29 luglio, 2015

 

Radicali. La parabola di Pannella santo, genio e padre-padrone: da anticipatore ad anacronistico.

Tranquilli, amici Radicali, che se siete rimasti lì vuol dire che tanto forniti di liberale spirito critico non dovete essere (ma piuttosto, oh quanto, attratti dalla figura irrazionale del kàrisma, che però, scusate, è il classico sentimento che porta a Destra, un po' meno a Sinistra e men che meno al Liberalismo): Pannella e Bonino non hanno davvero "litigato", come fa comodo credere ai giornalisti per farci un articolo..

O meglio, è storia vecchia: si sa com’è e quanto è solo il padre-padrone Marco, che vuole tutto, subito e sempre dai suoi adepti, anima e copo. Il Demiurgo diabolico che fa e disfa i suoi personaggi, e non ammette che una volta creati diventino indipendenti. «L’ho creata io, lei deve tutto a me», va dipetendo il vegliardo come in una tragicommedia del Seicento. La Bonino, che chiaramente non ne può più delle mattane pannelliane da anni, cerca di contenersi in una reazione interiore di buonsenso piemontese e pragmatico dopo l’ennesima sparata finto-autoritaria e molto pubblicitaria di Marco. Ma Marco, no, tranquilli, non ha “litigato” o “espulso” nessuno: questo è il suo abituale modo di vivere i rapporti interpersonali: io, io, io, e (forse) gli altri.

Ma emotivo, no. Tutto quello che fa ha un fine pratico immediato. Machiavelli è solo una casalinga furbetta e intrigante al confronto. Stalin rispetto a lui è solo un pigro dilettante che si prende parecchi giorni di vacanza in dacia e dubita che davvero "tutto è Politica" e "Politica è vita", come invece crede Marco. Per la Politica, o meglio per la sua "immagine" esteriore, si è denudato, legato con catene, imbavagliato, ha bevuto orina, ha usato se tesso, ha infierito sul proprio corpo (fortissimo), pur di apparire, di far parlare di sé, e quindi - l'Etat c'est moi - anche dei "suoi" Radicali e delle loro battaglie sempre in contro-tempo, sempre inopportune, cioè fuori del dibattito del momento, ma non perché poco importanti, solo perché intellettualistiche, decise a tavolino nel chiuso di quattro mura senza contatti con l'esterno.

E’ vero, verissimo, che ad uno ad uno divora i suoi figli, geloso e invidioso come Kronos. Così è stato per tutte le teste pensanti che dopo anni di utile "amicizia" e collaborazione intensa ha poi accusato dei peggiori vizi, in stile Unione Sovietica. "Prima li usa e poi li lascia", dicono gli oppositori storici. Ma è vero anche il reciproco: molti, o perché ambiziosi o perché affascinati dal mito Pannella, prima collaborano intensamente, fino a punte di fanatismo, poi quando aprono gli occhi o acquistano personalità lo abbandonano. Anzi ci si meravigliava che solo la Bonino fosse durata così tanto, unica tra i pochissimi Radicali che la pensano con la propria testa. Ma questo era dovuto alle sue lunghe assenze e al grande favore popolare di cui gode Emma, a differenza di Marco. Fosse stata sempre tra i piedi, a via di Torre Argentina, col suo caratterino, con la sua personalità ormai rafforzata (quanto diversa dall’ingenua ragazzina ventenne che si presentò tra i Radicali mandata da Adele Faccio), sarebbe stata cacciata vent’anni fa.

Il fatto è, scontro di caratteri a parte, che non solo le ideologie, ma anche le grandi idee, fondamentali per i Radicali veri e originari (Pannunzio, Calogero, Rossi, Carandini ecc.) sono viste come fumo negli occhi da Pannella, che le ha sempre mescolate e quindi contraddette e annullate. Ricordate la tiritera degli anni Settanta "laici, liberali, liberisti, socialisti, libertari" ecc.? Mancava solo “fascisti” e “comunisti”, come dire tutto e il suo contrario, cioè filosoficamente niente. Anzi, forse una definizione vera sì: anarchici.
Liberale? Suvvia. Pannella ha sempre preso in giro i Liberali, ritenuti aristocratici o borghesi viziati che fanno salotto e "si alzano tardi al mattino", visti cioè secondo un classico stereotipo da provincia meridionale. Lui invece ne pensa una delle sue anche a Natale o a ferragosto, dalla mattina alla sera, e forse pure durante il sonno. Tra "Pensiero e Azione", ormai è chiaro, preferisce la seconda. Ma che tipo di azione? La provocazione.

Perciò i seri Radicali fondatori lo abbandonarono giudicandolo un curioso goliardo provocatore, sia pure di genio e con una strana intransigenza cristiana, sì cristianissima (la propria azione, la propria vita, proposta quasi come “esempio”), di chi sa di avere in sé la "Verità". Già, è stato allievo – dice – del religiosissimo cattolico vegetariano Aldo Capitini. Altro che Pannunzio. Insomma, i laici, laicissimi primi Radicali, provenienti dal Partito Liberale e dal Partito d’Azione, preferivano la razionalità e lo spirito critico, anche auto-critico, alla “testimonianza” di tipo evangelico. E avevano già capito che l’instancabile Pierino di Teramo, come Boris Vian, era uno che ironizza, satireggia, distrugge, ma mai costruisce.
Quello che conta per Pannella è infatti non l'essere, ma il muoversi, il movimentismo esasperato, l'agitazione giorno per giorno, il no al Potere qualunque sia questo Potere (preti o laici, liberali o comunisti pari sono). Insomma un anarchismo individualistico "di uno solo" (avrebbe detto Sorel) che razionalizza problemi caratteriali gravi attraverso una prassi agitatoria.

Ecco perché iniziative, scioperi della fame, disobbedienze civili e litigi teatrali coram populo sono inventati nei tanti momenti di crisi. Tutto e il suo contrario, pur di far parlare di sé i giornali e la tv. Unica vera preoccupazione.

E invece, quello che serviva all'Italia, un grande unico soggetto Liberale vero, con una guida posata, affidabile, di grande cultura, ricca di idee in continuità con la grande tradizione del Risorgimento italiano e con la liberal-democrazia europea, ma politicamente sensata e capace di attrarre ed egemonizzare, non di dividere, non c’è stato, e proprio per colpa di Pannella, che continua a definirsi “liberale”. Eppure sarebbe stato il terzo o secondo Partito italiano e avrebbe cambiato completamente la Storia italiana contemporanea. Ma quella botte poteva dare solo quel vino aspro e spumeggiante, “di pronta beva”, non un Barbera o Montepulciano.

Certo, non si può imputare al "cavallo pazzo" Pannella di non aver fatto quello che i Liberali non sono riusciti a fare, ma poiché ha sempre dato a intendere di essere "liberale" e di parlare e agire a nome dei liberali, il suo movimento ha offerto ai giovani e alla classe politica, entrambi ignoranti di Liberalismo, un esempio fuorviante, antagonista, casinista e anarcoide che ha "bruciato" ogni residua velleità liberale. La gente ora sa che è molto "liberale" per ottenere qualcosa non affidarsi al dibattito delle idee o agli scontri-incontri in Parlamento, ma fare una manifestazione in strada, indire un referendum, minacciare un digiuno della sete. Ma anche il "ricatto delle persone oneste", come sono indubbiamente i Radicali, anche la non-violenza alla Gandhi, la violenza buona dei Santi (e strani Santi aggressivi a volte appaiono), anche il ricorso continuo degli anni passati alla democrazia diretta, sono pur sempre scorciatoie che collidono col sistema formale e sostanziale della liberal-democrazia parlamentare.

Per i Liberali, insomma, il pannellismo, variabile personalistica e imprevedibile del Radicalismo dignitoso di Pannunzio, è stato motivo di invidia (per la continua esposizione mediatica) ma anche di critica. Pannella è stato buon esempio (divorzio e aborto), ma più spesso cattivo esempio: metodi politici, certe votazioni in Parlamento, certe scelte machiavelliche come l'appoggio strumentale a Berlusconi, l'essere intestatario individuale di una lista politica - non più Partito Radicale, ma Lista Pannella - e di Radio Radicale, e infine la presenza ossessiva, autoritaria, sugli altri radicali. E se è vero che la gente è stata spinta a identificare i Radicali con i Liberali, tutti questi errori di Pannella sono stati diseducativi, perché per decenni hanno gettato una luce ambigua e falsa sui metodi stessi del far politica liberale. E poi è anche cattiva pubblicità per l'Italia, in cui c'è un vuoto di Liberalismo: se questo, cioè la più grande dottrina politica, l'unica vincente al Mondo, che governa immensi Stati e le più grandi democrazie d'Occidente, riduce chi lo pratica (malamente e in modo solo provocatorio) a restare in quattro gatti che accumulano sconfitte su sconfitte, il "movimentismo eroico" di Pannella finisce per gettare discredito sui Liberali italiani.

Perfino le idee degli anni Settanta sono stata accantonate. Laicismo e anticlericalismo vivono una vita grama in un gruppetto marginale sul web (Anticlericali.it), sommersi dall’innamoramento folle per i Papi, prima Giovanni Paolo II, ora Francesco, sempre per via della visibilità e dell’esibizionismo mediatico. L’ecologia, l’anti-caccia e la difesa dell’ambiente ormai solo lontani ricordi.

E così l’ultra-decennale decandenza di Pannella trascina nel gorgo il suo movimento, sempre sparuto e sull’orlo della chiusura (un topos abituale della propaganda radicale), sia perché più controllabile dall’Eroe Eponimo, che dico, dal Santo fondatore e martire, sia perché i giovani non amano i gruppi autoritari, né sono attratti da temi così impopolari e in contro-tendenza. Alcuni esempi? In tempi di diffusa sensibilità popolare alla micro-criminalità, alle droghe adolescenziali del sabato sera che provocano anche la morte, agli immigrati clandestini e alla pericolosità dell’Islam terrorista, che cosa preme di più e urgentemente ai Radicali? La condizione dei carcerati, la droga liberalizzata, i diritti non dei pensionati ma degli immigrati e la Turchia in Europa!

Insomma, un Ufficio Stampa un po' troppo fantasioso, che fino a ieri ha creato eventi sempre eccessivi e in contro-fase rispetto al dibattico politico, culturale e sociale nella classe dirigente e nell’opinione pubblica, e soprattutto alle vere urgenze dell’Italia, che perciò divide anziché unire, che provoca quando tutto è calmo, che mette gli uni contro gli altri, che non costruisce mai nulla, ma inventa ogni giorno eventi esagerati, non solo non è bastato, ma ha allontanato per sempre la rinascita dei Liberali, riconsegnando così di fatto il Paese alle due chiese di finta-Destra e finta-Sinistra, che anche loro ormai, come Marco senza ideologie né idee, perse nella routine quotidiana.

Dei Radicali, un tempo così essenziali alla vita dello Stato laico, non sembra esserci più bisogno. Non sono solo pochissimi, ma quel che è peggio assenti dal dibattito politico, e per loro colpa: vogliono – niente di meno – esser loro ad imporre ai partiti più grandi i temi di discussione, non seguirli. Perciò sono diventati da molti anni ininfluenti, perciò si sono ridotti a essere mestamente auto-referenziali, come mostrano le registrazioni d’archivio coi discorsi del Leader Maximo dei ruggenti anni Settanta a Radio Radicale. Triste parabola, quella di Marco e dei suoi adepti, da anticipatori ad anacronistici.

[Sul tema si vedano anche i nostri articoli precedenti, tra cui un ritratto di qualche anno fa su "Liberali Italiani" e un articolo sull'interpretazione pietistica e cristiana che Pannella fa del presunto liberal-socialismo 
su "Salon Voltaire".

AGGIORNATO IL 30 LUGLIO 2015, 11:37 h

10 giugno, 2015

 

Se perfino il Papa non crede alla Madonna di Medjugorje. Fede, affari e credulità popolare.

Grande ironia sulle apparizioni a orario fisso (7 giorni lavorativi su 7, straordinari compresi, con pranzo al sacco e ferie escluse) dell’impiegata stakanovista soprannominata “madonna di Medjugorije” da parte dello scettico papa Francesco I (e di questo passo, chissà se ce ne sarà mai un secondo). E il Sant'Uffizio  gli ha dato pure ragione: "Non c'è nulla di sovrannaturale" nelle pretese apparizioni; anzi ai fedeli è vietato partecipare alle "estasi" delle veggenti.

Ma, benedett’uomo d’un Bergoglio,  detto tra noi, sei il Papa, una controfigura di Cinecittà o un Anti-Papa? Comunque, un po' di coerenza critica, che diavolo! Capisco che da uomini di cultura voi ecclesiastici di Santa Romana Chiesa preferite la rarità, l’àpax legòmenon (lett. citato solo una volta), anzi l’unicità del miracolo, alle apparizioni quotidiane “on demand” o prenotate. Ormai si era arrivati al punto, riferivano i giornali, che delle “facilitatrici” o mediatrici assicuravano per un poco modesto obolo il colloquio diretto con la Madonna ogni pomeriggio, su appuntamento. Neanche fosse la jolie fille d’una “maison particulière” ai bei tempi in cui Berta filava.

Perché, caro Santo Padre, o credi a tutte le sciocchezze sottoculturali o a nessuna. Non puoi scegliere fior da fiore, discriminando tra Fede seria e Fede poco seria. Suvvia. La Fede è così, o ce l’hai o non ce l’hai. Ed è tipica, l’hai detto tu, dei poveri di spirito. Che nel Mondo sono, per fortuna tua e sfortuna mia, la stragrande maggioranza. Adesso non puoi pretendere, dopo che la tua Ditta se li è allevati da 2000 anni così scemi e ruspanti, che abbiano tutti un QI di 110.

E poi un po’ di geo-socio-politica, ragazzo mio! Come a Lourdes e a Fatima, a Napoli (San Gennaro), a San Giovanni Rotondo (Padre Pio) e in centinaia di altri analoghi luoghi miracolosi di esasperata "devozione popolare", come la chiamate voi, o di suggestione morbosa, superstizione, speculazione truffaldina, come diciamo noi, ci troviamo anche stavolta in zone a economia depressa o a vocazione agricola. In questo caso, per di più, nell’ex-Jugoslavia. Cerca di capirli quei semplicioni un po’ burini e di provincia che dopo la caduta della Religione Rossa al di là della Cortina di Ferro hanno cercato in tutti i modi, finiti i miraggi del Piani Quinquennali sempre smentiti, di crearsi una Religione Bianca (la stessa di prima, con divise e berretti altrettanto imponenti, con le stesse auto nere, ma senza le bandiere rosse) con altri miraggi, anche questi sempre regolarmente smentiti. 

Non dirmi che si tratta di un’alternativa di mercato, una sorta di “concorrenza” low coast del turismo religioso dell’Europa orientale alle lucrative Lourdes e Fatima! Allora il Papa difenderebbe una posizione di monopolio, come ha suggerito scherzando un amico, non so se più cinico o più ateo?

Pensi giustamente che ci sono molti poveri ingenui che si dissanguano per andare in pellegrinaggio a Medjugorje? E allora? Ci sono altrettanti ricchi e furbi che con quello che accade o non accade in quella località si rimpinguano le tasche (mentre tu ceni sui tavoli di fòrmica di Santa Marta!). Quindi il conto si pareggia, anzi va decisamente in attivo.

Piuttosto (questo lo sai solo tu), chi comanda a Medjugorje? E che tu sappia ha la tonaca bianca, nera o rossa?

Insomma, ho capito: vuoi resuscitare la Ragione. L’ateo Croce, bontà sua, riconosceva, è vero, alla Chiesa il Lògos, come eredità del mondo latino e della filosofia occidentale, quindi come minimo il disegno d'una certa razionalità. Per la quale perfino noi non-credenti o Occidentali di altre religioni paradossalmente “non possiamo non dirci Cristiani”. Ma Croce era anche un grande titolista. Infatti, attenzione, c'è un piccolo particolare nel suo ragionamento, anzi una fondamentale conseguenza, che lo annulla. Una volta arrivati ad abbracciare il Logos, per antonomasia Principio Supremo ordinatore di tutte le cose, a che serve un Dio? A nulla. E già. Strano, ma questa conclusione acrobatica del furbissimo filosofo abruzzese non la deduce nessuno dei superficiali religionari o clericali che si limitano a leggere con ingenuo compiacimento il solo titolo crociano senza afferrarne il trabocchetto incorporato. 

Perciò tu, ora, Santo Padre, non mi fare all’improvviso il razionalista e l’ateo “a tema”, cioè “a macchie di leopardo”. Perché la credulità popolare, essendo l’intelligenza una e indivisibile, riguarda o tutto o niente, o è o non è. E se davvero lo spirito critico fa capolino nella Chiesa, se davvero dite che il Logos vi governa (e non solo nei libri di teologia o filosofia), insomma se ora vi mettete a condannare una leggenda popolare, una superstizione volgare (più volgare del sangue di san Gennaro, della Santa Sindone o del prepuzio di N. S. Gesù Cristo?), poi mi dovete condannare per coerenza anche tutte le altre, numerose, più insidiose e alla lunga forse più dannose leggende. A cominciare dalla nascita dell’Uomo-Dio da una vergine, fino alla Resurrezione da una tomba. Vi conviene? Non so.

E infine, se mi diventi “diversamente credente” tu, tu che sei altruista e devi metterti anche nei nostri panni, noi illuministi, razionalisti, miscredenti, agnostici, atei ecc. con chi ce la pigliamo?

AGGIORNATO IL 30 GIUGNO 2015

10 maggio, 2015

 

Gran Bretagna fuori? Ce ne faremo una ragione: sùbito la Federazione Europea. Con chi ci sta.

Europe whitout Britain.(obliquo) Le elezioni del 7 maggio 2015 nel Regno Unito confermano al governo il leader conservatore David Cameron. I rapporti fra le istituzioni dell'Unione Europea ed il Primo Ministro britannico sono collaudati: così come, tra alti e bassi, hanno convissuto finora, è probabile che troveranno soluzioni e modi per continuare a convivere.

Lo stesso Cameron, però, ha preso l'impegno di promuovere, entro il 2017, un Referendum popolare per verificare se il popolo del Regno Unito voglia, o meno, continuare a far parte dell'Unione Europea. Questo Referendum servirà a fare chiarezza; sarà, quindi, utile anche agli europei del Continente.

Proprio in un momento di difficoltà occorre guardare oltre le attuali, non esaltanti, vicende dell'Unione Europea. Proviamo a riflettere sull'ideale della Federazione Europea. Servirebbero, in primo luogo, una Costituzione della Federazione, approvata dalla maggioranza della popolazione di ciascuno Stato che intende federarsi, e immediatamente dopo un Presidente federale, eletto a suffragio universale diretto dalla popolazione di tutti gli Stati federati. La circostanza che il Regno Unito rientri, o meno, nella prospettiva della Federazione Europea ha grande rilevanza nel determinare quelle che potrebbero essere le concrete caratteristiche giuridiche, politiche, culturali, della Federazione medesima.

Consideriamo, in linea di ipotesi, cosa succederebbe se il Regno Unito decidesse di separarsi. Non ci sarebbero traumi, perché sarebbe interesse comune mantenere un'area comune di libero scambio commerciale in Europa. E' probabile, tuttavia, che alcuni fra gli attuali Stati Membri dell'Unione, forse anche alcuni fra quelli che hanno adottato l'euro come moneta, sarebbero indotti a cambiare parere circa l'opportunità di mantenere la loro adesione, non tanto all'Unione così come è stata finora, quanto ad un ben più impegnativo ordinamento federale.

Per quanto mi riguarda, come italiano che conserva amore e rispetto nei confronti della Patria italiana (come comunità di lingua, storia, memorie, tradizioni culturali) sarebbe possibile accettare fino in fondo la scelta della Federazione Europea soltanto a condizione che, oltre all'Italia, facessero parte integrante di questa almeno i seguenti Stati: Francia, Germania, Spagna ed Austria. Questo è il nucleo minimo, indispensabile, perché nasca una nuova realtà istituzionale effettivamente plurale, che non mortifichi e non rinneghi le peculiarità degli Stati Membri, ma consideri la varietà fattore di arricchimento spirituale e di vivacità, da cui tutti possono trarre giovamento.

Nel nucleo minimo includo pure l'Austria, che per secoli è stata sede dell'Impero, sotto la dinastia degli Asburgo, e la cui storia è strettamente intrecciata a quella dell'Italia, non meno di quanto siano intrecciate le storie della Spagna e della Francia. Dalle dominazioni e dalle guerre, alla cooperazione pacifica, all'integrazione economica ed istituzionale: in questo percorso virtuoso si coglie il valore esemplare della Federazione Europea, che rappresenterebbe una svolta positiva della Storia.

Pensare ad un nucleo minimo, non significa voler escludere alcuno; laddove, invece, ogni ulteriore Stato che intendesse federarsi aggiungerebbe valore all'insieme. Penso, in particolare, al Portogallo, al Belgio, alla Slovenia, alla Slovacchia; penso, soprattutto, ai Paesi Bassi, in cui nacque Erasmo da Rotterdam (1469-1536), una delle migliori espressioni di quella cultura umanistica e di quello spirito di tolleranza che vorremmo fossero elementi caratterizzanti la fisionomia europea.

Dal punto di vista della costruzione dell'ordinamento, la Federazione Europea sarebbe infinitamente più complessa di quanto non sia stato il precedente storico degli Stati Uniti d'America. Basti pensare che la Federazione sarebbe una "repubblica", nel significato classico del termine derivato dal latino "res publica", cosa pubblica. Alcuni suoi Stati Membri, tuttavia, continuerebbero a restare monarchie; si pensi, ad esempio, alle Case regnanti della Spagna, del Belgio, dei Paesi Bassi. In Europa c'è un precedente relativamente recente di un ordinamento federale includente Stati membri che conservavano un proprio Re: si pensi al secondo Reich tedesco, la cui Costituzione fu emanata il 16 aprile 1871. Il quel caso, al vertice dell'ordinamento federale, con il titolo di imperatore (Kaiser), c'era il Re di Prussia, ma alcuni Stati della Federazione, come ad esempio la Baviera, conservavano le proprie dinastie regnanti.

Non c'è problema giuridico che non possa avere soluzione quando c'è la volontà politica di risolverlo e quando lo si affronta con buon senso.

Fermo restando il sincero sentimento di affetto che una parte considerevole della popolazione del Regno Unito nutre nei confronti della propria dinastia regnante, non sta certamente qui la pietra d'inciampo nei rapporti con l'Unione Europea. Inghilterra, Scozia ed Irlanda sono parte costitutiva, fondante, dell'Europa in quanto comunità spirituale ed ideale. Tale assunto non può essere messo in discussione da alcuno. Gli inglesi, tuttavia, si sentono degli europei atipici, degli europei "speciali", per almeno tre motivi: 1) hanno memoria del loro recente Impero globale, che tuttora comporta intense relazioni con gli Stati del Commonwealth, dall'Australia alla Nuova Zelanda, dal Canada al Sud Africa, senza dimenticare India e Pakistan; 2) vantano un rapporto di alleanza molto stretto con gli Stati Uniti d'America, potenza della quale condividono praticamente in toto gli indirizzi di politica estera; 3) hanno una storica diffidenza nei confronti della Germania, che considerano naturale leader dell'Europa continentale. I tre motivi sommati fanno sì che gli inglesi siano molto freddi nei confronti di un'Europa sempre più integrata. Preferiscono tenere un piede dentro ed un piede fuori. Godere dei vantaggi e delle opportunità che l'Unione Europea, quale finora è stata, offre al Regno Unito; boicottare dall'interno tutte le politiche orientate nel senso della Federazione Europea. L'Europa come area di libero scambio, per loro basta ed avanza.

Le recenti elezioni del 7 maggio hanno richiamato l'attenzione degli organi di informazione sulla Scozia: grazie alla legge elettorale basata su collegi uninominali a turno unico, il Partito nazionalista scozzese (SNP) ha conquistato 56 dei 59 collegi istituiti nel territorio scozzese. La legge elettorale esalta chi è meglio piazzato nella concentrazione territoriale del voto. In ciascun collegio prevale il candidato che ha avuto anche solo un voto in più dei concorrenti; così il SNP ha ottenuto 56 seggi, a fronte di poco più di un milione e quattrocentomila voti ottenuti. Per fare una comparazione, il Partito indipendentista (antieuropeo) di Nigel Farage (UKIP), ha conquistato 3 milioni 800 mila voti, ma, essendo questi distribuiti in tutto il territorio del Regno, ha ottenuto soltanto un seggio in Parlamento. Gli scozzesi non rappresentano, però, un problema per l'Unione Europea. Mediamente, sono molto più europeisti degli inglesi.

C'è invece da interrogarsi su quanto il sentimento di appartenenza all'Europa possa albergare in una città quale Londra, che ha caratteristiche irripetibili. Secondo le più recenti statistiche, Londra ha già raggiunto la popolazione di 8 milioni 600 mila abitanti (il massimo storico) e si prevede sia in crescita. E' una città multirazziale e multiculturale; in cui non ci sono soltanto persone provenienti da altri Paesi europei, ma anche tante persone le cui famiglie sono originarie dalle ex colonie dell'Impero britannico. Quanti trascorrono un breve periodo a Londra, per turismo, per studio, o per inserirsi nel mondo del lavoro, avvertono subito che questa grande città, così diversificata e composita, è tenuta insieme da due fattori. Il primo è la rete integrata dei trasporti. Chi arriva in città si abitua subito ad usare l'Oyster, una carta che si ricarica come la Postepay. Tutte le linee della metropolitana, le linee della rete ferroviaria di superficie che collega il centro urbano ai sobborghi, tutti gli autobus, hanno uno stesso dispositivo che può leggere, con un semplice tocco, l'Oyster o altre consimili carte di abbonamento utilizzate dai residenti. Ad ogni rilevazione, viene diminuito l'ammontare di denaro della carta, in relazione al percorso effettuato. Tutto molto semplice ed efficiente. Le reti di trasporto sono per lo più di proprietà di privati; ma gli utenti hanno a che fare con un sistema unico di "Transport for London". L'efficienza del sistema è garanzia degli stessi profitti che i proprietari privati dei singoli tratti di rete possono ottenere. Tutti, quindi, fanno un lavoro di squadra ed il potere pubblico controlla che ogni cosa vada a buon fine. Siamo lontani anni luce dalla disgraziata realtà delle nostre amministrazioni locali; da noi se ci sono tre tipologie di trasporto (metropolitana, ferrovia di superficie, autobus), ci saranno tre diverse società di gestione, cosicché gli amministratori di designazione politica abbiano ciascuno il proprio orticello di potere, secondo una logica feudale.

Il secondo fattore che tiene unita Londra è, ovviamente, la lingua; ma non si tratta di un inglese "colto". So poco del sistema scolastico del Regno Unito, ma mi chiedo quante persone dei milioni che si muovono freneticamente a Londra abbiano una sia pure approssimativa conoscenza di Francesco Bacone e della regina Elisabetta la grande, di Locke e di Newton, di Shakespeare e di Charles Dickens, di Disraeli e di Gladstone, di John Maynard Keynes, di Winston Churchill, o di Bertrand Russell. In altri termini, Londra ospita persone con una chiara coscienza di sé quanto a fisionomia culturale, o è l'emblema della cosiddetta modernità, laddove gli esseri umani sono costitutivamente "senza radici", ossia sradicati? Perché mai uno sradicato dovrebbe tifare per la causa ideale della Federazione Europea?

Con riferimento a Londra, viene naturale evocare il titolo di un film dei fratelli Coen del 2007 "Non è un paese per vecchi" (No Country for Old Men). Si ha l'impressione che gli anziani non ci siano, se ne incontrano pochi. Forse se ne sono andati per vivere in altre città, più caratterizzate in senso inglese e più a dimensione d'uomo perché meno frenetiche. Gli anziani hanno memoria storica dei luoghi; anche la loro assenza è un sintomo del senso di sradicamento.

Tutto è nuovo, "deve" essere nuovo. Basta fare una passeggiata lungo il Tamigi, dalle parti del Tower Bridge, per vedere una serie di grattacieli che, con le loro forme strane, sembrano fatti apposta per sfidare le leggi della fisica. Si ha l'impressione che siano unicamente realizzati con vetro e cristallo: il che non induce certamente a pensare ad abitazioni per esseri umani, ma a sedi di uffici. Chi più conta sta più in alto, nell'esaltazione della concezione verticale del potere. Il paradiso delle corporate, ossia delle multinazionali, delle grandi banche e dell'alta finanza.

Il modello vincente è quello degli Stati Uniti d'America. Continuo a pensare che la nostra vecchia Europa sia altro e sia preferibile. Sono certo che proprio gli Stati Uniti siano la potenza più interessata a che non si realizzi mai una Federazione Europea. Immaginiamo soltanto come potrebbe essere una politica estera effettivamente decisa a Bruxelles e non più a Washington. Qualche esempio. La Francia ha sempre avuto grande interesse nei confronti dell'Africa. Si pensi agli intensi rapporti non soltanto con l'Algeria e la Tunisia, ma anche con tutti i Paesi della cosiddetta Africa Occidentale francese. La Germania ha sempre avuto un'attenzione particolare a costruire rapporti di buon vicinato e di cooperazione con la Russia. Francia, Spagna e non ultima l'Italia, hanno sempre cercato di mantenere buone relazioni con il mondo islamico complessivamente inteso. Anche nei tempi più cupi della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi, l'Italia è sempre stata guardata con sospetto dai settori più oltranzisti dell'Alleanza Atlantica, per la sua capacità di ritagliarsi una politica di amicizia con gli Arabi: dall'ENI di Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Giulio Andreotti, a Bettino Craxi, si coglie una linea di continuità.

E' la geografia, prima dell'ideologia, a determinare la politica estera. Se l'Europa fosse un soggetto politico, ossia se si arrivasse ad una Federazione Europea, potrebbe dare un grande contributo di equilibrio e di stabilizzazione nei rapporti internazionali. Il sovrappiù di ideali, tipicamente europeo, che possiamo ricondurre direttamente al pensiero di Immanuel Kant, ci porterebbe ad insistere sull'esigenza di accrescere la legalità nei rapporti internazionali. Il che significherebbe, in primo luogo, operare per riformare lo strumento a ciò deputato: l'Organizzazione delle Nazioni Unite. La riforma del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, intanto con l'allargamento del numero dei Membri permanenti, non è ulteriormente rinviabile.

In conclusione, la sfida che il Regno Unito ci lancia con la scelta del Referendum è seria, ma, lungi dal rappresentare l'ennesimo momento di mortificazione della prospettiva della Federazione Europea, può tradursi in un'occasione di rilancio. Una possibile buona parola d'ordine è: Federazione Europea subito, con coloro che ci stanno.
LIVIO GHERSI


05 marzo, 2015

 

Soleri, grande liberale, quando ancora i liberali servivano lo Stato per dovere e con passione.

Marcello Soleri Saranno presto 70 anni dalla morte di Marcello Soleri, figura eminente del liberalismo italiano, come rivela il secondo tomo del Dizionario del liberalismo edito da Rubbettino. Eppure persino in Piemonte il nome di Soleri appare del tutto ignorato. La stessa piccola via a lui intitolata a Torino, tra via Lagrange e via Gobetti, tangente all’hotel “Principi di Piemonte”, sta a dimostrare il poco interesse verso lo statista morto a Torino nel 1945, a pochi mesi dalla Liberazione. Curai una nuova edizione nel 2013 delle sue Memorie che Einaudi pubblicò nel 1949 ed erano divenute introvabili. Cercai di presentare il libro, ma riuscii soltanto a promuovere una presentazione nella Sala Rossa del Comune di Torino e alla Fondazione Einaudi a Roma. In Provincia di Cuneo la presenza di piccoli personaggi locali che confondono la storiografia con le scorribande pseudo-storiche, lo hanno di fatto impedito. C’è da augurarsi che il Piemonte non voglia ignorare quest’anno questo personaggio storico di grande rilievo di cui è bene rievocare la vita di statista e di patriota che non può essere contenuta in poche battute. (Pier Franco Quaglieni)

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UN BELL’AFFRESCO STORICO SUI GRANDI UOMINI CHE CERCARONO DI EVITARE LA CRISI DEL LIBERALISMO E DELL’ITALIA

Voleva far arrestare Mussolini dall’esercito, ma il Re
glielo impedì. Però, con Einaudi, riuscì a salvare la lira.

Marcello Soleri (foto giovanile 1920-21)Nato a Cuneo il 28 maggio 1882, avvocato, sindaco di Cuneo nel 1912-13, Marcello Soleri fu deputato dal 1913 al 1928. Volontario nella Grande Guerra, ferito e decorato di medaglia d’argento al Valor Militare, nominato sul campo capitano degli Alpini per meriti di guerra, fu tra i pochi deputati a partire per il fronte, pur essendo contrario all’ingresso dell’Italia in guerra, in quanto seguace di Giolitti. Nell’immediato dopoguerra sottosegretario alla Marina, commissario agli approvvigionamenti nel 1920-1921, ministro delle Finanze nel 1921-22 e ministro della Guerra nel 1922 durante i giorni della “marcia su Roma”. Oppositore nettissimo del fascismo (aveva predisposto un decreto per proclamare lo stato d’assedio della Capitale e fermare manu militari la presa del potere da parte di Mussolini, che il re Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare), combatté nelle aule parlamentari il nascente regime, rifiutando l’Aventino che finì di spianare la strada a Mussolini, malgrado il delitto Matteotti avesse sfregiato la sua figura politica e morale.

Decaduto da deputato nel 1928, tornò alla professione forense per vent’anni, mantenendo i contatti con l’antifascismo, in particolare con quello liberale, a partire dalla lunga frequentazione con Benedetto Croce che prediligeva il Piemonte per le sue vacanze. A Pollone, dove il filosofo trascorreva l’estate, Soleri era uno degli ospiti fissi, come dimostrano anche le fotografie un po’ narcisiste scattate da Franco Antonicelli che, pur giovane, voleva apparire nel gruppo raccolto attorno a Croce. Nel 1943, in un drammatico colloquio con il re Vittorio Emanuele III, cercò di sollecitare il Sovrano a un’iniziativa politica che salvasse l’Italia dalla tragedia della guerra perduta e da un regime ormai in sfacelo. Subito dopo il 25 luglio di quello stesso anno si pose al servizio del Paese, anche se dovette attendere la liberazione di Roma nel giugno del 1944 per entrare nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi nel delicatissimo dicastero del Tesoro che mantenne fino alla sua morte immatura, avvenuta il 23 luglio 1945, quando la sua politica stava salvando la lira, uscita distrutta dalla guerra, dai lunghi mesi della Rsi, sostenuta dai tedeschi, e dalla stessa occupazione-liberazione delle truppe Alleate. Morì a 62 anni, quando aveva appena ripreso un’attività politica di grande rilievo dopo la parentesi ventennale del regime fascista con cui non venne a nessun compromesso. La morte precoce stroncò una seconda volta la sua carriera politica in modo irrimediabile.

Si parlava negli anni ’44-45 della classe dirigente prefascista, delle sue responsabilità, dei suoi errori e delle sue debolezze nei confronti del fascismo e si ritenne da parte di molti di privilegiare gli esponenti dell’antifascismo, dell’esilio o della clandestinità, archiviando gli uomini che avevano governato in precedenza. Lo stesso Soleri si sentiva «il più giovane tra i vecchi e il più vecchio tra i giovani» in quanto la sua figura politica non poteva essere accomunata sic et simpliciter con il prefascismo, anche se la sua iniziale carriera politica avvenne all’ombra di Giovanni Giolitti di cui Soleri divenne il braccio destro, trascinando lo stesso vecchio statista a non cadere nella trappola dell’Aventino, ma a combattere l’ultima battaglia contro il fascismo ormai regime nell’aula di Montecitorio.

Oltre alla morte - proprio in un momento in cui avrebbe potuto dare un grande contributo alla ricostruzione del Paese - uno dei motivi per cui la sua figura è stata in qualche modo non adeguatamente considerata da parte della storiografia anche di orientamento liberale, è stato il fatto di essere accomunata in modo improvvido e storicamente sbagliato a Giolitti in quello che, non senza ragioni, venne definito il «giolittismo»: una pagina importante della storia italiana del Novecento, ma sicuramente non priva di errori e di disinvolture assai poco democratiche, come dimostrò Gaetano Salvemini che giunse a definire “ministro della malavita” l’uomo di Dronero. Un clamoroso errore si può cogliere, ad esempio, in uno dei maggiori storici che si sia dedicato al liberalismo, Antonio Cardini, quando giunge a scrivere di «destra di Bonomi e Soleri», ignorando a un tempo le origini socialiste del primo e l’impegno sociale e liberaldemocratico del secondo, aperto naturaliter a un rapporto con i socialisti riformisti. Nessuno ha invece rimarcato come Soleri si sia rivelato costantemente estraneo a quella spregiudicatezza ed anche a quel pragmatismo che dominarono l’età giolittiana fustigata forse troppo severamente dal giovane Gobetti non senza fondamento.

Questa è la vera chiave di lettura che, a 70 anni dalla morte, va adottata: Soleri va distinto dal giolittisimo originario. Il tentativo di occultarlo, considerandolo un giolittiano, è un grossolano errore storiografico, oltre che un tentativo goffo di sminuirne la statura politica. Soleri rivelò sempre una dirittura morale assoluta e coltivò una cultura di cui è manifestazione, ad esempio, la sua attività di giornalista a cui venne offerta, in un momento drammatico dell’Italia nel luglio 1943, la direzione del quotidiano La Stampa che rifiutò a favore di Filippo Burzio. Dopo l’8 settembre parlò al popolo torinese e agli operai davanti alla Cittadella, invitando alla resistenza contro i tedeschi. Dopo la caduta di Mussolini il vero leader del liberalismo italiano divenne naturaliter Marcello Soleri perché nessuno come lui aveva l’autorevolezza politica e la coerenza morale di vent’anni di opposizione al regime. Croce era ormai troppo anziano e Luigi Einaudi era conosciuto come tecnico dell’economia e non come uomo politico. In condizioni di tenere in mano il testimone del liberalismo politico italiano c’era solo Marcello Soleri. Va detto che molti liberali finirono per compromettersi con il regime fascista soprattutto negli anni che Renzo De Felice definì del «consenso». Soleri ebbe la dignità di tornare a fare l’avvocato – professione che aveva sospeso quand’era al governo, anche in questo caso dimostrando uno stile di vita ineccepibile – senza con ciò estraniarsi e chiudersi in un silenzio che avrebbe potuto significare tacito consenso al regime imperante.

Dopo il crollo del regime fascista, fu insieme a Croce tra gli autorevoli fondatori del nuovo partito liberale, anche se la sua presenza non è stata storicamente riconosciuta. L’oblìo nei confronti dello statista di Cuneo, più o meno inconsapevole, durò nel corso degli anni perché lo stesso partito liberale, se escludiamo qualche commemorazione di rito, quasi esclusivamente in Piemonte, non seppe (o non volle) appropriarsi dell’insegnamento politico e morale del Nostro. Un leader del partito liberale degli anni ’80 del secolo scorso, scrisse un bel «ritratto di famiglia del Piemonte liberale», limitandosi a Cavour, Giolitti ed Einaudi, trascurando Soleri, cui sarebbe spettato invece un posto di primissimo piano. Tutta la storia di Soleri e della sua stessa famiglia (il padre fu coraggiosamente socialista deamicisiano in momenti nei quali anche solo dichiararsi tali poteva costare il carcere) rivela un’attenzione al problema sociale e alla tutela del lavoro che resta una costante dell’opera di statista, senza mai guardare a Gobetti che nelle Memorie non viene mai citato. Nel contempo Soleri – osservò Manlio Brosio – «aveva il senso vivo della continuità necessaria all’idea liberale; […] si considerava volentieri come una figura che avesse legami col passato e con l’avvenire, e ne rappresentasse il collegamento». Continua ancora Brosio: «Egli ben sapeva che il liberalismo è tradizione storica ed è continuo rinnovamento, e che un partito che non si riallacciasse alle tradizioni del Risorgimento e del primo Novecento, e non cercasse di riallacciare i fili della continuità storica dopo il Ventennio fascista, non avrebbe avuto ragione autonoma di esistere». Ancora Brosio evidenzia «lo spirito profondamente democratico (di Soleri)» che «sentiva i principii liberali, ma li arricchiva continuamente di contenuto economico e di esigenze sociali».

Soleri muore prima che il nuovo Partito liberale, già drammaticamente frammentato in correnti, si riveli una delusione che avrà la prima, nefasta ricaduta sul numero di liberali eletti all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946. Il nuovo Partito liberale, se si eccettua una discreta presenza in Piemonte (pensiamo alle figure di Bruno Villabruna, del più giovane Brosio e dell’allora liberale Franco Antonicelli, presidente del CLN piemontese, destinato a scelte molto lontane da quelle originarie, di Vittorio Badini Confalonieri e di Gaetano Zini Lamberti), si radicò soprattutto nel Sud e divenne una costellazione di vecchie clientele che impedirono di fatto la creazione di un partito idoneo ad affrontare il dopoguerra. La guida morale del partito da parte di Benedetto Croce, malgrado l’altissimo prestigio dell’uomo, non fu sufficiente a creare una classe dirigente liberale idonea: pensiamo che i più stretti collaboratori di Croce, da Guido de Ruggiero ad Adolfo Omodeo e persino alcuni dei suoi strettissimi famigliari, presero la tessera del Partito d’azione, anziché quella del partito presieduto dal filosofo. Chi avrebbe potuto esercitare il ruolo di autentico leader liberale sarebbe stato unicamente Soleri, se la sorte glielo avesse consentito. Luigi Einaudi, già senatore del Regno, divenuto governatore della Banca d’Italia con Soleri ministro del Tesoro, per la sua figura di studioso e di tecnico, più che di politico, poteva contribuire alla diffusione dell’idea liberale con i suoi scritti, ma certamente mancava del carisma politico necessario per guidare un partito che navigava nelle acque difficili del dopo-guerra nelle quali emergevano, con la pretesa di essere egemoni, i partiti di ispirazione marxista e di ispirazione cattolica.

Il Fascismo prima e la Resistenza poi avevano creato una cesura tra passato e presente che poteva apparire incolmabile, se è vero che Ferruccio Parri mise in dubbio, nel suo giacobinismo azionista piuttosto esasperato, persino l’esistenza della democrazia nell’età giolittiana che pure portò nel 1912 al suffragio universale maschile: una conquista illusoriamente realizzata forse per ampliare il consenso giolittiano con i modi sbrigativi dei famosi mazzieri più che per ampliare la base dello Stato elitario del Risorgimento. Il liberalismo appariva in parte compromesso con il fascismo, in parte legato a uomini che avevano fatto il loro tempo come Vittorio Emanuele Orlando ed in parte espresso da trenta-quarantenni, nessuno dei quali riuscì a compiere una carriera politica di rilievo nell’età repubblicana. Benedetto Croce scrisse nel 1948 al biellese Anton Dante Coda di questi quarantenni romani in modo molto severo: «In quel gruppetto romano c’è molto spirito di prepotenza, e di vanità personale e scarsa devozione al bene pubblico che richiede disciplina a sacrificio. Forse anche nessuno di essi ha senso politico né vigore di mente. Sono od ostinati o dilettanti…». Una volta lessi queste frasi ad Alda Croce a cui sono stato legato da forte amicizia ed Alda mi disse che Croce, parlando di «devozione al bene pubblico» spesso aveva in mente Soleri. È significativo che il Partito liberale, dopo segreterie fragili o fortemente oggetto di divisioni come quella di Roberto Lucifero, sia dovuto ricorrere ad un «esterno» come Giovanni Malagodi per ritrovare una relativa stabilità, anche se la sua segreteria portò ad una scissione interna come quella de Il Mondo.

L’eredità di Soleri, il quale dedicò l’ultimo anno di vita esclusivamente allo Stato, anzi direi alla Patria nel senso più alto dell’espressione, secondo l’esempio risorgimentale di Cavour, fu raccolta da Luigi Einaudi che continuò in modo eccezionale il lavoro impostato dallo statista con cui aveva collaborato e di cui era conterraneo. Giuseppe Fassino, senatore liberale per molte legislature in rappresentanza della Provincia di Cuneo, ha sostenuto, forse non senza qualche ragione, che Soleri rappresentò anche un elemento di congiunzione tra Croce ed Einaudi divisi dalla nota polemica su liberalismo e liberismo economico. Scrive Luigi Einaudi nella prima prefazione alle Memorie di Soleri: «Erano, quelli del 1945, giorni paurosi per il tesoro italiano: con le entrate quasi nulle e le spese formidabili e crescenti ed incalzanti. Il lancio del primo prestito postbellico fu seguito grazie alla sua parola precisa (di Soleri, N.d.A.) resa avvincente da un fervido pathos patriottico, da un successo insperato. Chi lo udì invocare, bianco in volto e quasi morente, ma con la calda appassionata voce di sempre, il concorso di tutti per la salvezza del paese, ebbe netta la sensazione che quel discorso fosse l’ultimo messaggio agli italiani di un uomo probo, ansioso soltanto di servire la patria sino all’ultimo respiro». Per altri versi, Einaudi mise in evidenza il tono avvincente delle Memorie per la semplicità del dettato e per i frequenti riferimenti di bonarie ironiche osservazioni di uomini politici su se stessi e sui colleghi».

Nella storia ci sono dei cicli storici che si chiudono e altri che si aprono in modo inesorabile ed ogni guerra spesso determina degli sconvolgimenti capaci di modificare il suo corso. Forse il liberalismo italiano aveva il suo ciclo con l’età giolittiana: la guerra mondiale, prima ancora che il sistema proporzionale adottato nel 1919 e il fascismo, ne aveva determinato se non la fine, certo la profonda crisi. Per altri versi, storicamente, il liberalismo italiano era dilaniato da un’anima fortemente conservatrice (Salandra) ed una democratico- progressiva (Giolitti) che spesso contribuirono a determinare scossoni alla storia d’Italia rivelatisi sovente infelici. Ciò detto, va ribadito che l’unico uomo politico che avrebbe potuto ridare smalto al liberalismo italiano sarebbe stato il piemontese Soleri ma la classe dirigente liberale - che si è succeduta nei decenni fino alla liquidazione del Partito Liberale - si è rivelata sovente incapace di seguirne l’esempio, pur in una temperie politico-culturale profondamente cambiata. Va infine detto che Soleri rappresenta l’orgoglio del vecchio Piemonte, come afferma Luigi Einaudi nella citata prefazione, che affonda le sue radici nel Risorgimento. A suo modo, Soleri è stato uomo del Risorgimento ottocentesco anche come protagonista del nuovo Risorgimento dello Stato italiano dalle macerie fumanti di una guerra perduta.

I liberali piemontesi e successivamente i finti liberal-liberisti che hanno dilapidato la tradizione liberale confondendola con il berlusconismo e il clientelismo, hanno almeno avuto il pudore di non richiamare il nome di Soleri che, per contrasto, avrebbe rivelato tutta la loro pochezza intellettuale e politica. Hanno rivelato di non avere radici o, al massimo, hanno fatto riferimento a Giolitti. La figura di Soleri come servitore dello Stato va comunque decisamente oltre l’ambito dello stesso liberalismo perché egli seppe dedicarsi con passione all’interesse del Paese. L’ultimo suo discorso del 15 luglio 1945, a Milano, neppure dieci giorni prima di morire, si chiuse con «Viva l’Italia!». Era febbricitante, ma doveva lanciare il prestito che avrebbe salvato la lira e non esitò ad affrontare la prova con uno spirito di servizio davvero eccezionale.

Nel 1945 il patriottismo era una parola fuori posto perché logorata e consunta dalla retorica fascista, che aveva portato a morire nelle steppe russe e nei deserti africani la migliore gioventù italiana. In quei momenti si gridava solo a favore della propria parte politica in un clima arroventato in cui gli interessi dei partiti, annullati da vent’anni di dittatura, trovavano libero e non sempre positivo sfogo. Soleri poté invece chiudere il proprio discorso con un grido patriottico, lasciandoci come sua estrema eredità l’idea di sentirsi innanzitutto italiani, al di là e al disopra delle parti. Per poter ricostruire il Paese distrutto dalla guerra. Resta questo il suo più grande insegnamento che fa di lui non tanto un politico, ma uno statista degno di entrare nella migliore storia di questo Paese. L’Italia che continua a prediligere la faziosità, difficilmente può intendere la sua voce lontana. Come mi disse una volta lo storico socialista del Risorgimento Aldo Garosci, Soleri “è la voce di un’altra Italia, è l’espressione di un altro Piemonte che avuto esempi simili solo nell’800 risorgimentale”. Ci sarà chi vorrà ricordarlo? A partire da Cuneo e dai suoi alpini, di cui fu presidente nazionale?

PER FRANCO QUAGLIENI
storico, direttore del Centro Pannunzio di Torino
[L’originale è stato pubblicato da questo sito]

IMMAGINI. 1. Ritratto di Soleri dalla copertina di una edizione delle sue Memorie (rielaboraz. grafica di N.Valerio). 2. Fotografia di Soleri Commissario agli approvvigionamenti nel 1920 a 38 anni (rielaboraz. grafica di N.Valerio).

AGGIORNATO IL 6 MARZO 2015


18 gennaio, 2015

 

Fascismo. Vent’anni di corruzione dei gerarchi e di Mussolini. E Matteotti muore per il petrolio.

Messaggero Caduta Fascismo 1943Un luogo comune tipicamente italiano, durato fino alla fine degli anni 50, è che, sì, «il Fascismo è stata una dittatura, ha tolto la libertà agli Italiani; ma almeno era onesto!». Sulla “onestà personale” di Mussolini, poi, perfino molti antifascisti avrebbero messo la mano sul fuoco. Ebbene, è una sciocchezza.

Le dittature non sono meno corrotte, ma più corrotte delle democrazie. Per ovvi motivi: occupano tutti gli spazi politici e decisionali, non hanno controlli politici, finanziari e di mercato economico, favoriscono i monopoli, cadono nel favoritismo (“premiare i militanti”) e nel nepotismo ecc. Perché il Fascismo avrebbe dovuto fare eccezione? Anzi, come fenomeno italiano ha assommato in sé la patologia del totalitarismo (spesso interpretato in una scimmiottatura grottesca, da operetta) con i limiti delle vecchie classi dirigenti, mai state liberali tranne che nella parentesi del Risorgimento, se non addirittura coi difetti secolari, “genetici”, della popolazione della Penisola: la predisposizione alla raccomandazione, all’inosservanza delle regole, alla corruzione, al peculato. In questo senso, perciò, come ebbe a scrivere Piero Gobetti, il Fascismo è davvero lo specchio, anzi la «autobiografia della Nazione». Insomma, sia Croce (Fascismo come malattia o brusca interruzione), sia Gobetti (Fascismo come epilogo di antichi mali) hanno ragione.

Infatti, appena Mussolini prende il potere nel 1922, e ancor più dopo il 1925, quando il Fascismo si rafforza e s’impone definitivamente come regime totalitario, la corruzione dilaga e si scatena l’ingordigia dei gerarchi e del Duce stesso.

Lo rivela con ricchezza di documenti una ricerca condotta presso l’Archivio centrale dello Stato da storici di valore come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti e Lorenzo Santoro. Sono prove che inchiodano il Fascismo. Ora una interessante puntata del programma Rai-Tv (Rai-Tre) “La Grande Storia” (Fascismo: dossier, ricatti e tradimenti), di Enzo Antonio Cicchino (consulente storico: Giovanni Sabbatucci), introdotto e commentato da Paolo Mieli. La trasmissione dura oltre 100 minuti, ed è visibile qui. Sono così offerti finalmente al largo pubblico in una buona divulgazione alcune notizie tratte da saggi che ormai hanno una certa età, ma che finora erano consultati solo da studiosi, come quelli di Mauro Canali (Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997) e di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino (Il golpe inglese, Chiarelettere, 2011).

Inedita e molto interessante la parte che riguarda la corruzione diffusa nella classe dirigente fascista, a cominciare dai capi. Pochi ricordano che tra le rivelazioni annunciate dal deputato socialista Matteotti e che portarono al suo assassinio, quelle sugli scandali economici del Fascismo erano le più importanti. Ebbene, ora si è trovato che lo stesso Mussolini era al centro dell’affarismo sulla dismissione del materiale bellico: una lettera parla di una tranche di 250 mila lire consegnata a mano. Ma fu il petrolio a far morire Matteotti. Aveva scoperto che il Fascismo aveva concesso – gratis e senza tasse – alla Sinclair Oil, affiliata della Standard Oil, l’esclusiva per 90 anni di tutte le estrazioni in Italia. Un privilegio enorme e inspiegabile.

Da buon segugio, Matteotti fiuta il marcio. Si reca a Londra e dai compagni laburisti inglesi ottiene le prove, fornite dalla concorrente esclusa dalla gara, la BP. Un giornale inglese parla di una tangente di ben 30 milioni di lire (degli anni Venti!) consegnata ad Arnaldo, fratello di Mussolini, “affarista di famiglia” presente in tutte le operazioni, come lo definisce la ricerca degli storici trasmessa dalla Rai, e ad altri. Purtroppo, Matteotti, pedinato dall’Ovra fascista, commette l’errore di far capire che sa. E’ la sua condanna: sarà ucciso il 10 giugno 1924. Dopodiché, scomparso Matteotti, eliminata l’opposizione, decapitati e asserviti tutti i giornali, il Fascismo si presenterà con la falsa maschera di “regime onesto”, a cui crederanno i tanti italiani ingenui o ignoranti che si ritengono “fascisti perbene”. [Sul delitto Matteotti e le “mazzette del Duce” si veda anche questo articolo tratto dai saggi citati].

Così, per i gerarchi, capi e capetti, per il Duce stesso, il Fascismo diventa subito una gallina dalle uova d’oro. Accumulano così immense fortune. Primi tra tutti Farinacci, l’estremista più esaltato ma non certo il più onesto, e il potentissimo Costanzo Ciano. Si arricchiscono anche i gerarchi inviati in Africa: per loro era normale chiedere una percentuale del 10% su tutti i contratti e appalti, come denuncia una lettera d’un fornitore di Napoli

I gerarchi fascisti sono apparentemente liberi, senza alcun controllo ufficiale. In realtà sono occhiutamente spiati dalla Polizia, i cui informatori riferiscono tutto a chi di dovere, primo tra tutti il Duce, e tutto viene tradotto in minuziosi e burocratici documenti cartacei che vanno a riempire migliaia di faldoni, ancora largamente presenti nel nostro Archivio di Stato. 

Mussolini, con i propri e altrui scheletri nell’armadio, chiude tutti e due gli occhi sulle ruberie altrui, ma ansioso e insicuro com’è, continua a far sorvegliare e spiare i gerarchi, di cui conserva i dossier, per poterli all’occorrenza tenere in pugno e ricattare. Altro che unitario, il Fascismo è un covo di vipere! Il Regime – dice la scheda di presentazione della Rai – brulica di «dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, ricatti. Un ventennio di ricatti! Gerarca contro gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica. E Mussolini su tutto e su tutti fa spiare, controlla, punisce, muove le sue pedine».

Del resto, fin dalla vigilia della Marcia su Roma, ancor prima di prendere il potere, si era premunito di enormi finanziamenti. Alti esponenti delle banche e dell’industria che vanno a fargli visita lasciano sulla sua scrivania all’Avanti l’equivalente di molti milioni di euro, in cambio della promessa mussoliniana di leggi a loro favore una volta preso il potere.

Le ricerche hanno documentato anche versamenti di enormi somme di denaro presso la banca del Vaticano (Ior), in Brasile e perfino negli Stati Uniti, anche riconducibili a Mussolini, tre anni prima della dichiarazione di guerra (evidentemente improvvisata, se non aveva pensato alla fine che avrebbe fatto il suo cospicuo deposito ...).

E che ne è dei pochissimi gerarchi onesti? Alcuni addirittura protestano per le ruberie, e in tal caso scattano le dimissioni d’autorità, l’emarginazione, fino al confino, magari, per fare buon peso, con una bella accusa di “pederastia”. Mussolini e il Fascismo sono ossessionati dal sesso e dalle abitudini sessuali.

Infine, dopo il 1938, con la promulgazione delle famigerate leggi razziali, nuove insperate fonti di guadagno si aprono per i gerarchi, grazie alla spoliazione dei beni degli ebrei. Ai cittadini italiani (“ariani”) che denunciano – tra cui la stessa amante di Mussolini, Claretta Petacci – vanno cospicue percentuali dei beni ebraici. Per gli ebrei non anti-fascisti viene inventata una costosissima procedura di “arianizzazione” che tra tasse, mazzette ed esose parcelle degli avvocati, li spolpa vivi.

Una bella trasmissione, che si raccomanda, e che tutti dovrebbero vedere.

AGGIORNATO IL 18 GENNAIO 2015, 16.37h


14 gennaio, 2015

 

Presidente della Repubblica. Esperto, saggio e coraggioso, così deve essere per la Costituzione.

Giorgio NapolitanoGRAZIE, GIORGIO NAPOLITANO! Da liberale voglio ricordare quello che è stato di gran lunga, anche per signorilità, stile e correttezza, il miglior Presidente della Repubblica in Italia, insieme con Einaudi. Figura a cui, non per caso, Napolitano disse di volersi ispirare, pur provenendo dal Pci. Ma, ammettiamolo, neanche Einaudi, da Presidente, si trovò in simili contingenze. E per fortuna come Einaudi anche Napolitano era di quella bella generazione per cui i doveri vengono prima dei diritti, e il senso dello Stato, la difesa della Patria (parola che ogni farebbe sghignazzare i ragazzotti sottoculturali su internet ed eccitare solo i teppisti fascistelli) sono l’ultimo scopo della Politica.

E anche grazie a questo, forse, è stato un uomo – e un uomo politico – serio e onesto, di grande rigore e professionalità, grande conoscitore della dinamica Politica e delle Istituzioni, con molta esperienza personale in Italia e all’Estero, garante convinto dell’Unità d’Italia, europeista, arbitro neutrale e giusto, laicista deciso ma senza inutili esibizioni, tanto da essere molto stimato anche da due Papi, oltre che dai Capi di Stato e Governo degli Stati Uniti, Germania, Regno Unito e dell’Europa tutta.

Guy Verhofstadt, leader dei Liberali al Parlamento Europeo e buon conoscitore dell’Italia e della sua politica, ha scritto: «Grazie Napolitano! La ringrazio, Presidente, per il continuo impegno e sostegno ai principi europei in Italia: continuiamo a contare su di lei!»

Con saggezza e lungimiranza ha inciso sulla vita politica dell’Italia e dell’Europa. In momenti di grandi sfide ha reagito con avvedutezza trovando compromessi che hanno giovato al suo Paese e a quelli dei suoi partner» ha riconosciuto il Presidente tedesco Joachim Gauck, che lo ha ringraziato «per l’instancabile impegno a favore del disegno europeo e della comprensione tra Italia e Germania». E ancora: «Il presidente Giorgio Napolitano è un grand’uomo, un uomo di storia che ha stabilizzato l’Italia in momenti molto critici, e stabilizzando l’Italia ha stabilizzato anche l’Europa: non ha meriti semplicemente nazionali, ma anche europei» (Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo). Che così ha proseguito: «Un ricordo bellissimo che ho di Giorgio Napolitano è il processo della ratificazione della Costituzione Europea. È stato un cammino per lo stesso trattato di Lisbona, un momento che ho condiviso con lui. Un uomo di grande esperienza politica, e io stesso ho approfittato delle conoscenze che aveva all’epoca»

E perciò è stato anche ricco di idee, fantasia politica, cultura e carisma, lucidissimo e capace di esporre complessi concetti a braccio fino a quasi 90 anni, eroico nel volersi sobbarcare, per l'insistenza dei politici incapaci, un’ulteriore fatica in tarda età, quella della riconferma. Una circostanza eccezionale dovuta alla crisi politica, che si è ricomposta come annunciato dopo un anno, con le dimissioni per motivi di tarda età e stanchezza, alla fine del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea.

Ma sarebbe stato un Presidente qualunque se non avesse saputo rispondere con idee, fantasia e coraggio eccezionali ai momenti di grave crisi delle Istituzioni, quando un intero Parlamento neoeletto, frastornato, senza esperienza e senza idee, in disaccordo su tutto, non sapeva chi eleggere e che cosa fare.

Giorgio Napolitano negli anni 70 Lui, malfermo in salute, ormai stanchissimo, fu costretto ad accettare un nuovo mandato «perché c’era in gioco l’interesse nazionale, cioè qualcosa che per lui contava più di qualsiasi prezzo ci fosse da pagare» ha scritto Arrigo Levi che gli è stato vicino come amico e consigliere. Perché Napolitano appartiene «alla generazione che viene dall’antifascismo e si identifica in una concezione del dovere molto forte. Se si fosse sottratto a quella chiamata nel nome della Patria - e so di usare un’espressione fuorimoda e spesso carica di valenze retoriche - Napolitano avrebbe vissuto il proprio ritiro come una diserzione. Insomma, era indispensabile che rimanesse al suo posto per la salute della Repubblica. Per fortuna, con grande sacrificio, ha onorato l’impegno».

Per salvare l’Italia si inventò il governo «tecnico» di Mario Monti, poi le «larghe intese» di Enrico Letta e l’esecutivo «di scopo» (le riforme) di Matteo Renzi. Altro che «debordare dai propri limiti», come alcuni faziosi senza memoria hanno insinuato: tutti i Presidenti, e tanto più i grandi, nei periodi di crisi, «hanno colmato i vuoti della politica con scelte penetranti e incisive», ha detto Levi.

Napolitano ha così salvato anche all’Estero l’onore dell’Italia, compromesso non solo dalla crisi economica e finanziaria, ma da rappresentanti del Popolo dilettanti, velleitari e inadeguati come in poche altre volte nella nostra Storia.

Napolitano ha utilizzato al meglio, meglio di tutti i suoi predecessori, gli altissimi e ampi poteri che la bella Costituzione Italiana affida al Presidente (che solo gli ignoranti continuano a dire che devono limitarsi a quelli di mero arbitro e rappresentante dell’Unità nazionale): sciogliere il Parlamento, nominare in totale autonomia il Capo del Governo, dire no a leggi e decreti, inviare messaggi al Parlamento, comandare le Forze Armate, presiedere il Consiglio della Magistratura ecc. Un bravo Presidente deve intervenire, eccome, specie nel litigio continuo degli Italiani e con una Costituzione che gli affida così tanti e importanti compiti.

Altro che accuse di aver travalicato i propri compiti. Meno male: ha svolto un compito salutare di supplenza verso il vuoto di potere di Governi e Parlamento. Anzi, ha detto bene un commentatore laico, Enrico Cisnetto, poteva fare ancora di più, per esempio spingere perché Governo e Parlamento dessero vita a una nuova fase Costituente.

E ovviamente, pur molto amato e considerato dai cittadini, era stato criticato dalla Destra perché “ex-Pci”, dalla estrema Sinistra e da Grillo perché “troppo accondiscendente con Berlusconi”, e infine fatto oggetto di attacchi da certi settori ultras della magistratura. «Non credo, assolutamente, che un uomo come lui abbia fatto nulla che deragliasse dai principi repubblicani, che si sia mosso fuori da una piena consapevolezza dei suoi doveri», ha detto Levi. «Lo dimostra la tranquillità - in quel caso ben più che un dono di carattere - con cui ha affrontato quella prova di forza».

Una figura fondamentale e centrale nella Costituzione, quella del Presidente, che Napolitano, dobbiamo riconoscergli, ha impersonato come pochissimi altri con grandissima dignità e prestigio, riconosciuti anche in tutta Europa e in America. Esperto, saggio e coraggioso, così deve essere, anche per adempiere ai compiti della Costituzione italiana, un buon Presidente della Repubblica.

Grazie a Giorgio Napolitano. Non lo dimenticheremo mai. E anzi rabbrividiamo al pensiero di chi ora potrebbe succedergli. Nessuno dei “papabili” ha la sua caratura.

IMMAGINI. 1. La foto ufficiale da Presidente della Repubblica. 2. Una immagine degli anni Settanta.

AGGIORNATO IL 21 GENNAIO 2015


29 dicembre, 2014

 

Mellini. In crisi non solo la Giustizia, ma anche il Diritto. E sempre più leggi, di casta e “speciali”.

Oramai non si tratta più di “crisi della giustizia”, né di rovina della giustizia. E’ dell’intero sistema giuridico-giurisdizionale che, in crisi da tempo, si profila una catastrofe. Si dirà che considerazioni simili sono quelle di un vecchio, tale non solo per il peso degli anni, ma per l’appartenenza ad un mondo del passato, incapace di vedere l’avvenire, il futuro, un sistema diverso, imposto dall’esplosione delle novità tecnologiche, dalle trasformazioni sociali, dall’omologazione economico-culturale in atto nel Pianeta. Vorrei tanto che fosse così. Vorrei, in sostanza, essere ceco per non dover prendere atto che è buio pesto e non si vede più luce.

Per decenni ho predicato al vento l’incombere di una “notte della giustizia”, che ho predetta, rilevando l’ineluttabilità della catastrofe di sistemi “provvisori” sempre più inestirpabili e “normali”: il doppio binario di una giustizia “anti”, “di lotta” contro questa o quella forma di criminalità “speciale” (di cui ve ne è sempre una incombente: il terrorismo, la mafia, la droga, la corruzione etc. etc.) convivente in uguale abitualità con la giustizia “ordinaria”, col risultato dell’emergere della regola del bimetallismo monetario di cui si occupano gli illuministi italiani: quella per cui “la moneta cattiva caccia quella buona”.

Le garanzie della giurisdizione sono state condizionate alla “finalità”, la salvaguardia della funzione giurisdizionale è oggi il fine primario (non era già accaduto questo con la giustizia dei “parlamenti” in Francia o altrove?). E la magistratura è divenuta corporazione-partito capace di anteporre “la lotta” alla legge ed al diritto e portata a mettere in atto perfezionate “macchine di persecuzione” del “nemico” del momento (ce n’è sempre uno da debellare) Obiettivo primario, davanti al quale cadono regole, tradizioni, senso della giustizia e delle proporzioni (chi potrebbe negare che la macchina della persecuzione si è scatenata contro Berlusconi, che non solo ne è stato sconfitto ma ne è stato messo in condizioni di non essere più nemmeno capace di denunciare come fatto politico centrale ciò che ha dovuto subire).

La connessione tra sistema di diritto sostanziale ed ordinamento giurisdizionale e la propagazione delle situazioni di crisi dall’uno all’altro è evidente. Ma è ancora più evidente e grave quando l’esercizio delle giurisdizioni diventa “cosa in potere” di una casta e di una casta-partito, capace di determinare col suo peso e con i condizionamenti che impone al sistema politico e alle altre istituzioni, mutamenti di quel sistema di diritto cui dovrebbe obbedire nella funzione di applicarlo.

Così tutto il sistema giuridico processuale ed anche quello sostanziale vengono assoggettati ad una evoluzione in funzione della casta esercente la giurisdizione e delle sue esigenze. In primo luogo quella di “alleggerirne” il lavoro, “smaltirlo”, “semplificarlo” per arrivare ad un “prodotto” maggiore. Il che, poi, alla lunga distanza, produce l’effetto del tutto opposto: il deprezzamento qualitativo della funzione giustizia determina la sua inflazione ed un ulteriore impulso verso il moltiplicarsi dei giudizi ed il loro ulteriore intasamento.

Al deterioramento per incontenibile gigantismo della giurisdizione, corrisponde una patologica elefantiasi del diritto sostanziale, che per la sua stessa mole e per il carattere intricato, approssimativo e disarmonico delle leggi che lo compongono, diventa incontrollabile e insopportabile dalle istituzioni e dai soggetti privati che dovrebbero osservarlo.

L’elefantiasi è una malattia mortale per il diritto. L’accumularsi di norme disarmoniche ed inestricabili, che privati cittadini e pubbliche amministrazioni non sono in grado di osservare e far osservare e di cui l’apparato giudiziario non riesce esso stesso ad assicurare la certezza e l’applicazione, finisce per cancellare ogni criterio di legalità.

La corruzione trova nell’elefantiasi e nell’inapplicabilità delle leggi la ragione primaria del suo diffondersi e radicarsi come “sistema alternativo” che nessuna “campagna” repressiva, nessun aumento spropositato delle pene riesce a reprimere e contenere.

Il sistema penale italiano, che pure è stato considerato uno dei più perfezionati e meglio sistemati nella scienza del diritto da parte di studiosi di diversi paesi, è oramai scardinato per la rottura di alcuni suoi punti essenziali.

Ho avuto anche di recente occasione di riflettere e scrivere sul declino e la soppressione del “principio di legalità” nel diritto penale del nostro Paese. Fatti ulteriori stanno rendendo ancor più evidente tale fenomeno e ne stanno accelerando ed approfondendo il realizzarsi.

La legislazione antimafia, fondata sulla assai labile definizione del reato di associazione mafiosa (che è piuttosto - art. 416 bis c.p. - il tentativo di una rappresentazione sociologico-criminale dei fenomeni esistenti) e sulle fantasie giurisprudenziali, con la lievitazione dei livelli delle pene e la dichiarata “finalità di lotta”, con la creazione di un apparato giudiziario speciale, dalle competenze non troppo ben definite, ha fatto venir meno principi, modelli, proporzioni essenziali del sistema penale oltre che in quello processuale.

Il “modello antimafia” riproposto ogni volta che un fenomeno criminale si presenta all’attenzione della pubblica opinione creando allarme e sdegno, si è esteso alla repressione del traffico di droga, ora si vuole estendere anche alla repressione della corruzione.

Di contro il progetto, che tanto piace agli orecchianti di questioni giudiziario-penali, di introdurre il provvedimento di “non doversi procedere per ritenuta scarsa rilevanza del fatto”, scardina definitivamente il principio di legalità, sostituendo quella dell’aleatorietà della repressione penale, determinata dagli umori dell’opinione pubblica e, soprattutto, dal maggiore o minor carico di lavoro nelle varie sedi giudiziarie (la “scarsa rilevanza” è sempre tale dove c’è maggior carico di lavoro!).

Ma, intanto, la Corte di Cassazione ci mette, ancora una volta, del suo nello scardinamento dell’architettura del sistema giuridico. Pensiamo all’affermarsi del principio dell’”abuso del diritto”. Non è solo la violazione di un antico e collaudato principio della razionalità giuridica (“qui suo iure utitur neminem laedit”). Affermare che si possa al contempo fruire della legittimità assicurata dall’ordinamento ed abusare di essa per un fine che criteri “legali ed extralegali” (così la Cassazione) considerano negativi, è una contraddizione in termini che distrugge ogni concetto di globalità ed armonia del diritto, per affidarne l’apparenza alle contraddizioni di spinte occasionali inevitabilmente arbitrarie.

Si dirà che tutto ciò è semplicemente il prodotto di un diritto che si affanna a correr dietro all’evolversi turbinoso delle tecnologie, della società, della scienza.

C’è qualcosa di vero in tale proposizione, E’ vero che la globalizzazione tende ad introdurre nei sistemi giuridici particolari elementi di altri, diversi sistemi. Ma il passivo ricorrere ad istituti stranieri (in particolare del sistema dei paesi del Common Law), nel nostro sistema “europeo continentale” del diritto codificato, con un sistema giurisdizionale (e con giudici) radicalmente diversi, porta ad incongruenze che sopraffanno il vantaggio delle nuove esperienze e rende negativo l’ingresso in più vasti contesti giuridici culturali di cui tali novità sembrano tener conto.

Il cambiamento è, anche per il diritto, nelle cose, nell’ineluttabilità dello sviluppo della storia. Ma cambiamento non è distruzione. E’ tale solo se con esso si realizza un’armonia diversa.

Ciò che ci induce a parlare di catastrofe non è certo l’affondare di vecchi schemi, ma la totale assenza di prospettive nuove. Non c’è la luce dell’avvenire. La distruzione, la catastrofe, restano tali.

MAURO MELLINI (da Giustizia Giusta)


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