maggio 09, 2008

 

Sprechi. Un caso unico al mondo: solo in Italia ben tre Governi Ombra

Tagliare i ministri, economizzare i posti della Casta? Macché, fatta la legge trovato l’inganno. Ora ci ritroviamo con ben tre Governi Ombra. Denunceremo il caso più unico che raro all’on. Raffaele Costa, liberale, campione della lotta agli sprechi, anche perché noi liberali, si sa, vediamo come fumo negli occhi chi dilapida il pubblico denaro e provoca danni erariali. Senza contare che uno Stato con ben tre Governi Ombra verrà strigliato anche dall’OCSE e dalla Comunità Europea.
Lo Stato sprecone è proprio l’Italia. Berlusconi ha appena formato un Governo che è tre volte l’ombra di se stesso, sia nel senso delle mediocri personalità dei suoi ministri, sia perché questi – comprese le improbabili ministre, le disarmoniche Quattro Grazie (la prima troppo alta e magra, la seconda troppo bassa e cellulitica, la terza troppo segretaria anonima, la quarta troppo bona) – sono messi lì proprio come ombre del Cavaliere, sia infine perché almeno un’ombra al giorno (alla buvette della Camera) sarà assicurata, vista la presenza del lombardo-veneto Calderoli. Ma toh, mi voglio rovinare, consideriamo pure queste tre ombre una sola. E le altre due? Qui cediamo il microfono all’amico Giulio C. Vallocchia. (NV)
.
Il Governo Ombra di Veltroni è solo un inutile doppione. C'è già il vero Governo Ombra del Paese ed è la Cei, Conferenza Episcopale Italiana, il Governo Ombra dei Vescovi che da sempre guida e controlla il Governo ufficiale qualunque esso sia: fascista, democristiano o comunista. Bene, ora abbiamo due Governi Ombra.
In Gran Bretagna con il nome di Governo Ombra si definisce quella sorta di governo parallelo, messo in piedi dall'opposizione, per essere pronto a governare in caso di elezioni improvvise e cambio di maggioranza. Noi di No God, invece, abbiamo affibbiato quel titolo alla Cei, ma a differenza del Governo Ombra britannico, quello dei Vescovi italiani è una vera e propria forza oscura che si sovrappone al governo ufficiale, qualunque esso sia, arrivando al punto di dettare formalmente le linee della politica nazionale in occasione di ognuna delle periodiche riunioni di cui i media danno sempre ampie notizie.
Vale la pena di ricordare che anche in Iran c'è qualcosa del genere, ma a differenza del Governo degli Ayatollah di quella Repubblica Islamica, quello dei Vescovi italiani non è previsto dalla Costituzione, ma solo ufficializzato dalla prassi.
Adesso in Italia c'è un nuovo Governo Ombra, che però rispetto a quello dei Vescovi non conterà un cazzo. E' quello che sta cercando di mettere in piedi il buon Veltroni scimmiottando l'esempio britannico, con lo scopo di nominare ministri-ombra in grado di fare le bucce e offrire proposte alternative a quelle dei ministri del governo Berlusconi.
Poveri illusi. In Italia il vero Governo che conta sarà sempre quello del Vescovi, il capo dei quali, come è noto, viene nominato direttamente dal Papa Re ed assume quindi a tutti gli effetti il titolo di Vicerè e Governatore del Vicereame italiano. E intanto la patetica parodia di Governo Ombra immaginato da Veltroni già si impantana nelle prime liti senza nemmeno essere ancora nato. (Giulio C. Vallocchia)

maggio 08, 2008

 

Grazie, Israele, esempio di tolleranza per l’Oriente, e anche per l’Europa

Lo Stato d’Israele compie 60 anni. E oggi a Torino si apre con la presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Salone Internazionale del Libro, quest’anno dedicato proprio al sessantennale.
E’ una data che emoziona perché carica di significati simbolici. Si tratta dei primi sessant’anni travagliati ed eroici dalla "palingenesi", cioè dal ritorno a nuova vita del popolo ebraico, che per la prima volta nella sua storia ha interrotto, anzi ha invertito la diaspora, e ha ritrovato finalmente la Terra dei Padri. Sono gli anni tumultuosi della nuova storia di Israele-Stato e non più soltanto popolo, quelli che ci separano dal 1948.
Auguri, Israele, e che tu possa vivere almeno altri 6000 anni.
Ma implicitamente la ricorrenza diventa occasione per denunciare all’Italia e al Mondo la vergogna dell’antisemitismo, spesso nascosto e mascherato da "anti-sionismo" o camuffato da apparentemente democratiche "critiche al Governo israeliano".
Anche oggi i giornali dell’ultra-sinistra, col pretesto di difendere il diritto alla patria e alla libertà dei Palestinesi, che nessuno al mondo – tantomeno israeliani ed ebrei – contesta, e che anzi tutti appoggiano, si esercitano in penosi e imbarazzanti distinguo tra antisemitismo e antisionismo. Che vergogna.
A parte la patetica interpretazione veteromarxista da bar, secondo cui Israele è per principio colpevole perché è ricco, capitalistico e bene armato, mentre i Palestinesi hanno sempre ragione perché poveri, disorganizzati e addirittura "male armati", come se non ci fossero state le ruberie miliardarie di Arafat e dei corrotti governanti palestinesi, o i carichi di armi dall’Iran e dai Paesi arabi che alimentano scontri militari e attentati continui. Vulgata che oltretutto non tiene conto della verità storica, che cioè è stato proprio il rifiuto dei Paesi arabi ricchi e tradizionalisti dell’accettazione di un eversivo e populistico Stato palestinese alle loro porte l’origine del problema palestinese. Basta considerare come hanno fatto cronicizzare i campi profughi, ormai più che ventennali.
Ma oggi le cose sono cambiate, e in peggio. Fa comodo agli arabi estremisti e ai musulmani fondamentalisti che la "questione palestinese" non venga mai risolta: è una spada di Damocle che sta sopra la testa di Israele e dell’Occidente.
Ma anche in Europa e in Italia, i 60 anni di Israele sono una data critica. Le bandiere israeliane bruciate in piazza il I maggio a Torino ci ricordano che la risorgenza dell’odioso pregiudizio nazista – questa volta più all’estrema sinistra che a destra – costituisce un pericolo grave per le Comunità ebraiche in Europa e nel Mondo, per la stessa Israele (attentati, attacchi militari, rischio di distruzione per attacco nucleare), per tutto il mondo libero d’Occidente.
Con la sua democrazia liberale, che avrà pure i suoi difetti – come in tutti gli altri paesi liberi – ma vale mille volte il dispotismo medievale e reazionario dei Governi arabi, col suo coraggio eroico, con l’equilibrio del suo grande popolo (immaginiamo che succederebbe a Napoli o Milano se ci fossero attentati sanguinosi e casuali ogni giorno), Israele sta insegnando a tutto il mondo medio-orientale, anzi al Mondo intero, non solo la liberal-democrazia spicciola d'ogni giorno, che è quella su cui cadono parecchi Stati, non solo la virtù civile della dignità, ma anche la psicologia sociale. E sì, perché il popolo israeliano mostra a tutti, a reti tv unificate, come si può convivere in democrazia col dramma quotidiano senza perdere la testa e senza ricorrere a Governi autoritari.
Del resto, la tolleranza e il pacifismo tradizionale del popolo d’Israele sono testimoniati dal buon trattamento della forte minoranza araba israeliana, che oltretutto è cresciuta dal 1948, fino a superare il 30 per cento. Arabi che non vorrebbero mai stare dall’altra parte. E all’opposto, quanti sono gli ebrei felici e contenti in un Paese arabo?
Perciò "è giunta l'ora di dire grazie a Israele", riconosce nel suo ultimo numero il settimanale Famiglia Cristiana, più consapevole di altri cattolici delle gravissime colpe della Chiesa di Roma contro gli ebrei: E così argomenta l'editoriale del vicedirettore Fulvio Scaglione: "Mentre sulle piazze ricompare la miseria dei bruciatori di bandiere, noi cittadini dell'Europa e delle democrazie liberali [be’, finalmente un corretto aggettivo, non è la solita solfa antistorica della cosiddetta "Europa cristiana" NdR] riconosciamo il debito con lo Stato di Israele. La ragione è semplice: Israele, come peraltro il vicino Libano [ahiahi, uno Stato autoritario messo alla pari di uno democratico, solo perché non uccide i cristiani. NdR], è uno Stato multireligioso, multiculturale e multietnico in un Medio Oriente che pratica, al contrario, l'esclusivismo religioso, culturale o etnico, quando non tutti e tre insieme".
Israele è insomma "un modello di apertura alla diversità", scrive il settimanale cattolico. "Se un giorno i Paesi arabi sapranno meditare la propria storia e farsi competitivi nella gara della pace, molto del merito andrà a Israele".
Grazie, Israele, aggiungiamo noi, perché così cominciò nei Paesi protestanti anche il Liberalismo: con la libertà di credere in ciò che si vuole (o anche di non credere), in tempi in cui – e Famiglia Cristiana diventata "liberale" ha un’improvvisa amnesia – la Chiesa per questa "libertà religiosa" oggi tanto cara a Famiglia Cristiana comminava la pena di morte, in quanto eresia grave da punire col rogo.
Insomma, amici cattolici di Destra e Sinistra, un po’ di coerenza, che diamine! Quando riconoscerete che fino a ieri l'altro eravate come l’Islam più fanatico dei nostri giorni, allora forse potrete essere considerati, se non proprio liberali, almeno, che so, "neo-lib".

aprile 07, 2008

 

Ma le Grandi Coalizioni funzionano o no? Ecco la prima guida completa

Oggi sono di moda perché, si sa, la Germania fa tendenza, e i suoi temuti "governi forti" attraggono i politicanti della debole politica all’italiana. Però le Grandi Coalizioni si prestano alle interpretazioni più disparate, e conservano comunque un alone di peccato.
Quando i partiti di opposte tendenze o comunque competitori si uniscono per governare insieme, ecco che qualche purista giustamente denuncia l'aggiramento del metodo della democrazia liberale, che dovrebbe prevedere la più limpida contrapposizione, e quindi la più rigida alternanza delle forze politiche, a cominciare dal momento stesso della presentazione delle liste agli elettori. Quando, poi, la convergenza tra i contrari avviene addirittura dopo le elezioni, a sorpresa, è naturale gridare al tradimento della volontà dei cittadini elettori.
Ma ora, terminato di leggere il saggio di Maurizio Stefanini ("Grandi coalizioni. Quando funzionano, quando no", Boroli ed,, pp. 189, euro 14), che ha una prefazione del sen. Giulio Andreotti, ci accorgiamo che la tipologia delle alleanze degli opposti, un tempo ritenute contro natura, è così variegata e curiosa che in futuro ci penseremo due volte prima di storcere il naso, stracciarci le vesti e gridare all’inciucio.
Il fatto è che la casistica storica trovata da Maurizio Stefanini in giro per il mondo ha riempito un conciso ma completo e dettagliato prontuario teorico-pratico sulle alleanze "improprie" o d’emergenza dei vari Paesi, ad uso dell’uomo politico, del giornalista di politica interna o estera, ma anche del comune lettore di giornali. Che finalmente sapranno orizzontarsi d’ora in avanti tra i vari tipi di Governi di "larghe intese" o "consociativi" o "di guerra" o di "solidarietà nazionale" o "di coabitazione" (quando, come in Francia nel passato recente, il Presidente appartiene ad un partito, ma il Capo di Governo ad un altro), e via elencando. Insomma, la rassegna ragionata e commentata comprende ogni tipo di coalizione "eccezionale", comprese quelle che un tempo con molta trasandatezza nella traduzione venivano denominate di "salute pubblica".
Ci sarà una Grosse Koalition anche in Italia? Meglio sarebbe chiedersi se ce ne sarà un’altra, perché Stefanini dimostra che vari tipi di grandi coalizioni già si sono visti nella Penisola, dai Governi CNL (Parri) a quelli dei partiti "dell'arco costituzionale", che in pratica escludevano solo il Msi.
Ma oggi la tentazione o l’incubo di un’alleanza tra i grandi partiti – tanto peggio, aggiungiamo noi, se "nuovi", cioè assemblati alla meglio per l’occasione, come gli attuali PdL e PD – riguarda la possibilità di porre fine al ricatto dei piccoli partiti, anch’essi finti o elettorali o personali, ufficialmente per riscrivere assieme le regole del gioco.
Ma il fantasma del consociativismo, l’innaturale convergenza che pare distruggere sul nascere la fisiologica dialettica tra maggioranza e opposizione, e in Italia evoca solo immagini negative, è talvolta storicamente giustificato perfino in Paesi democratici europei. Per esempio nella cosiddetta "politica dei pilastri", meglio sarebbe "delle colonne" (del tempio), quando più componenti linguistiche, religiose o etnie concorrono storicamente, su un piede più o meno di parità, a sorreggere l’identità dello Stato. Il Belgio bilingue e franco-olandese è il primo caso che viene in mente.
"Il tabù infranto degli accordi tra maggioranza e opposizione", ecco il vero titolo sottostante dell’utile saggio di Stefanini, che qui fa lo storico contemporaneista lasciando al giornalista il compito di modulare l’esposizione in uno stile esemplarmente chiaro e lineare. Una catalogazione non arida perché corroborata dalle sicure idee liberali dell’autore che aiutano il lettore a non mettere tutte le coalizioni sullo stesso piano, ma piuttosto ad interpretare criticamente i rivolgimenti della Storia con una punta di sano scetticismo laico.
Ed anche con felici puntate sul passato, perché Stefanini scrivendo dell’Olanda riesce efficacemente, con rapidi e sapienti tratti di penna, a spiegare le beghe di oggi partendo dalle ostinate diatribe di ieri, prendendo le mosse dalle guerre di religione, dall’intransigenza delle Chiese, addirittura da Grozio e Spinoza. Mentre Andreotti rivela nella prefazione che perfino le grandi coalizioni post-belliche hanno trovato ostacoli in Italia. Per esempio, sul tasso di conversione lira-dollaro delle AM-lire, da parte dell'amministrazione militare americana, che aveva il potere di cassare qualunque legge. Una minorità legislativa durata solo qualche anno, che pochi ricordano.
In conclusione, un lavoro prezioso, come scrive nell’introduzione Lodovico Festa, che si incarica di riportare il prontuario alle sue naturali (per l'editore, almeno) applicazioni politiche italiane, perché fornisce "una grammatica per capire la politica in una fase, specialmente in Italia, tormentata", diciamo pure in un periodo di crisi. E anche perché, aggiungiamo, ha il pregio ulteriore della sintesi e della brevità, che come sanno tutti coloro che scrivono pongono i problemi più ardui agli autori. Per questo è una guida da leggere, e non solo da consultare.

marzo 19, 2008

 

Tibet, Cina e l’ipocrisia dell’Occidente. Europa e Stati Uniti, vergogna!

Noi liberali abbiamo combattuto almeno tre rivoluzioni, in Gran Bretagna, in Francia e in America, dopo lotte sanguinose contro l’aristocrazia e la Chiesa.
Abbiamo creato gli Stati nazionali in Europa e in Nord America. Abbiamo diffuso, con l’esempio dell’abbondanza delle merci e della libertà individuale, ma anche con le armi, il germe della liberal-democrazia ovunque, dalla Spagna all’Ungheria, dall’India al Giappone.
Ma ci siamo anche resi conto dell’autoritarismo e dell’inefficienza economica degli Stati in quanto tali, e abbiamo dato vita all’idea federalista perfino nella litigiosa Europa. E per garantirci una pace giusta abbiamo istituito ben due parlamenti mondiali, le "Società delle Nazioni".
Tutto lasciava credere, perciò, che questi Stati, nati liberali, queste istituzioni sovrannazionali, nate liberali, avrebbero saputo dire qualcosa di liberale quando la libertà fosse stata minacciata o violata in qualunque parte del Mondo. Che avrebbero preso una posizione forte, come forte è stata la loro ideologia di origine.
Macché. Al contrario, come nei primi anni dell’antisemitismo e del disinteresse verso il popolo di Israele, ecco che il più vergognoso dei silenzi assorda le nostre orecchie anche ora che il popolo del Tibet, dopo decenni di violenze inaudite che lo hanno visto privato dalla Cina comunista di classe dirigente, identità, autonomia, lingua e religione, accenna ad una timida e tardiva protesta contro l’invasore.
E tutto per una presunta Realpolitik economica da bottegai, che come abbiamo visto col comunismo europeo e il terrorismo islamico è solo un reperto dell’800.
Il presidente Bush, guarda caso, il giorno prima della repressione cinese ha depennato proprio la Cina dalla lista degli Stati-canaglia. Perché ormai, in seguito a un decennio di infiltrazione economica in un Occidente lassista, Pechino detiene considerevoli percentuali della ricchezza americana.
Oggi, per fortuna, con la globalizzazione delle notizie e il diffuso "opinionismo" popolare e giovanile in presa diretta (siti web, blog, newsletter, tv e radio), i popoli occidentali non sono più all’oscuro delle trame viscide dei loro Governi, e non manifestano certo il loro cinismo.
"Liberali"? Ormai sono decenni che, a parte il mercato libero (e solo quando fa comodo), i Governi occidentali "liberali" non lo sono più. Come iceberg dell’Antartide, le classi dirigenti dell’Occidente sono così pesanti che la loro parte principale è quella invisibile perché sommersa. Il problema è lì, nell’accurata "selezione al contrario" delle classi politiche. I veri liberali vengono estromessi subito, già nel Comitato di Quartiere.
E la Chiesa, che alza la voce per mezzo embrione neanche degno del suo battesimo, che dice di centinaia di uomini morti, di migliaia di atti di violenza inumana? Passi per il silenzio o i timidisssimi e vaghi accenni del Papa. Un amico prete ci fa notare che non spetta alla Chiesa prendere di petto i "cattivi" o i "dittatori", come farebbe un idealista liberale, proprio perché col male la Chiesa deve quotidianamente avere a che fare, diciamo che il peccato è il suo habitat, il suo brodo di coltura, e con l’invenzione geniale del pentimento che equipara i disonesti agli onesti ecco che i cosiddetti "malvagi" si rivelano il suo pubblico, il suo target psico-antropologico ideale. Perciò se li coltiva, se li cura con calma, li rabbonisce, scende a compromessi, come un medico fa coi suoi malati terminali, anche ricorrendo a inutili placebo. E sia medici, sia preti, si lasciano infettare un poco dal male dei loro malati. Ne prendono a poco a poco i sintomi. E’ vero, a pensarci bene.
"E se voi idealisti cedeste alla pazzia di voler a tutti i costi togliere di mezzo il male – argomenta l’amico gesuita – finireste per eliminare anche noi, medici e preti. Vi rendete conto?" Eccome, se ce ne rendiamo conto.
Ma noi liberali non abbiamo di queste sottigliezze ciniche, di queste atroci doppiezze morali. E perciò diciamo alto e forte che è davvero vergognoso che l’Unione Europea, gli Stati Uniti, i singoli Stati liberali d’Europa, d’America, d’Asia e Oceania, non indirizzino dichiarazioni di fuoco, non ritirino gli ambasciatori, non applichino per ritorsione contromisure economiche.
"Non ci conviene"? Anzi, siamo noi occidentali, al contrario di quanto una mediocre e paurosa classe politica va ripetendo, ad avere il coltello dalla parte del manico, come Paesi altamente consumistici: a chi venderebbe la Cina il suo enorme surplus di merci, se non all’Occidente? Dunque siamo noi a poter, a dover fare la voce grossa. Sono proprio le liberal-democrazie, che a differenza delle dittature non fondano la superiorità dell’idea sulle armi e sul terrore, a poter contare su una vera opinione pubblica. Che ora si aspetta che le prossime Olimpiadi, con leggerezza o furbizia mercantile affidate alla Cina, diventino il palcoscenico sul quale verranno recitati "a soggetto" due ruoli classici della pantomima internazionale: la crudeltà dell’Oriente e la vigliaccheria dell’Occidente.

marzo 10, 2008

 

Scienziati o camionisti? I dilemmi del prossimo Governo, qualunque sia

Una campagna elettorale finalmente "normale", "europea", ha scritto qualcuno. Sarà. Certo, in tv volano meno parole da taverna, e nessuno sputa più sull’avversario. Ma che ne è dei programmi? Pur essendo vaghi e prudentissimi (e invece per l’Italia malata ci vorrebbero medicine a dosi da cavallo) non ne parla nessuno. Solo qualche accenno, en passant. Manca perfino una realistica analisi della crisi economica che ci attanaglia.
Allora, vediamo quello che tutti i leader e i candidati dovrebbero avere bene in mente prima di presentarsi alla gente per il voto.
1) Dopo un breve buon periodo, il prodotto interno lordo, a causa della nuova congiuntura internazionale sfavorevole sta gia' diminuendo e, ancora una volta, in Italia piu' che negli altri Paesi europei. L'unico modo di impedire la recessione sarebbe quello di effettuare colossali investimenti in infrastrutture per rendere il paese piu' competitivo. Ma la Banca Europea non puo' permetterlo per il divieto-paradosso di cui abbiamo già scritto in passato, perche' in tal modo il rapporto deficit/PIL supererebbe il valore-Moloch del 3 per cento. Non sia mai. Ma senza investimenti il PIL non aumenta e il rapporto deficit/PIL crescerebbe comunque. Dunque, il classico cane che si morde la coda. Che ne pensano i politici della (futura) maggioranza e della (futura) opposizione? Silenzio.
2) Il pessimo Governo Prodi ha sprecato la breve congiuntura favorevole, buttando alle ortiche il surplus di entrate con la controriforma delle pensioni, le regalie ai vari marxisti leninisti e relative clientele, nonche' ai camionisti.
Camionisti? Certo, per chi non lo sapesse i finanziamenti ai camionisti, dopo i noti scioperi-serrata, sono stati ottenuti mandando a quel paese gli scienziati, cioè tagliando i fondi di ricerca alle Universita'.
Un bel confronto, da barzelletta: camionisti contro scienziati. E vi chiedete chi poteva vincere in un confronto simile, nell’unico Paese in Europa che come il Cile o l’Iraq ha la stragrande maggioranza dei suoi traffici in mano ai camionisti, lungo le pericolosissime autostrade?
E, vergogna nella vergogna, sono stati tagliati non i soliti finanziamenti previsti "a pioggia", ma proprio quelli aggiuntivi destinati alle Università più competitive, più moderne, in base alle graduatorie internazionali di merito.
E allora, dov’è il principio del "merito" tanto sbandierato da Prodi e Mussi nella precedente campagna elettorale? Piu' tasse, invece, com’è noto, ma niente investimenti sul merito.
3) E' perfettamente inutile che Veltroni e Berlusconi annuncino supposti "new deal" o miracoli economici. Tra parametri di Maastricht, sciagurata politica di ipervalutazione dell'euro della BCE, congiuntura sfavorevole e gli altissimi costi della politica (comuni, province, consulenti, commissioni ecc.) che tutti dicono di voler ridurre, ma che costituiscono un bacino essenziale per il consenso delle masse incolte, chi dei due tagliera' le spese?
In alternativa al binomio Veltroni-Berlusconi, ci restano i vetero-marxisti dell'Arcobaleno e gli eterni democristiani (UDC-Rosa Bianca), pronti a vendersi al miglior offerente in cambio di favori clientelari.
4) Per ultimo vi elenco un insieme di riforme che potrebbero creare un'alternativa al Sistema Italia, ma che, temo, non verranno mai realizzate, malgrado tutta la buona volonta' di Capezzone che le propose (a proposito, che ne è del bravo e ambizioso Daniele?):
a) Forte aumento delle deduzioni fiscali sui redditi medi e medio alti per favorire la crescita, attraverso lo stimolo della domanda interna. Faccio notare che tutti parlano di riduzione delle aliquote o aumenti di indennita' sui redditi bassi, che, pur essendo sul piano morale giustificate, non favoriscono assolutamente l'aumento del PIL. Chi ha un reddito basso, non spende comunque mentre i redditi medi non mutano il loro atteggiamento di sfiducia con una riduzione (tipicamente minima!) delle imposte.
b) Vendita di consistenti fette del patrimonio pubblico, in gran parte improduttivo, per abbattere il debito pubblico (e qui si toccano gli interessi delle varie caste.....)
c) Riduzione dell'evasione fiscale ottenuta proprio grazie alla deducibilita' delle spese (fatture!) e quindi non continuando ad agitare l'arma spuntata della repressione della Guardia di Finanza, ma grazie ad a).
d) Forti incentivi alle Aziende che realmente investono nell’high tech. Contrariamente a quello che molti pensano, e' infatti proprio nel Settore Privato che il valore del parametro investimenti in ricerca/PIL suggerito dal
protocollo di Lisbona viene disatteso!
e) Interventi congiunti e coordinati con i partners in sede europea per dei "Patti di Crescita" in deroga ai criteri di Maastricht.
Attendiamo proposte concrete di politica economica da entrambi gli schieramenti (stavo per dire "contrapposti", ma un istintivo pudore mi ha fermato). Voi ci credete? Io no.
La vaghezza magniloquente e "liberal" di Veltroni, che sa bene che non ha molte probabilità di dover dimostrare quello che dice, e la prudenza estrema di Berlusconi che invece rischia di dover immediatamente mettere in pratica quello che promette, non lasciano ben sperare. Temo che chiunque vinca non fermera' il declino del Paese, ma solo il proprio, limitandosi a galleggiare e a difendere gli interessi delle proprie lobbies elettorali. D'Alema ha già cominciato, difendendo preventivamente Bassolino. E per un Mastella caduto, due, dieci, cento ne rispunteranno da tutte le parti.
E la Casta, tra l’altro assai poco casta, gode.
IL PROFESSORE

febbraio 29, 2008

 

Gonzi, attenzione: ecco la "libertà" della scienza secondo il Centro-destra

Vi ricordate gli "utili idioti"? Un tempo stavano a Sinistra, oggi sono quasi tutti a Destra. Eh, sono cambiati i tempi, signora mia. Sono quei "moderati" liberali (e qui, davvero, non si sa dove mettere le virgolette) che fanno finta di essere costretti pro bono pacis e turandosi il naso a votare Centro-destra come se paventassero chissà quali rivoluzioni marxistiche della Sinistra. "Moderati" di che, visto che non esistono in Italia - e neanche i Radicali lo sono -.degli estremisti del liberalismo? Sono moderati dell'intelligenza e del coraggio, due virtù che vanno spesso insieme: insieme stanno e insieme difettano.
L'opinione pubblica "moderata" che dovesse votare per questa gente, dopo quanto è accaduto contro il presidente del CNR, altro che "moderata", sarà considerata piuttosto estremista. Diciamo, del più classico clerico-fascismo.
E’ accaduto che quella profonda pensatrice e fine diplomatica della Carlucci abbia attaccato volgarmente un grande scienziato che ha onorato l’Italia anche all’estero, coinvolgendo anche fior di scienziati stranieri e facendo fare all’Italia una figuraccia. Senza pudore. Senza nessun amore non dirò della libertà e della scienza, ma della stessa Italia.
Davvero, scusate, è troppo per un liberale. Basterebbe questo episodio marginale per radiare per sempre dal consesso civile certi politicanti. E per non votarli mai più. Gonzi e creduloni di Destra, siete avvertiti: non potete continuare a "sbagliare", a illudervi. D’ora in poi sarete complici di un vero e proprio atteggiamento reazionario e clerico-fascista. Che detto da liberali cavourriani, dovrebbe mettere in allarme tutte le persone per bene.
La Carlucci, e soprattutto chi le sta dietro, fanno rimpiangere a chiunque sia davvero liberale il ministro Scelba, quello che manifestava disprezzo per il "culturame". Anche perché, ammettiamolo, quel gatto sarà stato pure selvatico, sottoculturale e di provincia, ma almeno i topi li prendeva. Cioè, la criminalità sapeva combatterla. Invece, questi gatti reazionari di finta-Destra, infiltrati anti-liberali con la divisa liberale (ormai è chiarissima la loro tattica), non solo non prendono i topi, ma umiliano la libertà come mai era accaduto dai tempi del Fascismo. Senza alcuna esagerazione.
Leggete l’inquietante vicenda e poi ditemi se ho calcato la mano. Anzi, sono stato troppo leggero. Leggete qua, e poi andate a ritroso ai passaggi dell'obbrobriosa polemica, a quanto riporta un blog che cita le lettere intercorse tra Italia e Regno Unito. E se anche un terzo delle cose scritte dovesse essere vero, che vergogna per l'Italia, per noi liberali, per la cosiddetta "opinione pubblica" non si sa se moderata o estremista che si appresta a votare certa gente.

febbraio 11, 2008

 

Le ceneri di Pannunzio e una rievocazione a Pera. I "neo-con" come il Pci

Oggi all’Università di Torino il prof. Pera, già presidente del Senato, teorico del movimento neo-conservatore e "cattolicista" (la libertà e l’esistenza stessa dell’Occidente si tutelano non aumentando il tasso di liberalismo, ma imponendo le tradizioni della Chiesa), ha commemorato l’intellettuale e giornalista liberale Mario Pannunzio nel quarantennale della scomparsa. Uno scandalo.
La scelta di un oratore così lontano, addirittura in opposizione alle idee di Pannunzio, che prima su "Risorgimento Liberale" e poi sul "Mondo" fu coraggioso suscitatore di energie e coalizioni ispirate al più severo e tipico laicismo liberale, mettendo alla berlina proprio il conservatorismo e il clericalismo dei finti "liberali", è stata vista dai liberali per quello che è: una provocazione.
Non sappiamo a chi si debba una scelta tanto infelice da ritorcersi contro chi l’ha ideata come un doloroso boomerang di inadeguatezza e dilettantismo, visto che un accostamento del genere avrebbe procurato ad uno studente del primo anno di scienze politiche una solenne bocciatura. Ma certo, quello che traspare da questo ennesimo episodio di infiltrazione d’un certo demi monde di giornalisti, politici e docenti in passato mai stato liberale, semmai proveniente dal Pci, dal marxismo o da una generica Sinistra antiliberale, è evidente.
Penetrare della sguarnita cittadella liberale, ora che il Liberalismo ha vinto ed è premiato da una valenza semantica positiva, impossessarsi di nomi e simboli, spacciare l’ideologia reazionaria per "liberale moderata" dando ai liberali veri l’etichetta di radicali estremisti, spostare all’estrema Destra il Liberalismo italiano, insomma cambiarne il significato. Perfino l’invenzione di distinzioni terminologiche bocciate da qualunque vocabolario (laico-laicista, "Liberal"), lascia pensare ad una preordinata e vasta operazione di mistificazione degna del comunismo di Stalin, a cui alcuni esponenti neo-con facevano riferimento da giovani.
Tutto stanno tentando e tentano gli ex-comunisti, anche a costo del ridicolo, pur di prendere il posto onorato dei liberali. Ci provò negli anni 50 lo stesso Togliatti su "Rinascita" e "l’Unità", elogiando da una parte Gobetti e Croce, ma scagliandosi duramente contro l’intelligente Pannunzio che sul "Mondo" mostrava di aver capito tutto della tattica staliniana, tesa ad avvalorare una finta via "liberale" che avrebbe dovuto sedurre i giovani intellettuali emergenti della borghesia e portare nuova linfa al Pci. Come infatti poi avvenne. E perciò gli Alicata, gli Amendola i Napolitano furono furbamente accreditati di un certo qual "liberalismo" (miglioristi) per catturare i voti "perbene" di frange laiciste e moderate della borghesia. I comunisti erano i maestri dell’infiltrazione. Come meravigliarsi, perciò, se i loro eredi "neo-con" (fortuna che in francese vuol dire "nuovi cretini") e "cattolicisti" – guarda caso quasi tutti ex rossi e maestri di tattica – si dimostrano così sfacciati nel praticare il vecchio sistema dell’entrismo e nel truccare le carte in tavola?
Quando si sveglieranno i liberali?
.
Sull'argomento, ecco l'articolo di Massimo Teodori apparso sulla Stampa dell'8 febbraio:
.
Il fondatore del "Mondo" moriva 40 anni fa, ma la sua lezione non ha avuto veri eredi
PANNUNZIANI IMMAGINARI
di Massimo Teodori
E’ mancato un uomo "intransigentemente antifascista in nome dell’intelligenza, intransigentemente anticomunista in nome della libertà, intransigentemente anticlericale in nome della ragione": così scrissero La Stampa, Le Monde e The Times alla morte di Mario Pannunzio, quarant’anni fa. Si rende necessario oggi, nel momento in cui tanti giornalisti e politici vogliono accreditarsi come eredi del grande laico-liberale, richiamarne alla memoria la singolarità umana ed intellettuale che rende vane tutte le rivendicazioni di continuità con Il Mondo, di cui Pannunzio fu iniziatore, regista e leader carismatico.
Si è soliti qualificare Pannunzio grande direttore, maestro di giornalismo, raffinato uomo di cultura e continuatore dello "stile Longanesi". Attribuzioni tutte che hanno qualcosa di vero, insufficienti però a cogliere il nucleo più profondo ed autentico dell’opera sua, nitidamente iscritta nelle pagine di Risorgimento liberale (1944-47) e del Mondo (1949-66). Il direttore fu a tutto tondo un intellettuale antitotalitario che avvertì il dovere morale di farsi uomo politico per parlare alto e forte, in nome della libertà e della verità, contro gli integralismi e gli opportunismi: "L’uomo politico, se non vuole essere un puro faccendiere, è anch’esso un intellettuale, che vive pubblicamente e che fa con naturalezza la sua parte nella società".
L’energia di Pannunzio si indirizzò soprattutto a rendere possibile il "miracolo politico" di colmare il grande vuoto della Repubblica, ossia la formazione di una terza forza liberale e democratica in grado di dare risposte europee ed occidentali all’Italia in trasformazione. Tale impresa, che non riuscì né agli azionisti, né ai liberali che si attestarono sulla sponda conservatrice, né ai socialisti democratici e ai repubblicani che coltivarono gelosamente le radici storiche, finalmente trovò ne Il Mondo il suo alto laboratorio. Solo Pannunzio riuscì a mettere insieme nelle pagine della rivista una terza forza che espresse, prima con l’appoggio critico al centrismo e poi nei prodromi del centro-sinistra, una linea pragmatica liberaldemocratica e riformatrice capace di confrontarsi con i giganti democristiani e comunisti e con i nani conservatori e reazionari. Certo Pannunzio diede vita solo ad una rivista, ma attraverso di essa e con i collegati convegni a tema (1955-62), fu possibile la preparazione di una piattaforma politica concreta, niente affatto utopistica o illuministica, che si addiceva ai bisogni del tempo, anche se poi fu tradita dal centro-sinistra.
È vero, si trattò di un gruppo di pressione privo di quell’esercito partitico ed elettorale che fu sempre destinato al fallimento. Ma senza la determinazione intellettuale, la chiarezza politica e la forza carismatica di Pannunzio non sarebbe neppure esistito quell’isola liberaldemocratica in grado di mettere insieme persone di diversi orizzonti ideali - crociani e salveminiani, idealisti ed empiristi, cattolici liberali ed anticlericali volterriani.
Continuano a circolare diversi luoghi comuni sul mito di Pannunzio. Ma il suo a-fascismo degli anni Trenta non ebbe nulla a che fare con il frondismo di Longanesi che nel dopoguerra divenne l’avversario qualunquista e Borghese del Mondo. Il suo anticomunismo non fece sconti agli "utili idioti" che fiancheggiavano il Pci calpestando la libertà e l’autonomia della cultura. Ed il suo laicismo ebbe come bersaglio quei clericali che anche allora volevano indicare cosa è la "vera laicità": sicché viene oggi da sorridere quando un esponente di Forza Italia, che ha espresso il giudizio secondo cui "il laicismo è peggiore del nazismo e del comunismo", pretende di parlare sull’origine tocquevilliana del liberalismo di Pannunzio.
A quarant’anni dalla scomparsa è meglio stendere un velo su quanti si proclamano eredi, e dedicarsi piuttosto a rileggere testualmente il legato del grande antitotalitario: "Per anni abbiamo sollecitato socialisti e repubblicani, liberali autentici ed indipendenti, a costruire alleanze democratiche, fronti laici, terze forze; abbiamo denunciato l’invadenza clericale, il sottogoverno delle maggioranze, i connubi tra mondo politico e mondo economico. Abbiamo deplorato con ostinazione la chiusura irrimediabile del mondo comunista alle sollecitazioni della libertà". Era il 1966, eppure sembra quasi la parola giusta per l’oggi.

This page is powered by Blogger. Isn't yours?