiano atti impuri, non commettano adulterio, non violentino i bambini, non divorzino, abbiano benevolenza verso il prossimo, amino i loro avversari, non falsifichino le schede elettorali, non siano avidi di Potere, non rubino, non evadano le tasse, rispettino le leggi, non facciano accordi con i Mafiosi, si comunichino e si confessino, vadano, vadano…
AGGIORNATO IL 17 MAGGIO 2013
09 aprile, 2013
Margaret Thatcher né grande statista né “liberale”: fu solo un’ultra-conservatrice.
Non mi unisco agli imbarazzanti elogi funebri di tanti, anche i più insospettati (perfino il progressista e crociano prof. Ocone, il colmo!) che definiscono la appena defunta Lady di ferro, una "liberale". Solo perché credeva soltanto nell'individuo, o meglio in se stessa.
Ma se è per questo qualsiasi dittatorello sarebbe "liberale".
No, la ex Primo Ministro fu una super-conservatrice, cioè fautrice di una politica di estrema Destra. E infatti apparteneva al Partito Conservatore (all'ala più estrema), non certo al Liberale, che la osteggiò in tutti i modi.
Dice: ma in economia era liberista estrema. Appunto, il liberismo estremo è tipico dei Conservatori. Non basta ristabilire il mercato libero a parole. Se uno Stato liberale non vigila con appositi strumenti di controllo sull’uguaglianza nei punti di partenza e sulle regole tra competitori, è chiaro che in un mercato selvaggio senza regole i gruppi privilegiati o oligopolisti avranno sempre la meglio su quelli onesti o senza privilegi. Così il mercato verrà falsato, e non sarà affatto in regime di vera libera concorrenza. Questo (far vincere sempre i più potenti e prepotenti) è il primo vizio del liberismo estremo. E così è stato durante il Governo della Thatcher.
I suoi maggiori “titoli di merito” (a leggere certe inquietanti rievocazioni), cioè l’aver non so più se licenziato o fatto licenziare 20.000 minatori, l’aver semi-distrutto i Sindacati e perfino tolto il latte mattutino gratuito ai bambini delle scuole, denota una cattiveria, una grettezza, anzi un atteggiamento punitivo e di rivalsa sociale tipici dell'estrema Destra. Tendenza confermata dall’inutile ostentazione muscolare della guerra a un altro leader che “credeva molto all’individuo”, il dittatore italo-argentino Galtieri (guerra delle Falklands-Malvinas).
Del resto, perfino un liberale di destra come Malagodi, però pur sempre un liberale, anzi, allora Presidente dell'Internazionale Liberale, la trattò malissimo, quasi con disprezzo (quanto lei era sprezzante di tutti, soprattutto degli Europei) e non la considerò mai neanche minimamente una liberale. Di un loro famoso incontro a un mesto tavolino d’aeroporto riferì – ricordo – lo stesso Malagodi, facendo con ciò notare che non aveva ritenuto possibile per la conservatrice e arrogante Signora altra sede più istituzionale. Uno scontro tra Titani dell’antipatia che si risolse con la vittoria del mastino italiano.
Non fu neanche una “grande statista”. Manifestò l’ottusità e la mancanza di ideali di una bottegaia di provincia. La cultura, la musica, la ricerca, i musei, vennero stoltamente e masochisticamente penalizzati. “A che serve la cultura?” ripeteva la Prima Casalinga. La Gran Bretagna doveva diventare solo un grande Centro Commerciale e una grande Borsa d’Affari. E poi non capì nulla dell’Europa, che per lei che non aveva mai studiato la Storia era solo un mero aggregato geografico. Ben altra pasta e genialità e intelligenza avevano mostrato i suoi predecessori Primi Ministri inglesi dell’Ottocento, lord Gladstone e lord Russell, che sapevano bene, dotati di grande cultura, di far parte di un’unica Storia, di un unico continente. La stessa Unità d’Italia fu finanziata e aiutata dall’illuminato Governo inglese: se ci fosse stata una Thatcher al potere forse noi Italiani saremmo ancora divisi.
E non fu lei, la meschina e autoritaria “casalinga” che disprezzava la cultura (ennesima prova che non poteva essere liberale, ma anti-liberale), a rimettere in sesto la Gran Bretagna. Anzi, lei ottusamente distrusse con furore iconoclasta la grande industria britannica – tra cui tutta l’industria automobilistica (p.es. le gloriose marche Morris, Austin, MG, Triumph, Jaguar, Norton) – con la scusa che aveva costi elevati, favorendo la brutale riconversione dell’economia reale in economia virtuale, in speculazione finanziaria. Ecco la “causa prima” della recente crisi dei sub-prime anglo-americani! Dopo la sua “terapia”, contro ogni finalità liberale, la ricchezza si concentrò ancor più nelle mani di monopolisti, oligopolisti e speculatori di Borsa, mentre la classe media si impoverì e i proprietari di case vedevano crollare il valore immobiliare, attirando così i ricchi arabi e russi. Come ha sintetizzato il prof. Bruno Fedi, “nessuno, negli ultimi decenni, ha fatto tanto male quanto la Thatcher e Reagan. Sono stati padre e madre del liberismo anarcoide, che ha prodotto le speculazioni finanziarie ed i disastri di oggi”.
Ma allora, tutto questo elogio tardivo, solo post mortem, di una donna autoritaria più che autorevole, che ne fa ormai un vero e proprio mito di efficienza? Può essere spiegato anche con la psico-politica. In tempi di economia e politica globali, la Thatcher fu l’ultimo primo ministro a voler e poter decidere tutto da solo. Che invidia e che nostalgia per i politici ed economisti di oggi! E poi, diciamola tutta, piace a uomini e donne, in tempi in cui decidere è difficile perché la democrazia liberale impone di tener conto dei diversi Poteri, la sbrigatività di una casalinga, abituata a comandare con poche parole sulla servitù e sovrana assoluta dentro casa. E tra i commentatori e politici maschi piace anche, perché si colora di ambigue sfumature sessuali, l’eccitante idea della virago, della donna prepotente, irosa e irrazionale a cui delegare per qualche ora i propri destini.
Altro che “liberale”, o “economista”, o “statista”. A risollevare le sorti della Gran Bretagna, ormai priva di industria manifatturiera e zeppa di titoli, prima di carta poi virtuali, di capitali-rifugio e operatori finanziari d’ogni risma, compresi speculatori e inside-traders di tutto il Mondo, manco fosse uno di quegli Stati canaglia dei paradisi fiscali, furono, invece, ancora una volta, da una parte le evoluzioni cicliche della congiuntura economica, e dall’altra la volontà e l'amor proprio degli Inglesi, che sono di pasta ben diversa dagli Italiani. Anche noi, se è per questo, avevamo avuto un Signor Thatcher, il cav. Mussolini. E si è visto come andò a finire.
IMMAGINE. Scritta apparsa sui muri di Belfast (Irlanda), città contro cui si accanì il pugno di ferro della Thatcher e dove gli abitanti hanno ancora il dente avvelenato. Altro che R.I.P. (Rest In Peace, riposi in pace), argomenta il geniale graffitaro: visto che era una Lady di ferro, allora Rust (ruggine) in Peace! Battuta perfetta. Cattiva quanto fu cattiva, politicamente, la Signora. Dal giornale gratuito di Londra “Metro”.
AGGIORNATO L’11 APRILE 2013
03 aprile, 2013
Basta col Destra-Sinistra e torniamo all’Europa: socialdemocratici, liberali, conservatori cattolici
Peppino Caldarola ha intervistato il grande Emanuele Macaluso nel libro "Politicamente scorretto" (editore Dino Audino) che spazia non solo sulle vicende della Sinistra e del PCI-PDS-DS-PD, ma sull’intera storia d'Italia dal 1989 a oggi.
Da spezzoni di dibattito su Radio Radicale ho capito che Macaluso rimprovera al PD di non essere socialdemocratico, cioè sanamente laburista, che è davvero un caso unico in Europa tra i partiti di Sinistra moderata. Si pensi che il PD non ha scelto di stare nel gruppo europeo laburista, tra lo sconcerto dei socialisti europei, perché per un obliquo patto interno tra ex-Dc (buoni quelli…) ed ex-Pci (migliori dei primi, ma con una coda di paglia lunga così, che li blocca) ha preferito chiamarsi genericamente “democratico”. Ma che vuol dire? Tutti i partiti devono essere democratici per Costituzione, e scimmiottare il tradizionale nome del partito americano non chiarisce nulla.
Dopo la presentazione del giornalista Massimo Franco è sùbito intervenuto il liberal (liberale di sinistra) Morando, della corrente di Bersani, maggioritaria, come a stroncare la sortita di Macaluso e a difendere l'attuale scelta-non scelta. La socialdemocrazia è roba vecchia – ha detto l’esponente liberal – noi invece siamo democratici e ci rifacciamo a Obama e agli Usa, siamo "liberal".
Sembrava di sentire le sciocchezze di Veltroni, il primo segretario a dare questa impostazione perdente al partito della Sinistra, quando scimmiottava l’America con la superficialità stereotipata del turista che prima di andare negli States si fa un’idea al cinema. Venivano in mente canzonette di Carosone ("Tu vuo' fa' l'americano") o film parodistici (l’Alberto sordi di “Un americano a Roma” che rifiuta il vino e beve il latte a tavola).
Ora a parte che la componente ex-DC (Bindi, Fioroni ecc) neanche è liberal (vedi posizioni su aborto, eutanasia, coppie di fatto, Concordato, otto per mille ecc) ma grettamente clericale, sbagliano gli amici del PD a voler fare i "liberal" eleganti e raffinati e moderatissimi, anziché i veri socialdemocratici (che oggi vuol dire socialisti-liberali).
Curioso: c'è un abisso tra liberali di sinistra e socialisti-liberali (i socialisti non liberali, neanche sono ammissibili). Perché se non ci sono i socialisti, non ci possono essere neanche i liberali e neanche i conservatori. E Dio solo sa quanto siano essenziali in Italia, dove tutti si dicono falsamente progressisti, dei conservatori dichiarati, come diceva Gobetti. Dopodiché un liberale e un socialista avranno un punto di riferimento di distinzione.
Così, se mancano i socialisti, mancheranno anche le loro controparti dialettiche, come i liberali e i conservatori. Conservatori o cattolici, ma questi ultimi in Italia – vedi proprio la Bindi – sono i più contrari a definirsi conservatori. Ma è inutile attaccarsi a un presunto originale messaggio cristiano, dato che in tutta Europa i Cristiani sono considerati e si comportano da conservatori. E se gli italiani si oppongono bisognerà ricordargli le antiche ragioni storiche, avendo la Chiesa avversato fino all’ultimo – con Encicliche! – Liberalismo, Progressismo e Socialismo.
E senza grandi partiti socialisti, liberali, conservatori, l’intera politica italiana cade (è caduta da decenni) in mano ai soliti maneggioni e profittatori del Berlusconismo affarista senza ideologie, che con la scusa della massima libertà ideologica fanno tutto e il suo contrario, con le solite giravolte a cui ci ha abituato la politica italiana, che era poco ideologica, cioè poco coerente, già ai tempi in cui esistevano ancora i partiti ideologici.
Così, i senza idee del magma confuso italiota – tanto per motivare le plebi elettorali col tifo calcistico da Milan-inter o Roma-Lazio – hanno voluto copiare la contrapposizione americana Destra-Sinistra, che solo negli Usa ha un senso, trattandosi di lotta del tutto interna tra liberali di destra (Repubblicani) e liberali di sinistra (Democratici), partiti storici disomogenei talmente variegati al loro interno da essere assolutamente analoghi tra loro, ma che in Europa non ha senso, non ha alcun valore politologico. Basti vedere le risposte all’economia con paradossi come il destro Tremonti, socialista e statalista, che si contrapponeva al sinistro Bersani che tentava le prime, sia pur timide, liberalizzazioni, mentre i famigerati Berluskones – ricordate? – non riuscivano nemmeno a liberalizzare i taxi e, anzi, sposavano tutte le più reazionarie pretese delle lobbies corporative (notai, avvocati, farmacisti).
Ha ragione Macaluso. La Sinistra moderata in Italia non vince non perché è ancora comunista, come dicono gli ottusi della Destra che parlano solo per fare propaganda continua, ma perché non lo è neanche un po', e neanche socialdemocratica. Così, questa mancanza di ideologia e di forza programmatica, dà spazio a tutte le velleità stupide e perdenti dell'ultra-sinistra (che in certe cose, ovviamente, diventa ultra-destra).
Insomma, il PD imiti le socialdemocrazie europee, cacci in malo modo i cattolici conservatori che lo hanno infiltrato, la smetta di pensare sempre alle aziende e ai produttori come la Confindustria e cominci a difendere i cittadini consumatori, e come d'incanto tutto il panorama cambierà.
Per parallelismo dialettico nasceranno analoghe formazioni cattolico-conservatrici (a destra) e liberali-laiche (al centro). E tutto si normalizzerà. E anche la politica italiana sarà compatibile con l’Europa.
Con tali formazioni si sarebbe determinata necessariamente una dialettica critica e severa, e non ci sarebbe stato bisogno del voto di protesta dei Grillini, semplicemente perché non ci sarebbero stati né sprechi né privilegi di Casta. Un grosso partito liberale, laico e radicale al Centro, infatti, avrebbe denunciato subito sprechi, privilegi di Casta, inefficienze, clericalismi ecc.
Ma se invece nella indistinta Destra ci sono affaristi, fascisti, deputati comprati, donnine e Leghisti, se i cattolici conservatori si infiltrano ovunque (non rifiutati da nessuno), se nessun partito è davvero liberale o socialista, è il caos, l'immobilità, la confusione. Com'è che i commentatori non lo capiscono? Solo in Italia una sedicente Destra si oppone a una finta Sinistra. Entrambe berlusconiane nell’individualismo dei leader senza idee. Troveremo mai un Battista, un Galli della Loggia, un Panebianco, un Franco o un Polito, capaci di scrivere la verità che nessuno in Italia vuol dire? Ma che razza di commentatori abbiamo, che non vedono che da noi, solo da noi, il re è nudo?
Perciò, è interesse di noi liberali veri, in apparenza paradossalmente, che ci si sia anche in Italia (lasciamo stare gli Stati Uniti alla loro storia diversissima e unica) una forte e decisa socialdemocrazia laburista (e anche un serio partito conservatore). Se no, niente dialettica, niente democrazia, e niente riforme.
30 gennaio, 2013
Populismo italiano ieri e oggi. Le inquietanti affinità tra berlusconismo e fascismo.
Sulla dichiarazione di Berlusconi, proprio in campagna elettorale, che anche il Fascismo avrebbe fatto “cose buone”, da intendere ovviamente come cose politiche, perché non è pensabile che volesse riferirsi alla corretta posa in opere delle fognature, riprendiamo dal sito Lib-Lab un articolo di Gim Cassano che fa il punto sulle analogie inquietanti esistenti tra i due personaggi (NV):
Premetto che in natura, prima ancora che in democrazia, non si può impedire neanche agli asini di ragliare, e che il cavalier Berlusconi è pienamente libero di interpretare la storia nella maniera più volgare e di dimostrare una cultura poco meno che dozzinale. Ciò detto, piuttosto che contestare la sua ennesima ed inaccettabile dichiarazione sulle cose buone del fascismo elencandone le vergogne, forse è invece cosa utile far notare quanto profonde siano le affinità tra berlusconismo e fascismo.
Iniziando dalle figure dei loro capi, credo inutile il ricordare quante espressioni, battute, dichiarazioni, comportamenti, dell’uno e dell’altro, ne dimostrino i tratti comuni: cinismo; sbrigativa superficialità e pressapochismo; capacità istrionica e di mentire spudoratamente; noncuranza e fastidio nei confronti di regole, leggi, controlli; protagonismo di facciata e petulante aspirazione ad esser visti tra i grandi della Terra; revanchismo e disprezzo nei confronti delle culture politiche che li precedettero: rispettivamente, quelle che costruirono e svilupparono lo Stato Unitario, e quelle che produssero la Costituzione. E, per completare, persino l’ossessione sessista ed il disprezzo nei confronti delle donne. Ancora, gli slogans mussoliniani che ottant’anni fa tappezzavano i muri d’Italia o venivano proclamati ai microfoni dell’EIAR sono singolarmente affini alle sbrigative espressioni comunicative dell’età berlusconiana: non negli strumenti, ovviamente, ma nei contenuti e nelle forme del messaggio.
Quel che è più significativo è come, nel primo e nel secondo ventennio, si sia affermata una cultura nazional-popolare che ha la sua premessa nella solleticazione populista di istinti ed interessi piuttosto che della ragione. In entrambi i casi, concezioni lontanissime da quella storia civile che ha avuto origine con il nostro illuminismo, e che ha portato allo Stato Unitario e liberale prima, ed alla Costituzione della Repubblica poi, interrompendone il percorso e cercando di soffocare quel poco di pensiero critico liberale, socialista, democratico che, sia pur largamente minoritario, ha sempre segnato le migliori espressioni della società italiana, ne ha prodotto la modernizzazione, e ha saputo far sì che, anche nei periodi peggiori, il nostro isolamento non fosse totale. Come si fa a quest’ultimo proposito a dimenticare l’opera di Spinelli, dei Rosselli, di Toscanini, dei combattenti italiani in Spagna, di Sforza, e di tanti altri, espressioni delle più diverse concezioni politiche?
In entrambi i Ventenni si è fatto leva sui caratteri di un ceto borghese che non è mai stato borghesia e non ha mai conosciuto Max Weber, opportunista, liberista o statalista a seconda delle convenienze, conformista, uso a concepire l’opportunismo per aver salva la “roba” e la confessione per aver salva l’anima (non si sa mai), tipico di un Paese che ha subito la Controriforma senza mai aver avuto la Riforma.
La concezione della società, lontanissima dal conflittualismo di una visione pienamente liberale e socialista, si è ispirata a concezioni organicistiche per le quali ognuno debba svolgere il suo ruolo ed ognuno debba stare al proprio posto, portando ad una società chiusa ed immobile: l’esatto opposto di quanto abbiamo letto in Popper. E difatti, l’apologo di Menenio Agrippa, pezzo forte delle scuole elementari dell’Italia fascista, precorre la concezione berlusconiana delle relazioni sociali.
La concezione dei diritti individuali, civili, sociali, risulta affine, così come l’uso strumentale, da parte dell’ateo Mussolini e del cinico Berlusconi, del moderatismo e del conservatorismo delle gerarchie vaticane. Persino la politica di immagine imperiale delle opere pubbliche fasciste precorre le “grandi opere” del cavaliere, ad iniziare dall’inutile ponte di Messina.
Nell’uno e nell’altro caso, queste impostazioni culturali, il velleitario delirio di potenza, il fastidio nei confronti delle demo-giudo-plutocrazie allora e dell’Europa oggi, hanno allontanato l’Italia dai Paesi a più matura civiltà democratica, inducendola ad avventurismi ed a più che equivoche frequentazioni in politica estera.
Nulla da stupirsi, quindi, se l’Italia berlusconiana, come quella fascista, sia stata vista da parte di quei Paesi ai quali noi dovremmo essere più vicini per tradizioni, storia, cultura, interessi politici ed economici, come un corpo estraneo potenzialmente pericoloso ed inaffidabile, e se Berlusconi, anche nei tratti personali, sia unanimemente ritenuto il peggior leader politico che l’Italia abbia mai espresso a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.
E noi, adesso, non dobbiamo affatto stupirci del fatto che, nel corso della commemorazione della Shoah, il cavaliere abbia platealmente manifestato il suo disinteresse con il sonno, ed abbia successivamente parlato di “cose buone del fascismo”: ovviamente, secondo il suo punto di vista, che non è certo quello dell’Europa democratica e civile.
GIM CASSANO
24 gennaio, 2013
Nathan. Quel grande sindaco ebreo e inglese che fece le cose più belle e utili della Roma moderna.
UNA MONOGRAFIA. Cento anni fa, nel 1913, il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, terminava i sei anni del suo mandato, il periodo più felice, liberale ed europeo che Roma abbia mai avuto. Inglese, ebreo, liberale, mazziniano, massone, anticlericale, idealista ma concreto, modernista e progressista ma cultore della bellezza e delle antichità, risparmiatore all’osso ma investitore previdente nelle scuole, nei servizi, nell’energia, nei trasporti. Tutto, letteralmente tutto, quel che di nuovo, bello e moderno possiede la Capitale d’Italia lo deve alla sua iniziativa. Un uomo così, davvero unico nel panorama politico e amministrativo italiano, avrebbe meritato di essere per dieci anni il “sindaco d’Italia”, cioè Presidente del Consiglio. E invece, avemmo sùbito dopo di lui – a causa del famigerato “Patto Gentiloni” tra liberali e cattolici – il principe Colonna e di nuovo gli speculatori al potere, e la Chiesa cattolica rialzò la testa facendo ripiombare di nuovo l’Italia nel letargo secolare, nell’ipocrisia, nel privilegio, nella corruzione, nell’arretratezza economica e morale. Un grande uomo, un grandissimo amministratore, un forte personaggio politico che per noi resta un vero simbolo insieme di rettitudine, idealismo, libertà, giustizia e attivismo pratico. E il “fare” di Nathan, sempre sorretto dal “pensare”, cioè da un idealismo razionale, insieme liberale e sociale, è proprio quello che servirebbe oggi per Roma e per tutta l’Italia. Insomma, “aridatece Nathan” [dateci di nuovo un Nathan]. Riprendiamo perciò molto volentieri la dettagliata monografia di Maria Mantello da MicroMega:
GIUSTIZIA, LIBERTÀ E LAICITÀ: LA LEZIONE DI ERNESTO NATHAN
Ernesto Nathan costituisce un esempio straordinario nel panorama politico italiano per il suo rigore morale, improntato ad una profonda concezione laica dello Stato. Negli anni in cui è stato Sindaco di Roma (dal 1907 al 1913), ha posto a fulcro del suo programma politico l’emancipazione dell’individuo e della società, scontrandosi con i centri affaristici di potere e realizzando una rivoluzione progressista: dalla scuola alla sanità, dall’edilizia alla municipalizzazione delle fonti energetiche, dal trasporto pubblico ai beni culturali. E tanto altro ancora. Per Ernesto Nathan lo sviluppo dell’individuo nella libertà e nella giustizia è il fine. La pubblica amministrazione è il mezzo per perseguirlo e realizzarlo. In coerenza con queste prospettive, egli ha costruito e sviluppato la sua rigorosa azione politica, rivolgendo l’attenzione soprattutto a quei gruppi sociali da sempre soggiogati dall’ignoranza e dalla miseria. Bisognava liberare le menti da dogmi e superstizioni educandole a pensare con la propria testa. Bisognava abituare all’esercizio dell’autonomia morale e alla gestione della libertà di scelta. Bisognava educare, insomma, all’etica laica della responsabilità, dove l’azione ha valore in se stessa e per le conseguenze individuali e sociali che implica.
Le basi della sua etica laica
Ebraismo, mazzinianesimo e massoneria, sono le tre nobili componenti intellettuali che interagiscono nella sua formazione e nel suo impegno politico. Egli nasce a Londra il 5 ottobre 1845. I genitori, Sara Levi e Meyer Moses, sono entrambi ebrei. E dall’ebraismo apprende, fin da bambino, il dovere dell’impegno individuale a “costruire il paradiso sulla terra”. A Londra, la famiglia Nathan diviene ben presto il punto di riferimento per tanti esuli politici italiani. Primo fra tutti, Giuseppe Mazzini. Nathan, come noto, fino agli ultimi anni della sua vita, si è dedicato a raccogliere e diffondere gli scritti di Mazzini. Il pensiero del Maestro egli lo aveva “respirato” già in famiglia; ma lo studio e l’approfondimento sistematico avviene particolarmente quando, nel 1871, è lo stesso Mazzini ad inviarlo a Roma perché curi la “Roma del popolo”. E’ in questa occasione che Nathan si trova anche a “correggere”, per esigenze editoriali, gli articoli che Mazzini gli inviava da Londra. “La riforma intuita e voluta da Mazzini – scrive Nathan in questi anni – investe tutta la sostanza della vita individuale, nazionale, umana; …Egli volle bandire una nuova fede, una religione civile che fosse norma di vita ai popoli; e nella nuova credenza, illuminata da coscienza e scienza, fondere il presente con l’avvenire”.
Il valore ebraico dell’impegno personale a migliorare se stessi e la società, si coniuga con gli ideali mazziniani in una formidabile mediazione dialettica tra conoscenza ed etica. Quando, nel 1872 l’Apostolo muore, Ernesto ottiene, che accanto alla sottoscrizione fortemente voluta da Campanella, Quadrio e Saffi per edificare monumenti, se ne promuova anche un’altra (per altro generosamente finanziata dalla famiglia Nathan) perché “si sparga l’istruzione tra il popolo”. La madre, Sarina, fonda a Trastevere la scuola elementare “Giuseppe Mazzini”, trasformata nei primi del ‘900 in scuola professionale femminile, dove lo stesso Ernesto terrà lezioni.
Promuovere l’educazione per l’emancipazione dell’individuo è un dovere, perché vi possa accedere soprattutto per chi ne era maggiormente escluso, come appunto le donne, per le quali Nathan voleva la parità di diritti. Fatto straordinario in tempi in cui l’unico diritto pubblicamente riconosciuto alle donne era quello di stare zitte e di fare figli. La consapevolezza di migliorare se stessi e la società trova ulteriore linfa nell’incontro con la Massoneria, che aveva prodotto i grandi ideali di “libertà”, “uguaglianza”, “fratellanza”, base della rivoluzione americana e di quella francese. Nell’800, quegli ideali chiamano alla realizzazione di Nazioni libere sempre più improntate alla democrazia e alla giustizia sociale. La Massoneria rappresenta, allora, il naturale punto di riferimento progressista del Risorgimento contro i potentati della “sacramentata” alleanza trono-altare.
Pertanto, la Chiesa cattolica, quando dovrà fare i conti con l’irreversibile perdita del suo potere temporale, addita la Massoneria come la responsabile massima della sua crisi, dichiarandosi vittima delle trame giudaico-massoniche, che affermano le “aberranti” idee del socialismo e propugnano la libertà di pensiero contro i dogmi cattolici. E’ particolarmente Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti, a gridare al complotto definendo la Massoneria: “Sinagoga di Satana”. Mi limito a citare, a mo’ di esempio, due passi tratti dalla Civiltà Cattolica del 1880 e del 1881:
“(…)la gran setta massonica, che è la Chiesa di Satana, nell’unico intento di esterminare dalla faccia della terra il regno di Dio (…) gli artifizi che usa per far proseliti e dilatare il suo spirito dappertutto (…) comprovano che la immensa congiura dei nostri tempi, contro Dio e il suo Cristo, è suggerita promossa e aiutata da una forza superiore all’umana, la quale non può essere altra che la diabolica (1880, serie XI, vol. III, p.145) ”;
“Ed è, per fermo cosa portentosa e del tutto satanica, che l’odio anticristiano degli apostati cristiani si sia rassegnato a rendersi schiavo degli ebrei nella Massoneria ed in tutte le sette massoniche apparentemente politiche e in sostanza non altro che anticristiane, per riuscire così, in ultima analisi, a servire al Ghetto piuttosto che a Cristo” (1881, serie XI, vol.VI, p.482).
Ernesto Nathan entra a far parte della Massoneria nel 1887. Dal 1896 al 1903 e dal 1917 al 1919 ricoprirà anche il ruolo di Gran Maestro. L’incontro con la Massoneria è per lui la sintesi di quell’educazione alla fratellanza universale, appresa dalla cultura ebraica ed alimentatisi nell’insegnamento mazziniano.
“La Massoneria – dice Nathan – il 21 aprile 1901 all’inaugurazione di palazzo Giustiniani – …vive e fiorisce per essersi di volta in volta tuffata nell’acqua lustrale del progresso, assimilando ogni nuova fase di civiltà, il più delle volte divenendone banditrice… Siamo noi, che in nome di quel principio di fratellanza, abbiamo iniziato, spinto innanzi il movimento per la pace e l’arbitrato… Siamo il germe dei vagheggiati Stati Uniti d’Europa.”
Il bene dell’individuo e la funzione pubblica della politica
Nell’Italia di fine ottocento, dove nel 1898 il generale Bava Beccaris faceva sparare colpi di cannone sull’inerme popolazione milanese che chiedeva pane, Ernesto Nathan ricerca l’unità delle forze progressiste liberali (liberali progressisti, radicali, repubblicani) per realizzare le riforme sociali.
Nel 1888 ha ottenuto la cittadinanza italiana, pertanto può candidarsi alle elezioni. Sceglie Pesaro, città natale della madre. Dal 1889 al 1894, ricopre la carica di consigliere comunale, non stancandosi mai di denunciare la scarsa attenzione delle istituzioni al sociale. Amministratore attento e scrupoloso, Nathan studia la situazione della città. E denuncia il nesso esistente tra malattia, emarginazione sociale, miseria. Rileva, ad esempio, che i ricoverati all’ospedale S. Benedetto sono contadini che la pellagra aveva portato alla demenza. A Pesaro, come poi a Roma, si batte per promuovere l’istruzione, la sanità, l’edilizia popolare; per ridurre la giornata lavorativa ad otto ore; per calmierare il prezzo del pane mediante l’istituzione di spacci comunali.
Dal 1895 è consigliere al Comune di Roma: denuncia le cause economico-sociali che portano tante povere donne a prostituirsi; vuole la bonifica dell’agro romano per eliminare la malaria; lancia i suoi strali contro la speculazione edilizia e contro lo strapotere del Vaticano nel tenere imbrigliate le coscienze.
Dal 1907 e il 1913, finalmente, è Sindaco della Capitale. L’Unione liberale popolare (il famoso Blocco) formata da radicali, repubblicani e socialisti ha vinto le elezioni. I cattolici non hanno partecipato alla competizione elettorale, perché il “non expedit” del papa vietava loro l’accesso alle cariche istituzionali nel giovane Stato italiano, che aveva decretato la fine del potere temporale della Chiesa romana.
Nathan fa tremare il mondo affaristico clerico-nobiliare, che lucra grazie all’intreccio tra capitale finanziario e patrimonio fondiario, nell’immobilismo di una Roma della Rendita, dove le masse popolari sono tenute nell’alfabetismo e nella miseria. “Civiltà Cattolica” lancia i suoi anatemi contro il Sindaco che scandalizzata definisce straniero, ebreo, repubblicano e massone: “è il primo sindaco non romano dopo 37 anni, quanti ne sono corsi dal 1870, anzi nemmeno italiano, perchè di origine inglese, nativo di Londra. In ogni caso repubblicano, israelita, massone. La sua presenza a capo del comune romano è misura del livello a cui siamo discesi”. Quello “straniero” che aveva abitato a Londra, a Parigi, a Lugano, era forse troppo scomodo per rettitudine morale e visione europeista.
Nel suo discorso programmatico del 2 dicembre 1907, all’atto dell’insediamento nella sua carica di Sindaco in Campidoglio, Ernesto Nathan diceva: “Guardiamo all’avvenire…a una grande Metropoli ove scienza e coscienza indirizzino… rinnovate attività artistiche, industriali, commerciali… perché guardiamo attraverso la breccia di Porta Pia.” Il crollo del muro del totalitarismo teocratico cattolico, che la Breccia di Porta Pia rappresentava, era dunque indicato con chiarezza da Nathan come la strada maestra per lo sviluppo scientifico, economico e sociale dell’umanità intera. Il 20 settembre era festività nazionale, e tale rimase fino a quando Mussolini non la soppresse. Nathan, ogni 20 settembre, non mancava di sottolineare l’importanza dell’evento storico, con chiarezza e coraggio: “… per la breccia di Porta Pia, entrò nella città eterna il pensiero civile ed umano, la libertà di coscienza, abbattendo per sempre, muraglia di una Bastiglia morale, il potere temporale dei papi… Quella data… da nazionale diviene, nel suo alto significato filosofico, universale, e come tale la festa del popolo per i popoli”.
I principali interventi della Giunta Nathan: la scuola
“Le considerazioni di bilancio finanziario devono cedere il passo alle imperative esigenze del bilancio morale ed intellettuale. Le scuole devono moltiplicarsi, allargarsi, migliorarsi; rapidamente, energicamente, insieme col personale scolastico”, aveva detto Nathan nel suo discorso programmatico. E lo mantenne. Nell’agro romano le scuole rurali, che nel 1907 erano 27, nel 1911 divengono 46 e il numero degli alunni da 1183 passa a 1743. Le scuole urbane hanno un incremento di ben sedici edifici, e gli alunni, che nel 1907 erano 35.963, nel 1912 sono divenuti 42.925. Le scuole statali, come sosteneva il coraggioso sindaco, hanno il compito: “d’insegnare per sviluppare l’intelletto, d’educare per sviluppare il cuore, addestrando all’esercizio della virtù quale dovere civile. Quindi insegnamento laico fondato su educazione morale”. Nathan si avvale di pedagogisti, medici, scienziati, specialisti nella cura della malaria (imperversava nell’agro romano). Alcuni nomi: Maria Montessori, Sibilla Aleramo, Carlo Segrè, Giovanni Cena, Alessandro Marcucci, Alessandro Postempski, Angelo Lolli.
La giunta Nathan eroga fondi perché le scuole elementari siano dotate di refezione, di piccole biblioteche, di essenziali laboratori scientifici, di cinematografo…; ma assolvano anche al fondamentale servizio di medicina preventiva. Nei quartieri popolari, come ad esempio Testaccio e S. Lorenzo, sono costituite le sezioni estive, per sostenere i più deboli nell’apprendimento. L’impegno di Nathan nella creazione di scuole pubbliche si allarga finanche agli asili: nascono i “giardini d’infanzia” comunali in Via Appia Nuova, Via Galvani, Via Regina Margherita, Via Novara; al Portico d’Ottavia e a Borgo S. Spirito. E le loro sezioni si triplicano: nel 1907 sono 50, nel 1911 ben 154.
“Più scuole e meno chiese” - ripeteva Nathan - che a conclusione del suo mandato poteva affermare con orgoglio: “Là dove in passato necessitava ricorrere alle scuole confessionali, oggi il Comune ha reso la deleteria loro opera inutile”.
I servizi pubblici
“Sottrarre i pubblici servizi dal monopolio privato; renderli soggetti alla sorveglianza, alla revisione, all’approvazione del Consiglio…preparare la via al più assoluto controllo che la cittadinanza deve acquisire su quei gelosi elementi primordiali di ogni civiltà urbana”. Così si era espresso Ernesto Nathan nel discorso programmatico del 2 dicembre 1907. Pensava alla municipalizzazione di luce, gas, acqua; pensava alla realizzazione di linee tranviarie pubbliche. Vale appena ricordare, ad esempio, che prima di Nathan, l’acqua Marcia era un fondo del Vaticano, che proprio in quegli anni stava cercando di accaparrarsi anche il controllo dell’acqua Vergine.
Acqua, luce, gas, linee di trasporto sono beni di tutti, quindi solo un organismo statale, come il Comune, può gestirli in nome dell’interesse collettivo. E Nathan chiama la cittadinanza a scegliere tra gestione privata e gestione pubblica. Una giunta popolare può reggersi solo sull’appoggio popolare, era solito affermare il Sindaco, che per la prima volta in Italia, il 20 settembre 1909, in concomitanza della ricorrenza di Porta Pia, chiama i romani a votare. Dei 44.595 aventi diritto, si recano alle urne in 21.460. I contrari alla gestione comunale dei servizi sono poco più di trecento. Nascono così l’Azienda elettrica municipale (AEM) e L’Azienda Autonoma Tranvie Municipali. Le zone del Centro, del Salario, di Porta Pia, di Santa Croce in Gerusalemme e di San Giovanni, sono attraversate da ben 200 tram. Per tutto questo fondamentale è l’apporto professionale dell’ingegner Giovanni Montemartini, che dirigeva l’Ufficio Servizi Tecnologici. Tra i servizi urbani, “gelosi elementi primordiali di ogni civiltà”, come Nathan li aveva definitivi, rientrano la centrale del latte, il mattatoio, l’acquario, i mercati e i magazzini generali. Le nuove strutture garantiscono igiene alimentare, ma anche risparmio economico, come ricordava Giggi Pea in una sua canzone popolare a proposito del mercato del pesce (*).
Ma occorre cibo anche per la mente. Così, oltre alle scuole, Nathan si impegna a sviluppare i beni museali per la cittadinanza. Nel discorso tenuto in occasione dell’Esposizione internazionale del 1911, voluta per il 50° anniversario di Roma capitale (il palazzo delle Esposizioni a via Nazionale a Roma ne è ancora la tangibile testimonianza), è il Sindaco stesso a ricordare questi interventi culturali: Castel S. Angelo, trasformato da fortezza papalina in “museo di ricordi d’arte medievale per insegnamento ed affinamento dei cittadini”; le Terme di Diocleziano “ridotte a fienili, magazzini e sconci abituri. Ora si circonda di giardini e ritorna in vita (…) impareggiabile Museo Nazionale”; il palazzo di Valle Giulia, “acquistato dal Comune perché divenga Galleria d’arte contemporanea”.
La salute e la casa
“Molto è da fare per perfezionare l’assistenza sanitaria, coordinarla ad una rigorosa osservanza dei precetti igienici contemplati dalla scienza (…) adoperarsi affinché tanto nella città, come fuori dalle mura, sia provveduto alla pronta assistenza, sia prevenuta dall’igiene la terapeutica. Né in questo doveroso ufficio di umana civiltà (…) anteporre interessi e lucri”. Ecco cosa aveva affermato il 2 dicembre 1907 nel suo discorso programmatico. Obbiettivo prioritario sono i quartieri poveri e le borgate. L’agro romano, con i suoi rifugi malsani, desta le maggiori preoccupazioni. “Vivono in capanne senza pavimento – aveva scritto Sibilla Aleramo – sembrano anche loro di fango… attoniti bimbi e vecchi”. Bisogna dettare quindi norme igieniche di abitabilità (decreto 25 giugno 1908) perché non sia più possibile che i latifondisti continuino a destinare porticati, grotte, capanne con tetti fatti con paglia o con foglie di granturco ad uso abitativo per contadini e braccianti. Nell’agro romano nascono case cantoniere e presidi medici che forniscono assistenza gratuita. Nella città sono istituite pubbliche guardie ostetriche, presidi per l’assistenza sanitaria e la profilassi delle malattie infettive. La salute con Nathan non è più cosa per i ricchi o assistenza caritatevole, ma un pubblico dovere. L’Assessore alla Sanità era il dott. Achille Ballori, primario dell’ospedale Santo Spirito.
Abbiamo lasciati per ultimi gli interventi edilizi, perché proprio su questi la giunta Nathan dovette combattere la più dura battaglia. Il Sindaco fu anche minacciato fisicamente. “Hanno tentato di tutto” – affermerà Nathan alla fine del suo mandato – “ma una cosa non hanno mai osato: offrirmi denaro”. A Roma prima di Nathan il sommario piano regolatore del 1883, era continuamente eluso dalle “convenzioni fuori piano”. Così, la già ricca proprietà fondiaria continuava a fare affari d’oro. “Bisogna promuovere, organizzare, integrare le diverse iniziative” – aveva detto Nathan nel suo discordo programmatico – “né potremo plaudire ad un piano regolatore che raddoppia l’estensione della città senza esattezza di tracciato e senza la scorta indispensabile dei provvedimenti atti a salvare il vastissimo demanio fabbricabile dalle sapienti astuzie dell’aggiotaggio edilizio”.
L’Ufficio edilizio è diretto personalmente dal Sindaco, che può contare sulla professionalità dell’architetto Sanjust di Teulada. E’ questi l’autore del nuovo piano regolatore cittadino del 10 febbraio 1909, improntato alla varietà edilizia (fabbricati, villini, aree di verde pubblico). I fabbricati non possono superare i 24 metri d’altezza; i villini, costituiti da un pianterreno con giardinetto, non possono superare i due piani.
Ma è la Rendita fondiaria che Nathan colpisce: impone tasse sulle aree fabbricabili e procede agli espropri, applicando quanto il governo Giolitti aveva già stabilito a livello statale. Nathan aveva anche ottenuto grazie a quello che va sotto il nome di seconda legge Giolitti in materia (legge n°502, 11 luglio 1907), che la città di Roma elevi la tassa sulle aree fabbricabili dall’1 % al 3%. La coraggiosa Giunta Nathan prevede che il valore di ogni area sia stabilito dallo stesso proprietario, che pagherà l’imposta su quanto dichiarato, e su questa base verrà risarcito in caso di esproprio da parte del Comune. Una norma chiara e onesta. Ma la rivolta dei proprietari terrieri non si fa attendere: uniscono le loro forze fondando l’Associazione dei proprietari delle aree fabbricabili, risultante dall’unione della Società italiana per le imprese fondiarie, del Vaticano, con la Società gianicolense, della famiglia Medici del Vascello, proprietaria di ben 142.000 mq. di terreno edificabile. Ma, nonostante la virulenta opposizione dei potentati della rendita, che intanto hanno avviato contro il Comune una miriade di ricorsi contro gli espropri, la giunta Nathan avvia il primo piano di edilizia economica e popolare. Case igieniche e dignitose con cortile e giardinetto interno sorgono a S. Giovanni, a Porta Metronia, a Testaccio, ma anche nelle campagne dell’Agro romano.
Dopo Nathan, tutto tornerà come prima. Decaduto il Non expedit del papa, grazie all’accordo in funzione antisocialista di Giolitti con Ottorino Gentiloni (Patto Gentiloni del 1913), i cattolici sono eletti nelle liste dei Liberali. In nome della nuova alleanza tra liberali e cattolici, si consuma anche il sacrificio politico del nostro Sindaco. A Roma, il 14 giugno 1914, la cattolica “Unione romana” vince. Il principe Prospero Colonna, esponente di spicco della rendita immobiliare romana, subentra a Nathan. La tassa sulle aree fabbricabili, coraggiosamente applicata da Nathan, sarà progressivamente ridotta fino alla sua definitiva abolizione con Mussolini (regio decreto n° 2538, 18 novembre 1923). Nel 1915, la Società italiana per le Imprese fondiarie del Vaticano giunge a possedere azioni per quasi due milioni di valore nominale. E tra il 1918 e il 1919, amplia straordinariamente il suo giro d’affari attraverso la Società Immobiliare. Proprio quella che, negli anni ’60, è divenuta tristemente famosa per la selvaggia speculazione edilizia della Capitale: il “Sacco di Roma”. Grazie a deroghe, variabili ed abusivismo, da sanare di volta in volta con la provvidenziale pratica del “condono”, usata ed abusata fino ai giorni nostri in tutta Italia. MARIA MANTELLO
IMMAGINE. Ernesto Nathan con la moglie Virginia in una rara fotografia.
(*)“Er mercato der pesce è ‘na risorsa, questi so’ fatti, mica so’ parole…/ …si ne voi ‘na prova/ ar sinnico tu chiedi un baccalà/ nemmeno vorta l’occhi e te lo trova/ e nun lo paghi manco la metà”.
09 gennaio, 2013
Destra italiana: unisce di nuovo cani e porci. La politica ridotta a mera tecnica elettorale.
La rinnovata alleanza tra il Popolo della libertà e la Lega Nord rilancia entrambi i partiti, altrimenti destinati ad un sicuro disastro elettorale.
La Lega Nord punta a governare la Regione Lombardia e rinverdisce la propria mitologia: il 75 % del gettito delle entrate deve restare nel territorio (mentre l'onere del debito pubblico a chi va?); il governo leghista di Veneto, Lombardia e Piemonte renderà possibile una nuova macroregione del Nord, destinata a brillanti prestazioni anche nel contesto dell'Unione Europea, mentre i restanti Italiani si arrangino. La Padania si è un po' ristretta, ma la sostanza non cambia.
L'alleanza è ancora più importante per il PdL, restituito al protagonismo berlusconiano. Qui siamo ad un completo cambio di strategia rispetto al passato. Il Popolo della libertà fu concepito come partito unico del centrodestra. Nacque per assorbire ogni altra formazione politica della medesima area: dai repubblicani di Nucara a Dini, da Alleanza nazionale a Giovanardi e Rotondi.
Un sano realismo impone ora la rinunzia all'ambizione di essere il partito di maggioranza relativa (quello più votato). Al momento, primo partito è saldamente il Partito Democratico e c'è poco da fare.
La nuova strategia si chiama: "offerta politica plurale"; che è qualcosa di molto di più di un semplice "spacchettamento".
Il Popolo della libertà cambia, dunque, schema di gioco. La legge elettorale vigente si basa sulle coalizioni elettorali? Allora ciò che conta è allestire una coalizione quanto più ampia possibile. Ciò significa che va concesso il vincolo di coalizione a tutti i soggetti politici potenzialmente capaci di ottenere voti. Purché i voti si prendano, importa relativamente poco chi li raccolga e in base a quali suggestioni. Tanto più che, con riferimento all'elezione del Senato, la medesima legge elettorale vigente fa sì che ogni Regione faccia storia a sé: quindi, in Regioni diverse, è possibile coalizzarsi con partiti che nella stessa area territoriale si farebbero la guerra perché portatori di interessi contrapposti. Valga in proposito l'esempio della Lega Nord da un lato e del Grande Sud dall'altro.
La concezione della coalizione plurale consente anche di risolvere una serie di problemi interni. Ci sono dei politici di un certo rilievo che hanno fatto la fronda, perché mal sopportavano l'eccessivo accentramento decisionale? Che magari si sono ostinati a chiedere le elezioni primarie? Invece di risolvere siffatte questioni con i vecchi metodi delle espulsioni, o delle scissioni, basta fare confluire i rompiscatole in un partito nuovo di zecca, ma pur sempre coalizzato. Così i voti non vanno persi, loro si illudono di essere diventati protagonisti ed anche nel PdL si sta un po' più tranquilli.
Altro problema è quello delle candidature problematiche, quando un parlamentare dovrebbe andare in pensione per età, eccesso di numero di mandati, profili di inopportunità connessi a disavventure giudiziarie il cui iter non si è ancora definitivamente concluso. Anche in questo caso, invece di procedere a dolorose rinunce, si possono creare le condizioni affinché altre liste coalizzate si facciano carico dei casi difficili.
Ancora non sappiamo da quante liste sarà complessivamente composta la coalizione di centrodestra. Probabilmente non saranno meno di sette, delle quali almeno due specificamente attrezzate per raccogliere consenso nel Mezzogiorno. Ad esempio, i parlamentari, prima qualificati "responsabili", poi confluiti nel Gruppo di Popolo e Territorio, non possono tutti essere rieletti nelle liste del PdL; necessitano, quindi, di un diverso veicolo elettorale.
Pensavamo che alcune liste, tipo i "Moderati italiani in rivoluzione" (MIR), fossero poco più che folklore. Invece, basta contare i cartelloni giganti con la foto di Samorì che si affacciano sulle strade principali di Palermo, per comprendere che anche questa lista sembra in grado di movimentare risorse economiche non da ridere.
Questa coalizione plurale è stata costruita e messa insieme da Silvio Berlusconi; che, alla sua rispettabile età, dimostra ancora la tenacia di un combattente. Veramente capace di farsi ora concavo, ora convesso, secondo l'interlocutore, pur di raggiungere l'obiettivo. Rivendica il suo ruolo di capo della coalizione, che ha rilevanza immediata, anche agli effetti della legge elettorale. Questo è il certo, che ha strappato per sé. Largheggiando però in concessioni quanto all'incerto. Ha, quindi, nuovamente dichiarato di essere pronto a fare un passo indietro, a rinunziare alla carica di Presidente del Consiglio, in caso di vittoria. Così solletica l'ambizione di tutti gli alleati che a quella carica potrebbero ambire. E fornisce loro un alibi psicologico: potranno sempre dire che sono riusciti ad imporre l'esigenza di un nuovo Presidente del Consiglio.
In tal modo tutti, inclusi gli stessi dirigenti del PdL, possono dare ad intendere di essere impegnati in un progetto politico nuovo, ovviando almeno in parte al fatto che l'immagine del leader carismatico è oggettivamente logorata per i risultati non brillanti della pregressa attività di governo e per l'impietoso trascorrere degli anni.
E' vero che il repertorio argomentativo di Berlusconi non è stato interamente aggiornato alla nuova strategia elettorale e così oggi suonano stonate le critiche nei confronti dei piccoli partiti. Che sono state concepite contro l'UDC ed il FLI, ma potrebbero essere male interpretate dagli stessi alleati dello schieramento di centrodestra.
Inutile valutare la variegata coalizione dal punto di vista della razionalità politica. Siamo al trionfo della politica politicante, alla politica ridotta a pura tecnica elettorale. Si ricordino di questo precedente quanti vogliono che la legge elettorale assicuri un robusto premio di maggioranza. La logica della conquista del premio è quella di avere un voto in più dei principali avversari politici, sommando tutto ciò che si può sommare. Non è certamente per questa via che si ottiene stabilità di governo! Meno che mai così si garantisce buon governo.
Eppure sbaglierebbe chi sottovalutasse la resa elettorale di questo schieramento di centrodestra. Fin troppo vitale, fin troppo determinato nella sua volontà di conquistare con ogni mezzo quanti più seggi possibile e di mettere al riparo carriere politiche. Schieramento probabilmente destinato ad essere secondo, come peso parlamentare. Se poi, sovvertendo ogni pronostico, arrivasse primo, davvero povera Italia e poveri noi.
LIVIO GHERSI
26 novembre, 2012
Primarie all’italiana. Grande prova di civismo e maturità, ma inquinate, inattendibili, inutili.
Dopo il magnifico spettacolo delle elezioni primarie aperte della Sinistra italiana (aggettivo determinante, v. appresso) con oltre tre milioni di votanti e 100 mila volontari al lavoro, che interpretazione darne? Innanzitutto, da osservatore laico e liberale, ammiro e lodo pubblicamente i tanti italiani che si sentono e credono “progressisti” (ma non i parecchi infiltrati) che hanno votato. Identità e orgoglio di appartenenza che smentiscono certe analisi stantie.
Un bello spettacolo, comunque, in questa Italia pubblica che da una parte il populismo, gli scandali, i rappresentanti squallidi, corrotti e ignoranti, e dall’altra un’anti-politica qualunquistica (di chi, oltretutto, non si era mai interessato in precedenza della Cosa comune) avevano dipinto in modo disastroso. Con note di colore eloquenti. I candidati Tabacci e Renzi che fanno la fila per ore ai seggi tra gente comune erano uno spettacolo mai visto nella Destra arrogante italiana. Ve l’immaginate personaggi come un La Russa o Berlusconi, ma anche un anonimo capataz di medio calibro di Forza Italia o AN mischiarsi alla folla anonima e aspettare senza privilegi col rischio di essere contestati dai vicini di fila? Impensabile.
Quindi, da un lato una prova commovente, un aggettivo che non abbiamo più potuto usare da vent’anni, da quando cioè la vita politica italiana è stata stravolta da un personaggio populista e propagandista che ha un predecessore solo in Mussolini.
Ma l’evento fa meditare sul modo differente in cui conservatori e progressisti in Italia si formano le idee e le manifestano col voto. E’ in questo nodo di psicologia sociale, prepolitica, che si può spiegare la tipicità italiana del Liberalismo non realizzato.
La differenza è tra un voto di "opinione” (spesso fondata sul nulla, cioè non certo sui programmi o sul ragionamento, ma sulla tv, sulla simpatia, su una tassa messa o tolta, o sulla grafica accattivante d’un sito-web) e un voto di partecipazione, che s’immagina più logico e meditato. Ecco la differenza in Italia tra tutti i partiti o liste più o meno personali e di comodo, e la Sinistra. Dai conservatori che si definiscono “liberali” perché vorrebbero dire solo anti-comunisti e di Destra estrema, fino ai grillini anti-politica, sempre d’un teorico e preconcetto voto di opinione si tratta. Va riconosciuto dagli osservatori neutrali di psicologia di massa. E due personaggi ("politici"? be', piano con le parole...) abituati a comandare militarmente sui propri simpatizzanti, ad agire di testa propria e nell'ombra, eterodiretti o no da propri consulenti fantasma, entrambi teorici e pratici della battuta (in fondo sono dei "comici" a modo loro, anche se ormai non fanno più ridere), dopo queste primarie hanno masticato amaro e si sono visti franare il terreno sotto i piedi. Berlusconi e Grillo.
Primarie del genere il Centro-Destra se le sogna. Se conservatori e reazionari (Destra) e moderati (Centro), tanto per usare categorie pseudo-politologiche solo italiane, volessero vincere o anche proporre una linea politica, dovrebbero prima educare alla partecipazione e al volontariato i propri pigri e irrazionali simpatizzanti, compresa la triade famigerata di studenti, casalinghe e pensionati, unita nella disinformazione e nell’incapacità-impossibilità di confrontare dati e fonti. Pochi di questi, infatti, sono soliti leggere un quotidiano di buon livello. Piuttosto si abbeverano solo alla televisione e al web. Tempo previsto per questa rieducazione della classe media ignorante e perciò “di opinione”? Diciamo più d’una generazione: 30 anni. Ecco quello che ha dimostrato la grande prova di maturità civile e democratica delle primarie della Sinistra.
Forse noi non la voteremo mai questa caotica e contraddittoria Sinistra italiana nata dall’unione di PCI e DC, dove i clericali si accompagnano agli ultimi utopisti del marxismo fuori tempo massimo: troppo poco laicista, ecologista e liberale. Ma certo la Sinistra si è confermata in tutto migliore della Destra, e anche per quello che ha fatto con queste primarie ha tutto il diritto di governare, paradossalmente, questo Paese di anarco-conservatori emotivi, pigri e contraddittori.
Ma c’è il brutto rovescio della medaglia. Dopo aver elogiato queste primarie come stupenda prova di maturità, educazione civile e partecipazione, una duplice personalità (cercare sempre argomenti pro o contro qualunque cosa, che poi vuol dire mettere in pratica davvero l'impostazione mentale liberale) impone di parlare dell'altra faccia della luna.
Queste primarie di schieramento all’italiana a cui possono incredibilmente partecipare anche i sostenitori dello schieramento avversario (per questa contraddizione madornale perfino gli abitante di Marte si stanno agitando senza darsi pace e senza dormire la notte...) sono inquinate e inattendibili già in ipotesi. In fondo creano solo personaggi, confermano o creano ex novo miti mediatici, fanno pubblicità. Pensate a tutta la ricaduta – utilissima come propaganda – di discussioni, interpretazioni, commenti, interviste, tavole rotonde: tutto gratis, anzi con notevoli guadagni perfino economici per candidati e partiti furbi. Ma non danno indicazioni. In fondo sono solo delle prove generali delle vere elezioni politiche, ma senza le garanzie che offrono queste.
Gli americani, che le hanno inventate, sono sbalorditi da tanta faccia tosta e obliqua fantasia levantina. Per avere valore dovrebbero invece essere riservate agli iscritti ad un partito della coalizione, o almeno a chi sottoscrive il programma di un partito o dell’intera coalizione. Macché, sono oscenamente aperte a chiunque, senza filtro di sicurezza, che pure si mette sul più banale dei siti internet. Cosicché, ad una pre-consultazione interna della Sinistra possono partecipare perfino fascisti, leghisti, anarchici, e comunque chi poi non voterà per quella coalizione al ballottaggio delle primarie o alle vere elezioni politiche.
Una cosa assurda, un peccato originale capitale, che definisce la cosa come un po’ corrotta già nell’idea, che non deve più ripetersi. E non solo perché – è ovvio – la parte avversa alla coalizione di Sinistra sguinzaglierà i suoi uomini per infiltrarsi nelle lunghe code, come già è emerso abbondantemente, oppure comprensibilmente qualche elettore di Destra in ingenua buona fede è comunque attratto dal candidato che per lui rappresenta il “minore dei mali” o addirittura lo vede come proprio candidato (in questo caso Renzi).
Quindi, sul piano statistico-demoscopico, e a questo punto anche politico, le primarie così concepite non valgono nulla: sono solo una falsata passerella di propaganda per candidati.
Insomma, creato dagli anglosassoni un bell’istituto (interno ai partiti) di democrazia diretta liberale, ecco che viene subito dai soliti furbi e imbroglioni politici italiani trovato l’inganno.
