15 settembre, 2016

 

Longanesi: esteta, editore raffinato, maestro di “idee”, spirito di contraddizione, conservatore.

Dopo sessant’anni dalla sua scomparsa, che cosa resta di Leo Longanesi? Quali critiche, quali apprezzamenti noi Liberali possiamo fare sulla sua personalità versatile, mobile, contraddittoria, raffinata, anzi estetizzante, elitaria con punte di narcisismo fastidioso, troppo individualistica, critica, certo, ma capricciosa, eppure talvolta corriva, complice, anche se a suo modo moralistica? Perfino al suo carattere “volubile e umorale” accennava Pannunzio nel necrologio sul Mondo, per spiegare come mai il settimanale che parecchio doveva al maestro Longanesi per nove anni non lo avesse mai citato (cfr. articolo di Nello Ajello). E’ forse proprio per questa congerie di pregi e difetti che Longanesi è stato un personaggio molto, troppo italiano? Resta un personaggio sfuggente e lontano da noi, ma quanto intrigante!
      La verità è che Longanesi non è paragonabile a nessun altro italiano famoso. Anche se ci inventiamo raffronti con altri conservatori brillanti e ugualmente “capaci di tutto” nel campo del giornalismo, dell’editoria e della politica. A meno che non vogliamo prendere in considerazioni singolari analogie – compresi i titoli di alcuni libri – con la figura di un altro critico versatile e brillante, il francese contemporaneo Boris Vian. Ma ogni accostamento a intellettuali o giornalisti odierni, finisce per nobilitare immeritatamente questi ultimi e per banalizzare troppo il fondatore dell’omonima casa editrice e di giornali che hanno fatto epoca e rappresentato l’evoluzione del costume in Italia: Omnibus, L’Italiano, Il Borghese.
      Perché Longanesi è stato unico nel panorama culturale ed editoriale del Novecento. Insieme editore, giornalista, corsivista, polemista implacabile, critico di costume (specie della piccola borghesia, alla quale del resto apparteneva), creatore di aforismi pungenti e veritieri, inventore di neologismi, intervistatore e intervistato, raffinatissimo ed elegante cultore della lingua, disegnatore, art director, impaginatore. Insomma, da solo avrebbe potuto riempire un’intero fascicolo di settimanale, e non è escluso che con vari pseudonimi lo abbia fatto. Al confronto, gli editori e i collaboratori di giornali politici e culturali precedenti e successivi – tranne i grandi Gobetti, Einaudi e Prezzolini, che al contrario di lui avevano anche grande capacità di astrarre e teorizzare seriamente, specie i primi due, non per caso liberali – ci appaiono delle formiche ottuse dedite esclusivamente al cibo (lo stipendio). Mentre perfino i pochi grafici e disegnatori capaci di ragionamento non alzano mai il capo dal foglio per osservare la realtà e trarne idee generali, tanto meno per insegnare. Un luogo comune malevolo che girava nelle Redazioni agli inizi dell’informatizzazione dei giornali (anni Novanta) diceva che i grafici, come i fotografi, erano i “parenti scemi” dei giornalisti. La successiva decadenza del giornalismo e dell’editoria ha dimostrato invece quanto la crisi di idee e professionalità abbia raggiunto tutte le categorie addette alla parola scritta, nessuna esclusa. 


      In apparenza e anche nella sostanza Longanesi non c’entra nulla con la cultura liberale, anzi, spesso è agli antipodi. Con la sua perfida lingua ha stroncato impietosamente, da par suo, non pochi liberaloni. E alcuni se lo meritavano. Eppure, ora a sessant’anni dalla scomparsa tutti lo esaltano, perfino La Repubblica (dove, anzi, secondo una intervista al sopravvalutato Buttafuoco, il noto “giornalista di Destra che piace alla Sinistra” – contenti loro... – si anniderebbe addirittura “il più longanesiano dei giornalisti di oggi”, tale Merlo). Come hanno fatto con Montanelli e Pannunzio, non per caso suoi allievi, tutti ora si dicono “longanesiani”. 
      Perfino noi Liberali ipercritici perennemente con la puzza sotto al naso siamo stimolati da tutta una serie di collegamenti e memorie di scritti (articoli e libri) letti su Longanesi negli ultimi anni. Questo Longanesi, insomma, non era liberale, ma si trovava – com’è, come non è – sempre in mezzo a liberali. Ma era in mezzo a tutto, si può obiettare, preso dalla furia del vivere intensamente. Fatto sta che in più di 50 anni, qualunque cosa si leggesse sugli anni 40-50 del Novecento, anche di autenticamente “liberale”, “laico”, “fascista” o “antifascista”, ce lo trovavamo sempre davanti, citato, criticato, fatto a pezzi, rivalutato, esaltato, santificato dai più insospettabili: Pannunzio e Savinio, Prezzolini e Montanelli, Benedetti e Moravia, Ansaldo e Cajumi ecc.
      Eppure scrisse poco. Come i veri maitres à penser, sostiene qualcuno. Più di Pannunzio, comunque. Ma in compenso fece scrivere gli altri, "levatrice" di molti geni, maestro maieuta non solo di giornalismo, ma anche di grafica editoriale, anzi di “buon gusto” (oh, che virtù reazionaria!), e dunque di critica, e perciò, se tanto mi dà tanto, di “pensiero” per moltissimi intellettuali. Così, molti ne salvò, altrettanti ne traviò; parecchi lo ringraziarono, ma altrettanti lo tradirono. Come forse si meritava, del resto. Ma in tutti inoculò il dannosissimo virus della critica e del dubbio, dannosissimo per la loro carriera, s’intende. Al punto che parecchi sotto il Fascismo da fascisti li fece diventare antifascisti (p.es. Arrigo Benedetti); altri in tempi di democrazia tentò, spesso invano per fortuna, di farli diventare da antifascisti fascisti.
      Sì, ma non chiamiamolo opinion maker, per favore. Era molto di meno e molto di più d’un suggeritore per le folle, categoria sociologia che da buon ultra-conservatore disprezzava. Se proprio dobbiamo usare un termine inglese, che lui avrebbe odiato, fu un intellettuale “indoor”, d’interni, cioè al chiuso delle Redazioni. Perciò noto solo agli addetti ai lavori: coloro che a vario titolo scrivevano. Sono stati loro a farne un mito, e che mito! Addirittura l'inventore del primo settimanale popolare o “rotocalco”, come si diceva allora per via del nuovo metodo delle rotative, a cui genialmente impresse un metodo comunicativo, uno stile, un’estetica, dei caratteri, dei grafismi nuovi, stringati, essenziali, molto novecenteschi, rimasti nell’immaginario collettivo degli esteti, di Destra e di Sinistra, come il meglio dell’editoria, soprattutto nel Borghese.
      In chi come me, poi, e mi scuso per l’aneddotica personale, fin dall’adolescenza aveva la passione per il disegno, i caratteri tipografici, la grafica e l’estetica di giornali e libri, fin da quando al liceo classico Tasso di Roma da giovane liberalino presuntuoso credevo che il grande Leo fosse solo un “volgare fascista” chissà perché sopravvalutato, la sua figura mi appariva comunque grande per motivi non culturali né politici, ma puramente “tecnici”, come un innovatore, il maestro indiscusso dell’arte di mettere insieme i contenuti (le idee degli articoli) e la loro cornice formale più adatta. Quella nuova arte grafica e impaginatoria applicata al giornalismo e all'editoria che era cosa così tipicamente novecentesca.
      La stessa arte che si era già insinuata perfino nell’austero pensatore e topo di biblioteca Croce, quanto di meno longanesiano sia esistito sulla Terra, e però un antesignano unico e inarrivabile sia come “titolista” che sforna titoli di per sé stessi capolavori acrobatici (La Storia ridotta sotto il concetto generale dell’Arte, Con tributo alla Critica di me stesso, Teoria e Storia della Storiografia, La Storia come Pensiero e come Azione, Perché non possiamo non dirci Cristiani ecc.), sia come dosatore bilanciatissimo ed esteta perfezionista di caratteri, carte e colori di copertina. Un genio premonitore non solo di stile e lingua italiana, ma perfino di estetica grafica. Pochi lo dicono.
      Ecco, Longanesi portava a maturità l’estetica del giornalismo e dell’editoria del Novecento. Fatto sta che quando a diciott’anni ebbi l'incarico di disegnare la testata gobettiana "Energie Nuove" della Gioventù Liberale, lo feci completamente a mano creando un carattere tutto mio e un po' imperfetto, appunto "alla Longanesi", visto che le lettere a ricalco Letraset, allora il meglio, costavano un occhio della testa, e il Partito Liberale non mi dava una lira di rimborso.
      Ma Longanesi era talmente versatile che si occupava di tutto, e in primo luogo sapeva scegliere al volo i bravi scrittori e giornalisti, a cui elargiva famosi consigli e battute fulminanti che poi per decenni avrebbero costituito un corpus apologetico-denigratorio – a seconda dell’ideologia acquisita dai suoi allievi – d'immensa mole, passato ormai nel proverbiale.
      Certo, cinico era cinico, critico era critico, geniale era geniale, creativo anche; insieme ingenuo, visionario e iperrealista, perfino eternamente giovane, provocatorio, ludico e goliardico (fosse stato mondano alto e bello, sarebbe stato il perfetto Boris Vian italiano), sempre a suo modo onestissimo e “coerente” alla propria incoerente ideologia del momento, sempre però liberamente scelta e in coraggiosa, masochistica controtendenza rispetto alla società. Perché era lui, l’umorale, l’incoerente, non il severo Prezzolini, l’italiano medio: un “uomo contro”. Contro il Potente del momento secondo il ritratto che Montanelli andava facendo dell’italiano tipico, buono a incensare chi sembra prevalere, per poi non buttarlo giù dal palco ai primi insuccessi, ma vigliaccamente schiacciarlo col piede quando già è caduto a terra.
      Italiano, addirittura troppo italiano per piacere oggi, anche a chi come me ha sempre rifiutato la “fronda” e la critica individualista e “anarcoide” come prezzo non detto e non nobile da pagare al sostanziale conformismo dell'Homo italicus, quello famigerato del “Franza o Spagna”, della Destra e Sinistra che si equivalgono, degli accomodamenti retorici, del “qui lo dico e qui lo nego”, dei Fascisti e Antifascisti che sotto-sotto sono uguali, delle furberie e delle acrobazie intellettuali che dovrebbero dimostrare che comunque vada si ha sempre ragione, senza mai chiedere scusa (cfr. su giochi di parole e fascismo-antifascismo Pannella, molto longanesiano, e non solo perché citava sempre la famosa invettiva “Buoni a nulla, ma capaci di tutto”). Quindi italiano tipico mentre si definiva “anti-italiano” (un vizio classico dell’italianità perversa).
      Mentre, “anti-italiano” per eccellenza, se permettete, me lo dico da solo, ma non alla Prezzolini o alla Longanesi. All’opposto, per misurare la distanza dal famigerato cinico conservatorismo, lo “stare a guardare” degli Italiani di qualsiasi idea, compresa quella della fronda o della perenne critica distruttiva e anarcoide del Potere, qualunque Potere. Come scriveva il Poeta, è facile, comodo, rimirare cinicamente, sereni ed esteti perché al sicuro sulla placida sponda, il mare procelloso e la barca all’orizzonte che sta per essere sommersa dai flutti. Più difficile per l’italiano medio, Longanesi compreso, è la fermezza delle idee, la costanza dell’impegno etico e politico. E invece, ci vantiamo tutti dell'italianità – e guai a chi la tocca, ed è un bene – su Arte, Natura e Storia (laddove dignitosa), insomma sulla Cultura, sia culturalista sia antropologica (p.es. il cibo).
      Perciò confesso anch'io perfino sul tema Longanesi, quella tipica duplicità, doppiezza, ambivalenza, sfaccettatura (chiamatela come volete) che pare essere un vizio-virtù tipicamente liberale, come concordavamo in uno scambio di lettere con Livio Ghersi tempo fa. E questa duplicità può riguardare non solo la personalità (cioè idee e cultura) ma anche il carattere (le tendenze immodificabili). Perciò, abituati ad avere di ogni cosa almeno due visuali diverse, noi liberali siamo forse i più adatti per metodo razionale e temperamento a interpretare i personaggi incoerenti e doppi, insomma difficili. E dunque, quanto lo capisco, pur criticandolo, questo maledetto-benedetto, fascista-antifascista Longanesi! E non sono il solo: anche il grande liberale Pannunzio, come si è visto, dava questo doppio giudizio. «Genio e cialtroneria» ha sintetizzato troppo severamente un altro provocatore, Paolo Isotta, mentre sarebbe bastato il ludico e il goliardico come per Vian. Ma così ha crudelmente impersonato la terribile Nemesi contro chi, a parole, si era sempre speso contro la cialtronaggine degli Italiani.
NICO VALERIO


MEGLIO LUI DI MALAPARTE; MA NON ENTRA NEL PANTHEON DEI MIEI PREFERITI.
di Livio Ghersi

Proprio quest'estate sono stato indotto ad occuparmi di Leo Longanesi leggendo il libro a cura di Pietrangelo Buttafuoco (Longanesi, 2016). Nella copertina si annunciava la ricorrenza dei primi 60 anni dalla morte, ma, in realtà, questa si verificherà l'anno prossimo, dal momento che Longanesi è morto il 27 settembre 1957.
      Il libro non mi ha soddisfatto, perché Buttafuoco si è limitato a scrivere una trentina di pagine introduttive e poi tutto il resto è una raccolta antologica di brani di Longanesi. Ho letto, quindi, con molto più gusto il libro scritto da Montanelli e Staglieno "Leo Longanesi" (Rizzoli, 1984), che ricostruisce, penso abbastanza bene, la vita e le opere di Longanesi medesimo. Molti anni prima avevo letto: "In piedi e seduti (1919 - 1943)", "Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario" e "Ci salveranno le vecchie zie?". Quest'ultima lettura era stata preceduta da una lunga ricerca del libro, che inizialmente non riuscivo a trovare, ma che tenevo a leggere, per stabilire un confronto con "Vecchie zie ed altri mostri" di Giovanni Ansaldo, che mi era molto piaciuto.
      Longanesi era onesto ed onestamente ricostruisce come un giovane italiano del 1905 sia diventato fascista. Dico meglio, fascista convinto ed arrabbiato, teorico delle virtù educative del manganello. Era la prima fase, quando si è giovani ed il sangue ribolle. Resta però nel lettore una sensazione di sgradevolezza; ad esempio, nei giudizi espressi dal fascista Longanesi nei confronti di Piero Gobetti.
      Poi la ricostruzione del lungo rapporto di amore-odio nei confronti di Benito Mussolini, anche lui romagnolo. Longanesi era troppo intelligente per non diventare progressivamente insofferente nei confronti della retorica del regime; non poteva fare a meno di farsi beffe della stupidità di tanti gerarchi. Divenne quindi frondista e, poiché, seguendo la propria indole, era portato a creare periodici e riviste, dovette sempre lottare per riuscire a pubblicare, aggirando la censura del regime. Dopo la caduta del fascismo e la morte di Mussolini, Longanesi scoprì che, a differenza di quanto faceva tranquillamente la stragrande maggioranza degli Italiani del tempo, non riusciva a diventare "antifascista". Per un'esigenza di rispetto nei confronti di ciò che lui stesso era stato, ossia per onestà intellettuale; ovvero, per un naturale ed insopprimibile anticonformismo.
      Nell'esperienza della rivista "Il Borghese", alla quale collaborarono attivamente anche Giovanni Ansaldo ed Indro Montanelli, convivevano un onesto punto di vista conservatore che, in quanto tale, ha pieno diritto di cittadinanza in una democrazia liberale, ed uno scetticismo di fondo nei confronti delle magnifiche sorti e progressive della repubblica democratica. C'era, oggettivamente, un'ambiguità nel rapporto con le istituzioni democratiche.
      Ciò spiega perché "Il borghese" divenne un punto di riferimento culturale per tutto l'ambiente italiano che non voleva rinnegare il fascismo e che oggi diremmo post-fascista. Spiega anche l'ostracismo dei liberali come Mario Pannunzio, il quale pure tanto doveva a Longanesi.
      In conclusione. Scrittori brillanti come Longanesi, ma anche Ansaldo (il quale, invece, nella prima metà degli anni Venti era antifascista e grande amico di Gobetti) e Montanelli, vanno letti, in primo luogo perché maestri della lingua italiana. C'è sempre da imparare da persone intelligenti e di genio. Umanamente, preferisco di gran lunga un uomo integro, con tutti i suoi difetti, quale fu Longanesi, a personalità come Curzio Malaparte, tanto cinico e disinvolto da poter aderire al PCI di Togliatti. Per il resto, dal punto di vista della costruzione di un pensiero politico-ideale animato dall'esigenza di libertà, io non metto Longanesi nel Pantheon dei miei Autori preferiti.
LIVIO GHERSI


IMMAGINI. 1. Leo Longanesi. 2. Al tavolo di lavoro mentre disegna. 3. Longanesi in via del Corso a Roma con Moravia (al centro) e Albonetti nel 1940.

AGGIORNATO IL 16 SETTEMBRE 2016

12 giugno, 2016

 

Populismo. Che cosa accomuna Renzi, Grillo e Berlusconi? La “democrazia della parola”.


Questione di stile o di sostanza? Non c’è dubbio, di sostanza. Un accentuato risvolto populistico è visibilmente comune a quasi tutte le moderne forme di “democrazia” di massa (se la parola “massa” non fosse tautologica, ovvia, ridondante, quando si parla di Democrazia). E non solo in Italia, in Europa, in Sud-America, ma perfino negli Stati Uniti.
      In Italia, in particolare, con la fine del voto proporzionale finiva anche l’era del parlamentarismo e del partitismo dominanti, che poi si sostanziava nella dialettica continua tra partiti di Governo e partiti di Opposizione, e anche nel bilanciamento dialettico tra partiti alleati.
      Il partitismo aveva prodotto, sì, Governi di brevissima durata, anche se, a ben vedere, coerenti e in continuità tra loro (quindi, instabilità solo apparente, in realtà un sistema stabilissimo), ma anche tanti vantaggi politici, sociali ed economici (dalla Costituzione alla fine del latifondo agricolo, al boom economico). Mentre il sistema che gli è succeduto, il leaderismo bipolare all’americana, finora ha prodotto solo guai, crisi, debolezza, e soprattutto un involgarimento, una riduzione a slogan propagandistici elementari e una spettacolarizzazione della Politica, che ingannano i cittadini e costituiscono di per sé, Governo o Opposizione che sia, non la soluzione dei problemi, ma il problema.
      L’inizio della fine avvenne per tre tappe successive: dopo la crisi politica-giudiziaria del 1992, la discesa in campo di Berlusconi (1994), e l’esplicito accordo tra Berlusconi (Forza Italia, Destra) e Veltroni (Pd, ex Pci, Sinistra), col beneplacito di un’altra mezza figura, Prodi (Pd, ex Dc, Sinistra), sul sistema maggioritario in funzione di un dichiarato “bipolarismo”.
      Oggi, poi, scendendo la scala fatale di una Politica sempre più degradata, Renzi e il renzismo, Grillo e il grillismo, Berlusconi e il berlusconismo, quindi l’intero arco dell’offerta politica, sono accomunati proprio dalla medesima sostanza, che si suddivide in tre componenti, tutte altrettanto inquietanti: natura del movimento, rapporto col Capo, stile di eloquio ed esposizione.
      Che cosa accomuna renzismo, grillismo e berlusconismo? Una strana forma di “democrazia recitata”, retorica, fondata sulla parola, insomma narrata, più che agita, che è il presupposto e il fondamento di una pseudo-democrazia plebiscitaria e carismatica.
      Del resto, ci sono precedenti famosi, tutti inquietanti, in Italia. E tutti, guarda caso, successivi alla “concessione” del suffragio universale nel 1913 da parte di Giolitti (tipico prefetto, abile nel gestire e mantenere il Potere, ma pochissimo interessato alle idee), stranamente senza che nessuna manifestazione popolare, nessun partito, neanche di Sinistra, lo avesse richiesto. Al contrario che in altri Paesi liberali, dove ci furono lotte durissime. E infatti, possiamo dedurre a distanza di un secolo, date le condizioni di atavica, estrema ignoranza delle masse popolari, che la decisione di Giolitti è stata quanto meno prematura e avventata. Ne scaturì, basta dire, il Fascismo, movimento populista e carismatico per eccellenza, fondato sull’immagine e la parola del Capo.
      Altri movimenti populistici in Italia sono stati nell’ordine, a partire dal secondo Dopoguerra, il movimento ultrapopulista di Giannini, L’Uomo Qualunque (da cui “qualunquismo” e “qualunquista”), la Lega Nord di Bossi, Forza Italia di Berlusconi e il Movimento Cinque Stelle di Grillo (da cui “grillini”). Ma perfino nei vecchi partiti il populismo si è insinuato, diventando anzi, il modo nuovo con cui selezionare una "nuova" classe politica, un nuovo leader e nuove parole d'ordine. Com'è il caso del Partito Democratico (ex Pds, ex Pci), con Matteo Renzi. Su questo singolare personaggio avevamo già messo in luce alcuni aspetti problematici di populismo, ben prima che diventasse capo del governo, con un primo e un secondo articolo.
      Ma non abbiamo fatto in tempo a lamentare questa inquietante caratteristica italiana, che a causa della crisi economica internazionale e del fallimento dell’Unione Europea ora anche all'estero stanno assaggiando la pietanza: Sud-America, ovviamente, ma anche Europa (numerosi i partiti populisti: in Ungheria, Austria, Spagna Grecia e Gran Bretagna) e perfino negli Stati Uniti con Trump.
      Tutti questi populismi sono insieme carismatici e personalistici, cioè fondati dalle caratteristiche uniche del capo eponimo, e soprattutto sulla sua parola. Tanto che tra i commentatori si sta imponendo addirittura una nuova categoria classificatoria: la democrazia della parola”, come è facilmente riscontrabile in Italia. Ne ha scritto Biagio De Giovanni in un editoriale sul Messaggero che sembrava promettere molto, ma che poi si è dimostrato deludente e riduttivo, anche se ha innescato una coda di utili riflessioni.
      Dopo aver inventato l'efficace formula lessicale della "democrazia della parola", lo studioso, infatti, non ne ha tratto conseguenze apprezzabili (anche perché il giornale è sempre stato governativo, e più di tanto non può dire). L’autore, neanche la applica a tutti i personaggi che ho detto sopra, ma accenna di sfuggita, allude. Insomma si lascia scappare un'occasione.
      Eppure, dai rischi di una democrazia fondata sulla folla indistinta, tutta uguaglianza formale ma niente contenuti, insomma la classica democrazia senza liberalismo, che spesso degenera in dispotismo e negli artifici retorici dell’Uomo Forte solo al comando, hanno messo in guardia molti grandi storici, filosofi del diritto, politologi.
      Il populismo parlamentare fa sì che ogni intervento ormai sia un comizio demagogico rivolto all’esterno, agli elettori, non ai parlamentari, anche per colpa di una controproducente “trasparenza” formale (dannosa e comunque inefficace, perché le decisioni vere continueranno a essere prese nelle segrete stanze) che ha portato a continue trasmissioni di “Radio Parlamento”. A proposito sarebbe interessante sapere quanti Paesi più liberali e democratici di noi ce l’hanno. E, visto che proprio Radio Radicale è stata la prima emittente radiofonica in Italia a trasmettere le sedute del Parlamento - per una "esigenza di conoscenza" da parte dei cittadini, sostengono i Radicali - viene fatto di pensare che anche il ri-fondatore e capo carismatico dei Radicali, Marco Pannella, è stato a suo modo un politico che ha fondato tutto sulla propria parola (logorroica, autoreferenziale, maniacale), sulla propria immagine, sulla propria potenza seduttiva (carisma), perfino sul proprio corpo. E non è una forma di populismo, e pure molto marcato, questo?
     Ma per paradosso il Parlamento, pur straparlando, non è il luogo in cui la Democrazia della parola fa più danni, pur rivelandosi un sintomo grave di involuzione democratico-dispotica (pensiamo semplicemente al mussolinismo, più che al Fascismo, che fu una “narrazione”, una interpretazione e falsificazione di parola, molto prima di diventare regime). Ma è nel circuito extraparlamentare mediatico (conferenze stampa-interviste-talk show in televisione e arringhe sul web) tra Capo di Governo parolaio-carismatico e Opposizioni populiste-parolaie, che la democrazia liberale si è ormai trasformata in una democrazia raccontata e mistificatoria che potrebbe preludere, in avverse condizioni, al Dispotismo para-democratico.
      Come, appunto, sta accadendo oggi.

19 maggio, 2016

 

Pannella, signor no: guru dei diritti civili, uomo di disobbedienza e di eccessi, Narciso anti-partiti.


Già “personaggio” fin da giovane, già mito vivente per i suoi amici e militanti radicali, Marco Pannella è morto il 19 maggio 2016 a 86 anni di età, ma vivrà a lungo nel ricordo degli Italiani. Con lui l'Italia contemporanea ha perduto il più grande e singolare combattente per i diritti delle minoranze, non solo per i più generali “diritti civili”, e a maggior ragione per i "diritti naturali", dove non ancora riconosciuti (1). Per lui i diritti dei carcerati, dei tossicodipendenti, degli omosessuali, delle donne costrette ad abortire, o delle coppie che volevano divorziare ma non potevano farlo, erano quasi più importanti dei diritti delle larghe maggioranze.
      Pur con le stridenti contraddizioni che furono sempre il suo limite, anche caratteriale (libertario, liberista, anticlericale, perfino anarchico, comunque sempre provocatore all'esterno; e invece accentratore, egocentrico, possessivo e autoritario come un Rasputin all'interno del suo movimento), è stato l'uomo politico più originale e imprevedibile, fuori da ogni schema politico, della nostra Storia recente.
      Ha insegnato a non rispettare gli ordini ingiusti, ma talvolta a rispettarli provocatoriamente, per mettere in crisi quello che chiamava il “Sistema”. Cosicché, un ministro davvero liberale che più di lui avesse avuto il senso dello Stato oltre a quello dell’individuo, avrebbe a rigore dovuto farlo arrestare, lui che amava definirsi, spesso impropriamente “liberale”.
      Ben prima degli attuali movimenti populistici, ha anticipato il ricorso diretto all’uomo della strada, ai cittadini – a torto presunti migliori e più onesti dei loro rappresentanti – contro i partiti, accusati tutti di “partitocrazia”, di prassi politica illiberale, d'intolleranza e di corruzione. Insomma, era un "movimentista" per eccellenza, ecco perché non volle mai dar vita  – e il suo carattere ribelle e anti-autoritario da eterno guastatore e Giamburrasca, oltre al suo rifiuto delle ideologie, glielo avrebbe comunque impedito – a quel "partito unificato dei laici e liberali" che sarebbe stato necessario in Italia, e che invece Mario Pannunzio, fondatore del Partito Radicale, avrebbe voluto. A tal punto movimentista che neanche un Partito Radicale forte e pieno di eletti volle mai, per non correre il rischio di perderne il controllo.
      Per questo ha sempre privilegiato il rapporto diretto tra sé e le folle come un santone, un profeta Servendosi di un'oratoria debordante, torrenziale, suggestiva come una predica, ma sempre più ossessiva, avvitata su se stessa, autoreferenziale e incomprensibile col passare degli anni. Famosi i suoi discorsi in punta di regolamento e di diritto alla Camera dei Deputati, ma anche quelli appassionati in piazza Navona per il divorzio, e quelli logorroici a Radio Radicale, quando già la decadenza era iniziata.
      Ma se i discorsi erano il mezzo affabulatorio e ipnotico, gli strumenti concreti preferenziali della sua pratica politica "popolare" o di cosiddetta "democrazia diretta", erano soprattutto le denunce penali e amministrative, gli appelli (perfino all'estero: fu tra i primi a citare in giudizio lo Stato italiano alla Corte di Strasburgo), le petizioni, le raccolte di firme di cittadini (i famosi "tavolini" radicali, primi in Italia, utili anche a costituire un indirizzario), le proposte di legge d'iniziativa popolare e i referendum abrogativi. Istituto quest’ultimo che usava come arma impropria contro governi e partiti, di cui ha abusato determinandone in pratica l’attuale scarsa efficacia.
      Ma è stato anche il maestro indiscusso dell'arte della propaganda politica (del tutto sconosciuta o snobisticamente disprezzata dai liberali e dai laici). Così ha insegnato, da uomo pratico esperto di psicologia della comunicazione ed ex-giornalista, a usare magistralmente, perché la stampa e la tv le diffondessero in modo adeguato, le proteste e azioni dimostrative della cosiddetta “non-violenza” gandhiana, interpretandole anche alla maniera dei Paesi anglosassoni, prima con cartelli al collo (gli “uomini sandwich”, che non fanno violenza agli altri interrompendo il traffico come invece fanno i sindacati, erano un’assoluta novità nella provinciale Italia del Dopoguerra), poi con ripetuti digiuni, infine imbavagliandosi in televisione, perfino bevendo in pubblico la propria urina o legandosi con catene. Insomma, da buon attore (istrione, dicevano gli avversari) fece ricorso a qualunque espediente teatrale, pur di avere una citazione in tv o sui giornali e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema che di volta in volta gli stava a cuore. Far sapere era per lui più importante ancora del fare o del sapere.
      L’azione era sempre quella da strada, "sul fatto" concreto, mai ideologica o puramente teorica. Perché libero lo è stato, sì, ma soprattutto dalle ideologie e perfino dall'obbligo della coerenza, attingendo come più gli conveniva – direbbe un politologo – ora al liberalismo, ora al socialismo (eredità del liberal-socialismo di Calogero e del Partito d'Azione: non per caso introdusse l'appellativo di "compagno" per i militanti), ora all'anarchismo; e sempre sorprendendo i suoi stessi "adepti", soggiogati, come i suoi avversari, dal suo innegabile fascino carismatico e dalla capacità di prevedere le mosse degli avversari.      
      Da super-esperto della politica italiana, memoria di ferro e conoscitore di tutti i cavilli, curioso di tutto e amico di tutti, nonostante la sua posizione radicale era stimato anche dagli avversari, ai quali era capace di dare consigli. Il che gli ha permesso di essere per oltre quarant'anni al centro della scena politica; ma anche di passar sopra disinvoltamente sui suoi tanti errori politici, senza ammettere mai di essersi sbagliato. L'unica scusa pubblica fu quella alla famiglia del presidente della Repubblica Giovanni Leone, ingiustamente sospettato e indotto alle dimissioni per una campagna di stampa fatta propria dall'Espresso. In compenso, fu lui a far eleggere il presidente Oscar Luigi Scalfaro che non fu certo un modello di laicismo.
      La sua vera e unica "ideologia" – hanno sostenuto ex radicali pentiti – più che il radicalismo (corrente di sinistra del liberalismo rappresentata nel Parlamento italiano già a fine Ottocento) è stata il "pannellismo", una forma personalizzata d'inguaribile narcisismo, che ha fatto le veci di un'inesistente vera e coerente politica laica, che avrebbe preteso – ecco lo scoglio insormontabile per il suo carattere – accordi con altri partiti, col rischio di dover condividere il potere con altri.
      Grande politico? La politica non è (soltanto) enunciare la propria tesi come verità, la propria verità, ma è confronto con gli avversari, e anche costruzione di maggioranze, dialogo, mediazione, compromesso. E allora lui non fu affatto un buon politico, anzi fu negato. Del resto, chiunque può inventarsi con poche parole un obiettivo o un programma, anche il più liberale, umanitario e affascinante del Mondo. Ma se non tiene conto degli altri, cioè degli avversari, delle forze in campo, e soprattutto dei mezzi per realizzarlo, se insomma  non predispone le alleanze, non è né un grande politico né un idealista, è solo un visionario mitomane, quello che gli avversari definiscono un prepotente isolato. Solo lui, a sentirlo parlare, aveva in tasca la Verità. Solo lui era progressista, laico, liberale, liberista, socialista, anarchico ecc. Gli altri, tutti gli altri, erano sempre o corrotti o ignoranti, o ingenui o inadeguati, o conservatori o reazionari. Fu dunque un utopista dotato di una visione assolutistica di stampo quasi religioso.
      Imponeva i temi di forza, a sorpresa, a freddo, dalla sera alla mattina, mettendo improvvisamente grandi partiti e opinione pubblica di fronte al fatto compiuto, senza che già esistesse il minimo interesse o dibattito nel Paese. O si faceva esattamente come aveva deciso lui, spesso senza neanche mettere a parte i compagni radicali, o avrebbe fatto da solo, con i suoi cento militanti. Quello che oggi fanno o minacciano di fare i Cinque Stelle. E regolarmente perdeva. Pensiamo alle raffiche di decine di referendum degli anni Ottanta, chiaramente proposti non per essere indetti veramente ma per mettere in difficoltà i partiti. Pensiamo alll'annoso e multidisciplinare problema delle carceri tirato fuori dal cappello a cilindro in piena crisi economica, quando la gente pensava a ben altri problemi. Le rare volte, invece, che costruiva con pazienza e mediazioni (divorzio, aborto, obiezione di coscienza militare), coinvolgendo l'intero Paese e aspettando che il tema maturasse nel pubblico, vinse.
      Perciò, gli si addice più della banale definizione di uomo “politico” (eppure politico fu, anzi il più astuto, il più machiavellico di tutti, quando sedeva in Parlamento), la figura insolita del missionario che s'è messo in testa di convertire tutti, il profeta, il maestro di vita, il guru indiano che dà l'esempio ai discepoli della propria setta religiosa e testimonia il Verbo con la propria personalità, il proprio carattere, il proprio corpo, la propria stessa vita. Una doppiezza sempre incombente e mai risolta, che ha dato al suo carisma una valenza in qualche modo "religiosa". Religiosità che si è acuita negli anni con una drastica caduta delle campagne anti-clericali e una curiosa attenzione alla Chiesa (dalla campagna per la "fame nel Mondo" proposta al Papa alla rubrica sulla Chiesa e il Vaticano condotta su Radio Radicale da un vaticanista). Attenzione ricambiata. 
      Diviso sempre in due: metà uomo d’azione, metà divulgatore di una sua esclusiva visione del mondo, una propria interpretazione dei valori essenziali dell’uomo, una particolare forma di “saggezza” anticonformistica fondata su un non comune, originalissimo sincretismo: da Gandhi, Capitini e i Riformatori protestanti moralisti e intransigenti (per il versante etico, “spirituale” e non-violento), fino a Ernesto Rossi, Bertrand Russell e Mario Pannunzio (per il versante laicista più razionale, liberale e anti-autoritario).
      Gli ultimi decenni, però, lo hanno visto accentuare sempre più i propri vizi caratteriali all'origine del suo populismo carismatico e ripiegare ancor più su se stesso, al di là dell'apparente vitalismo verbale (ma con la parola sempre meno sicura), in una sorta di strano cupio dissolvi, una curiosa volontà autodistruttiva. Basandosi ormai solo sul carisma personale e l'emotività suscitata, trascinandosi di contraddizione in contraddizione, da un errore politico all'altro (dalla presentazione delle liste col Partito Comunista all'alleanza con Craxi e poi con Berlusconi), non si rendeva conto di essere in pesante contraddizione col suo definirsi liberale e cultore di Benedetto Croce.
      Al contrario di un luogo comune molto radicato, lui che ha sempre parlato con disprezzo dei liberali contemporanei pensando ai signorotti fainéants del Sud («Si alzano tardi al mattino», insomma sono indolenti e senza iniziativa, diceva), ha cominciato a essere dipinto male anche da una parte dei liberali, oltre che da comunisti e democristiani. «Da anni Pannella non è nemmeno radicale, tanto meno liberale», ha scritto un noto esponente liberale di Firenze che in genere pesa le parole. «Da anni si è ridotto alla reclamizzazione di se stesso, in un ossessivo egocentrismo ed egoismo politico. Anzi, impolitico» (v. commento all’articolo su Liberali Italiani, link in alto).
      Quel che è certo, comunque, è che non avremo mai più, tanto meno tra i populisti di oggi, tutti uomini mediocri e incolti, un “intelletto politico” a tempo pieno, eppure così impolitico, un uomo di così grande personalità eppure così "sprecato" nelle piccole questioni, così inutilmente capace di rischiare di persona, così coraggioso perfino fisicamente, così disinteressato al Potere di Governo, ma così interessato al contro-potere di interdizione, così bastian contrario, così imprevedibile e anticipatore, così eccentrico e colto, così sfaccettato e, sia pure a modo suo, cioè discutibilmente, così grande “educatore” o diseducatore, visto che molti suoi allievi fuoriusciti dai Radicali hanno fatto pessime scelte in politica.
      Umano, insomma, troppo umano, nel bene e nel male. La sua ricchissima personalità, era così piena di luci e ombre, pregi e difetti, che ricordare entrambi credo sia il servizio migliore alla sua, questo sì, indiscutibile, intelligenza.

(1). I diritti naturali riguardano gli uomini in quanto tali, come esseri umani (diritto alla vita e all’integrità personale, diritto di libertà personale e di movimento, diritto al nome ecc.) e sono ovviamente assoluti, cioè non riguardano l’organizzazione sociale. Insomma, si può essere liberi e garantiti in quanto uomini, ma non poter votare o scrivere senza censura, per  esempio. Sono i più importanti, i primi a essere stati riconosciuti.
I diritti civili sono, invece, quelli di cui godono gli uomini in quanto parte della comunità organizzata, cioè come cittadini di uno Stato (libertà di pensiero, di parola e di stampa, libertà di associazione, diritto di voto attivo e passivo ecc.). Sono diritti relativi, ovvero in relazione agli altri, e sono stati gli ultimi a essere stati riconosciuti. Presuppongono i diritti naturali fondamentali: chi può votare o scrivere senza censura ha riconosciuti a maggior ragione i diritti naturali fondamentali.

AGGIORNATO IL 14 AGOSTO 2016

25 febbraio, 2016

 

Benedetto Croce. Il 150.o del filosofo della storia e della libertà, che ci educò alla passione civile.


LA PRENDERÀ CON FILOSOFIA. Quasi sotto silenzio l'importante ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Benedetto Croce, storico, critico, filosofo, ministro, costituente, politico, intellettuale di grandissima erudizione e forte personalità che ha insegnato agli Italiani ad avere dignità di popolo, ad amare e rispettare le Libertà, la Storia, i concetti, a maturare una grande passione civile, e così ha formato l’intera classe dirigente democratica prima e dopo il Fascismo. Tanto da essere onorato e ricordato – fino a quando le idee avevano ancora importanza – da tutti, dai liberali ai comunisti.

Perfino chi polemizzava con lui riconosceva il suo alto magistero morale e intellettuale. Nelle carte dell’azionista e repubblicano Ugo La Malfa – che si riteneva più “progressista” di Croce, non calcolando di essere solo un politico mentre Croce era soprattutto un pensatore – è stato trovato un appunto del 1943 per un articolo sul giornale “Italia Libera” che svela questo curioso rapporto dialettico, anzi, questo riconosciuto carisma: « A Benedetto Croce le giovani generazioni antifasciste devono moltissimo: la serietà della loro vita morale, le tenacia dei propositi, l’interesse profondo per le vicende storiche, l’idea della libertà come liberazione... Benedetto Croce è considerato spirito conservatore. Noi non sappiamo dirlo, sebbene abbiamo conosciuto e conosceremo ancora i suoi anatemi e le sue scomuniche. Sappiamo solo che molte coscienze rivoluzionarie, compresi gli uomini del Partito d’Azione e forse i reprobi dell’estrema sinistra, devono alla meditazione delle sue opere la forza di molti loro convincimenti. Sommersa in tante sventure, l’Italia non ha che questo suo grande figlio da offrire all’ammirazione del mondo ».

Ai tempi di Croce non c’era la televisione, grande livellatrice di valori ed elevatrice di tanti “mediocri brillanti”, né internet, e i giornali con la loro “terza pagina” (invenzione italiana: il massimo, allora, della divulgazione per chi non poteva permettersi libri difficili o riviste culturali) erano più colti e seri; perciò è facile confrontare gli effimeri successi di notorietà di oggi presso una massa indifferenziata, disinformata e volubile di utenti passivi di notizie (fama che non durerà certo 150 anni...), con quelli di ieri presso una minoranza colta e consapevole, fondati sui problemi, sui concetti, sulle idee, sulla lettura meditata, sul dibattito intellettuale. Così, per avere qualche notizia sulle misere iniziative per il 150.o crociano dobbiamo andare alle cerimonie a Napoli e a Pescasseroli, dove nacque il 25 febbraio 1866, e a due piccoli convegni a Torino e Firenze.

In più, figuriamoci, il solito bruttissimo francobollo che offende più che la memoria del teorico di filosofia estetica, soprattutto i soliti incompetenti tecnici del Ministero, da sempre morbosamente affascinati dal Brutto (e perciò da noi definiti "cacofili"), che hanno scelto un bozzetto che qualunque grafico con studi serali e diplomato per corrispondenza avrebbe fatto più bello.
Anti-crociani all’osso? Ma no, peggio, trasandati e senza nessun ideale del Bello, autore del bozzetto e giuria sono andati a prendere l’unica fotografia esistente in cui Croce ha la faccia da ebete, poi l’hanno stravolta graficamente e alla fine virata in giallino. E le sfumature verdastre e la bava rossa alla bocca? Per fortuna le hanno dimenticate?...Per il mercato numismatico la Zecca ha coniato una moneta celebrativa in argento (peso 18 grammi, diametro 32 mm), artisticamente mediocre e dalla grafica confusa.

Insomma, si fa di più per gente di modesto calibro, se non illustri sconosciuti. Troppo poco, per il 150.o genetliaco d’un intellettuale che ha cambiato la storia del pensiero in Italia e che ha costituito la forma e la sostanza stessa della cultura italiana del Novecento, e non solo.

AGGIORNATO IL 27 FEBBRAIO 2016

15 febbraio, 2016

 

Gobetti. L’utopia adolescenziale del critico più acuto e severo degli eterni mali degli Italiani.

Novant’anni fa moriva il più giovane, originale, misconosciuto, discusso, sconcertante intellettuale e animatore culturale italiano. Il torinese Piero Gobetti era nato nel 1901, e calcolando gli anni dall’adolescenza alla sua morte (1926), deve aver avuto non più di otto-nove anni di vita intellettualmente utile per un pensiero critico maturo e attivo. Eppure, in quel breve spazio di tempo conobbe tutti, da tutti fu stimato, fece di tutto e tutto capì. Una figura sicuramente geniale che ricorda un poco un altro giovane di genio, forse ancor più strabiliante per doti intellettuali: Leone Ginzburg.
       Amico di Einaudi, Croce, perfino Prezzolini, molto vicino a Salvemini e alla sua “Unità”, Gobetti scrisse però, sia pure come critico, anche sull' “Ordine Nuovo” di Gramsci, e anzi gli sembrò d'intravvedere – per quel poco che poteva capire dalle notizie dei giornali d'allora – tracce di liberalismo perfino nella rivoluzione dei Soviet in Russia. Il che non gli è stato perdonato da qualcuno. Fu precoce e sicuro - spesso troppo sicuro di sé - critico della politica, della storia contemporanea, del costume, perfino del teatro (Einaudi, che ha pubblicato tutte le sue opere, ha riunito in un grosso volume anche le sue recensioni teatrali), a riprova del nostro modesto aforisma secondo il quale «critici si nasce, e poiché l’intelligenza tutto pervade, se si è veri critici si è critici di tutto». Durissimo oppositore del nascente Fascismo, correttamente individuato non come colpa del solo Mussolini, ma come malattia quasi endemica degli Italiani, morì a Parigi dove si era rifugiato in seguito all'aggressione dei fascisti. Le sue spoglie sono al cimitero Père Lachaise.
       La figura e la biografia di Piero Gobetti non è di quelle che si possono dire a cuor leggero: ogni passo nasconde insidie e contraddizioni, paradossi e incertezze, ingenuità e facili, repentini entusiasmi. Ultra-risorgimentale, fu però il maggior diffusore del mito del Risorgimento come "occasione mancata", se non addirittura "rivoluzione tradita", convinto che una vera Rivoluzione Liberale fosse tutta ancora da fare. Con Cavour e Croce, fu paradossalmente uno dei tre liberali italiani più ammirati dai comunisti colti, a partire da Gramsci e Togliatti (forse perché non lo avevano letto tutto e bene). Fatto sta che fino a tutti gli anni 50 piacque molto meno ai liberali di casa nostra (che diventati conservatori non potevano perdonargli di aver attaccato duramente Giolitti e il giolittismo, anch’esso definito un ricorrente “vizio nazionale”) che ai comunisti italici. Era ricordato, perciò, solo dall’Unità (l’altra, quella del PCI). Del resto metà degli intellettuali comunisti fino al 1950 fu crociana (senza alcuna colpa di Croce, ben inteso). Vero è anche che, sia in vita che dopo, il modo di pensare e porre i problemi di questo giovanissimo idealista carismatico sprigionava una tale attrazione da sedurre anche gli avversari. Perciò gli amici potevano a poco a poco prenderne le distanze, i nemici tendevano a diventarne amici.  
       Che cosa resta di lui? Il saggio La Rivoluzione Liberale, le annate delle sue riviste (Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti) a cui collaboravano affermati intellettuali adulti, che trattavano questo ragazzo come un loro pari, alcuni addirittura come un giovanissimo maestro. Ma soprattutto il giudizio aspro sulla classe dirigente italiana, che neanche il grande Risorgimento (fatta salva la figura, unica, di Cavour) era riuscito a cambiare (anzi, formare) davvero. E poi il coraggio. La politica come pedagogia sociale, educazione. E soprattutto l'intuizione che la libertà non esiste senza lotta, senza dialettica, senza contraddizione, che cioè non si acquisisce e non si mette in salvo una volta per tutte. In questo era come Einaudi, Croce e Cavour.
       E per il resto? A essere severi con lui, come lui era severo con gli altri, almeno l'esempio di un forte senso critico, di una enorme passione, di una grande maniacale intransigenza morale, di un grande giovanile entusiasmo, di un grande insegnamento. Ad ogni modo, questa sua fortuna trasversale e contraddittoria, oltre che della sua intelligentissima ed entusiastica ingenuità adolescenziale, è una conferma ulteriore del carattere utopico e visionario del suo pensiero. Per questo i migliori di noi, liberali o no, sono stati tutti "gobettiani" a vent'anni.
     
IMMAGINE. Piero Gobetti in un celebre disegno di Felice Casorati (part.)

AGGIORNATO IL 15 APRILE 2016

12 febbraio, 2016

 

Basta col ricordo del Concordato, la sconfitta più grave (e senza la minima speranza di riscossa).

Ora che è passata la giornata dell'11 febbraio, possiamo dirlo: abbiamo volutamente evitato di ricordare la ricorrenza nefasta del 1929. Speravamo che passasse sotto silenzio, per non fare ancora una volta una deprimente pubblicità alla nostra maggiore e più irreparabile sconfitta civile e morale di cittadini italiani, e soprattutto cittadini liberali. Ma vedo che alcuni amici sono caduti nel tranello della data e l'hanno celebrata. Perché? Che cosa intendono fare di questa stucchevole e masochistica rievocazione?

Siamo convinti ormai che il male fatto con i Patti Lateranensi e il Trattato con la Santa Sede da Mussolini e dal Fascismo (non fu certo colpa della Chiesa: un'occasione del genere – un dittatore, figura ad essa familiare, che le offre dei privilegi – poteva forse rifiutarla?) sia così grave che non abbia rimedi né a breve né a medio termine. E a lungo termine siamo tutti morti. Anche il rinnovo nel 1984, per responsabilità del governo Craxi (un altro socialista), è stato vergognoso, tanto più che nel Paese, ormai democratico, serpeggiava un notevole risentimento laicista.

La Chiesa, grazie al Concordato, ha rialzato la cresta, è tornata alla sua secolare arroganza, e fingendo di essere una “associazione privata” qualunque, anziché un Potere parallelo e antagonista allo Stato, approfittando del prestigio pseudo-spirituale presso una larga parte del popolo (nel frattempo regredito e istupidito da Fascismo e clericalismo politico) dice la sua e risponde su tutto, e non solo su comunione, confessione o estrema unzione, influenzando e dirigendo i parlamentari incolti e senza personalità, o i furbi atei opportunisti. Con la differenza rispetto ai tempi del Papa Re che oggi ha acquistato – grazie alle tecnologie moderne e alla società di massa che se ne nutre passivamente – un nuovo privilegio che moltiplica i vantaggi del poter parlare su tutto: l’essere sicura che le sue parole saranno diffuse e amplificate ogni giorno da giornali e televisioni di Destra, Centro e Sinistra. Un circuito perverso e potentissimo che spesso rende la parola della Chiesa il primo e più comprensibile messaggio su ogni argomento.

Ma, poiché – come ripeteva Ernesto Rossi – la proprietà e i soldi sono tutto per la Chiesa Cattolica, nonostante il suo ipocrita “pauperismo”, è soprattutto ai suoi beni ritrovati ed estesi che dobbiamo guardare. Col Concordato di Mussolini e Craxi la Chiesa ha prima riavuto e poi conservato tutte le proprietà che le erano state confiscate dai Liberali (a Roma perfino il bellissimo palazzo rinascimentale della Cancelleria: ogni volta che lo guardiamo ci piange il cuore). Perché confiscate? Per un inutile e crudele odio verso la Chiesa? No, anzi, tanti famosissimi capi liberali erano cattolici. Ma perché – solo in Italia – il Risorgimento è stato combattuto, e duramente, anche contro la Chiesa, che contravvenendo alla sua stessa storia e dottrina si era voluta fare Stato – qui, in Italia – e come Stato della Chiesa aizzava perfino vescovi e preti a disobbedire alle leggi; e perciò ha visto il suo momento culminante, altamente simbolico, nella battaglia di Porta Pia, a Roma, col cattolicissimo generale Cadorna a capo delle truppe italiane che bombardarono le mura Aureliane del Papa! Una partecipazione, quella dei liberali cattolici, allora per niente moderati, due volte moralmente eroica, se consideriamo che moltissimi liberali duri erano cattolici osservanti. Ecco perché nessun’altra rivoluzione liberale al Mondo ha avuto questo vistoso e drammatico epilogo anti-Chiesa.

Così, grazie a Mussolini, la Chiesa non solo accettò i milioni (di allora) delle Guarentigie troppo generosamente concessi dai Governi liberali (un errore) e sdegnosamente non accettati fino al 1929, ma imparò subito a moltiplicare questi insperati capitali, fino al capolavoro della “tassa” quasi obbligatoria dell’8 per mille a favore della Chiesa (che frutta circa un miliardo di euro all'anno!), altro capolavoro del governo Craxi (1985). Così la Chiesa ora spadroneggia più di prima tra ospedali, case di cura per lunga degenza, conventi che sono finti alberghi e appartamenti ad uso civile, banche e speculazioni finanziarie varie.

Sul piano della comunicazione, fondamentale per una religione fondata sulla parola e la seduzione attraverso di essa (la “predica”, il Catechismo, il libro del Vangelo ecc), la Chiesa si è assicurata varie e potenti casse di risonanza, avendo l’abitudine di infiltrare, fin dai primi anni Cinquanta, i suoi uomini in radio, televisione, agenzie giornalistiche e giornali. Si noti che senza questa comunicazione quotidiana, la sua influenza quasi sparirebbe, perché contrariamente a un luogo comune è fondata sulla sensibilità della gente, non sui segreti accordi coi politici.

Ecco perché la colonizzata televisione, clericale anche quando ha uomini di Sinistra, trasmette ogni giorno con grande rilievo, spesso in prima posizione, notizie sul Papa e il Vaticano. Un caso unico al Mondo. E nessuno protesta. Anzi, alle nostre recriminazioni i clericali, anche progressisti, rispondono: ma in Italia, solo in Italia, abbiamo il Vaticano in casa. Certo, ma in Italia, solo in Italia, abbiamo anche avuto un Risorgimento “contro” il Papa! E quindi l’argomentazione della territorialità non dovrebbe valere nulla, ormai, come infatti nessuno parla mai dello Stato di San Marino, molto più grande dello Stato della Città del Vaticano. Allora è solo questione di religione “prevalente” degli Italiani? Gravissimo.

Fatto sta che c'è la corsa a chi appare più clericale a Destra, al Centro e a Sinistra. Perfino i rari pseudo Liberali-Radicali non intendono sollevare il problema in modo drastico come sarebbe ormai necessario. Sono finiti e sarebbero controproducenti i i tempi del moderatismo estremo in materia Stato-Chiesa: lo abbiamo già e troppo a lungo provato, e non ha funzionato.

Perciò, oggi dovremmo ritornare in tutto e per tutto alla situazione Stato-Chiesa del primo Novecento, cioè prima del Concordato. Sarebbe l’unica soluzione, drastica ed efficace, anche se traumatica. Ma non esiste nessuna possibilità politica di farlo. Ci vorrebbe una denuncia unilaterale, seguita da una modifica costituzionale, di per sé lunga. Vorremmo proprio vedere se le Grandi Potenze, a cui certamente si appellerebbe il Vaticano come fece papa Pio IX, non capirebbero che per noi Italiani questo accordo umiliante fatto dal Fascismo è insopportabile, è una palla al piede perfino economica, e condiziona il nostro sviluppo etico, politico, civile ed economico. Le Nazioni Unite deciderebbero sanzioni economiche? Francia e Austria, di nuovo, invierebbero eserciti? Intanto la Gran Bretagna approverebbe.

Quel che è certo, è che dovremmo fare qualcosa di grande, di deciso e di estremo. Senza alcuna mediazione diplomatica. Misure leggere e accomodanti – lo abbiamo visto – sono inutili, oltreché impossibili.
Non parliamo poi del popolaccio che abbiamo oggi: non c’è la possibilità di alcun affidamento. È vero che vuol sapere tutto (tv, web ecc), ma è una fame vuota di particolari e segreti che sa di ricerca del pettegolezzo, non di partecipazione e condivisione di responsabilità e decisioni. L’ignoranza è macroscopica e generale. I cittadini, perfino molto laureati, non hanno idee, non leggono, non sono minimamente versati nelle cose storiche-politiche-giuridiche-psicologiche-economiche di cui si nutre la Cosa Pubblica, e quindi non capisce niente di Governi e Società. Però vuol dire comunque la sua, intromettendosi dappertutto in modo inutile. Pessima idea è stata far sapere a queste persone incolte che cosa effettivamente si dice in Parlamento (le “dirette” inventate dalla radio dei Radicali, che non si pongono mai il problema delle conseguenze dei propri atti). E una delle più gravi conseguenze dell’invenzione radicale è di avere degradato il messaggio politico: ora tutti i parlamentari non discutono alla Camera e al Senato in modo costruttivo, ma per fare propaganda esterna, per distinguersi con slogan e parole d’ordine, estremismo e frasi a effetto, tutti mezzucci ridicoli se pensiamo che sono diretti ai loro colleghi – così sperano di convincere i loro avversari? – ma comprensibili se pensiamo che in realtà sono diretti al largo pubblico fuori dell’aula. Siamo al comizio permanente e al populismo più becero (v. talk show).
Perciò cittadini e movimenti politici hanno ormai “idee ricevute” e pregiudizi così madornali che sono irrecuperabili. Lega Nord, Destra, Cinque Stelle, perfino una parte del PD, Sinistra estrema: non c'è un gruppo politico che si salvi. Neanche Liberali, Radicali e Repubblicani esistono più. E quando esistono come sigle sbagliano per debolezza di idee e mediocrità di uomini. I Cittadini elettori, poi, sono paradossalmente peggiori di quelli del 1929, quando c’era la dittatura, in quanto a cultura e spirito critico individuale. E se non si ribellarono nel '29 al clerico-fascismo, figuriamoci se prenderebbero parte oggi a una specie di rivoluzione laicista. impensabile.

Il Risorgimento, unico nostro evento glorioso e vincente in vari secoli, fu per gran parte architettato e ordito in segreto da una minoranza che sapeva leggere e scrivere e poteva votare. Altrimenti, in mano alle masse di oggi non avrebbe mai vinto. Oggi purtroppo si sa subito tutto e ovunque, e già via web si formerebbero comitati a favore del Vaticano. Senza contare che l’intera classe dirigente è stabilmente filo-cattolica da generazioni. E abbiamo un capo di Stato e un capo di Governo entrambi ex-DC. E i cattolici sono già infiltrati abilmente in tutti i gangli vitali del Potere. Insomma, diciamolo, non c’è più niente da fare. E sarà così per decenni. Anzi, siamo in contro-tendenza, perché la contemporanea pressione dell'Islam terroristico che prende di mira obiettivi cristiani ci obbliga a difendere la Chiesa, addirittura, e quindi gioca a nostro sfavore. A meno di un rivolgimento insperato, una sorta di miracolo laico, del tutto improbabile.

Insomma non parliamo più del Concordato, non celebriamolo ogni 11 febbraio come se fosse una vittoria (mentre il 20 settembre 1870 passa quasi sotto silenzio). Dimentichiamolo, per favore. Continuare a parlarne serve solo a deprimerci ancor più. E l'Italia è oggi un Paese depresso, all'opposto dei tempi del Risorgimento. Oltretutto, continuare a lamentarsi in tono querulo per le parole che dice un cardinale o un vescovo offende il buonsenso e la ragione, se poi non cerchiamo più utilmente di costringere televisione e giornali a fargli da amplificatore. Preti e vescovi sono presenti in molte trasmissioni di intrattenimento per anziani e casalinghe: è lì che si forma il consenso popolare.

Usiamo la tattica del silenzio, per noi e per loro. Se alla Chiesa togli l’audio, la uccidi come Potere temporale dotato di enorme influenza psicologica sui semplici e ignoranti. Ipocrita sparlare ogni giorno del Concordato e del Potere ecclesiastico e non contrastarlo dove la sua sensibilità è più viva, come diceva Ernesto Rossi, cioè sui soldi. Per esempio non dovremmo spendere più un euro per i Giubilei e gli eventi del Papa, dovremmo vietare i pullman turistici nel Centro di Roma, vietare anche che centinaia di conventi e case generalizie si trasformino in alberghi esentasse e pure con prezzi relativamente alti. E se questi conventi sono vuoti, requisirli per ragioni di pubblica utilità sociale: lo facevano anche i super-liberisti liberali del Piemonte, ben superiori ai finti liberali nostrani. Dovremmo anche eliminare le immagini religiose nei luoghi pubblici, che possono influenzare l’educazione dei giovani in senso confessionale e fanatico, eliminare i cappellani militari, far pagare le tasse integralmente alle chiese anche quando sono solo luoghi di culto: perché vanno privilegiate le religioni?

In quanto al Concordato, basta col ricordare sempre le sconfitte. Anche perché per quel poco che ha di laicista, cioè di separazione e rispetto tra Stato e Chiesa, non viene rispettato. L'ultimo caso: il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, proprio l'11 febbraio si permette di dire "come" si dovrebbe votare in Parlamento italiano! Strafottenza, arroganza senza pari: con un Cavour capo di Governo ci sarebbe stato il ritiro dell'ambasciatore italiano presso la Santa Sede e le dimissioni del capo della CEI come conditio sine qua per riaprire i rapporti diplomatici. Ma oggi, con lo Stato in mano ai chierichetti cattolici di Destra, Centro e Sinistra, e con un popolino male educato da quasi un secolo, le reazioni sono deboli e inefficaci. I non-liberali hanno preso la Democrazia come "il Regime senza spina dorsale", l'ideologia della debolezza, della furbizia, del sotterfugio e dell'inganno. E allora, a che serve, questo Concordato tutto scritto o interpretato a vantaggio della Chiesa? Eliminiamolo. O almeno, dimentichiamolo, visto che non riusciamo a fare neanche la più banale riforma laicista.

AGGIORNATO IL 13 FEBBRAIO 2016

10 febbraio, 2016

 

“Matrimonio” (o “unione civile”) o no: il curioso paradosso dei Conservatori e dei Liberali.

Da liberale, e perciò riformatore e progressista, mi sono battuto sempre per rafforzare gli anelli più deboli della catena anche se non mi riguardavano, non i più forti. Quindi, p.es., per la libertà di divorzio e di aborto. Mentre non ho speso una parola in favore del matrimonio, che vive di una forza sua e che è stranamento difeso, e pure troppo, da chi non lo può usare e neanche lo trova nei suoi Libri Sacri, come la Chiesa Cattolica (il che fa trapelare inconfessabili morbosi complessi). Matrimonio che ho sempre visto come una struttura recitativa, oppressiva e formalistica all’interno della quale da sempre si nascondono le peggiori ipocrisie e violenze, e che per le sue dinamiche (altro che “fondamento etico della società”, ma che ne sa la Chiesa? A meno che non ammetta che il suo Dio eponimo, il pretesi Joshua il Nazareo, cioè il ribelle, non fosse sposato) ha assomigliato in passato e talvolta ancor oggi a un prosaico contratto di compravendita, quando non a una forma di prostituzione istituzionalizzata.

Mi meraviglia e incuriosisce da sempre, perciò, che categorie che si ritengono moderne come gli omosessuali impegnati nella società si siano incaponiti a utilizzare un istituto così conservatore. Ma, contenti loro, a un liberale spetta solo un dovere, questo sì, morale: assecondare i desideri di qualsiasi minoranza  che fornendo prove e documenti si ritiene discriminata o che vuole nuovi diritti compatibili col Diritto e la Costituzione. Per un liberale è obbligatorio. Altro comportamento un liberale non può avere.

Ora nell’articolo su "LibereLaiche" della coraggiosa Tiziana Ficacci, anche lei laicista e anticonformista in tutto, viene ripreso un intero articolo del blog di Francesco Costa (che non conosco), di cui mi ha colpito in particolare un capoverso che è sulla linea del mio ragionamento e contiene una paradossale presa di posizione del Capo di Governo inglese, Cameron, conservatore:
“I conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore”. 
Ma se Cameron fosse stato un ultra-conservatore cattolico, del genere di quelli ipocriti che oggi si oppongono in Italia a ogni modifica del concetto di matrimonio collegando abusivamente l'etica civile con una presunta integerrima ed esclusiva "morale cattolica", avrebbe parlato diversamente. Dopo le parole chiare e severe del filosofo Galimberti che aveva fatto notare la "prepotenza dei cattolici", il giornalista Augias rispondendo in un programma televisivo alla domanda del conduttore Floris ha fatto notare che, anzi, se è per questo, la tradizione cristiana dovrebbe essere apertissima, visto come il Vangelo fa nascere Gesù: da una donna incinta fuori dal matrimonio (Maria), con un padre adottivo (Giuseppe), essendo quello vero sconosciuto e comunque esterno (il cosiddetto Spirito Santo). Insomma, al confronto del matrimonio allargato, libero e problematico del fondatore del Cristianesimo, ogni attuale proposta di legge su un matrimonio diverso è "acqua fresca"!

Se si cerca in questo blog (e nella Newsletter che esisteva fino al 2006) nel motore interno di ricerca alle parole “matrimonio gay” o simili, si trovano almeno quattro articoli interessanti (di cui tre brillanti: scorrere la Newsletter) di tanto tempo fa, come questo e questo ancora, poi la protesta di una lesbica liberale con la relativa risposta (la data è errata: ma importa poco) e un articolo precedente sul blog.

AGGIORNATO L'11 FEBBRAIO 2016

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