12 febbraio, 2016

 

Basta col ricordo del Concordato, la sconfitta più grave (e senza la minima speranza di riscossa).

Ora che è passata la giornata dell'11 febbraio, possiamo dirlo: abbiamo volutamente evitato di ricordare la ricorrenza nefasta del 1929. Speravamo che passasse sotto silenzio, per non fare ancora una volta una deprimente pubblicità alla nostra maggiore e più irreparabile sconfitta civile e morale di cittadini italiani, e soprattutto cittadini liberali. Ma vedo che alcuni amici sono caduti nel tranello della data e l'hanno celebrata. Perché? Che cosa intendono fare di questa stucchevole e masochistica rievocazione?

Siamo convinti ormai che il male fatto con i Patti Lateranensi e il Trattato con la Santa Sede da Mussolini e dal Fascismo (non fu certo colpa della Chiesa: un'occasione del genere – un dittatore, figura ad essa familiare, che le offre dei privilegi – poteva forse rifiutarla?) sia così grave che non abbia rimedi né a breve né a medio termine. E a lungo termine siamo tutti morti. Anche il rinnovo nel 1984, per responsabilità del governo Craxi (un altro socialista), è stato vergognoso, tanto più che nel Paese, ormai democratico, serpeggiava un notevole risentimento laicista.

La Chiesa, grazie al Concordato, ha rialzato la cresta, è tornata alla sua secolare arroganza, e fingendo di essere una “associazione privata” qualunque, anziché un Potere parallelo e antagonista allo Stato, approfittando del prestigio pseudo-spirituale presso una larga parte del popolo (nel frattempo regredito e istupidito da Fascismo e clericalismo politico) dice la sua e risponde su tutto, e non solo su comunione, confessione o estrema unzione, influenzando e dirigendo i parlamentari incolti e senza personalità, o i furbi atei opportunisti. Con la differenza rispetto ai tempi del Papa Re che oggi ha acquistato – grazie alle tecnologie moderne e alla società di massa che se ne nutre passivamente – un nuovo privilegio che moltiplica i vantaggi del poter parlare su tutto: l’essere sicura che le sue parole saranno diffuse e amplificate ogni giorno da giornali e televisioni di Destra, Centro e Sinistra. Un circuito perverso e potentissimo che spesso rende la parola della Chiesa il primo e più comprensibile messaggio su ogni argomento.

Ma, poiché – come ripeteva Ernesto Rossi – la proprietà e i soldi sono tutto per la Chiesa Cattolica, nonostante il suo ipocrita “pauperismo”, è soprattutto ai suoi beni ritrovati ed estesi che dobbiamo guardare. Col Concordato di Mussolini e Craxi la Chiesa ha prima riavuto e poi conservato tutte le proprietà che le erano state confiscate dai Liberali (a Roma perfino il bellissimo palazzo rinascimentale della Cancelleria: ogni volta che lo guardiamo ci piange il cuore). Perché confiscate? Per un inutile e crudele odio verso la Chiesa? No, anzi, tanti famosissimi capi liberali erano cattolici. Ma perché – solo in Italia – il Risorgimento è stato combattuto, e duramente, anche contro la Chiesa, che contravvenendo alla sua stessa storia e dottrina si era voluta fare Stato – qui, in Italia – e come Stato della Chiesa aizzava perfino vescovi e preti a disobbedire alle leggi; e perciò ha visto il suo momento culminante, altamente simbolico, nella battaglia di Porta Pia, a Roma, col cattolicissimo generale Cadorna a capo delle truppe italiane che bombardarono le mura Aureliane del Papa! Una partecipazione, quella dei liberali cattolici, allora per niente moderati, due volte moralmente eroica, se consideriamo che moltissimi liberali duri erano cattolici osservanti. Ecco perché nessun’altra rivoluzione liberale al Mondo ha avuto questo vistoso e drammatico epilogo anti-Chiesa.

Così, grazie a Mussolini, la Chiesa non solo accettò i milioni (di allora) delle Guarentigie troppo generosamente concessi dai Governi liberali (un errore) e sdegnosamente non accettati fino al 1929, ma imparò subito a moltiplicare questi insperati capitali, fino al capolavoro della “tassa” quasi obbligatoria dell’8 per mille a favore della Chiesa (che frutta circa un miliardo di euro all'anno!), altro capolavoro del governo Craxi (1985). Così la Chiesa ora spadroneggia più di prima tra ospedali, case di cura per lunga degenza, conventi che sono finti alberghi e appartamenti ad uso civile, banche e speculazioni finanziarie varie.

Sul piano della comunicazione, fondamentale per una religione fondata sulla parola e la seduzione attraverso di essa (la “predica”, il Catechismo, il libro del Vangelo ecc), la Chiesa si è assicurata varie e potenti casse di risonanza, avendo l’abitudine di infiltrare, fin dai primi anni Cinquanta, i suoi uomini in radio, televisione, agenzie giornalistiche e giornali. Si noti che senza questa comunicazione quotidiana, la sua influenza quasi sparirebbe, perché contrariamente a un luogo comune è fondata sulla sensibilità della gente, non sui segreti accordi coi politici.

Ecco perché la colonizzata televisione, clericale anche quando ha uomini di Sinistra, trasmette ogni giorno con grande rilievo, spesso in prima posizione, notizie sul Papa e il Vaticano. Un caso unico al Mondo. E nessuno protesta. Anzi, alle nostre recriminazioni i clericali, anche progressisti, rispondono: ma in Italia, solo in Italia, abbiamo il Vaticano in casa. Certo, ma in Italia, solo in Italia, abbiamo anche avuto un Risorgimento “contro” il Papa! E quindi l’argomentazione della territorialità non dovrebbe valere nulla, ormai, come infatti nessuno parla mai dello Stato di San Marino, molto più grande dello Stato della Città del Vaticano. Allora è solo questione di religione “prevalente” degli Italiani? Gravissimo.

Fatto sta che c'è la corsa a chi appare più clericale a Destra, al Centro e a Sinistra. Perfino i rari pseudo Liberali-Radicali non intendono sollevare il problema in modo drastico come sarebbe ormai necessario. Sono finiti e sarebbero controproducenti i i tempi del moderatismo estremo in materia Stato-Chiesa: lo abbiamo già e troppo a lungo provato, e non ha funzionato.

Perciò, oggi dovremmo ritornare in tutto e per tutto alla situazione Stato-Chiesa del primo Novecento, cioè prima del Concordato. Sarebbe l’unica soluzione, drastica ed efficace, anche se traumatica. Ma non esiste nessuna possibilità politica di farlo. Ci vorrebbe una denuncia unilaterale, seguita da una modifica costituzionale, di per sé lunga. Vorremmo proprio vedere se le Grandi Potenze, a cui certamente si appellerebbe il Vaticano come fece papa Pio IX, non capirebbero che per noi Italiani questo accordo umiliante fatto dal Fascismo è insopportabile, è una palla al piede perfino economica, e condiziona il nostro sviluppo etico, politico, civile ed economico. Le Nazioni Unite deciderebbero sanzioni economiche? Francia e Austria, di nuovo, invierebbero eserciti? Intanto la Gran Bretagna approverebbe.

Quel che è certo, è che dovremmo fare qualcosa di grande, di deciso e di estremo. Senza alcuna mediazione diplomatica. Misure leggere e accomodanti – lo abbiamo visto – sono inutili, oltreché impossibili.
Non parliamo poi del popolaccio che abbiamo oggi: non c’è la possibilità di alcun affidamento. È vero che vuol sapere tutto (tv, web ecc), ma è una fame vuota di particolari e segreti che sa di ricerca del pettegolezzo, non di partecipazione e condivisione di responsabilità e decisioni. L’ignoranza è macroscopica e generale. I cittadini, perfino molto laureati, non hanno idee, non leggono, non sono minimamente versati nelle cose storiche-politiche-giuridiche-psicologiche-economiche di cui si nutre la Cosa Pubblica, e quindi non capisce niente di Governi e Società. Però vuol dire comunque la sua, intromettendosi dappertutto in modo inutile. Pessima idea è stata far sapere a queste persone incolte che cosa effettivamente si dice in Parlamento (le “dirette” inventate dalla radio dei Radicali, che non si pongono mai il problema delle conseguenze dei propri atti). E una delle più gravi conseguenze dell’invenzione radicale è di avere degradato il messaggio politico: ora tutti i parlamentari non discutono alla Camera e al Senato in modo costruttivo, ma per fare propaganda esterna, per distinguersi con slogan e parole d’ordine, estremismo e frasi a effetto, tutti mezzucci ridicoli se pensiamo che sono diretti ai loro colleghi – così sperano di convincere i loro avversari? – ma comprensibili se pensiamo che in realtà sono diretti al largo pubblico fuori dell’aula. Siamo al comizio permanente e al populismo più becero (v. talk show).
Perciò cittadini e movimenti politici hanno ormai “idee ricevute” e pregiudizi così madornali che sono irrecuperabili. Lega Nord, Destra, Cinque Stelle, perfino una parte del PD, Sinistra estrema: non c'è un gruppo politico che si salvi. Neanche Liberali, Radicali e Repubblicani esistono più. E quando esistono come sigle sbagliano per debolezza di idee e mediocrità di uomini. I Cittadini elettori, poi, sono paradossalmente peggiori di quelli del 1929, quando c’era la dittatura, in quanto a cultura e spirito critico individuale. E se non si ribellarono nel '29 al clerico-fascismo, figuriamoci se prenderebbero parte oggi a una specie di rivoluzione laicista. impensabile.

Il Risorgimento, unico nostro evento glorioso e vincente in vari secoli, fu per gran parte architettato e ordito in segreto da una minoranza che sapeva leggere e scrivere e poteva votare. Altrimenti, in mano alle masse di oggi non avrebbe mai vinto. Oggi purtroppo si sa subito tutto e ovunque, e già via web si formerebbero comitati a favore del Vaticano. Senza contare che l’intera classe dirigente è stabilmente filo-cattolica da generazioni. E abbiamo un capo di Stato e un capo di Governo entrambi ex-DC. E i cattolici sono già infiltrati abilmente in tutti i gangli vitali del Potere. Insomma, diciamolo, non c’è più niente da fare. E sarà così per decenni. Anzi, siamo in contro-tendenza, perché la contemporanea pressione dell'Islam terroristico che prende di mira obiettivi cristiani ci obbliga a difendere la Chiesa, addirittura, e quindi gioca a nostro sfavore. A meno di un rivolgimento insperato, una sorta di miracolo laico, del tutto improbabile.

Insomma non parliamo più del Concordato, non celebriamolo ogni 11 febbraio come se fosse una vittoria (mentre il 20 settembre 1870 passa quasi sotto silenzio). Dimentichiamolo, per favore. Continuare a parlarne serve solo a deprimerci ancor più. E l'Italia è oggi un Paese depresso, all'opposto dei tempi del Risorgimento. Oltretutto, continuare a lamentarsi in tono querulo per le parole che dice un cardinale o un vescovo offende il buonsenso e la ragione, se poi non cerchiamo più utilmente di costringere televisione e giornali a fargli da amplificatore. Preti e vescovi sono presenti in molte trasmissioni di intrattenimento per anziani e casalinghe: è lì che si forma il consenso popolare.

Usiamo la tattica del silenzio, per noi e per loro. Se alla Chiesa togli l’audio, la uccidi come Potere temporale dotato di enorme influenza psicologica sui semplici e ignoranti. Ipocrita sparlare ogni giorno del Concordato e del Potere ecclesiastico e non contrastarlo dove la sua sensibilità è più viva, come diceva Ernesto Rossi, cioè sui soldi. Per esempio non dovremmo spendere più un euro per i Giubilei e gli eventi del Papa, dovremmo vietare i pullman turistici nel Centro di Roma, vietare anche che centinaia di conventi e case generalizie si trasformino in alberghi esentasse e pure con prezzi relativamente alti. E se questi conventi sono vuoti, requisirli per ragioni di pubblica utilità sociale: lo facevano anche i super-liberisti liberali del Piemonte, ben superiori ai finti liberali nostrani. Dovremmo anche eliminare le immagini religiose nei luoghi pubblici, che possono influenzare l’educazione dei giovani in senso confessionale e fanatico, eliminare i cappellani militari, far pagare le tasse integralmente alle chiese anche quando sono solo luoghi di culto: perché vanno privilegiate le religioni?

In quanto al Concordato, basta col ricordare sempre le sconfitte. Anche perché per quel poco che ha di laicista, cioè di separazione e rispetto tra Stato e Chiesa, non viene rispettato. L'ultimo caso: il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, proprio l'11 febbraio si permette di dire "come" si dovrebbe votare in Parlamento italiano! Strafottenza, arroganza senza pari: con un Cavour capo di Governo ci sarebbe stato il ritiro dell'ambasciatore italiano presso la Santa Sede e le dimissioni del capo della CEI come conditio sine qua per riaprire i rapporti diplomatici. Ma oggi, con lo Stato in mano ai chierichetti cattolici di Destra, Centro e Sinistra, e con un popolino male educato da quasi un secolo, le reazioni sono deboli e inefficaci. I non-liberali hanno preso la Democrazia come "il Regime senza spina dorsale", l'ideologia della debolezza, della furbizia, del sotterfugio e dell'inganno. E allora, a che serve, questo Concordato tutto scritto o interpretato a vantaggio della Chiesa? Eliminiamolo. O almeno, dimentichiamolo, visto che non riusciamo a fare neanche la più banale riforma laicista.

AGGIORNATO IL 13 FEBBRAIO 2016

10 febbraio, 2016

 

“Matrimonio” (o “unione civile”) o no: il curioso paradosso dei Conservatori e dei Liberali.

Da liberale, e perciò riformatore e progressista, mi sono battuto sempre per rafforzare gli anelli più deboli della catena anche se non mi riguardavano, non i più forti. Quindi, p.es., per la libertà di divorzio e di aborto. Mentre non ho speso una parola in favore del matrimonio, che vive di una forza sua e che è stranamento difeso, e pure troppo, da chi non lo può usare e neanche lo trova nei suoi Libri Sacri, come la Chiesa Cattolica (il che fa trapelare inconfessabili morbosi complessi). Matrimonio che ho sempre visto come una struttura recitativa, oppressiva e formalistica all’interno della quale da sempre si nascondono le peggiori ipocrisie e violenze, e che per le sue dinamiche (altro che “fondamento etico della società”, ma che ne sa la Chiesa? A meno che non ammetta che il suo Dio eponimo, il pretesi Joshua il Nazareo, cioè il ribelle, non fosse sposato) ha assomigliato in passato e talvolta ancor oggi a un prosaico contratto di compravendita, quando non a una forma di prostituzione istituzionalizzata.

Mi meraviglia e incuriosisce da sempre, perciò, che categorie che si ritengono moderne come gli omosessuali impegnati nella società si siano incaponiti a utilizzare un istituto così conservatore. Ma, contenti loro, a un liberale spetta solo un dovere, questo sì, morale: assecondare i desideri di qualsiasi minoranza  che fornendo prove e documenti si ritiene discriminata o che vuole nuovi diritti compatibili col Diritto e la Costituzione. Per un liberale è obbligatorio. Altro comportamento un liberale non può avere.

Ora nell’articolo su "LibereLaiche" della coraggiosa Tiziana Ficacci, anche lei laicista e anticonformista in tutto, viene ripreso un intero articolo del blog di Francesco Costa (che non conosco), di cui mi ha colpito in particolare un capoverso che è sulla linea del mio ragionamento e contiene una paradossale presa di posizione del Capo di Governo inglese, Cameron, conservatore:
“I conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore”. 
Ma se Cameron fosse stato un ultra-conservatore cattolico, del genere di quelli ipocriti che oggi si oppongono in Italia a ogni modifica del concetto di matrimonio collegando abusivamente l'etica civile con una presunta integerrima ed esclusiva "morale cattolica", avrebbe parlato diversamente. Dopo le parole chiare e severe del filosofo Galimberti che aveva fatto notare la "prepotenza dei cattolici", il giornalista Augias rispondendo in un programma televisivo alla domanda del conduttore Floris ha fatto notare che, anzi, se è per questo, la tradizione cristiana dovrebbe essere apertissima, visto come il Vangelo fa nascere Gesù: da una donna incinta fuori dal matrimonio (Maria), con un padre adottivo (Giuseppe), essendo quello vero sconosciuto e comunque esterno (il cosiddetto Spirito Santo). Insomma, al confronto del matrimonio allargato, libero e problematico del fondatore del Cristianesimo, ogni attuale proposta di legge su un matrimonio diverso è "acqua fresca"!

Se si cerca in questo blog (e nella Newsletter che esisteva fino al 2006) nel motore interno di ricerca alle parole “matrimonio gay” o simili, si trovano almeno quattro articoli interessanti (di cui tre brillanti: scorrere la Newsletter) di tanto tempo fa, come questo e questo ancora, poi la protesta di una lesbica liberale con la relativa risposta (la data è errata: ma importa poco) e un articolo precedente sul blog.

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016

09 febbraio, 2016

 

Macabro Medioevo. Riesumata per risollevare le sorti della Chiesa la salma del discusso padre Pio.

Ma che cos'è quest’improvviso cambio di scena attraverso il Tempo e lo Spazio in quell’esagerato teatro barocco che è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana? Del resto, era nata come finta-rivoluzionaria, ma fu subito reazionaria e populista. E tornare indietro e battere le piazze e le città è sempre stata la sua specialità. Ma oggi, che vuol dire questo ritorno - se mai se ne è allontanata - al feticismo fanatico delle reliquie (che neanche è vera religione, come ha detto in televisione il filosofo Umberto Galimberti), alla esibizionistica traslazione-ostensione – senza nessun motivo plausibile, neanche una ricorrenza di date – di una salma, quest’assurdo portare in giro e mostrare al pubblico impudicamente il cadavere d'un frate, oltretutto discusso già in vita, biasimato e indagato da tre Papi, tanto da rischiare di essere spretato, considerato esibizionista, imbroglione, perfino lussurioso; ma poi stranamente – ecco il suo vero e unico miracolo – fatto "santo", a sorpresa, da un altro Papa, anch’egli grande gigione, ben oltre il parere di teologi e curiali, a furor di popolo?

Ora Padre Pio è costretto dal gesuita papa Francesco (quanto diverso da Roncalli e quanto simile a Wojtila in questo!) a recitare anche da morto. Quale parte deve recitare? Lo vedremo: sarà chiaro alla fine di questo articolo. Intanto, lo portano in giro come mummia per l'Italia plebea, con tanto di gendarmi: ben 800 giannizzeri pagati da noi Italiani, anche stavolta, non dal Vaticano.

Una vergogna? Di più, molto di più, e peggio. Perché è una vergogna complicata.

Torniamo ai secoli bui? È il segno tangibile della Restaurazione, si dice. Questo appare ora ai superficiali, ma vedremo che è una finta, una messinscena, come quelle che allestiva lo stesso Padre Pio. Anzi, è uno sviamento di problemi, una distrazione orchestrata di massa. Altro che laicizzare la società come pretenderebbe l’etica “edonistica” liberale; altro che atteggiamento passivo di fronte alla crisi di vocazioni sacerdotali e di fedeli nelle chiese; altro che fine della religione e trionfo dell’ateismo; altro che debolezza imbarazzante di fronte all’Islam; altro che sostituzione dell’antico fervore popolare col carisma del solito Papa istrione, altro che confronto tra Family Day e Family Gay.

Quali altri significati potrebbe avere questa ridicola e inquietante messinscena? Già da tempo urgeva riavvolgere all’indietro il film della storia della Chiesa. Occorreva dire basta con questa Chiesa che rischia di apparire laica, scettica, relativistica, razionale, perdente, di volta in volta liberale, socialista, ecologista (be’, dopo quell’Enciclica...) o comunista.

Torniamo alla Chiesa vera – devono essersi detti gli “gnomi del Vaticano”, gli oscuri uomini in nero bordato di rosso porpora – la Chiesa delle narrazioni favolistiche, delle emozioni popolari, delle invocazioni e delle urla isteriche (ricordate il “Santo subito!” ai funerali di Wojtila?). Una Chiesa del cuore, non del cervello e, se proprio questio organo va usato, non della corteccia cerebrale ma dell’ipotalamo. La religione non dei vivi ma dei morti, non dello spirito critico ma dei miracoli, non dell’incenso dei chierichetti ma delle ascelle del popolo grezzo che dal profondo Sud accorre in treno o pullman a piazza S.Pietro, olezzante sali di acido valerianico, formico e caprilico, per dirla con quel genio pazzo di Gadda.

Ma sì, devono essersi detti cardinali di Curia e lo stesso Francesco, visto che la Chiesa dei ricchi intellettuali sarebbe povera, torniamo furbo paradosso della redditizia “Chiesa dei poveri”, laddove i poveri ovviamente sono gli spettatori passivi, la platea abbagliata dalla grandiosità e terribilità dello spettacolo, il consueto, coloratissimo, teatro Cattolico che tanti frutti, vocazioni e soldi aveva dato con Wojtila.

Nessun tour operator avrebbe potuto fare di meglio nell’organizzare per mesi in silenzio e nel segreto (gli Italiani non dovevano saperne nulla; se no, sai che ironie, proteste, problemi...) una simile full-immersion nei valori antiquati e regressivi del Cattolicesimo: l’infantilismo, l’ignoranza, la superstizione, la seduzione delle folle dei semplici. Il pensiero va ai tempi delle masse sudate degli idiots du village, agli ottusi delle campagne del Medioevo, insomma ai "chretiens" per dirla con Odifredi, e quindi sotto sotto – del resto se la solo voluta – alla mercificazione, al santino, al rosario portentoso, alle litanie che assicurano la salvezza, insomma all’imbroglio; ma soprattutto al cospicuo biglietto del pullman della parrocchia o del Vescovado, e ai modesti 50 euro di pernottamento negli alberghi clan destini delle suore (quelli che spacciati per luoghi “religiosi” non pagato l’IMU), che è quello che conta di più per mandare avanti la barca.

Soldi e commerci moderni, ma effetti antichi. Il cadavere del santo, ormai quasi solo ossa, ricostruito e coperto di cera colorata, insomma è finto,una vera e propria statua kitsch idealizzata che starebbe bene al Museo delle Cere di piazza SS.Apostoli. Eppure ha sempre il suo fascino perverso sulle folle superstiziose. Il morboso connubio ieros-thanatos, il sacro e la morte, attira sempre. Il trionfo dei corpi che negano se stessi. O putrefatti o fatti polvere o mummificati, sempre morti sono. Purché colpiscano l’infantile immaginazione popolare con un invitante ribrezzo.

Eccoci riportati a un Medioevo barbaro e macabro che a differenza dei civilissimi Etruschi-Romani, intinge il pane nei liquami della materia organica, inala golosamente il fetore dei morti, e attribuisce ai “santi” che non si lavano mai per disprezzo e vergogna del proprio corpo il massimo dell’apprezzamento etico-olfattivo. “E’ morto in odor di santità”, dicevano i cinici monsignori, maestri nell’arte dell’eufemismo e dell’ipocrisia, per non dire: viveva ormai come un barbone.

Resta il monstrum, la stranezza della fiera al mercato del giovedi nei villaggi dell’Ottocento, col ciarlatano che arringa gli ebeti del villaggio: "Venghino, siori, venghino! Ché qui gli mostriamo una vera mummia parlante e benedicente, in carne e ossa! Non c'è trucco, non c'è inganno! Fatti avanti, ragazzo. Senza timore: tocca, tocca le piaghe purulente... Col nostro facile metodo di cinque Ave, quattro Gloria e un Paternoster, rimettiamo a contadini e cavalieri, vergini e maritate, tutti i peccati passati, presenti e futuri! Basta versare il modesto obolo di euro 80 più Iva, pullman compreso, andata e ritorno! E' un affare! Venghino, siori, venghino".

Vengono i brividi. La vista si appanna, il sole sparisce, il cielo si oscura di nubi fosche, innaturalmente nere. Un film di Dreyer? No, ma una saetta a questo punto ci sta benissimo (grazie, tecnico delle luci!). Chissà, il popolo bruto crede alla messinscena, e attende il miracolo. Dio, o meglio il presunto servo di Dio, “deve” farlo ‘sto miracule, se ha le palle, se è un uomo. Aggio pagato ‘u biglietto d’u trenu, e lu miracule debbo vedé. Sinnò, nun torno a lu paese!”

Ma chi non crede al miracolo e alla santità è proprio la Chiesa. La Chiesa vera, quella che sta in alto, la più cinica, contrapposta alla Chiesa che sta in basso, al popolino ignorante. Cinismo politicante e massmediatico, perfino “scientista”, della Curia Romana, dei Cardinali, dei Papi, a partire da papa Roncalli con la sua razionalizzazione e modernizzazione del Concilio Vaticano II, contro l’insopportabile, sottoculturale e reazionaria superstizione popolare? Così è, se vi pare. Ma allora, se i monsignori non ci credono (non ci hanno mai creduto, perché Padre Pio è stato sempre combattuto, e dai più alti esponenti della Chiesa), come mai ora cavalcano il mito popolare d’un santo a furor di popolo e ne espongono in un tour mediatico le spoglie mortali?

Per interesse, solo per convenienza, insieme economica, politica e di immagine. Ecco una prima spiegazione dell’ambiguità della Chiesa sul fenomeno Padre Pio e su altri problemi ed eventi di oggi. Ecco il crudele e spudorato cinismo, la contraddizione stridente di chi dopo aver per 2000 anni predicato spiritualità, estasi maniacali, visioni ed emozioni popolari, ora vorrebbe trovare nella scienza prove sicure di questa religiosità maniacale. E non trovandole, ovviamente, prende le distanze dal suo stesso volgo, che essa stessa ha fatto nei secoli così ignorante. E allora, che cosa scegliere? Nessuna, cioè entrambe le cose.

Così, a basarsi sulla pubblicità che deriva da questo ennesimo coup de theatre è il Vaticano, o SCV, che però non è la Chiesa, è solo un Governo amministrativo che si occupa di fogne e francobolli (e infatti sbagliano i Radicali ad accusarlo di tutto, per non dover sparlare della Chiesa). I cinici registi occulti, monsignori e cardinali, alcuni dei quali sicuramente scettici e perfino atei, stanno altrove, nelle segrete stanze: sono quegli omuncoli tutti uguali vestiti di nero o di rosso che stipulano contratti e legalmente rappresentano – Papa o non Papa – la Chiesa Cattolica. Così poco credenti nella spiritualità da far venerare agli incolti i corpi e le cose terrene. Ma sanno che ora la Chiesa ha bisogno vitale di obiettivi e vittorie facilmente raggiungibili, di visibilità mondiale e quindi di maggiore influenza, soprattutto di maggiori entrate, visto che l’8 per mille sta calando. E i Giubilei ormai da soli non bastano più: servono gli “eventi” mass-mediatici, i colpi di scena. Come le processioni per l’Italia delle spoglie del frate più popolare, appunto. Anche a costo di contraddire i pretesi poteri spirituali d’un Santo, che a rigore di teologia non avrebbe bisogno di essere trasportato per diffondere grazia ed effetti taumaturgici. E invece, no, è costretto alla stregua d’un laico baule qualunque a valicare fisicamente città, montagne e valli, come se quel frate morto fosse un buono a nulla, un insieme di ossa e pelle incartapecorita che anziché librarsi invisibile nei Cieli e volare dappertutto, ubiquo e sempiterno come la sua Santità vorrebbe, deve essere trasportato manualmente qua e là come un volgare “collo” postale. E chissà se arriva, e se arriva intatto, dipende dal camion e dalle buche.

Intanto, nel feticismo necessario, superstizione nella superstizione, si crea spontaneamente un piccolo “indotto” economico, a metà tra golosità e satira. Su internet sono apparse, diffuse dalla blogger Selvaggia Lucarelli, le foto inquietanti di biscottini macabri e orripilanti a forma di “mani con le stimmate”, come ha riportato La Stampa attribuendoli a una giovane cattolica inglese. Nessuno scandalo. Del resto, non esiste già una pasticceria devozionale cattolica che riprendendo un’atavica tradizione pagana ci ha deliziato con le “minne [mammelle] di Sant’Agata” e gli “occhi di Santa Lucia”.

Ma allora che cosa resta di quel monaco assai poco monaco – riferirono gli ecclesiastici suoi contemporanei – accusato dai più noti e prestigiosi religiosi (tra cui padre Gemelli, papa Giovanni XXIII, dom Franzoni ecc.), medici e scienziati dell’epoca che più volte, non collegati tra loro, lo avevano visitato, di essere un furbissimo mistificatore, un abile istrione, un esibizionista patologico, un isterico, uno psicopatico, un autolesionista, un malato mentale, un imbroglione, un profittatore che pare “studiasse da santo” fin da giovane? Già nel 1919 due farmacisti della zona – riporta lo storico Sergio Luzzatto – avevano testimoniato di avergli fornito sostanze chimiche irritanti in grado di procurare e conservare le piaghe, come acido fenico e veratrina. Poi venne a galla anche la tintura di iodio. Per papa Giovanni XXIII, che da buon cattolico indagò anche sui rapporti ambigui e imbarazzanti di “P.P.” (come lo chiamava nelle sue lettere) con le “sue” donne più fedeli, insomma una specie di Rasputin di provincia con tanto di contessa plagiata, l’intera vicenda di Padre Pio era “un immenso inganno”, il frate stesso non era che “un idolo di stoppa”. Santo solo perché lo ha voluto il suo popolo, popolo ignorante e pagante, profumatamente pagante, soggiogato dal suo carisma. E ancor più perché troppi e scandalosi interessi speculativi si sono accentrati su di lui, per poter distruggere il suo impero dalle uova d’oro. (v. la spudorata industria della credulità sorta attorno a lui a S.Giovanni Rotondo, perfino un ospedale, che il popolino ha sempre interpretato – ahimè a torto – come il più indicato “per i mali incurabili”). Una vicenda inquietante ma anche grottesca e ridicola, come una notte di tregenda rozzamente riprodotta con le primordiali finzioni tecniche dell’epoca dei film muti degli anni Venti.

Per saperne di più, si veda: il saggio dello storico Sergio Luzzatto (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, Einaudi), la voce “Padre Pio da Pietralcina” su Wikipedia e l’articolo di A. Cazzullo sul Corriere della Sera (25 ottobre 2007).

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016

07 gennaio, 2016

 

Zanone, un grande intellettuale liberale, ma nel posto sbagliato: la politica pratica non era per lui.

E’ scomparso stamane nella sua casa romana a 80 anni l’intellettuale e politico liberale piemontese Valerio Zanone. 
      Segretario del Partito Liberale dopo Malagodi, di cui era stato oppositore di centro-sinistra, era poi diventato parlamentare, ministro (anche il secondo ministro dell’Ambiente, dopo Alfredo Biondi e prima di Di Lorenzo, altri liberali, nei primi anni 80 col Governo Craxi) e sindaco di Torino.
      Studioso del Liberalismo, uomo di cultura interessato alla storia delle idee, laureato in filosofia con Pareyson quando ancora una laurea in filosofia valeva qualcosa;
 studioso e autore di saggi (come "Il Liberalismo moderno", in Storia delle idee politiche, economiche e sociali, a cura di L. Firpo; "L'Età Liberale"; la voce "Laicismo" nel Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino), era visibilmente più a suo agio nelle biblioteche e nella sua fornita libreria che tra i politicanti della scena romana, piemontese e nazionale. 
      Pur perseguendo politicamente un liberalismo aperto, solidale, moderno, laicista, europeo, anti-elitario, dei diritti (tutti i diritti) ma anche dei doveri e del rispetto delle regole, e non banalmente e puramente liberista, egli stesso impersonava – al contrario – perfino col suo carattere signorile e rigoroso, ma schivo, timido, triste e pessimista (sempre troppo pessimista), lo stereotipo dell’intellettuale liberale solitario e scontento, incapace di misurarsi con la società di massa e i volgari mezzucci della propaganda, della retorica, della dialettica e della polemica politica, ma privo anche della necessaria furbizia, determinazione e spregiudicatezza che vengono da un buon intuito politico, e perfino di quella grandissima passione e di quell'intransigenza che porta facilmente un liberale all'indignazione e perfino agli scoppi d'ira, che erano state invece caratteristiche essenziali, virtù più che vizi, d'un Cavour.
      L’unica sua furbizia, poco riuscita, fu quella di bilanciare col gioco parlamentare la totale assenza di propaganda, l’incapacità di proselitismo e le controproducenti e ben poco carismatiche apparizioni in televisione (sempre virate a considerazioni negative, pessimistiche e perdenti, perfino nell’espressività). Rinunciatario o incapace per incertezza e troppo pessimismo a costituire un grande e vero soggetto liberale (come gli fu rimproverato giustamente da alcuni liberali), divenne come per ripiego il principale sostenitore non socialista del governo Craxi, poi appiattendosi (rifugiandosi, dissero alcuni) con un ruolo irrilevante nell’Ulivo di Prodi, illudendosi che il liberalismo cacciato dalla disprezzata Destra populista di Berlusconi potesse germogliare o anche nascondersi in una Sinistra riformatrice, che però le riforme non faceva, e infine aderendo, ormai isolatissimo, a una formazione di Centro-Sinistra molto moderato, quello di Rutelli. Due entità che ben poco avevano a che fare con la natura, la cultura, il vigore e la tradizione liberale.
     L’aspetto fisico ingannevole lo faceva apparire a chi non lo conosceva una sorta di “mastino” politico, ma era assolutamente in contrasto con la sua natura delicata di liberale timido, lento, freddo, flemmatico e raziocinante, incapace di incitare con forza alla lotta politica, ma anche di eccitarsi e di coinvolgere gli altri in una grande passione. Quella forza e quella passione che Croce richiedeva come indispensabili a un liberale.
     Perciò, come tutta la classe dirigente liberale pre e post-malagodiana, mai uomo più intellettualmente onesto e profondamente liberale di lui fu in pratica più inadeguato nel dare energia a un Partito Liberale, nel diffondere il Liberalismo e nel contrastarne efficacemente stereotipi ed equivoci dannosi, che hanno consentito ai cittadini della nuova democrazia di massa fondata sul teatrino dei mass-media, sulla demagogia e il crescente populismo, di ignorare o sottovalutare i Liberali, o di prenderli per troppo moderati o addirittura conservatori.
     NICO VALERIO



LIBERALE DI “SCUOLA PIEMONTESE”: ANTIRETORICO, PRAGMATICO E RIFORMATORE. MA GLI MANCAVA IL CARISMA.

Molti fra i più importanti politici ed intellettuali italiani di cultura liberale nacquero in Piemonte ed ebbero affinità caratteriali riconducibili proprio al loro essere piemontesi. Basti ricordare i maggiori: Camillo Benso di Cavour ed alcuni protagonisti della Destra storica come Giovanni Lanza e Quintino Sella; poi studiosi che diedero lustro all'Università di Torino come Luigi Einaudi e Francesco Ruffini; infine, un uomo di governo della statura di Giovanni Giolitti. Piemontese fu anche il liberale eretico per antonomasia, Piero Gobetti, morto giovane, quindi caro agli dei. Si farebbe un torto, tuttavia, a non ricordare parlamentari e uomini di governo come Marcello Soleri e Manlio Brosio.
     Valerio Zanone (1936-2016), torinese, fu anche lui un liberale della scuola del Piemonte: essenziale, antiretorico, riformatore per vocazione, ma pragmatico nell'approccio ai problemi e nel modo di affrontarli. Una delle qualità necessarie per svolgere in modo degno attività intellettuali consiste nell'essere veritieri: bisogna affermare quella che siamo convinti sia la verità, anche quando è scomoda, o impopolare. Zanone conservò questo costume di intellettuale anche quando ebbe rilevanti responsabilità politiche. Ad esempio, quando, nella qualità di Segretario nazionale del Partito liberale, commemorò Piero Gobetti nel Salone dei Dugento a Palazzo Vecchio a Firenze, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Gobetti, Zanone disse, fra l'altro: «Nelle pagine di Gobetti la polemica antiriformista è costante; ma è la polemica contro il riformismo di un certo genere, contro gli effetti diseducatori e decadenti del riformismo come "diplomazia di iniziati". ... Per questo aspetto i liberali di oggi non possono non sottoporre a revisione il troppo duro rifiuto gobettiano del giolittismo, ridotto da Gobetti ad una sorta di praticismo in cui la politica è umiliata al grado di amministrazione; a beneficio degli interessi costituiti» (si veda il giornale La Tribuna, n. 7/8 del 16-27 febbraio 1976, p. 2). Laddove un qualsiasi politico mediocre non avrebbe risparmiato parole per esaltare il giovane martire antifascista, facendone un "santino" da venerare, Zanone non rinunciò all'esercizio della critica razionale; la quale non evita le contraddizioni, ma le affronta perché questo è l'unico modo per superarle.
     Come tutti gli autentici liberali, Zanone era capace di anticonformismo. Ad esempio, aveva memoria storica di quanto la massoneria avesse significato sia durante il processo risorgimentale, sia nelle prime fasi della vita parlamentare dello Stato italiano unitario. Laddove i mass media puntavano su una criminalizzazione indiscriminata di ciò che oggi resta della massoneria, Zanone considerò quasi un punto d'onore continuare a partecipare ad ogni riunione pubblica ed ogni convegno promosso dalla massoneria ufficiale. Fino a pochissimo tempo fa. Pensava non fosse colpa sua se i giornalisti non conoscessero La religione dell'umanità dell'illuminista Gotthold Ephraim Lessing, e riconducessero ossessivamente ogni discorso in argomento alla P2 ed a presunti tentativi golpistici, o traffici con la mafia. Peggio per loro; lui tirava dritto per la sua strada. La verità, nota a chi ha una reale conoscenza di queste cose, è che oggi non c'è una grande differenza fra l'affiliazione massonica e l'adesione ad organizzazioni come il Rotary International, o i Lions Clubs International. Fuffa mondana tanto l'una, quanto le altre.
     Come uomo politico non si può dire che Zanone abbia avuto successo. Segretario nazionale del PLI, accompagnò il declino del partito, rendendolo di fatto un alleato subordinato del Partito socialista di Craxi. Non riuscì a dare al PLI una fisionomia ideale precisa, che rappresentasse un'effettiva discontinuità rispetto a quella che era stata la linea incarnata da Giovanni Malagodi. Con l'aggravante che, al tempo di Malagodi, il PLI era riuscito a raccogliere un consenso elettorale che gli aveva consentito margini di vera autonomia nell'iniziativa politica.
     Quando il Partito liberale (PLI) si estinse nel 1993, Zanone, preso atto della divaricazione bipolare che aveva assunto la politica italiana, scelse di schierarsi nel campo del Centro-sinistra. Considerate le caratteristiche che aveva il campo alternativo (il partito azienda di Berusconi, alleato ai leghisti nemici dello Stato italiano unitario, ed ai postfascisti), quella scelta di Zanone fu apparentemente felice. Fu anche perfettamente coerente, se valutata dal punto di vista di un ideale seguace del riformismo giolittiano. Egli, tuttavia, fallì in quello che avrebbe dovuto essere il suo naturale compito: costruire un soggetto politico dichiaratamente liberaldemocratico, capace di margini di autonomia, pur nella fedeltà complessiva allo schieramento di Centro-sinistra. Fallito quel disegno, i liberali, uti singuli, ebbero un ruolo poco più che decorativo nelle vicende dell'Ulivo; non ebbero sorte migliore quanti si imbarcarono nell'esperimento della Margherita, affidato alla guida di Francesco Rutelli.
     La verità è che Zanone non aveva capacità organizzative; né effettive capacità di guida. Tentava di convincere; ma non sapeva trascinare. L'interpretazione più benevola che possa darsi è che egli prendesse sul serio l'imperativo pratico, così formulato da Immanuel Kant: «agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come scopo, e mai come semplice mezzo» (si veda la Fondazione della metafisica dei costumi). Cosa dire di un leader politico che effettivamente rispetti gli altri e che non voglia utilizzare in modo strumentale i propri seguaci? L'unica risposta è che non è adatto alle dinamiche della politica reale. Speriamo che i costumi possano migliorare in futuro.
     LIVIO GHERSI


Su altri particolari biografici, politici e culturale di Zanone, si veda il lungo articolo di Pier Franco Quaglieni

IMMAGINE. Zanone in una sua caratteristica espressione.

AGGIORNATO IL 29 GENNAIO 2016

02 dicembre, 2015

 

Croce: «Caro Einstein, grazie della lettera ma Platone aveva torto sulla città retta dai filosofi».

Nel bel mezzo delle drammatiche fasi finali della II Guerra Mondiale, nel giugno del 1944, lo scienziato Alberto Einstein – che era vissuto a lungo in Italia, e la lingua italiana doveva ancora ricordarla – scrive al filosofo Benedetto Croce, sulla cui intelligenza e amore per la libertà gli americani e inglesi allora molto contavano in vista del nuovo assetto politico italiano. I due intellettuali già si conoscevano, come infatti ricorda Croce rispondendo alla lettera di Einstein, e questo rende più facile il nuovo imprevisto contatto epistolare.
Ma la risposta di Croce non è formale: trova il modo amabilmente di smentire l’utopia platonica di una Repubblica ideale retta dalla Ragione e dai filosofi, a cui aveva un po’ ingenuamente accennato Einstein.
E, come a scursarsi dei crimini e delle velleità imperialistiche del Fascismo, ricorda che mai nella Storia italiana prima di questa dittatura, neanche durante l’impero di Roma, il “delirio” del nazionalismo e dell’imperialismo è stato una ideologia.
Il brano della lettera più importante sul piano politico e morale è, secondo noi, quello in cui Croce afferma il dovere etico che ha l’intellettuale di operare nel concreto a favore della libertà e del progresso del proprio Paese. Perfino il filosofo, insomma, non può estraniarsi e rifugiarsi nei suoi studi, ma deve dare il suo contributo d’azione quando la Patria è in pericolo, come «Socrate, che filosofò, ma combatté da oplita a Potidea, e Dante, che poetò, ma combatté a Campaldino».
Ma «non tutti possono compiere questa forma straordinaria di azione» che è la guerra, e perciò il filosofo può, coi suoi limiti, aiutare a combattere la «più aspra e più complessa guerra, che è la politica» con l’impegno, con i suoi scritti, con le parole di incoraggiamento.
Certo la filosofia «non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare». Di qui l’«impegno» dell’intellettuale liberale, teorizzato un po’ prima che lo facessero nel Dopoguerra gli intellettuali comunisti. «Perciò – scrive Croce ad Einstein – mi sento oggi, conforme ai miei convincimenti ed ai miei ideali, impegnato nella politica del mio paese, e vorrei, ahimè, possedere a dovizia le forze che le sono più direttamente necessarie...».
NICO VALERIO

DUE LETTERE:
EINSTEIN A CROCE - CROCE A EINSTEIN (1)
1.  Pubblicate nella Libertà di Napoli e in altri giornali, e in opuscolo (Bari, Laterza, 1944).
[Ripubblicate in B.Croce, Scritti e discorsi politici, Bari, Laterza, 1973]

EINSTEIN A CROCE.
 Princeton, 7 giugno 1944.

Apprendo che una persona di qui, che ebbe la fortuna di visitarla, ricusò di lasciarle la lettera da me indirizzata a lui, ma scritta a Lei. Pure, di ciò mi consolo nel pen­siero che Ella è ora presa da occupazioni e sentimenti incomparabilmente piú importanti, e particolarmente dalla speranza che la sua bella patria sia presto liberata dai malvagi oppressori di fuori e di dentro. In questo tempo di generale sconvolgimento possa a Lei essere concesso di rendere al suo paese un servigio oltremodo prezioso, perché Ella è dei pochi che, stando di sopra dei partiti, hanno la fiducia di tutti.
Se l'antico Platone potesse in qualche guisa vedere quello che ora accade, si sentirebbe come in casa sua, per­ché, dopo lungo corso di secoli, vedrebbe ciò che di rado aveva visto, che si viene adempiendo in certo modo il suo sogno di un governo retto da filosofi; ma vedrebbe altresí, e ciò con maggiore orgoglio che soddisfazione, che la sua idea del circolo delle forme di governo è sempre in atto.
La filosofia e la ragione medesima sono ben lungi, per un tempo prevedibile, dal diventare guide degli uomini, ed esse resteranno il piú bel rifugio degli spiriti eletti l'unica vera aristocrazia; che non opprime nessuno e in nessuno muove invidia, e di cui anzi quelli che non vi appartengono non riescono neppure a riconoscere l'esi­stenza. In nessuna altra società i vincoli tra viventi e morti sono cosí vivi, e i nostri simili dei secoli precedenti stanno con noi come amici i cui detti non perdono mai la loro attrattiva, la loro fecondità e la personale loro magia. E, infine, chi realmente appartiene a quella aristocrazia, potrà bensí dagli altri uomini essere messo a morte, ma non offeso.
Con rispettosi saluti e auguri
A. EINSTEIN.


CROCE A EINSTEIN.
Sorrento, 28 luglio 1944.

La sua lettera mi è stata carissima, perché ho avuto sempre nel ricordo la lunga conversazione che facemmo in Berlino nel 1931, quando ci accomunammo nello stesso sentimento ansioso sul pericolo in cui versava la libertà in Europa: comunanza di sentimento e di propositi che vidi confermata allorché mi trovai a collaborare con Lei – fatta esule dalla sua patria per l'inferocita lotta contro la libertà – , nel volume di saggi sulla libertà (Freedom), preparato, or son quattro anni, in New York.
Delle due teorie di Platone, che Ella richiama, non è stata, in verità, ricevuta, anzi è stata respinta, dal pensiero moderno, quella della Repubblica perfetta, costruita e go­vernata dalla ragione e dai filosofi, ma l'altra è stata serbata, che a lui non era particolare, del circolo delle forme, ossia delle forme necessarie in cui perpetuamente si muove la storia: con questo di piú, che quel circolo è stato rischia­rato dall'idea complementare del perpetuo avanzamento ed elevamento dell'umanità attraverso quel percorso neces­sario, o, secondo l'immagine che piacque al vostro Goethe, del suo corso a spirale. Questa idea è il fondamento della nostra fede nella ragione, nella vita e nella realtà.
Quanto alla filosofia, essa non è severa filosofia se non conosce, con l'ufficio suo, il suo limite, che è nell'appor­tare all'elevamento dell'umanità la chiarezza dei concetti, la luce del vero. È un'azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all'azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare. In questa seconda sfera a noi, modesti filosofi, spetta d'imitare un altro filosofo antico: Socrate, che filosofò ma combatté da oplita a Potidea, e Dante, che poetò, ma combatté a Campaldino; e, poiché non tutti e non sempre possono compiere questa forma straor­dinaria di azione, partecipare alla quotidiana, e piú aspra e piú complessa guerra, che è la politica. Anche io pratico la compagnia, della quale Ella parla con cosí nobili pa­role, di coloro che già vissero sulla terra e ci lasciarono le opere loro di pensiero e di poesia, e mi rassereno e ritem­pero in essa: di volta in volta m'immergo in questo bagno spirituale, che è quasi la mia pratica religiosa. Ma in quel bagno non è dato restare, e da esso bisogna uscire per sot­toporsi agli umili e spesso ingrati doveri che ci aspettano sull'uscio.
Perciò mi sento oggi, conforme ai miei convincimenti ed ai miei ideali, impegnato nella politica del mio paese; e vorrei, ahimè, possedere per essa a dovizia le forze che le sono piú direttamente necessarie, ma tuttavia le do quelle, quali che siano, che mi riesce di raccogliere in me, sia pure con qualche stento. E ringrazio Lei dell'augurio generoso che fa all'Italia, la quale ha sofferto una triste e dolorosa vicenda, dovuta al collasso prodotto in essa come in altri paesi dalla guerra precedente, onde fu possibile ai dissennati e violenti d'impadronirsi dei poteri dello Stato non senza il gran plauso e la larga ammirazione del mondo intero, e volgere e sforzare l'Italia in una via che non era la sua, che tutta la sua storia smentiva. Perché non mai l'Italia, dalla caduta dell'Impero Romano, ha delirato di domini nel mondo, ed essa ha attuato o ha cer­cato libertà e nella libertà si è unificata, e il suo naziona­lismo e fascismo è venuto da concetti forestieri, che solo quei dissennati e violenti potevano adottare a pretesto del loro mal fare. Neppure Roma antica ebbe quel delirio, e perché l'opera sua fu di proseguire l'opera luminosamente iniziata dall'Ellade e creare un'Europa, dando leggi civili ai barbari che non ne avevano o le avevano barbariche.
La guerra è la guerra e non ubbidisce ad altro principio che al suo proprio, e anche le piú nobili ideologie sono per essa mezzi di guerra, come ogni conoscitore di storia sa e ogni uomo sagace intende. La lotta interna per la civiltà e la libertà si svolgerà poi, a guerra finita, nei paesi vin­citori non meno che nei vinti, tutti sconvolti dalla guerra sostenuta, tutti dal piú al meno disabituati alla libertà; e durerà anni e sarà assai travagliosa e assai perigliosa. Ma poiché le guerre mirano, come a naturale effetto, a un assetto di pace, è da augurare e da raccomandare che gli uomini di Stato, che oggi le dirigono, pensino sin da ora a non preparare nei vari paesi condizioni tali che renderebbero impossibile una solida pace e, danneggiando cosí la causa stessa della libertà, preparerebbero una nuova guerra, la quale non potrà mai essere impedita dalla sem­plice coercizione, ma richiede la disposizione degli animi alla pace, alla concordia e alla dignità, del lavoro: « Le lingue legano le spade », come diceva un vecchio filosofo italiano.
Ma non voglio tediarla con entrare a discorrere di quel che io osservo e giudico nelle cose della politica interna­zionale in riferimento particolare all'Italia; ché anzi do­vrei altresí chiederle venia di aver tolto occasione dalle sue parole gentili e cordiali per esporle i miei pensieri sulle alte questioni da Lei toccate. Ma naturam expelles furca, tamen usque recurret : la natura cioè del filosofo, che di­stingue e teorizza. E, ringraziandola della sua buona let­tera, Le stringo la mano.

Suo B. CROCE.

IMMAGINI. Il disegno di Einstein è di un autore a me sconosciuto. Croce è del disegnatore iraniano Dariush Radpour, illustratore editoriale attivo in Italia.

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016.

15 novembre, 2015

 

Proprio nel nome della tolleranza, il diritto-dovere di non tollerare gli intolleranti (Popper).

TOLLERANZA E GRUPPI AUTORITARI. Molti commenti dopo la strage di Parigi ad opera dei terroristi islamisti sono rivelatori. La reazione più comune è restare abbarbicati ai propri preconcetti e alle proprie idee senza far tesoro della realtà e senza cambiare angolazione. Eppure la Storia è sempre razionale, diceva qualcuno. La visione prevalente dell’Italiuzza di provincia (una provincia dello spirito, ovvio) è quella “cristiana”, non liberale, per cui la libertà e la tolleranza sono “elargite” come dono, come atto della nostra virtù cristiana, della nostra “bontà”. E la Sinistra, purtroppo, ha preso molto ormai di questa visione da "fioretto" tipica dei cristiani, in particolar modo cattolici. Gli islamisti, in sostanza, sarebbero dei beneficati, puri strumenti per mandare i cristiani o gli "altruisti" sedicenti "progressisti" in Paradiso... Niente di più stucchevole e sbagliato. Chi pensa ai diritti di libertà di tutti? Chi pensa alla tutela della nostra società e delle Istituzioni? Qui non si sta parlando del Paradiso, ma di questa Terra. Stiamo, perciò, al fondamento della nostra civiltà costituzionale, giuridica e politica liberale, che essendo terreno comune riguarda tutti: laici, ebrei, buddisti, musulmani, atei ecc.

Come esempio a caso riporto in basso due frasi di Popper, grande intellettuale liberale, appoggiato in materia anche da Croce e da tutti i grandi pensatori e politologi liberali. Come mai tutti questi liberali? Perché il nostro sistema è liberale. Pur con i suoi difetti, dovuti alla natura umana. Ma purtroppo, nonostante mille tentativi, non è stato mai trovato nella Storia un sistema migliore.

Sappiamo già tutto sull’argomento tolleranza e gruppi autoritari, perché il problema si pose per i grandi totalitarismi del Novecento, il Fascismo e il Comunismo. Quando non si parlava tanto di terrorismo, ma di rivoluzioni o colpi di Stato, o anche di prendere il potere con violenze che oggigiorno sembrano moderate, perfino col voto elettorale! Semplifico brutalmente il quesito, non di poco conto: si deve usare tolleranza e dare libertà ai nemici della libertà e della democrazia che avvalendosi degli strumenti liberali e democratici si prefiggono visibilmente (p.es. con dichiarazioni o scritti o azioni precedenti) di rovesciare il sistema liberale? La risposta dei pensatori è stata unanime: no, bisogna impedirglielo con ogni mezzo.

La tolleranza giusta non è quella evangelica, che è contro la Storia e perfino - secondo me - contro l'etica, ma è quella liberale. E’, come dire, una tolleranza "a reciprocità", a mutuo riconoscimento: si è, anzi si deve, essere tolleranti, solo con coloro che sono tolleranti. Nessun diritto alla tolleranza ha, invece, non solo il violento e chi non rispetta le norme, ovvio, ma anche chi non tollera altre idee e comportamenti o addirittura obbliga altri a determinati comportamenti. Come si fa a capire quali norme e comportamenti? Nel sistema ci sono anche i costumi e le usanze, e tutto dipende dalla società e dal momento storico.

Per esempio, oggi in Europa è consentito dalle leggi il bikini e quasi ovunque il topless, dalle consuetudini in determinati luoghi o occasioni il nudismo; è ammesso ascoltare jazz o professarsi atei; l’uguaglianza e quindi la libertà è assoluta per cui donne, omosessuali, ebrei ecc. possono essere discriminati. La libertà vestirsi come si vuole, la libertà di opinione e di parola, la libertà di stampare manifesti o giornali sono garantite. E così via. Che fare, quindi, se non solo un cittadino singolo, ma un’intera Chiesa, p.es. la Comunità islamica (stiamo parlando di gente cosiddetta “moderata”, non di terroristi) fa il diavolo a quattro e impedisce di fatto con la forza l’affissione di un manifesto con una donna semi-nuda o copre di improperi un gruppetto di atei riunito in assemblea, disegnatori che fanno satira sul Corano, blogger che parlano male dell’Islam in quanto anti-liberale, giovani che bevono vino in una vineria o un ebreo con la kippa? Può questa persona, questa Comunità religiosa, avvalersi delle tutele liberali e adire le vie giudiziarie, può denunciare per offese al Corano o comportamento islamofobo? No, perché in realtà sta impedendo la libera espressione e pratica della libertà che è il primo fondamento del Liberalismo. E non solo: ma per il Liberalismo se queste persone o Comunità ostacolano il godimento di diritti riconosciuti o consentiti ai cittadini devono essere arrestati. E la Chiesa prima ammonita e poi sciolta, come struttura eversiva e antidemocratica. Ovviamente i menbri di questa setta intollerante e anti-liberale perché pretende di essere anche Costituzione e Codice civile e penale, sostituendosi a quelli istituzionali, dovrebbero essere attentamente osservati, seguiti, perché ad alto rischio di commettere reati contro le libertà dei cittadini.

Da liberale, sia chiaro, gli islamici hanno per me gli stessi diritti, ci mancherebbe. Ma anche gli ebrei, gli atei, i jazzisti, gli omosessuali, i nudisti, le donne, le spogliarelliste, i bevitori di vino, chi affigge manifesti, i disegnatori satirici. E guai a chi li tocca. Non è possibile, anzi è vietato, vietare a queste categorie di persone atti e comportamenti con la scusa che non piacciono agli islamici "perché urtano la loro sensibilità" o offendono qualche loro testo sacro. Allora anch'io, da liberale, potrei dire, a maggior ragione, che questa pretesa islamica mi offende, e contraddice centinaia di saggi e volumi della cultura occidentale, scientificamente ben più seri del Corano. E questa pretesa non islamista, ma islamica, si chiamerebbe "attentato ai diritti di libertà del cittadini", un reato costituzionale.

Altro che terrorismo islamista, nel sistema liberale non è ammissibile neanche l'Islam "moderato" che pretendesse per essere ligio alle sue scritture o prassi di vietare qualcosa agli altri. Per fare un solo esempio, il presidente iraniano Rohani in occasione d'un pranzo ufficiale col presidente francese Hollande a Parigi pretendeva che il vino non fosse neanche servito a tavola, di modo che non solo egli stesso, ma anche gli altri commensali, non potessero bere alcolici, vietati dall'Islam. Ecco, queste sono le prepotenze degli "islamici moderati", ugualmente zelanti rispetto al Corano dei fondamentalisti; ma zelanti vuol dire per tutti loro imporlo anche agli altri, i non musulmani. Poi ci sono le colpevoli e vergognose autocensure di Italiani ed Europei, specialmente del Nord Europa, specialmente nelle scuole e nei locali pubblici, come i crocifissi e i presepi (che in Italia non sono stati eliminati quando lo abbiamo chiesto noi laicisti, Costituzione alla mano), eliminati "per non offendere gli scolari non cattolici", in realtà solo gli islamici. Ma neanche agli altri islamici (p.es. alle donne) un imam islamico può vietare alcunché, se questo configura una limitazione dei diritti incompatibile con il nostro ordinamento.

Insomma, il sistema liberal-democratico non può smentire se stesso, abiurare la propria Cultura, che a prezzo di grandi sacrifici, lotte e rivoluzioni si è affermata come la più aperta e avanzata del Mondo; non può auto-distruggersi per fare una "eccezione" in favore di una Chiesa intollerante, anche perché nacque proprio per opporsi alla intollerante e temporale (allora) Chiesa Cristiana. E mi meraviglio che questo "relativismo culturale" che avvantaggia solo sette e Stati totalitari e fanatici, questa curiosa eccezione "di Destra" alla tutela dei diritti civili per tutti, ripeto in favore di una Chiesa, oltretutto, siano accettate da gente che forse solo per antico tifo calcistico si definisce "di Sinistra", e perfino da amici atei dell'Uaar, a quanto leggo su Facebook!

Ed ecco le due frasi di Karl Popper:
  
«Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti».

«La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi». (Karl Popper, filosofo e politologo liberale, da "La società aperta e i suoi nemici")

AGGIORNATO IL 16 NOVEMBRE 2015

20 ottobre, 2015

 

I giovani? Non un “problema” per Croce, ma una fase di sviluppo dell’uomo che non si può isolare.

Datata 23 settembre 1944 e poi inserita nel secondo volume dei suoi Scritti e discorsi politici (1943-1947), la conversazione di Benedetto Croce con un gruppo di giovani è rimasta famosa per alcuni concetti che vi sono espressi, ma non è nota nella sua interezza a chi non ha letto l’intero volume. Perciò la riportiamo qui fedelmente, insieme a un altro brano sul medesimo tema che si trova nel volume. Il grande filosofo, critico e uomo di cultura aveva allora già 78 anni e con una certa ironia sulla propria età ricorda che non c’è bisogno di essere tuttora giovani per conoscere i loro problemi e le loro ansie e incertezze. Ma l’essere giovani è un essere, un fatto, non un problema. E male fanno quelli che per populismo, demagogia o per la tipica furbizia degli Stati totalitari cercano di blandire e sedurre i giovani instillando in loro la falsa idea che l’essere giovani, di per sé, sarebbe un “problema”, qualcosa di irrisolvibile, drammatico, o addirittura rivoluzionario. Essere giovani è un passaggio inevitabile, naturale, anche se non semplice e non banale dell’uomo, così come il fiore lo è per la pianta. Ma se noi stacchiamo il fiore dalla pianta per studiarlo troppo a lungo, questo si seccherà, esemplifica Croce. Cioè non è possibile estrarre dalla vita il tema dei giovani e farne un tema a sé, eterno, anzi parallelo alla vita dell’uomo, quasi che i giovani restassero giovani per sempre, o addirittura formassero una curiosa classe sociale, un sindacato a sé. E come per i piccoli dell’aquila non ci si chiede se, come e quanto vivranno da deboli e soli fuori dalla covata, ma piuttosto quanto tempo ci metteranno a diventare maturi e adulti, così da poter provvedere a se stessi, allo stesso modo l’unica cosa che ci si attende dai giovani dell’uomo, non per caso ancora immaturi, bisognosi di cure e di istruzione, e spesso nient’affatto felici – ricorda Croce con memoria autobriografica – è una rapida e corretta maturazione, fisica, intellettuale e morale. Insomma, paradossalmente, l’unico dovere di un giovane è di smentire il proprio stato, abbandonare al più presto la sua condizione, non essere più giovane. E il modo migliore per farlo è realizzarsi seguuendo la propria vocazione, che va ben individuata e chiarita proprio in quell’età. E chi non l’ha trovata entro i trent’anni, cioè il limite della giovinezza, è difficile che possa trovarla in seguito. "Ma non puoi negare che i giovani siano ostacolati", mi ha obiettato un amico. Vero, verissimo. Però, a ben vedere, aggiungo io, anche le donne dagli uomini, gli uomini dalle donne, gli impiegati dai direttori, i soldati semplici da caporali e sergenti, gli antifascisti dai fascisti, i fascisti dagli antifascisti, i clericali dagli anticlericali, gli anticlericali dai clericali, i neri dai bianchi, i bianchi dai neri, i meridionali dai nordici, gli occidentali dagli islamisti ecc.ecc. Come testimoniano non solo le guerre sotterranee (invidie, pettegolezzi, gelosie, boicottaggi ecc.), ma anche quelle alla luce del sole (separazioni, divorzi, processi, guerre ecc.). Insomma,da che Mondo è Mondo, tutti gli uomini sono ostacolati da altri uomini, dalla Natura o dal Caso. E a ben vedere questi ostacoli sono le normali difficoltà o drammi della vita. Che bisogna saper superare. E questo, appunto, si chiama processo di maturazione, crescita, diventare adulti, oppure uomini più forti e avveduti. Alcuni ci riescono, altri no, oppure solo in parte. E da questo dipende quella che abusivamente chiamiamo "fortuna" o "sfortuna" degli uomini (N.V.).


CONVERSAZIONE COI GIOVANI 1

di Benedetto Croce
 in Scritti e Discorsi politici (1943-1947)
vol.II, Laterza ed. (pp. 57-62)

 Sono lieto di conversare con giovani. Può sembrare strano che io vi prenda a parlare, proprio, della giovi­nezza, con tanta distanza di anni che corre tra me e voi, giacché, guardandovi, io non potrei neppure chiamarvi figli né nipoti: dovrei chiamarvi pronipoti.
Ma sono stato giovane anch'io e ho viva la memoria di quel tempo, e ricordo i miei sentimenti e le mie idee di allora, e perciò credo di comprendere i giovani e di poter essere compreso da essi.
Si suol discorrere oggi, tra i tanti altri e gravi problemi che ci premono, del « problema dei giovani ». Orbene, mi permetterete di dirvi che questo problema non esiste, per­ché la giovinezza è un fatto e non è un problema.
Parlare del problema della giovinezza sarebbe come parlare del problema della fioritura. La fioritura accade naturalmente, e non dà luogo a problema.
Si può bensì domandare che cosa sia la fioritura; ma la risposta si offre subito ovvia. È la preparazione del frutto. Se invece di lasciare che questo processo si compia, si stacca il fiore dalla pianta e lo si conserva in disparte, il fiore si secca.
E i giovani non possono avere altro fine che di matu­rarsi ad uomini, di preparare il loro avvenire di uomini. Si suol dire la « lieta gioventú » : io la direi piuttosto, con una parola che il Petrarca amava, « dolce-amara ». La gioventù non è tutta lietezza e, cercando nei miei ri­cordi, mi tornano i momenti e periodi di tristezza che al­lora soffersi, di una tristezza che talvolta giungeva alla desolazione e alla disperazione, e ad impeti di rinunzia alla vita.
La maturazione ad uomini avviene attraverso ostacoli, incertezze, perplessità, delusioni, angosce, che i giovani stessi debbono superare. Noi, esperti delle difficoltà che abbiamo incontrate, delle fatiche che abbiamo durate, pos­siamo e dobbiamo aiutarli, ma non possiamo sostituirci a loro e in loro. Aiutarli non con la costrizione, e neppure con le prediche, ma discretamente, con qualche cenno di quel che possono tentare, con qualche parola di conforto nei loro sconforti.
Il fascismo e gli altri atteggiamenti, che ora hanno preso a imitarlo in ciò, costituiscono i giovani in una cor­porazione o in una sorta di classe sociale, li chiudono in queste e dicono loro: « Siate giovani! ». Ma non c'è il dovere della gioventú, un dovere che sia diverso da quello degli uomini tutti. Parlare cosí è cosa stolta, se non fosse capziosa.
Si sono eccitati e stimolati i giovani a intervenire nei dibattiti della scienza o nelle azioni della politica, in nome della loro gioventú. Noi diciamo invece: - Andate piano! Non crediate di possedere nella gioventú un talismano, una sorta di virtú magica. Pensate, travagliatevi, e corregge­tevi spesso, provando e, nel caso, cangiando idee e vie. Se troppo presto passate all'opera e all'azione, il men peggio che vi possa accadere è quello che accade ai troppo pre­coci scrittori e poeti, che debbono poi sconfessare i peccata iuventutis e collocare nella serie delle loro opere una se­zione, di cui volentieri farebbero a meno, di opere o di versi « rifiutati dall'autore ».
Testé, a Salerno, è stato affisso un manifesto per la costituzione di un « Partito giovanile », contro gli altri partiti che questo nuovo negherebbe tutti. Ma gli altri partiti sono composti di uomini e hanno la loro seria ra­gione di esistere e battagliare tra loro. Non si è badato che un simile disegno è un residuo del fascismo, il quale non voleva che i disegno si maturassero liberamente, e anzi non voleva che punto si maturassero, e li voleva strumenti docili a sua disposizione. Perciò, per trascinarli dietro di sé, li adulava e li stordiva. Tra le tante cose cattive che il fascismo ha fatte, questa seduzione e corruzione, tentata sui giovani, è stata delle piú cattive.
A me è accaduto di osservare che, nei loro cosiddetti Littoriali, qualche giovane, che per caso aveva letto alcuni dei miei libri e citava miei giudizi, non sapeva (o era attor­niato dalla maggioranza che non sapeva) che io fossi an­eora tra i vivi. Una volta, come lessi sui giornali, una si­gnorina, che era tra loro, protestò: « Mi meraviglio che si nomini qui il Croce. Non è egli un oltrepassato? ». « Gra­zie, signorina! », risposi mentalmente. Scusate se racconto qualche aneddoto.
Qui, in Roma, un professore di filosofia del diritto, ardente fascista, volle far conoscere i concetti dei giovani circa i problemi di quella disciplina, e delle loro scritture mise insieme un grosso volume. Compiuta questa bella im­presa, incaricò un suo assistente, ora insegnante in Napoli, di curarne la stampa e scriverne l'introduzione. Ma l'assi­stente scrisse secondo verità che quei problemi non erano trattabili da giovani, perché richiedono non solo grande conoscenza della filosofia in generale e del diritto in par­ticolare, ma un'esperienza della vita che ai giovani, non certo per loro colpa, manca. Cosí, nella prefazione, svalutò il libro. E io, nel recensirlo, mi restrinsi a citare alcuni brani della sua prefazione, che rendeva superflua la re­censione.
Ci sono anni di particolare importanza nella vita dei giovani. La mia esperienza mi fa dire che tra i venti e i trent'anni l'uomo veramente si forma, in modo di solito definitivo, e che chi è inoperoso e inconcludente o sbaglia la via in quel decennio, rimane sempre sviato o disorientato.
Ognuno di noi porta in sé una forma di vocazione, e tutto sta a rendersene consapevoli, a farla a sé stessi chiara e determinata. Vi sono le illusioni delle vocazioni appa­renti e bisogna sventarle o presto abbandonarle. Cosí non pochi giovani s'illudono di essere poeti, e riescono invece uomini pratici e politici. Posseggo un volume giovanile di versi sentimentali e con venature socialistiche di uno dei piú noti uomini d'affari d'Italia, il Gualino.
Ma, come ho detto, questa ricerca della propria effet­tiva vocazione dev'essere di necessità compiuta dai giovani stessi. I consigli giovano poco o qui sono costretti ad ammutolire.
Spesso i giovani chiedono: « Ho fatto questo; ma mi consigliate di continuare e di persistere? ». Ma come? Deb­bono essi sentire in sé la spinta al loro fare e indirizzare e curare da sé le loro forze, che essi solo possono veramente conoscere o venire a capo di conoscere e misurare. Chi nasce poeta, non domanderà mai se deve fare il poeta, per­ché non può non farlo, quando ne ha avuto veramente la vocazione da madre natura.
Mi sono sempre guardato, avvertito ben presto dal sag­gio Orazio, dall'esercitare la parte del laudator temporis atti; e conosco e riconosco tutte le deficienze che erano nel tempo della mia gioventú : un tempo, tra l'altro, antifilo­sofico, e voi sapete che io dovetti reagire contro quell'em­pirismo e positivismo. Con tutto ciò posso, con piena ve­rità, affermare che allora non esisteva la moda di un professato contrasto e lotta tra giovani e vecchi. Questa moda la vidi apparire in Italia, nei primi anni del nove­cento, per opera del D'Annunzio e dei dannunziani. Ri­cordo che, circa quel tempo, Ugo Oietti scrisse contro gli uomini di quarant'anni, e Giovanni Pascoli, che non era un uomo di arguzie, quella volta argutamente rispose:
«Affrèttati, Ugo Oietti, a fare qualche cosa, perché i qua­rant'anni giungono presto!».
L'esempio di quel nuovo atteggiamento era venuto dalla Francia, dove vecchi autori drammatici e romanzieri, che avevano avuto fortuna e guadagnato danaro, e si erano costruite case e ville, occupavano il mercato, che i giovani autori volevano a loro volta occupare. Ma in Italia (io os­servai allora) questa motivazione economica mancava, per­ché in Italia con la letteratura non solo non si diventava ricchi ma non si campava la vita, e ad essa si lavorava per puro amore dell'arte: sicché il contrasto poggiava sul vuoto. Disgraziatamente, col fascismo quella moda fu tra­sportata dal campo letterario a tutti gli altri.
Quando io fo qualche accenno nel senso che vi ho esposto, odo dire che sono « nemico dei giovani ». Ma non è vero: io voglio per contrario che essi portino a noi la loro freschezza di mente e le loro nuove esperienze. E que­sto è stato il principio che ha sempre ispirato e regolato gli uomini della mia generazione. Giovanni Giolitti cercò sempre di mettersi accanto nel governo tutti i giovani che giudicava capaci, e si rammaricava che la dura sorte lo avesse privato di quelli nei quali riponeva le migliori spe­ranze e che considerava suoi possibili successori nel governo d'Italia.
Ma questo accoramento, questa sollecitudine, non ha niente che vedere con l'ideazione né di partiti né di sotto­partiti di giovani, da unire ai vari partiti storici. Quando i vecchi garibaldini cominciarono a scomparire dalla scena della vita, vi fu chi, nelle loro associazioni, propose di for­mare gruppi di « allievi garibaldini ». L'idea, natural­mente, suscitò il riso e non fu attuata.
Noi liberali abbiamo la fortuna di avere con noi molti giovani; ma non vogliamo che essi formino gruppi di par­titi con giovanili programmi di partiti, per contrapporli e gettarli contro altri simili gruppi di altri partiti. Essi sono i nostri aiuti e compagni di lavoro, e faranno quanto noi non potremo fare, perché, attingendo alle nostre espe­rienze e vedendoci e assistendoci nel nostro lavoro, ripren­deranno dalle nostre mani la tela che continueranno a tessere a lor modo e con la loro piena responsabilità. A essi confidiamo l'avvenire della nostra Italia e del mondo, del quale saranno parte operosa.
Ecco quello che volevo dirvi. Non vi ho detto cose peregrine, ma tali che mi è parso utile rammentare nel­l'ora presente.

1. Questa conversazione, tenuta in un'adunanza di giovani a Rnma, nella sede del Partito liberale italiano, il 23 settembre 1944, fu raccolta e pubblicata nel Risorgimento liberale del 28 settembre e in altri giornali. Qui si ristampa con lievi ritocchi di forma, senza cangiare il suo carattere d'improvvisata conversazione.

  


INTORNO AL « PENSIERO DEI GIOVANI »1

di Benedetto Croce
 in Scritti e Discorsi politici (1943-1947)
vol.II, Laterza ed. (pp. 120-122)

Alcuni anni fa, venne in luce un volume intitolato I problemi della filosofia del diritto nel pensiero dei gio­vani (Roma, 1936), dovuto a un solerte insegnante di quella materia, il prof. Del Vecchio, che poi - per motivi, mi dicono, razzistici - è stato rimosso dalla cattedra che teneva con molto impegno. Il Del Vecchio è stato, credo, il primo, o tra i primi, a voler far largo nel mondo della scienza ai pensamenti e ai pareri dei giovani, dando alle stampe quelli da lui raccolti nelle esercitazioni della sua scuola e annunziando enfaticamente nella prefazione « Ora, la parola è ai giovani! ». Volevo allora dire subito il mio avviso, direttamente contrario agli intenti che ave­vano mosso il Del Vecchio; senonché, nello stesso volume, seguiva alla prefazione di lui un'altra del suo assistente, il quale, mettendo le mani innanzi, diceva già tutto ciò che io aveva in animo di dire, venendo sostanzialmente a ne­gare la convenienza di quella pubblicazione, che presentava « risposte di giovani, anzi di giovanissimi, a temi filosofici che toccano punti fondamentali del pensiero e i problemi essenziali della vita ». « Vere risposte a queste domande - avvertiva saggiamente l'assistente del prof. Del Vec­chio, e complice, a quanto sembra, non volontario nella infelice impresa - veri giudizi sulle grandi risposte che a queste grandi domande i geni hanno dato, non sono pos­sibili, senza avere sofferto nella duplice esperienza della meditazione e della vita, l'ansia che è di tutte la piú lace­rante, della verità, e queste esperienze non si hanno a venti anni. Tutti i grandi temi che l'assiduo lavoro del pensiero ha consacrati, in definitiva involgono problemi in fondo ai quali sono, nella loro terribile semplicità, le posizioni fondamentali della vita, il destino dell'uomo, la legge morale, il male, il mistero e il martirio della vita comune. A venti anni si è lontani da questa coscienza amara e austera della verità; manca il senso della serietà della vita, la quale è ancora, a quell'età, speranza, igno­ranza o dimenticanza del vero limite e della oscura morte. E manca pure in quella potente espansione di forze che prendono possesso del proprio essere e del mondo, in quella forte e ingenua affermazione, piú che di volontà, di desideri e di passioni, ogni avvertenza o seria e verace consapevolezza dell'idea ». E via dicendo.
Questa raccolta del Del Vecchio, e queste dichiarazioni del suo assistente, mi tornano di volta in volta in mente nel­l'odierno sfrenamento delle adunate giovanili di cultura e delle « riviste di giovani », alle quali manca perfino l'opera di un direttore e moderatore, qual era per quei giovani l'in­segnante di filosofia del diritto dell'università di Roma. È un gran fiorire in esse di spropositi e di scioccherie, dette da ragazzi adulati ed eccitati, alle quali si mescolano talvolta le vocine di gentili signorine che, per soavi che siano, non sono meno, nei riguardi intellettuali, orripilanti. Veda chi sovrasta alle cose della pubblica educazione in Italia di apportarvi qualche rimedio, per la reverenza grandissima che, secondo una nota sentenza, si deve ai ragazzi, che non bisogna esporre non dirò alle risa (ché qui non c'è da ri­dere, e neppure da sorridere), ma a presentarsi in aspetto sconveniente. La « parola dei giovani », il « diritto dei giovani »! Ma quale è in fondo - pare che non ci si sia mai pensato! - questo diritto? Forse di fermarsi e per­sistere giovani? Il loro unico diritto, e dovere insieme, è, semplicemente, di cessare di esser giovani, di passare da adolescenti ad adulti, da intelletti immaturi ad intelletti maturi; e a questo passaggio, a questa ascesa, bisogna esor­tarli, a questa prepararli, in questa aiutarli, e non già darsi ad accrescere l'èmpito, l'irriflessione e la baldanza loro, che sono certamente difetti naturali e perdonabili a quell'età, ma per ciò stesso non debbono essere artificial­mente coltivati se il còmpito di quell'età consiste invece, unicamente, nell'andarli superando.

 1. Dalla Critica del 1943.

IMMAGINE. Benedetto Croce con le giovani figlie.

AGGIORNATO IL 22 OTTOBRE 2015

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