12 giugno, 2016

 

Populismo. Che cosa accomuna Renzi, Grillo e Berlusconi? La “democrazia della parola”.


Questione di stile o di sostanza? Non c’è dubbio, di sostanza. Un accentuato risvolto populistico è visibilmente comune a quasi tutte le moderne forme di “democrazia” di massa (se la parola “massa” non fosse tautologica, ovvia, ridondante, quando si parla di Democrazia). E non solo in Italia, in Europa, in Sud-America, ma perfino negli Stati Uniti.
      In Italia, in particolare, con la fine del voto proporzionale finiva anche l’era del parlamentarismo e del partitismo dominanti, che poi si sostanziava nella dialettica continua tra partiti di Governo e partiti di Opposizione, e anche nel bilanciamento dialettico tra partiti alleati.
      Il partitismo aveva prodotto, sì, Governi di brevissima durata, anche se, a ben vedere, coerenti e in continuità tra loro (quindi, instabilità solo apparente, in realtà un sistema stabilissimo), ma anche tanti vantaggi politici, sociali ed economici (dalla Costituzione alla fine del latifondo agricolo, al boom economico). Mentre il sistema che gli è succeduto, il leaderismo bipolare all’americana, finora ha prodotto solo guai, crisi, debolezza, e soprattutto un involgarimento, una riduzione a slogan propagandistici elementari e una spettacolarizzazione della Politica, che ingannano i cittadini e costituiscono di per sé, Governo o Opposizione che sia, non la soluzione dei problemi, ma il problema.
      L’inizio della fine avvenne per tre tappe successive: dopo la crisi politica-giudiziaria del 1992, la discesa in campo di Berlusconi (1994), e l’esplicito accordo tra Berlusconi (Forza Italia, Destra) e Veltroni (Pd, ex Pci, Sinistra), col beneplacito di un’altra mezza figura, Prodi (Pd, ex Dc, Sinistra), sul sistema maggioritario in funzione di un dichiarato “bipolarismo”.
      Oggi, poi, scendendo la scala fatale di una Politica sempre più degradata, Renzi e il renzismo, Grillo e il grillismo, Berlusconi e il berlusconismo, quindi l’intero arco dell’offerta politica, sono accomunati proprio dalla medesima sostanza, che si suddivide in tre componenti, tutte altrettanto inquietanti: natura del movimento, rapporto col Capo, stile di eloquio ed esposizione.
      Che cosa accomuna renzismo, grillismo e berlusconismo? Una strana forma di “democrazia recitata”, retorica, fondata sulla parola, insomma narrata, più che agita, che è il presupposto e il fondamento di una pseudo-democrazia plebiscitaria e carismatica.
      Del resto, ci sono precedenti famosi, tutti inquietanti, in Italia. E tutti, guarda caso, successivi alla “concessione” del suffragio universale nel 1913 da parte di Giolitti (tipico prefetto, abile nel gestire e mantenere il Potere, ma pochissimo interessato alle idee), stranamente senza che nessuna manifestazione popolare, nessun partito, neanche di Sinistra, lo avesse richiesto. Al contrario che in altri Paesi liberali, dove ci furono lotte durissime. E infatti, possiamo dedurre a distanza di un secolo, date le condizioni di atavica, estrema ignoranza delle masse popolari, che la decisione di Giolitti è stata quanto meno prematura e avventata. Ne scaturì, basta dire, il Fascismo, movimento populista e carismatico per eccellenza, fondato sull’immagine e la parola del Capo.
      Altri movimenti populistici in Italia sono stati nell’ordine, a partire dal secondo Dopoguerra, il movimento ultrapopulista di Giannini, L’Uomo Qualunque (da cui “qualunquismo” e “qualunquista”), la Lega Nord di Bossi, Forza Italia di Berlusconi e il Movimento Cinque Stelle di Grillo (da cui “grillini”). Ma perfino nei vecchi partiti il populismo si è insinuato, diventando anzi, il modo nuovo con cui selezionare una "nuova" classe politica, un nuovo leader e nuove parole d'ordine. Com'è il caso del Partito Democratico (ex Pds, ex Pci), con Matteo Renzi. Su questo singolare personaggio avevamo già messo in luce alcuni aspetti problematici di populismo, ben prima che diventasse capo del governo, con un primo e un secondo articolo.
      Ma non abbiamo fatto in tempo a lamentare questa inquietante caratteristica italiana, che a causa della crisi economica internazionale e del fallimento dell’Unione Europea ora anche all'estero stanno assaggiando la pietanza: Sud-America, ovviamente, ma anche Europa (numerosi i partiti populisti: in Ungheria, Austria, Spagna Grecia e Gran Bretagna) e perfino negli Stati Uniti con Trump.
      Tutti questi populismi sono insieme carismatici e personalistici, cioè fondati dalle caratteristiche uniche del capo eponimo, e soprattutto sulla sua parola. Tanto che tra i commentatori si sta imponendo addirittura una nuova categoria classificatoria: la democrazia della parola”, come è facilmente riscontrabile in Italia. Ne ha scritto Biagio De Giovanni in un editoriale sul Messaggero che sembrava promettere molto, ma che poi si è dimostrato deludente e riduttivo, anche se ha innescato una coda di utili riflessioni.
      Dopo aver inventato l'efficace formula lessicale della "democrazia della parola", lo studioso, infatti, non ne ha tratto conseguenze apprezzabili (anche perché il giornale è sempre stato governativo, e più di tanto non può dire). L’autore, neanche la applica a tutti i personaggi che ho detto sopra, ma accenna di sfuggita, allude. Insomma si lascia scappare un'occasione.
      Eppure, dai rischi di una democrazia fondata sulla folla indistinta, tutta uguaglianza formale ma niente contenuti, insomma la classica democrazia senza liberalismo, che spesso degenera in dispotismo e negli artifici retorici dell’Uomo Forte solo al comando, hanno messo in guardia molti grandi storici, filosofi del diritto, politologi.
      Il populismo parlamentare fa sì che ogni intervento ormai sia un comizio demagogico rivolto all’esterno, agli elettori, non ai parlamentari, anche per colpa di una controproducente “trasparenza” formale (dannosa e comunque inefficace, perché le decisioni vere continueranno a essere prese nelle segrete stanze) che ha portato a continue trasmissioni di “Radio Parlamento”. A proposito sarebbe interessante sapere quanti Paesi più liberali e democratici di noi ce l’hanno. E, visto che proprio Radio Radicale è stata la prima emittente radiofonica in Italia a trasmettere le sedute del Parlamento - per una "esigenza di conoscenza" da parte dei cittadini, sostengono i Radicali - viene fatto di pensare che anche il ri-fondatore e capo carismatico dei Radicali, Marco Pannella, è stato a suo modo un politico che ha fondato tutto sulla propria parola (logorroica, autoreferenziale, maniacale), sulla propria immagine, sulla propria potenza seduttiva (carisma), perfino sul proprio corpo. E non è una forma di populismo, e pure molto marcato, questo?
     Ma per paradosso il Parlamento, pur straparlando, non è il luogo in cui la Democrazia della parola fa più danni, pur rivelandosi un sintomo grave di involuzione democratico-dispotica (pensiamo semplicemente al mussolinismo, più che al Fascismo, che fu una “narrazione”, una interpretazione e falsificazione di parola, molto prima di diventare regime). Ma è nel circuito extraparlamentare mediatico (conferenze stampa-interviste-talk show in televisione e arringhe sul web) tra Capo di Governo parolaio-carismatico e Opposizioni populiste-parolaie, che la democrazia liberale si è ormai trasformata in una democrazia raccontata e mistificatoria che potrebbe preludere, in avverse condizioni, al Dispotismo para-democratico.
      Come, appunto, sta accadendo oggi.

19 maggio, 2016

 

Pannella, signor no: guru dei diritti civili, uomo di disobbedienza e di eccessi, Narciso anti-partiti.


Già “personaggio” fin da giovane, già mito vivente per i suoi amici e militanti radicali, Marco Pannella è morto il 19 maggio 2016 a 86 anni di età, ma vivrà a lungo nel ricordo degli Italiani. Con lui l'Italia contemporanea ha perduto il più grande e singolare combattente per i diritti delle minoranze, non solo per i più generali “diritti civili”, e a maggior ragione per i "diritti naturali", dove non ancora riconosciuti (1). Per lui i diritti dei carcerati, dei tossicodipendenti, degli omosessuali, delle donne costrette ad abortire, o delle coppie che volevano divorziare ma non potevano farlo, erano quasi più importanti dei diritti delle larghe maggioranze.
      Pur con le stridenti contraddizioni che furono sempre il suo limite, anche caratteriale (libertario, liberista, anticlericale, perfino anarchico, comunque sempre provocatore all'esterno; e invece accentratore, egocentrico, possessivo e autoritario come un Rasputin all'interno del suo movimento), è stato l'uomo politico più originale e imprevedibile, fuori da ogni schema politico, della nostra Storia recente.
      Ha insegnato a non rispettare gli ordini ingiusti, ma talvolta a rispettarli provocatoriamente, per mettere in crisi quello che chiamava il “Sistema”. Cosicché, un ministro davvero liberale che più di lui avesse avuto il senso dello Stato oltre a quello dell’individuo, avrebbe a rigore dovuto farlo arrestare, lui che amava definirsi, spesso impropriamente “liberale”.
      Ben prima degli attuali movimenti populistici, ha anticipato il ricorso diretto all’uomo della strada, ai cittadini – a torto presunti migliori e più onesti dei loro rappresentanti – contro i partiti, accusati tutti di “partitocrazia”, di prassi politica illiberale, d'intolleranza e di corruzione. Insomma, era un "movimentista" per eccellenza, ecco perché non volle mai dar vita  – e il suo carattere ribelle e anti-autoritario da eterno guastatore e Giamburrasca, oltre al suo rifiuto delle ideologie, glielo avrebbe comunque impedito – a quel "partito unificato dei laici e liberali" che sarebbe stato necessario in Italia, e che invece Mario Pannunzio, fondatore del Partito Radicale, avrebbe voluto. A tal punto movimentista che neanche un Partito Radicale forte e pieno di eletti volle mai, per non correre il rischio di perderne il controllo.
      Per questo ha sempre privilegiato il rapporto diretto tra sé e le folle come un santone, un profeta Servendosi di un'oratoria debordante, torrenziale, suggestiva come una predica, ma sempre più ossessiva, avvitata su se stessa, autoreferenziale e incomprensibile col passare degli anni. Famosi i suoi discorsi in punta di regolamento e di diritto alla Camera dei Deputati, ma anche quelli appassionati in piazza Navona per il divorzio, e quelli logorroici a Radio Radicale, quando già la decadenza era iniziata.
      Ma se i discorsi erano il mezzo affabulatorio e ipnotico, gli strumenti concreti preferenziali della sua pratica politica "popolare" o di cosiddetta "democrazia diretta", erano soprattutto le denunce penali e amministrative, gli appelli (perfino all'estero: fu tra i primi a citare in giudizio lo Stato italiano alla Corte di Strasburgo), le petizioni, le raccolte di firme di cittadini (i famosi "tavolini" radicali, primi in Italia, utili anche a costituire un indirizzario), le proposte di legge d'iniziativa popolare e i referendum abrogativi. Istituto quest’ultimo che usava come arma impropria contro governi e partiti, di cui ha abusato determinandone in pratica l’attuale scarsa efficacia.
      Ma è stato anche il maestro indiscusso dell'arte della propaganda politica (del tutto sconosciuta o snobisticamente disprezzata dai liberali e dai laici). Così ha insegnato, da uomo pratico esperto di psicologia della comunicazione ed ex-giornalista, a usare magistralmente, perché la stampa e la tv le diffondessero in modo adeguato, le proteste e azioni dimostrative della cosiddetta “non-violenza” gandhiana, interpretandole anche alla maniera dei Paesi anglosassoni, prima con cartelli al collo (gli “uomini sandwich”, che non fanno violenza agli altri interrompendo il traffico come invece fanno i sindacati, erano un’assoluta novità nella provinciale Italia del Dopoguerra), poi con ripetuti digiuni, infine imbavagliandosi in televisione, perfino bevendo in pubblico la propria urina o legandosi con catene. Insomma, da buon attore (istrione, dicevano gli avversari) fece ricorso a qualunque espediente teatrale, pur di avere una citazione in tv o sui giornali e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema che di volta in volta gli stava a cuore. Far sapere era per lui più importante ancora del fare o del sapere.
      L’azione era sempre quella da strada, "sul fatto" concreto, mai ideologica o puramente teorica. Perché libero lo è stato, sì, ma soprattutto dalle ideologie e perfino dall'obbligo della coerenza, attingendo come più gli conveniva – direbbe un politologo – ora al liberalismo, ora al socialismo (eredità del liberal-socialismo di Calogero e del Partito d'Azione: non per caso introdusse l'appellativo di "compagno" per i militanti), ora all'anarchismo; e sempre sorprendendo i suoi stessi "adepti", soggiogati, come i suoi avversari, dal suo innegabile fascino carismatico e dalla capacità di prevedere le mosse degli avversari.      
      Da super-esperto della politica italiana, memoria di ferro e conoscitore di tutti i cavilli, curioso di tutto e amico di tutti, nonostante la sua posizione radicale era stimato anche dagli avversari, ai quali era capace di dare consigli. Il che gli ha permesso di essere per oltre quarant'anni al centro della scena politica; ma anche di passar sopra disinvoltamente sui suoi tanti errori politici, senza ammettere mai di essersi sbagliato. L'unica scusa pubblica fu quella alla famiglia del presidente della Repubblica Giovanni Leone, ingiustamente sospettato e indotto alle dimissioni per una campagna di stampa fatta propria dall'Espresso. In compenso, fu lui a far eleggere il presidente Oscar Luigi Scalfaro che non fu certo un modello di laicismo.
      La sua vera e unica "ideologia" – hanno sostenuto ex radicali pentiti – più che il radicalismo (corrente di sinistra del liberalismo rappresentata nel Parlamento italiano già a fine Ottocento) è stata il "pannellismo", una forma personalizzata d'inguaribile narcisismo, che ha fatto le veci di un'inesistente vera e coerente politica laica, che avrebbe preteso – ecco lo scoglio insormontabile per il suo carattere – accordi con altri partiti, col rischio di dover condividere il potere con altri.
      Grande politico? La politica non è (soltanto) enunciare la propria tesi come verità, la propria verità, ma è confronto con gli avversari, e anche costruzione di maggioranze, dialogo, mediazione, compromesso. E allora lui non fu affatto un buon politico, anzi fu negato. Del resto, chiunque può inventarsi con poche parole un obiettivo o un programma, anche il più liberale, umanitario e affascinante del Mondo. Ma se non tiene conto degli altri, cioè degli avversari, delle forze in campo, e soprattutto dei mezzi per realizzarlo, se insomma  non predispone le alleanze, non è né un grande politico né un idealista, è solo un visionario mitomane, quello che gli avversari definiscono un prepotente isolato. Solo lui, a sentirlo parlare, aveva in tasca la Verità. Solo lui era progressista, laico, liberale, liberista, socialista, anarchico ecc. Gli altri, tutti gli altri, erano sempre o corrotti o ignoranti, o ingenui o inadeguati, o conservatori o reazionari. Fu dunque un utopista dotato di una visione assolutistica di stampo quasi religioso.
      Imponeva i temi di forza, a sorpresa, a freddo, dalla sera alla mattina, mettendo improvvisamente grandi partiti e opinione pubblica di fronte al fatto compiuto, senza che già esistesse il minimo interesse o dibattito nel Paese. O si faceva esattamente come aveva deciso lui, spesso senza neanche mettere a parte i compagni radicali, o avrebbe fatto da solo, con i suoi cento militanti. Quello che oggi fanno o minacciano di fare i Cinque Stelle. E regolarmente perdeva. Pensiamo alle raffiche di decine di referendum degli anni Ottanta, chiaramente proposti non per essere indetti veramente ma per mettere in difficoltà i partiti. Pensiamo alll'annoso e multidisciplinare problema delle carceri tirato fuori dal cappello a cilindro in piena crisi economica, quando la gente pensava a ben altri problemi. Le rare volte, invece, che costruiva con pazienza e mediazioni (divorzio, aborto, obiezione di coscienza militare), coinvolgendo l'intero Paese e aspettando che il tema maturasse nel pubblico, vinse.
      Perciò, gli si addice più della banale definizione di uomo “politico” (eppure politico fu, anzi il più astuto, il più machiavellico di tutti, quando sedeva in Parlamento), la figura insolita del missionario che s'è messo in testa di convertire tutti, il profeta, il maestro di vita, il guru indiano che dà l'esempio ai discepoli della propria setta religiosa e testimonia il Verbo con la propria personalità, il proprio carattere, il proprio corpo, la propria stessa vita. Una doppiezza sempre incombente e mai risolta, che ha dato al suo carisma una valenza in qualche modo "religiosa". Religiosità che si è acuita negli anni con una drastica caduta delle campagne anti-clericali e una curiosa attenzione alla Chiesa (dalla campagna per la "fame nel Mondo" proposta al Papa alla rubrica sulla Chiesa e il Vaticano condotta su Radio Radicale da un vaticanista). Attenzione ricambiata. 
      Diviso sempre in due: metà uomo d’azione, metà divulgatore di una sua esclusiva visione del mondo, una propria interpretazione dei valori essenziali dell’uomo, una particolare forma di “saggezza” anticonformistica fondata su un non comune, originalissimo sincretismo: da Gandhi, Capitini e i Riformatori protestanti moralisti e intransigenti (per il versante etico, “spirituale” e non-violento), fino a Ernesto Rossi, Bertrand Russell e Mario Pannunzio (per il versante laicista più razionale, liberale e anti-autoritario).
      Gli ultimi decenni, però, lo hanno visto accentuare sempre più i propri vizi caratteriali all'origine del suo populismo carismatico e ripiegare ancor più su se stesso, al di là dell'apparente vitalismo verbale (ma con la parola sempre meno sicura), in una sorta di strano cupio dissolvi, una curiosa volontà autodistruttiva. Basandosi ormai solo sul carisma personale e l'emotività suscitata, trascinandosi di contraddizione in contraddizione, da un errore politico all'altro (dalla presentazione delle liste col Partito Comunista all'alleanza con Craxi e poi con Berlusconi), non si rendeva conto di essere in pesante contraddizione col suo definirsi liberale e cultore di Benedetto Croce.
      Al contrario di un luogo comune molto radicato, lui che ha sempre parlato con disprezzo dei liberali contemporanei pensando ai signorotti fainéants del Sud («Si alzano tardi al mattino», insomma sono indolenti e senza iniziativa, diceva), ha cominciato a essere dipinto male anche da una parte dei liberali, oltre che da comunisti e democristiani. «Da anni Pannella non è nemmeno radicale, tanto meno liberale», ha scritto un noto esponente liberale di Firenze che in genere pesa le parole. «Da anni si è ridotto alla reclamizzazione di se stesso, in un ossessivo egocentrismo ed egoismo politico. Anzi, impolitico» (v. commento all’articolo su Liberali Italiani, link in alto).
      Quel che è certo, comunque, è che non avremo mai più, tanto meno tra i populisti di oggi, tutti uomini mediocri e incolti, un “intelletto politico” a tempo pieno, eppure così impolitico, un uomo di così grande personalità eppure così "sprecato" nelle piccole questioni, così inutilmente capace di rischiare di persona, così coraggioso perfino fisicamente, così disinteressato al Potere di Governo, ma così interessato al contro-potere di interdizione, così bastian contrario, così imprevedibile e anticipatore, così eccentrico e colto, così sfaccettato e, sia pure a modo suo, cioè discutibilmente, così grande “educatore” o diseducatore, visto che molti suoi allievi fuoriusciti dai Radicali hanno fatto pessime scelte in politica.
      Umano, insomma, troppo umano, nel bene e nel male. La sua ricchissima personalità, era così piena di luci e ombre, pregi e difetti, che ricordare entrambi credo sia il servizio migliore alla sua, questo sì, indiscutibile, intelligenza.

(1). I diritti naturali riguardano gli uomini in quanto tali, come esseri umani (diritto alla vita e all’integrità personale, diritto di libertà personale e di movimento, diritto al nome ecc.) e sono ovviamente assoluti, cioè non riguardano l’organizzazione sociale. Insomma, si può essere liberi e garantiti in quanto uomini, ma non poter votare o scrivere senza censura, per  esempio. Sono i più importanti, i primi a essere stati riconosciuti.
I diritti civili sono, invece, quelli di cui godono gli uomini in quanto parte della comunità organizzata, cioè come cittadini di uno Stato (libertà di pensiero, di parola e di stampa, libertà di associazione, diritto di voto attivo e passivo ecc.). Sono diritti relativi, ovvero in relazione agli altri, e sono stati gli ultimi a essere stati riconosciuti. Presuppongono i diritti naturali fondamentali: chi può votare o scrivere senza censura ha riconosciuti a maggior ragione i diritti naturali fondamentali.

AGGIORNATO IL 14 AGOSTO 2016

25 febbraio, 2016

 

Benedetto Croce. Il 150.o del filosofo della storia e della libertà, che ci educò alla passione civile.


LA PRENDERÀ CON FILOSOFIA. Quasi sotto silenzio l'importante ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Benedetto Croce, storico, critico, filosofo, ministro, costituente, politico, intellettuale di grandissima erudizione e forte personalità che ha insegnato agli Italiani ad avere dignità di popolo, ad amare e rispettare le Libertà, la Storia, i concetti, a maturare una grande passione civile, e così ha formato l’intera classe dirigente democratica prima e dopo il Fascismo. Tanto da essere onorato e ricordato – fino a quando le idee avevano ancora importanza – da tutti, dai liberali ai comunisti.

Perfino chi polemizzava con lui riconosceva il suo alto magistero morale e intellettuale. Nelle carte dell’azionista e repubblicano Ugo La Malfa – che si riteneva più “progressista” di Croce, non calcolando di essere solo un politico mentre Croce era soprattutto un pensatore – è stato trovato un appunto del 1943 per un articolo sul giornale “Italia Libera” che svela questo curioso rapporto dialettico, anzi, questo riconosciuto carisma: « A Benedetto Croce le giovani generazioni antifasciste devono moltissimo: la serietà della loro vita morale, le tenacia dei propositi, l’interesse profondo per le vicende storiche, l’idea della libertà come liberazione... Benedetto Croce è considerato spirito conservatore. Noi non sappiamo dirlo, sebbene abbiamo conosciuto e conosceremo ancora i suoi anatemi e le sue scomuniche. Sappiamo solo che molte coscienze rivoluzionarie, compresi gli uomini del Partito d’Azione e forse i reprobi dell’estrema sinistra, devono alla meditazione delle sue opere la forza di molti loro convincimenti. Sommersa in tante sventure, l’Italia non ha che questo suo grande figlio da offrire all’ammirazione del mondo ».

Ai tempi di Croce non c’era la televisione, grande livellatrice di valori ed elevatrice di tanti “mediocri brillanti”, né internet, e i giornali con la loro “terza pagina” (invenzione italiana: il massimo, allora, della divulgazione per chi non poteva permettersi libri difficili o riviste culturali) erano più colti e seri; perciò è facile confrontare gli effimeri successi di notorietà di oggi presso una massa indifferenziata, disinformata e volubile di utenti passivi di notizie (fama che non durerà certo 150 anni...), con quelli di ieri presso una minoranza colta e consapevole, fondati sui problemi, sui concetti, sulle idee, sulla lettura meditata, sul dibattito intellettuale. Così, per avere qualche notizia sulle misere iniziative per il 150.o crociano dobbiamo andare alle cerimonie a Napoli e a Pescasseroli, dove nacque il 25 febbraio 1866, e a due piccoli convegni a Torino e Firenze.

In più, figuriamoci, il solito bruttissimo francobollo che offende più che la memoria del teorico di filosofia estetica, soprattutto i soliti incompetenti tecnici del Ministero, da sempre morbosamente affascinati dal Brutto (e perciò da noi definiti "cacofili"), che hanno scelto un bozzetto che qualunque grafico con studi serali e diplomato per corrispondenza avrebbe fatto più bello.
Anti-crociani all’osso? Ma no, peggio, trasandati e senza nessun ideale del Bello, autore del bozzetto e giuria sono andati a prendere l’unica fotografia esistente in cui Croce ha la faccia da ebete, poi l’hanno stravolta graficamente e alla fine virata in giallino. E le sfumature verdastre e la bava rossa alla bocca? Per fortuna le hanno dimenticate?...Per il mercato numismatico la Zecca ha coniato una moneta celebrativa in argento (peso 18 grammi, diametro 32 mm), artisticamente mediocre e dalla grafica confusa.

Insomma, si fa di più per gente di modesto calibro, se non illustri sconosciuti. Troppo poco, per il 150.o genetliaco d’un intellettuale che ha cambiato la storia del pensiero in Italia e che ha costituito la forma e la sostanza stessa della cultura italiana del Novecento, e non solo.

AGGIORNATO IL 27 FEBBRAIO 2016

15 febbraio, 2016

 

Gobetti. L’utopia adolescenziale del critico più acuto e severo degli eterni mali degli Italiani.

Novant’anni fa moriva il più giovane, originale, misconosciuto, discusso, sconcertante intellettuale e animatore culturale italiano. Il torinese Piero Gobetti era nato nel 1901, e calcolando gli anni dall’adolescenza alla sua morte (1926), deve aver avuto non più di otto-nove anni di vita intellettualmente utile per un pensiero critico maturo e attivo. Eppure, in quel breve spazio di tempo conobbe tutti, da tutti fu stimato, fece di tutto e tutto capì. Una figura sicuramente geniale che ricorda un poco un altro giovane di genio, forse ancor più strabiliante per doti intellettuali: Leone Ginzburg.
       Amico di Einaudi, Croce, perfino Prezzolini, molto vicino a Salvemini e alla sua “Unità”, Gobetti scrisse però, sia pure come critico, anche sull' “Ordine Nuovo” di Gramsci, e anzi gli sembrò d'intravvedere – per quel poco che poteva capire dalle notizie dei giornali d'allora – tracce di liberalismo perfino nella rivoluzione dei Soviet in Russia. Il che non gli è stato perdonato da qualcuno. Fu precoce e sicuro - spesso troppo sicuro di sé - critico della politica, della storia contemporanea, del costume, perfino del teatro (Einaudi, che ha pubblicato tutte le sue opere, ha riunito in un grosso volume anche le sue recensioni teatrali), a riprova del nostro modesto aforisma secondo il quale «critici si nasce, e poiché l’intelligenza tutto pervade, se si è veri critici si è critici di tutto». Durissimo oppositore del nascente Fascismo, correttamente individuato non come colpa del solo Mussolini, ma come malattia quasi endemica degli Italiani, morì a Parigi dove si era rifugiato in seguito all'aggressione dei fascisti. Le sue spoglie sono al cimitero Père Lachaise.
       La figura e la biografia di Piero Gobetti non è di quelle che si possono dire a cuor leggero: ogni passo nasconde insidie e contraddizioni, paradossi e incertezze, ingenuità e facili, repentini entusiasmi. Ultra-risorgimentale, fu però il maggior diffusore del mito del Risorgimento come "occasione mancata", se non addirittura "rivoluzione tradita", convinto che una vera Rivoluzione Liberale fosse tutta ancora da fare. Con Cavour e Croce, fu paradossalmente uno dei tre liberali italiani più ammirati dai comunisti colti, a partire da Gramsci e Togliatti (forse perché non lo avevano letto tutto e bene). Fatto sta che fino a tutti gli anni 50 piacque molto meno ai liberali di casa nostra (che diventati conservatori non potevano perdonargli di aver attaccato duramente Giolitti e il giolittismo, anch’esso definito un ricorrente “vizio nazionale”) che ai comunisti italici. Era ricordato, perciò, solo dall’Unità (l’altra, quella del PCI). Del resto metà degli intellettuali comunisti fino al 1950 fu crociana (senza alcuna colpa di Croce, ben inteso). Vero è anche che, sia in vita che dopo, il modo di pensare e porre i problemi di questo giovanissimo idealista carismatico sprigionava una tale attrazione da sedurre anche gli avversari. Perciò gli amici potevano a poco a poco prenderne le distanze, i nemici tendevano a diventarne amici.  
       Che cosa resta di lui? Il saggio La Rivoluzione Liberale, le annate delle sue riviste (Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti) a cui collaboravano affermati intellettuali adulti, che trattavano questo ragazzo come un loro pari, alcuni addirittura come un giovanissimo maestro. Ma soprattutto il giudizio aspro sulla classe dirigente italiana, che neanche il grande Risorgimento (fatta salva la figura, unica, di Cavour) era riuscito a cambiare (anzi, formare) davvero. E poi il coraggio. La politica come pedagogia sociale, educazione. E soprattutto l'intuizione che la libertà non esiste senza lotta, senza dialettica, senza contraddizione, che cioè non si acquisisce e non si mette in salvo una volta per tutte. In questo era come Einaudi, Croce e Cavour.
       E per il resto? A essere severi con lui, come lui era severo con gli altri, almeno l'esempio di un forte senso critico, di una enorme passione, di una grande maniacale intransigenza morale, di un grande giovanile entusiasmo, di un grande insegnamento. Ad ogni modo, questa sua fortuna trasversale e contraddittoria, oltre che della sua intelligentissima ed entusiastica ingenuità adolescenziale, è una conferma ulteriore del carattere utopico e visionario del suo pensiero. Per questo i migliori di noi, liberali o no, sono stati tutti "gobettiani" a vent'anni.
     
IMMAGINE. Piero Gobetti in un celebre disegno di Felice Casorati (part.)

AGGIORNATO IL 15 APRILE 2016

12 febbraio, 2016

 

Basta col ricordo del Concordato, la sconfitta più grave (e senza la minima speranza di riscossa).

Ora che è passata la giornata dell'11 febbraio, possiamo dirlo: abbiamo volutamente evitato di ricordare la ricorrenza nefasta del 1929. Speravamo che passasse sotto silenzio, per non fare ancora una volta una deprimente pubblicità alla nostra maggiore e più irreparabile sconfitta civile e morale di cittadini italiani, e soprattutto cittadini liberali. Ma vedo che alcuni amici sono caduti nel tranello della data e l'hanno celebrata. Perché? Che cosa intendono fare di questa stucchevole e masochistica rievocazione?

Siamo convinti ormai che il male fatto con i Patti Lateranensi e il Trattato con la Santa Sede da Mussolini e dal Fascismo (non fu certo colpa della Chiesa: un'occasione del genere – un dittatore, figura ad essa familiare, che le offre dei privilegi – poteva forse rifiutarla?) sia così grave che non abbia rimedi né a breve né a medio termine. E a lungo termine siamo tutti morti. Anche il rinnovo nel 1984, per responsabilità del governo Craxi (un altro socialista), è stato vergognoso, tanto più che nel Paese, ormai democratico, serpeggiava un notevole risentimento laicista.

La Chiesa, grazie al Concordato, ha rialzato la cresta, è tornata alla sua secolare arroganza, e fingendo di essere una “associazione privata” qualunque, anziché un Potere parallelo e antagonista allo Stato, approfittando del prestigio pseudo-spirituale presso una larga parte del popolo (nel frattempo regredito e istupidito da Fascismo e clericalismo politico) dice la sua e risponde su tutto, e non solo su comunione, confessione o estrema unzione, influenzando e dirigendo i parlamentari incolti e senza personalità, o i furbi atei opportunisti. Con la differenza rispetto ai tempi del Papa Re che oggi ha acquistato – grazie alle tecnologie moderne e alla società di massa che se ne nutre passivamente – un nuovo privilegio che moltiplica i vantaggi del poter parlare su tutto: l’essere sicura che le sue parole saranno diffuse e amplificate ogni giorno da giornali e televisioni di Destra, Centro e Sinistra. Un circuito perverso e potentissimo che spesso rende la parola della Chiesa il primo e più comprensibile messaggio su ogni argomento.

Ma, poiché – come ripeteva Ernesto Rossi – la proprietà e i soldi sono tutto per la Chiesa Cattolica, nonostante il suo ipocrita “pauperismo”, è soprattutto ai suoi beni ritrovati ed estesi che dobbiamo guardare. Col Concordato di Mussolini e Craxi la Chiesa ha prima riavuto e poi conservato tutte le proprietà che le erano state confiscate dai Liberali (a Roma perfino il bellissimo palazzo rinascimentale della Cancelleria: ogni volta che lo guardiamo ci piange il cuore). Perché confiscate? Per un inutile e crudele odio verso la Chiesa? No, anzi, tanti famosissimi capi liberali erano cattolici. Ma perché – solo in Italia – il Risorgimento è stato combattuto, e duramente, anche contro la Chiesa, che contravvenendo alla sua stessa storia e dottrina si era voluta fare Stato – qui, in Italia – e come Stato della Chiesa aizzava perfino vescovi e preti a disobbedire alle leggi; e perciò ha visto il suo momento culminante, altamente simbolico, nella battaglia di Porta Pia, a Roma, col cattolicissimo generale Cadorna a capo delle truppe italiane che bombardarono le mura Aureliane del Papa! Una partecipazione, quella dei liberali cattolici, allora per niente moderati, due volte moralmente eroica, se consideriamo che moltissimi liberali duri erano cattolici osservanti. Ecco perché nessun’altra rivoluzione liberale al Mondo ha avuto questo vistoso e drammatico epilogo anti-Chiesa.

Così, grazie a Mussolini, la Chiesa non solo accettò i milioni (di allora) delle Guarentigie troppo generosamente concessi dai Governi liberali (un errore) e sdegnosamente non accettati fino al 1929, ma imparò subito a moltiplicare questi insperati capitali, fino al capolavoro della “tassa” quasi obbligatoria dell’8 per mille a favore della Chiesa (che frutta circa un miliardo di euro all'anno!), altro capolavoro del governo Craxi (1985). Così la Chiesa ora spadroneggia più di prima tra ospedali, case di cura per lunga degenza, conventi che sono finti alberghi e appartamenti ad uso civile, banche e speculazioni finanziarie varie.

Sul piano della comunicazione, fondamentale per una religione fondata sulla parola e la seduzione attraverso di essa (la “predica”, il Catechismo, il libro del Vangelo ecc), la Chiesa si è assicurata varie e potenti casse di risonanza, avendo l’abitudine di infiltrare, fin dai primi anni Cinquanta, i suoi uomini in radio, televisione, agenzie giornalistiche e giornali. Si noti che senza questa comunicazione quotidiana, la sua influenza quasi sparirebbe, perché contrariamente a un luogo comune è fondata sulla sensibilità della gente, non sui segreti accordi coi politici.

Ecco perché la colonizzata televisione, clericale anche quando ha uomini di Sinistra, trasmette ogni giorno con grande rilievo, spesso in prima posizione, notizie sul Papa e il Vaticano. Un caso unico al Mondo. E nessuno protesta. Anzi, alle nostre recriminazioni i clericali, anche progressisti, rispondono: ma in Italia, solo in Italia, abbiamo il Vaticano in casa. Certo, ma in Italia, solo in Italia, abbiamo anche avuto un Risorgimento “contro” il Papa! E quindi l’argomentazione della territorialità non dovrebbe valere nulla, ormai, come infatti nessuno parla mai dello Stato di San Marino, molto più grande dello Stato della Città del Vaticano. Allora è solo questione di religione “prevalente” degli Italiani? Gravissimo.

Fatto sta che c'è la corsa a chi appare più clericale a Destra, al Centro e a Sinistra. Perfino i rari pseudo Liberali-Radicali non intendono sollevare il problema in modo drastico come sarebbe ormai necessario. Sono finiti e sarebbero controproducenti i i tempi del moderatismo estremo in materia Stato-Chiesa: lo abbiamo già e troppo a lungo provato, e non ha funzionato.

Perciò, oggi dovremmo ritornare in tutto e per tutto alla situazione Stato-Chiesa del primo Novecento, cioè prima del Concordato. Sarebbe l’unica soluzione, drastica ed efficace, anche se traumatica. Ma non esiste nessuna possibilità politica di farlo. Ci vorrebbe una denuncia unilaterale, seguita da una modifica costituzionale, di per sé lunga. Vorremmo proprio vedere se le Grandi Potenze, a cui certamente si appellerebbe il Vaticano come fece papa Pio IX, non capirebbero che per noi Italiani questo accordo umiliante fatto dal Fascismo è insopportabile, è una palla al piede perfino economica, e condiziona il nostro sviluppo etico, politico, civile ed economico. Le Nazioni Unite deciderebbero sanzioni economiche? Francia e Austria, di nuovo, invierebbero eserciti? Intanto la Gran Bretagna approverebbe.

Quel che è certo, è che dovremmo fare qualcosa di grande, di deciso e di estremo. Senza alcuna mediazione diplomatica. Misure leggere e accomodanti – lo abbiamo visto – sono inutili, oltreché impossibili.
Non parliamo poi del popolaccio che abbiamo oggi: non c’è la possibilità di alcun affidamento. È vero che vuol sapere tutto (tv, web ecc), ma è una fame vuota di particolari e segreti che sa di ricerca del pettegolezzo, non di partecipazione e condivisione di responsabilità e decisioni. L’ignoranza è macroscopica e generale. I cittadini, perfino molto laureati, non hanno idee, non leggono, non sono minimamente versati nelle cose storiche-politiche-giuridiche-psicologiche-economiche di cui si nutre la Cosa Pubblica, e quindi non capisce niente di Governi e Società. Però vuol dire comunque la sua, intromettendosi dappertutto in modo inutile. Pessima idea è stata far sapere a queste persone incolte che cosa effettivamente si dice in Parlamento (le “dirette” inventate dalla radio dei Radicali, che non si pongono mai il problema delle conseguenze dei propri atti). E una delle più gravi conseguenze dell’invenzione radicale è di avere degradato il messaggio politico: ora tutti i parlamentari non discutono alla Camera e al Senato in modo costruttivo, ma per fare propaganda esterna, per distinguersi con slogan e parole d’ordine, estremismo e frasi a effetto, tutti mezzucci ridicoli se pensiamo che sono diretti ai loro colleghi – così sperano di convincere i loro avversari? – ma comprensibili se pensiamo che in realtà sono diretti al largo pubblico fuori dell’aula. Siamo al comizio permanente e al populismo più becero (v. talk show).
Perciò cittadini e movimenti politici hanno ormai “idee ricevute” e pregiudizi così madornali che sono irrecuperabili. Lega Nord, Destra, Cinque Stelle, perfino una parte del PD, Sinistra estrema: non c'è un gruppo politico che si salvi. Neanche Liberali, Radicali e Repubblicani esistono più. E quando esistono come sigle sbagliano per debolezza di idee e mediocrità di uomini. I Cittadini elettori, poi, sono paradossalmente peggiori di quelli del 1929, quando c’era la dittatura, in quanto a cultura e spirito critico individuale. E se non si ribellarono nel '29 al clerico-fascismo, figuriamoci se prenderebbero parte oggi a una specie di rivoluzione laicista. impensabile.

Il Risorgimento, unico nostro evento glorioso e vincente in vari secoli, fu per gran parte architettato e ordito in segreto da una minoranza che sapeva leggere e scrivere e poteva votare. Altrimenti, in mano alle masse di oggi non avrebbe mai vinto. Oggi purtroppo si sa subito tutto e ovunque, e già via web si formerebbero comitati a favore del Vaticano. Senza contare che l’intera classe dirigente è stabilmente filo-cattolica da generazioni. E abbiamo un capo di Stato e un capo di Governo entrambi ex-DC. E i cattolici sono già infiltrati abilmente in tutti i gangli vitali del Potere. Insomma, diciamolo, non c’è più niente da fare. E sarà così per decenni. Anzi, siamo in contro-tendenza, perché la contemporanea pressione dell'Islam terroristico che prende di mira obiettivi cristiani ci obbliga a difendere la Chiesa, addirittura, e quindi gioca a nostro sfavore. A meno di un rivolgimento insperato, una sorta di miracolo laico, del tutto improbabile.

Insomma non parliamo più del Concordato, non celebriamolo ogni 11 febbraio come se fosse una vittoria (mentre il 20 settembre 1870 passa quasi sotto silenzio). Dimentichiamolo, per favore. Continuare a parlarne serve solo a deprimerci ancor più. E l'Italia è oggi un Paese depresso, all'opposto dei tempi del Risorgimento. Oltretutto, continuare a lamentarsi in tono querulo per le parole che dice un cardinale o un vescovo offende il buonsenso e la ragione, se poi non cerchiamo più utilmente di costringere televisione e giornali a fargli da amplificatore. Preti e vescovi sono presenti in molte trasmissioni di intrattenimento per anziani e casalinghe: è lì che si forma il consenso popolare.

Usiamo la tattica del silenzio, per noi e per loro. Se alla Chiesa togli l’audio, la uccidi come Potere temporale dotato di enorme influenza psicologica sui semplici e ignoranti. Ipocrita sparlare ogni giorno del Concordato e del Potere ecclesiastico e non contrastarlo dove la sua sensibilità è più viva, come diceva Ernesto Rossi, cioè sui soldi. Per esempio non dovremmo spendere più un euro per i Giubilei e gli eventi del Papa, dovremmo vietare i pullman turistici nel Centro di Roma, vietare anche che centinaia di conventi e case generalizie si trasformino in alberghi esentasse e pure con prezzi relativamente alti. E se questi conventi sono vuoti, requisirli per ragioni di pubblica utilità sociale: lo facevano anche i super-liberisti liberali del Piemonte, ben superiori ai finti liberali nostrani. Dovremmo anche eliminare le immagini religiose nei luoghi pubblici, che possono influenzare l’educazione dei giovani in senso confessionale e fanatico, eliminare i cappellani militari, far pagare le tasse integralmente alle chiese anche quando sono solo luoghi di culto: perché vanno privilegiate le religioni?

In quanto al Concordato, basta col ricordare sempre le sconfitte. Anche perché per quel poco che ha di laicista, cioè di separazione e rispetto tra Stato e Chiesa, non viene rispettato. L'ultimo caso: il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, proprio l'11 febbraio si permette di dire "come" si dovrebbe votare in Parlamento italiano! Strafottenza, arroganza senza pari: con un Cavour capo di Governo ci sarebbe stato il ritiro dell'ambasciatore italiano presso la Santa Sede e le dimissioni del capo della CEI come conditio sine qua per riaprire i rapporti diplomatici. Ma oggi, con lo Stato in mano ai chierichetti cattolici di Destra, Centro e Sinistra, e con un popolino male educato da quasi un secolo, le reazioni sono deboli e inefficaci. I non-liberali hanno preso la Democrazia come "il Regime senza spina dorsale", l'ideologia della debolezza, della furbizia, del sotterfugio e dell'inganno. E allora, a che serve, questo Concordato tutto scritto o interpretato a vantaggio della Chiesa? Eliminiamolo. O almeno, dimentichiamolo, visto che non riusciamo a fare neanche la più banale riforma laicista.

AGGIORNATO IL 13 FEBBRAIO 2016

10 febbraio, 2016

 

“Matrimonio” (o “unione civile”) o no: il curioso paradosso dei Conservatori e dei Liberali.

Da liberale, e perciò riformatore e progressista, mi sono battuto sempre per rafforzare gli anelli più deboli della catena anche se non mi riguardavano, non i più forti. Quindi, p.es., per la libertà di divorzio e di aborto. Mentre non ho speso una parola in favore del matrimonio, che vive di una forza sua e che è stranamento difeso, e pure troppo, da chi non lo può usare e neanche lo trova nei suoi Libri Sacri, come la Chiesa Cattolica (il che fa trapelare inconfessabili morbosi complessi). Matrimonio che ho sempre visto come una struttura recitativa, oppressiva e formalistica all’interno della quale da sempre si nascondono le peggiori ipocrisie e violenze, e che per le sue dinamiche (altro che “fondamento etico della società”, ma che ne sa la Chiesa? A meno che non ammetta che il suo Dio eponimo, il pretesi Joshua il Nazareo, cioè il ribelle, non fosse sposato) ha assomigliato in passato e talvolta ancor oggi a un prosaico contratto di compravendita, quando non a una forma di prostituzione istituzionalizzata.

Mi meraviglia e incuriosisce da sempre, perciò, che categorie che si ritengono moderne come gli omosessuali impegnati nella società si siano incaponiti a utilizzare un istituto così conservatore. Ma, contenti loro, a un liberale spetta solo un dovere, questo sì, morale: assecondare i desideri di qualsiasi minoranza  che fornendo prove e documenti si ritiene discriminata o che vuole nuovi diritti compatibili col Diritto e la Costituzione. Per un liberale è obbligatorio. Altro comportamento un liberale non può avere.

Ora nell’articolo su "LibereLaiche" della coraggiosa Tiziana Ficacci, anche lei laicista e anticonformista in tutto, viene ripreso un intero articolo del blog di Francesco Costa (che non conosco), di cui mi ha colpito in particolare un capoverso che è sulla linea del mio ragionamento e contiene una paradossale presa di posizione del Capo di Governo inglese, Cameron, conservatore:
“I conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore”. 
Ma se Cameron fosse stato un ultra-conservatore cattolico, del genere di quelli ipocriti che oggi si oppongono in Italia a ogni modifica del concetto di matrimonio collegando abusivamente l'etica civile con una presunta integerrima ed esclusiva "morale cattolica", avrebbe parlato diversamente. Dopo le parole chiare e severe del filosofo Galimberti che aveva fatto notare la "prepotenza dei cattolici", il giornalista Augias rispondendo in un programma televisivo alla domanda del conduttore Floris ha fatto notare che, anzi, se è per questo, la tradizione cristiana dovrebbe essere apertissima, visto come il Vangelo fa nascere Gesù: da una donna incinta fuori dal matrimonio (Maria), con un padre adottivo (Giuseppe), essendo quello vero sconosciuto e comunque esterno (il cosiddetto Spirito Santo). Insomma, al confronto del matrimonio allargato, libero e problematico del fondatore del Cristianesimo, ogni attuale proposta di legge su un matrimonio diverso è "acqua fresca"!

Se si cerca in questo blog (e nella Newsletter che esisteva fino al 2006) nel motore interno di ricerca alle parole “matrimonio gay” o simili, si trovano almeno quattro articoli interessanti (di cui tre brillanti: scorrere la Newsletter) di tanto tempo fa, come questo e questo ancora, poi la protesta di una lesbica liberale con la relativa risposta (la data è errata: ma importa poco) e un articolo precedente sul blog.

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016

09 febbraio, 2016

 

Macabro Medioevo. Riesumata per risollevare le sorti della Chiesa la salma del discusso padre Pio.

Ma che cos'è quest’improvviso cambio di scena attraverso il Tempo e lo Spazio in quell’esagerato teatro barocco che è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana? Del resto, era nata come finta-rivoluzionaria, ma fu subito reazionaria e populista. E tornare indietro e battere le piazze e le città è sempre stata la sua specialità. Ma oggi, che vuol dire questo ritorno - se mai se ne è allontanata - al feticismo fanatico delle reliquie (che neanche è vera religione, come ha detto in televisione il filosofo Umberto Galimberti), alla esibizionistica traslazione-ostensione – senza nessun motivo plausibile, neanche una ricorrenza di date – di una salma, quest’assurdo portare in giro e mostrare al pubblico impudicamente il cadavere d'un frate, oltretutto discusso già in vita, biasimato e indagato da tre Papi, tanto da rischiare di essere spretato, considerato esibizionista, imbroglione, perfino lussurioso; ma poi stranamente – ecco il suo vero e unico miracolo – fatto "santo", a sorpresa, da un altro Papa, anch’egli grande gigione, ben oltre il parere di teologi e curiali, a furor di popolo?

Ora Padre Pio è costretto dal gesuita papa Francesco (quanto diverso da Roncalli e quanto simile a Wojtila in questo!) a recitare anche da morto. Quale parte deve recitare? Lo vedremo: sarà chiaro alla fine di questo articolo. Intanto, lo portano in giro come mummia per l'Italia plebea, con tanto di gendarmi: ben 800 giannizzeri pagati da noi Italiani, anche stavolta, non dal Vaticano.

Una vergogna? Di più, molto di più, e peggio. Perché è una vergogna complicata.

Torniamo ai secoli bui? È il segno tangibile della Restaurazione, si dice. Questo appare ora ai superficiali, ma vedremo che è una finta, una messinscena, come quelle che allestiva lo stesso Padre Pio. Anzi, è uno sviamento di problemi, una distrazione orchestrata di massa. Altro che laicizzare la società come pretenderebbe l’etica “edonistica” liberale; altro che atteggiamento passivo di fronte alla crisi di vocazioni sacerdotali e di fedeli nelle chiese; altro che fine della religione e trionfo dell’ateismo; altro che debolezza imbarazzante di fronte all’Islam; altro che sostituzione dell’antico fervore popolare col carisma del solito Papa istrione, altro che confronto tra Family Day e Family Gay.

Quali altri significati potrebbe avere questa ridicola e inquietante messinscena? Già da tempo urgeva riavvolgere all’indietro il film della storia della Chiesa. Occorreva dire basta con questa Chiesa che rischia di apparire laica, scettica, relativistica, razionale, perdente, di volta in volta liberale, socialista, ecologista (be’, dopo quell’Enciclica...) o comunista.

Torniamo alla Chiesa vera – devono essersi detti gli “gnomi del Vaticano”, gli oscuri uomini in nero bordato di rosso porpora – la Chiesa delle narrazioni favolistiche, delle emozioni popolari, delle invocazioni e delle urla isteriche (ricordate il “Santo subito!” ai funerali di Wojtila?). Una Chiesa del cuore, non del cervello e, se proprio questio organo va usato, non della corteccia cerebrale ma dell’ipotalamo. La religione non dei vivi ma dei morti, non dello spirito critico ma dei miracoli, non dell’incenso dei chierichetti ma delle ascelle del popolo grezzo che dal profondo Sud accorre in treno o pullman a piazza S.Pietro, olezzante sali di acido valerianico, formico e caprilico, per dirla con quel genio pazzo di Gadda.

Ma sì, devono essersi detti cardinali di Curia e lo stesso Francesco, visto che la Chiesa dei ricchi intellettuali sarebbe povera, torniamo furbo paradosso della redditizia “Chiesa dei poveri”, laddove i poveri ovviamente sono gli spettatori passivi, la platea abbagliata dalla grandiosità e terribilità dello spettacolo, il consueto, coloratissimo, teatro Cattolico che tanti frutti, vocazioni e soldi aveva dato con Wojtila.

Nessun tour operator avrebbe potuto fare di meglio nell’organizzare per mesi in silenzio e nel segreto (gli Italiani non dovevano saperne nulla; se no, sai che ironie, proteste, problemi...) una simile full-immersion nei valori antiquati e regressivi del Cattolicesimo: l’infantilismo, l’ignoranza, la superstizione, la seduzione delle folle dei semplici. Il pensiero va ai tempi delle masse sudate degli idiots du village, agli ottusi delle campagne del Medioevo, insomma ai "chretiens" per dirla con Odifredi, e quindi sotto sotto – del resto se la solo voluta – alla mercificazione, al santino, al rosario portentoso, alle litanie che assicurano la salvezza, insomma all’imbroglio; ma soprattutto al cospicuo biglietto del pullman della parrocchia o del Vescovado, e ai modesti 50 euro di pernottamento negli alberghi clan destini delle suore (quelli che spacciati per luoghi “religiosi” non pagato l’IMU), che è quello che conta di più per mandare avanti la barca.

Soldi e commerci moderni, ma effetti antichi. Il cadavere del santo, ormai quasi solo ossa, ricostruito e coperto di cera colorata, insomma è finto,una vera e propria statua kitsch idealizzata che starebbe bene al Museo delle Cere di piazza SS.Apostoli. Eppure ha sempre il suo fascino perverso sulle folle superstiziose. Il morboso connubio ieros-thanatos, il sacro e la morte, attira sempre. Il trionfo dei corpi che negano se stessi. O putrefatti o fatti polvere o mummificati, sempre morti sono. Purché colpiscano l’infantile immaginazione popolare con un invitante ribrezzo.

Eccoci riportati a un Medioevo barbaro e macabro che a differenza dei civilissimi Etruschi-Romani, intinge il pane nei liquami della materia organica, inala golosamente il fetore dei morti, e attribuisce ai “santi” che non si lavano mai per disprezzo e vergogna del proprio corpo il massimo dell’apprezzamento etico-olfattivo. “E’ morto in odor di santità”, dicevano i cinici monsignori, maestri nell’arte dell’eufemismo e dell’ipocrisia, per non dire: viveva ormai come un barbone.

Resta il monstrum, la stranezza della fiera al mercato del giovedi nei villaggi dell’Ottocento, col ciarlatano che arringa gli ebeti del villaggio: "Venghino, siori, venghino! Ché qui gli mostriamo una vera mummia parlante e benedicente, in carne e ossa! Non c'è trucco, non c'è inganno! Fatti avanti, ragazzo. Senza timore: tocca, tocca le piaghe purulente... Col nostro facile metodo di cinque Ave, quattro Gloria e un Paternoster, rimettiamo a contadini e cavalieri, vergini e maritate, tutti i peccati passati, presenti e futuri! Basta versare il modesto obolo di euro 80 più Iva, pullman compreso, andata e ritorno! E' un affare! Venghino, siori, venghino".

Vengono i brividi. La vista si appanna, il sole sparisce, il cielo si oscura di nubi fosche, innaturalmente nere. Un film di Dreyer? No, ma una saetta a questo punto ci sta benissimo (grazie, tecnico delle luci!). Chissà, il popolo bruto crede alla messinscena, e attende il miracolo. Dio, o meglio il presunto servo di Dio, “deve” farlo ‘sto miracule, se ha le palle, se è un uomo. Aggio pagato ‘u biglietto d’u trenu, e lu miracule debbo vedé. Sinnò, nun torno a lu paese!”

Ma chi non crede al miracolo e alla santità è proprio la Chiesa. La Chiesa vera, quella che sta in alto, la più cinica, contrapposta alla Chiesa che sta in basso, al popolino ignorante. Cinismo politicante e massmediatico, perfino “scientista”, della Curia Romana, dei Cardinali, dei Papi, a partire da papa Roncalli con la sua razionalizzazione e modernizzazione del Concilio Vaticano II, contro l’insopportabile, sottoculturale e reazionaria superstizione popolare? Così è, se vi pare. Ma allora, se i monsignori non ci credono (non ci hanno mai creduto, perché Padre Pio è stato sempre combattuto, e dai più alti esponenti della Chiesa), come mai ora cavalcano il mito popolare d’un santo a furor di popolo e ne espongono in un tour mediatico le spoglie mortali?

Per interesse, solo per convenienza, insieme economica, politica e di immagine. Ecco una prima spiegazione dell’ambiguità della Chiesa sul fenomeno Padre Pio e su altri problemi ed eventi di oggi. Ecco il crudele e spudorato cinismo, la contraddizione stridente di chi dopo aver per 2000 anni predicato spiritualità, estasi maniacali, visioni ed emozioni popolari, ora vorrebbe trovare nella scienza prove sicure di questa religiosità maniacale. E non trovandole, ovviamente, prende le distanze dal suo stesso volgo, che essa stessa ha fatto nei secoli così ignorante. E allora, che cosa scegliere? Nessuna, cioè entrambe le cose.

Così, a basarsi sulla pubblicità che deriva da questo ennesimo coup de theatre è il Vaticano, o SCV, che però non è la Chiesa, è solo un Governo amministrativo che si occupa di fogne e francobolli (e infatti sbagliano i Radicali ad accusarlo di tutto, per non dover sparlare della Chiesa). I cinici registi occulti, monsignori e cardinali, alcuni dei quali sicuramente scettici e perfino atei, stanno altrove, nelle segrete stanze: sono quegli omuncoli tutti uguali vestiti di nero o di rosso che stipulano contratti e legalmente rappresentano – Papa o non Papa – la Chiesa Cattolica. Così poco credenti nella spiritualità da far venerare agli incolti i corpi e le cose terrene. Ma sanno che ora la Chiesa ha bisogno vitale di obiettivi e vittorie facilmente raggiungibili, di visibilità mondiale e quindi di maggiore influenza, soprattutto di maggiori entrate, visto che l’8 per mille sta calando. E i Giubilei ormai da soli non bastano più: servono gli “eventi” mass-mediatici, i colpi di scena. Come le processioni per l’Italia delle spoglie del frate più popolare, appunto. Anche a costo di contraddire i pretesi poteri spirituali d’un Santo, che a rigore di teologia non avrebbe bisogno di essere trasportato per diffondere grazia ed effetti taumaturgici. E invece, no, è costretto alla stregua d’un laico baule qualunque a valicare fisicamente città, montagne e valli, come se quel frate morto fosse un buono a nulla, un insieme di ossa e pelle incartapecorita che anziché librarsi invisibile nei Cieli e volare dappertutto, ubiquo e sempiterno come la sua Santità vorrebbe, deve essere trasportato manualmente qua e là come un volgare “collo” postale. E chissà se arriva, e se arriva intatto, dipende dal camion e dalle buche.

Intanto, nel feticismo necessario, superstizione nella superstizione, si crea spontaneamente un piccolo “indotto” economico, a metà tra golosità e satira. Su internet sono apparse, diffuse dalla blogger Selvaggia Lucarelli, le foto inquietanti di biscottini macabri e orripilanti a forma di “mani con le stimmate”, come ha riportato La Stampa attribuendoli a una giovane cattolica inglese. Nessuno scandalo. Del resto, non esiste già una pasticceria devozionale cattolica che riprendendo un’atavica tradizione pagana ci ha deliziato con le “minne [mammelle] di Sant’Agata” e gli “occhi di Santa Lucia”.

Ma allora che cosa resta di quel monaco assai poco monaco – riferirono gli ecclesiastici suoi contemporanei – accusato dai più noti e prestigiosi religiosi (tra cui padre Gemelli, papa Giovanni XXIII, dom Franzoni ecc.), medici e scienziati dell’epoca che più volte, non collegati tra loro, lo avevano visitato, di essere un furbissimo mistificatore, un abile istrione, un esibizionista patologico, un isterico, uno psicopatico, un autolesionista, un malato mentale, un imbroglione, un profittatore che pare “studiasse da santo” fin da giovane? Già nel 1919 due farmacisti della zona – riporta lo storico Sergio Luzzatto – avevano testimoniato di avergli fornito sostanze chimiche irritanti in grado di procurare e conservare le piaghe, come acido fenico e veratrina. Poi venne a galla anche la tintura di iodio. Per papa Giovanni XXIII, che da buon cattolico indagò anche sui rapporti ambigui e imbarazzanti di “P.P.” (come lo chiamava nelle sue lettere) con le “sue” donne più fedeli, insomma una specie di Rasputin di provincia con tanto di contessa plagiata, l’intera vicenda di Padre Pio era “un immenso inganno”, il frate stesso non era che “un idolo di stoppa”. Santo solo perché lo ha voluto il suo popolo, popolo ignorante e pagante, profumatamente pagante, soggiogato dal suo carisma. E ancor più perché troppi e scandalosi interessi speculativi si sono accentrati su di lui, per poter distruggere il suo impero dalle uova d’oro. (v. la spudorata industria della credulità sorta attorno a lui a S.Giovanni Rotondo, perfino un ospedale, che il popolino ha sempre interpretato – ahimè a torto – come il più indicato “per i mali incurabili”). Una vicenda inquietante ma anche grottesca e ridicola, come una notte di tregenda rozzamente riprodotta con le primordiali finzioni tecniche dell’epoca dei film muti degli anni Venti.

Per saperne di più, si veda: il saggio dello storico Sergio Luzzatto (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, Einaudi), la voce “Padre Pio da Pietralcina” su Wikipedia e l’articolo di A. Cazzullo sul Corriere della Sera (25 ottobre 2007).

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016

This page is powered by Blogger. Isn't yours?