11 maggio, 2012

 

Verità, spirito e Dio. Perché non possiamo non dirci crociani, ma solo fino a un certo punto.

L’incontro-dibattito sulla “bellezza della lotta” in Einaudi, presentato da due ottimi studiosi, Di Nuoscio e Ocone, il primo (forse) einaudiano, e il secondo (dichiaratamente) crociano, ha sollevato vari problemi, tra cui quello del rapporto per un liberale tra libertà e “verità” (v. precedente articolo e ascolta gli interventi in audio-video nel colonnino). Ma ha anche stimolato la riflessione di Livio Ghersi sull’essere o no crociani, in toto o in parte, oggi, e sul dover fare i conti, come liberali, con i concetti filosofici di “verità”, spirito e Dio, che pure si trovano nell’opera di Benedetto Croce. Sul tema della “verità” secondo Croce e il suo storicismo assoluto, consigliamo vivamente il bell’articolo-saggio apparso sul sito del crociano prof. Ernesto Paolozzi, a firma di Lea Reverberi (NV):

Penso si debba osservare una certa cautela prima di definirsi "crociani". Al riguardo, si possono distinguere queste situazioni: a) persone che hanno letto con attenzione qualche libro importante di Benedetto Croce; b) persone che sono attratte intellettualmente dalla personalità di Croce ed hanno condotto uno studio sistematico sulla sua vastissima produzione; c) persone che, dopo aver molto letto e meditato Croce, traendo utili insegnamenti anche da testi meno citati (ad esempio, molto si può imparare dagli scritti raccolti nei volumi delle cinque serie delle "Conversazioni critiche"), presumono di avere compreso il suo punto di vista; d) persone che condividono sia l'atteggiamento mentale di Croce, sia le caratteristiche fondamentali della sua filosofia.

Soltanto quanti si trovano nella situazione di cui alla lettera d), possono definirsi "crociani". Tra i "crociani", ci sono i meri ripetitori che valgono poco, così come valgono poco i meri ripetitori di qualunque altro grande pensatore.

Poiché non voglio parlare di altri studiosi, parlo di me stesso. Non c'è personalità della cultura italiana che stimi più di Benedetto Croce. Ho letto abbastanza per sentirmi in diritto di scrivere qualcosa su di lui; ma non ho letto tutto. Non mi definisco "crociano", perché non condivido interamente l'impostazione del suo pensiero.

Ad esempio, io non ritengo che l'espressione "Spirito" si esaurisca nel "pensiero umano", sul piano dell'immanenza. Per me c'è qualcosa di più. In Hegel era evidente che questo "Spirito" conservasse qualche carattere dell' Heiliger Geist, lo Spirito Santo della Trinità cristiana. C'era anche un soffio divino che penetrava il pensiero umano, cosicché i singoli esseri umani erano strumenti per la sua manifestazione.

Per quanto riguarda Croce, egli, com'è noto, voleva stare soltanto sul piano dell'immanenza, cioè della storia umana, era infastidito dai residui mistici e teologici, e sembrava chiudere nettamente alla dimensione della Trascendenza. Tuttavia, più volte mi sono divertito a verificare quante concessioni Croce facesse a parole di chiara derivazione religiosa, nel suo linguaggio scritto. Erano soltanto concessioni "poetiche"? Penso di no. Cito per tutti questo brano del "Perché non possiamo non dirci cristiani": «E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi» (il saggio crociano fu pubblicato nel 1942 nella rivista La Critica; poi raccolto nei "Discorsi di varia filosofia", Laterza, 1945, vol. I, p. 23).

La posizione di Croce nei confronti del sentimento religioso può essere così riassunta. Meglio un sincero credente, che «volgari razionalisti e intellettualisti», «cosiddetti liberi pensatori» e «simile genia, frequentatrice di logge massoniche» (si veda "Filosofia della Pratica", Laterza, 1973, pp. 307-308). In altre parole, meglio un genuino sentimento religioso, che incredulità e scetticismo. Soltanto un pensiero filosofico che rispettasse gli elementi di verità contenuti nelle rivelazioni religiose, ma li superasse per affermare che la dignità degli esseri umani sta nella loro libertà, rappresentava una posizione spiritualmente più elevata rispetto alla religione tradizionale. Non qualunque filosofia era più avanzata della religione; ma soltanto quella particolare filosofia che si basasse sul principio e sul metodo della libertà. La medesima filosofia doveva abituare gli individui al difficile esercizio della libertà. Questa, infatti, non si risolve nel ricercare il proprio comodo; non è una questione di gusti. Una libertà intesa come licenza può essere una via di degradazione, non di elevazione. La meta è quella di utilizzare la propria libertà per cercare e trovare quanto realizza esigenze di Bene, di Bellezza, di Verità.

Veniamo alla verità. Vero è contrario di falso. Nella logica, nella Scienza, nella ricerca storica, tutti noi perseguiamo il vero, non il falso. Al di là dell'interpretazioni, la Storia ha una sua base di fatti dimostrati e attestati da documenti. E' vero che Benedetto Croce sia nato a Pescasseroli il 25 febbraio 1866. Per quanto riguarda le verità scientifiche, queste, come ha insegnato Popper, sono falsificabili. Ma reggono fino a che non si dimostri il contrario. Il fatto che un dato veleno sia letale per l'organismo umano non è un'opinione. E un dato scientifico; ed è meglio che chi ne dubita non faccia esperimenti al riguardo.

Nel settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, Croce pubblicò un articolo, titolato "L'uomo vive nella verità". La Verità è «non mai riconoscibile nel suo tutto»; ma l'essere umano cerca e si sforza di trovare «le verità particolari», nella sua vita operosa. Quell'articolo si concludeva: «Non andare in cerca della verità, né del bene né del bello, né della gioia, in qualcosa che sia lontano da voi, distaccato e inconseguibile, e in effetto inesistente, ma unicamente in quel che voi fate e farete, nel vostro lavoro, nel cui fondo c'è l'Universale, di cui l'uomo vive» (lo scritto è raccolto in "Terze pagine sparse", Laterza, 1955, vol. I, p. 14).

Il pensiero di Croce non può essere dispensato in pillole. Leggerlo oggi può richiedere uno sforzo, perché il linguaggio è molto diverso da quello corrente. Ma ne vale la pena e il risultato sarà comunque un arricchimento spirituale.
LIVIO GHERSI

Per sapere di più sulla questione verità-libertà, si veda il saggio di Lea Reverberi sul sito del prof. Ernesto Paolozzi.


06 maggio, 2012

 

Solidarietà e legalità, oltre alla libertà. Quello che nessuno vi ha mai detto sul Liberalismo.

Privatizzazioni? Non necessariamente, perché se la proprietà di un ente passa da un monopolio pubblico ad uno privato, il vantaggio per i cittadini è nullo, anzi potrebbe perfino diminuire.

Piuttosto, le liberalizzazioni sono l’essenza del riformismo liberale. E’ essenziale, cioè, che non solo il mercato, ma anche la politica e l’intera società, compresa la cultura, siano davvero aperti, liberi, insomma che ci sia concorrenza, dialettica, critica, agonismo, conflitto, opposizione, competizione, su un piede di assoluta parità. Perché la lotta è il vero fondamento del Liberalismo.

Il nemico principale non è certo lo Stato, come dicono anarchici e conservatori (e i tanti neo-liberisti sorti negli ultimi trent’anni sulla scia dei politici Thatcher e Reagan), ma il monopolio, qualunque esso sia (politico, morale, religioso, economico, sociale), ovvero la stasi, il conservatorismo, l’ideologia fissa. Il Liberalismo è una dottrina in divenire, che deve tener conto della Storia: bisogna vedere sul momento, a seconda delle circostanze, che cosa è liberale e che cosa non lo è.

La competizione, il conflitto, dunque, è il fattore di base del Liberalismo. Ma quanti, pure tra i sedicenti “liberali”, lo sanno o lo accettano?

E il pluralismo può anche venire a mancare o attenuarsi. Per esempio, se i privati – mettiamo il caso dell’economia – sono pigri, non rischiano, non prendono iniziative, ma cercano l’appoggio statale o fanno accordi di cartello. In questi casi, potrebbe toccare addirittura allo Stato liberale fare concorrenza, paradossalmente. Come nel campo culturale: se i cittadini dormono, tocca allo Stato liberale spronarli, mettere a loro disposizione strumenti e servizi per identificare ed esercitare sempre nuove libertà.

Fin dalle prime battute, le due relazioni degli studiosi Enzo Di Nuoscio e Corrado Ocone (v. i video di Radio Radicale in basso nel colonnino) nel dibattito “La bellezza della lotta” (dal titolo di un famoso articolo scritto da Luigi Einaudi sulla “Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, nel 1924, quando l’economista e pensatore liberale aveva già 50 anni e il suo allievo ed editore 23) tenutosi a cura di Pier Paolo Segneri nella sede nazionale di Radicali Italiani, in via di Torre Argentina, a Roma, hanno sprizzato scintille di verità troppo a lungo nascoste dai luoghi comuni a cui il Liberalismo è soggetto.

Vittimismo culturale? No, è normale, checché ne dicano molti liberali, perché il Liberalismo è la dottrina più complessa e sfaccettata, in quanto non fissata da un ipse dixit, ma in continua evoluzione e sempre collegata al divenire della Storia (e qui il pragmatismo anglosassone di Einaudi incontra lo storicismo di Croce). Ne consegue che il Liberalismo – e se n’è avuta un’ennesima prova in questo dibattito – è poco conosciuto non solo dagli avversari, ma anche da moltissimi “liberali”, soprattutto i giovani, che si adagiano per un curioso moderatismo intellettuale – come siamo soliti ripetere – su una lettura comoda, “moderata”, stilizzata ed elementare della dottrina cara a Cavour, Croce ed Einaudi.

E nel mercato un altro paradosso potrebbe essere possibile: imprenditori “socialisti” e operai “liberali”. Quando gli imprenditori (quanti ce ne sono!) vogliono con ogni trucco o cartello aggirare la concorrenza, cercare provvidenze di Stato o Regione, vivere una vita comoda, statica e senza rischi. Mentre magari qualche loro operaio, che vuole elevarsi, ha l’ambizione di migliorarsi individualmente e di rischiare, cerca, inventa la competizione, cambia azienda, oppure diventa artigiano e si mette in proprio. E per loro, perciò, Einaudi manifesta da liberale “la simpatia viva per gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé, e in questo sforzo, lottano, cadono, si rialzano, imparando a proprie spese a vincere ed a perfezionarsi”. E “l'operaio crede nella libertà ed è liberale quando si associa ai compagni per creare uno strumento comune di cooperazione o di difesa; è socialista quando invoca dallo Stato un privilegio esclusivo a favore della propria organizzazione o vuole che una legge o la sentenza del magistrato vieti ai crumiri di lavorare”.

E quando manca o è debole la competizione? In casi estremi, quando i privati non la fanno, la può fare lo Stato liberale. (Il pensiero va alle Ferrovie dello Stato del liberale Zanardelli, auspicate già da Spaventa, che eliminarono le rendite di posizione parassitarie dei tanti monopoli ferroviari locali, alzando lo standard qualitativo del servizio per i cittadini).

Altro, perciò, che Stato liberale debole, quasi assente o “minimo” per partito preso (il “guardiano notturno” di Nozik), lo Stato liberale deve essere forte e a suo modo interventista e invasivo, sia pure in senso liberale. Anche perché deve garantire la legalità, e non solo da giudice neutrale, ma deve imporre le regole alla società e al mercato, intervenendo dove necessario perfino in economia se il mercato è asfittico (cfr. Cavour) o i soggetti forti, come banche e assicurazioni, sono riluttanti o fanno i prepotenti. Perché lasciati a se stessi, non è vero che i privati diventano di colpo virtuosi e “buoni”, da furbi, aggressivi o pigri che erano. Si scandalizza solo chi non conosce né il Liberalismo storico, né in particolar modo il Risorgimento italiano, in cui le iniziative dall’alto, addirittura dal Governo del Piemonte, furono non solo numerosissime, ma determinanti. Perché, ad aspettare l’evoluzione di tutti gli Italiani, insomma, la maturità del “mercato” delle idee, avremmo ancor oggi il Papa-re, il Lombardo-veneto austriaco e i Borboni.

E altro che Stato liberale “senza idee proprie”, secondo una vulgata diffusissima ma erratissima – a nostro parere – perfino tra liberali, quasi che lo Stato liberale fosse solo un mero contenitore, un campo di calcio senza propri giocatori, e i liberali fossero solo degli arbitri, destinati a perdere in ogni caso la partita, quindi masochisti. Invece, ha specificato Ocone nel dibattito col pubblico (obiezione di Di Massimo), una certa “verità”, cioè una sua propria ideologia condivisa la deve avere, eccome, uno Stato liberale. Pensiamo al Risorgimento, aggiungiamo noi. Se quella classe dirigente coraggiosa e perfino avventurosa non avesse avuto, almeno pro tempore, una sua “verità” condivisa, vera e propria “ideologia di gruppo” capace di motivare le coscienze, addio unità d’Italia

E così, grazie a Ocone, scopriamo un inedito Einaudi “filosofo”. Lo scritto di Einaudi del 1920 in risposta e opposizione all’articolo del filosofo Giuseppe Rensi che vaticinava una “città ideale” dove tutti fossero d’accordo su tutto, chiarisce che quella prospettiva per lui equivarrebbe alla morte dello spirito e quindi della libertà, perché mancherebbe il contrasto, la dialettica, indispensabili a quella che i filosofi tra di loro chiamano “verità”. “Se nessuno vi dice che avete torto voi non sapete più di possedere la verità”. “Verità” in casa liberale? C’è da sobbalzare. Ma il senso relativistico e quasi paradossale con cui questo termine filosofico viene usato da Einaudi in risposta al filosofo Rensi ci rassicura. Infatti – specifica Ocone citando Einaudi – permette da un lato di definire per contrasto ciò che si ritiene il vero, che vero non sarebbe senza il suo contrario, dall’altra permette di convincersi che almeno in parte ciò che prima si riteneva falso appartiene al vero. Ecco l’aspetto speculativo e filosofico del pensiero di Einaudi: non esiste il vero come dato definitivo e fisso. Il vero si definisce e può conquistarsi solo attraverso l’opposizione a ciò che vero non è. Questo che significa in pratica? Che la condizione di “verità” o di libertà che si raggiunge non può mai essere considerata definitiva. Il rischio è che l’anticonformismo di oggi, se accettato universalmente, passivamente e senza critica, possa trasformarsi nel conformismo di domani. L’idea, insomma, nasce dal contrasto.

Ma torniamo al mercato. Che per un vero liberale come Einaudi non può essere senza regole. Senza regole, in fondo, sembra a noi che fosse paradossalmente il mercato nell’Unione Sovietica, dove il produttori (le aziende di Stato) facevano quello che volevano, non tenendo in alcun conto la domanda dei cittadini e non facendo concorrenza tra loro. In fondo, era un curioso laissez faire. E infatti, pochi lo ricordano – ma Di Nuoscio l’ha fatto – gli stessi termini liberismo e liberista (che tutti gli attribuiscono) non piacevano più di tanto a Einaudi. “Dovremmo trovare un altro nome”, andava dicendo.

Infatti, un mercato davvero liberale è quello in cui lo Stato in realtà interviene, eccome, secondo Einaudi, tanto da costringere addirittura all’onestà formale con poche regole, forti e certe, i competitori, vigilando anche sull’eguaglianza tra produttori e consumatori. E perché il venditore e il compratore al mercato delle derrate, nella piazza del paese – come esemplifica spesso Einaudi in Lezioni di Politica Sociale – siano al medesimo livello, il compratore deve conoscere tutto della merce che sta acquistando, come e più del venditore, non di meno, come accade oggi, quando comandano i produttori in tutti i campi, e gli acquirenti sono succubi di prezzi che ritengono “imposti” dall’alto, non mobili.

Constatazione fatta nel dibattito col pubblico (Valerio) che permette di rivalutare, grazie ad Einaudi, il peso della domanda, cioè dei cittadini-consumatori (diremmo oggi), che “votano” i beni proprio come i cittadini-elettori “acquistano” i partiti (Schumpeter e altri), come ha ricordato Di Nuoscio. Acquirenti che in un sistema perfettamente liberale einaudiano, aggiungiamo, potrebbero avvalersi di azioni concertate (contro-pubblicità, richiesta di informazioni sul contenuto dei prodotti in vendita, scioperi della spesa, consumi intelligenti, anti-consumismo ecc.) e perfino la possibilità di reimpostare l’ecologia in modo liberale, scientificamente più severo ma non politicizzato, grazie alla triplice coincidenza tra Liberalismo e ambiente (diritti di libertà, scienza, limiti). Da cui, appunto, una “ecologia liberale”. Ma questa è una nostra divagazione per la tangente.

Insomma, un mercato economico (o l’intera società) poco flessibile e con i cittadini-consumatori ignoranti e succubi non è un mercato (società) liberale. Perché non c’è alternativa, dialettica, flessibilità, lotta. E’ per questo che diventa luogo di privilegi di pochi prepotenti, generando caos, anarchia, che storicamente – aggiungiamo – portano dritti dritti al populismo reazionario, al Fascismo, al Comunismo.

Ecco la “moralità” del mercato. Il che ha fatto dire che il liberalismo per Einaudi, tanto importanti sono le regole e la legalità, trascende l’economia, e lo stesso Einaudi, che tutti credono a torto solo un economista mentre invece “il suo pensiero assume aspetti teoretici e perfino spirituali” (Di Nuoscio), assurge al ruolo di filosofo, quasi un moralista della politica, impensabile perfino per molti “liberali” che non lo hanno letto.

Einaudi e Croce, perciò, sono uniti più di quanto non lasci intendere una vulgata originata forse da giornalisti o divulgatori di provincia del 900. In fondo, con metodi diversi – economista e intellettuale pragmatico l’uno, filosofo l’altro – vogliono la stessa cosa. Perché il liberismo di Einaudi, come ha ricordato F. Orlando (L’Europa, 4 maggio) citando la celebre frase del crociano Carlo Antoni, tutto giocato com’è sulle regole e le leggi, è meta-economico, cioè etica; come il liberalismo di Croce, ce lo ha detto egli stesso, è meta-politico, cioè etica.

Ne scaturisce che il vero Liberalismo non è quello che si occupa solo delle imprese o dei “ricchi”, come credevano i comunisti d’un tempo, e oggi gli anarco-capitalisti e i giovani neofiti che vengono dalla Destra, e che non hanno letto né Einaudi né Croce, ma il “Liberalismo della povera gente”.

Del resto, aggiungiamo noi, il liberalismo o è “sociale” o non è. Perfino l’insospettabile Camillo Cavour, già prima di entrare in politica aveva a cuore la pietosa condizione dei poveri e dei carcerati nel Regno di Sardegna (Piemonte) in una puntigliosa relazione da inviare al Regno Unito, che aveva scoperto con “colpevole ritardo”, come disse poi Cavour, la condizione degli operai, comprese le donne e i bambini costretti a lavorare ancor più che in Piemonte, in condizioni davvero disumane. Lo stesso Cavour, sul primo numero del giornale liberale Il Risorgimento scriveva: «L’aumento dei prodotti nazionali non sarà il solo scopo economico che il giornale prenderà di mira: esso metterà eguale o maggior cura nella ricerca delle cause che influiscono sul benessere di quella parte della società che più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza: la classe degli operai. Gli è perciò che tutti coloro che intrapresero volenterosi la pubblicazione di questo foglio, unanimemente dichiarano che non avrebbero per buono, per veramente utile al paese alcuno aumento di ricchezze, se ai benefici di esso non partecipassero coloro che vi ebbero parte, la massima parte, gli operai» (*)

Ma torniamo al dibattito con Di Nuoscio. La stessa biografia di Einaudi, la cui famiglia era di origine modesta, offre spunti che avvalorano una psicologia di stampo contadino e popolare fondata su un’etica del risparmio o del rifiuto dello spreco, attraverso almeno due immagini simboliche: la famosissima mezza pera offerta al commensale Mario Pannunzio in un pranzo ufficiale al Quirinale, quando Einaudi era Presidente della Repubblica (“per evitare che sia gettata via”) e l’altrettanto famosa ciotola di legno rotta, ma legata con lo spago, tramandatagli simbolicamente dal padre, piccolo proprietario agricolo.

La dottrina sociale di mercato, non solo di Einaudi, ma di Roepke e degli altri autori liberali, è già un concetto di per sé sufficientemente eversivo per i conformisti, capace di scuotere chi ha un’idea sbagliata del Liberalismo per colpa d’una Destra conservatrice e per niente liberale, eccitata dal revanchismo anti-socialista di Reagan e dalla Thatcher, cioè dal neo-liberismo selvaggio degli ultimi 30 anni che tanti danni ha prodotto all’Occidente, non ultimo l’attuale crisi di sistema sia finanziaria che economica.

Anzi, pur non avendo mai accettato le semplificazioni del socialismo marxiano, come tutte le soluzioni che vengono a cadere dall’alto in modo paternalistico e assistenziale, e che impediscono il riscatto dell’individuo, Einaudi parla della sua forte simpatia umana verso gli operai socialisti, spesso più liberali dei loro datori di lavoro.

Le “tre gambe del trespolo” del Liberalismo di Einaudi, cioè fondato su libertà, legalità e solidarietà, in modo tale che “se togli un piede non si regge” (Di Nuoscio), disegnano un Liberalismo del tutto sorprendente per la maggior parte della gente. Certo, un liberalismo sociale di mercato (di Einaudi, Roepke e degli altri autori liberali) riduce – secondo Di Nuoscio – la contrapposizione abissale e aprioristica non solo tra liberalismo economico e socialismo, ma anche tra liberalismo economico e dottrina sociale cattolica.

Ma sono stati offerti altri anticonformistici piatti speziati durante il dibattito di Ocone e Di Nuoscio. Per esempio, è vero che la democrazia liberale, che regge l’Occidente, si fonda sul potere del Popolo? Macché, è un luogo comune sbagliato. Propaganda, modo di dire, populismo elettorale. La liberal-democrazia, invece, si fonda per Einaudi (e i liberali) sulle leggi, il Nòmos. E il Popolo? Non è il padrone assoluto: anch’esso è sottoposto alle leggi. Ne consegue che in un sistema liberale non può legittimamente mandare sulla ghigliottina o assolvere chi vuole, appunto, “a furor di popolo”, e neanche asservire i giudici e sostituirsi ad essi in giudizi sommari. L’indipendenza dei giudici deve essere assoluta.

Per concludere, un dibattito, quello degli studiosi (bravissimi come divulgatori) Di Nuoscio e Ocone, che avrebbe dovuto essere trasmesso a reti unificate da radio e tv, e soprattutto fatto ascoltare in tutti i licei d’Italia, vista l’ignoranza abissale di studenti e insegnanti sul Liberalismo, per tacere di quella dei frequentatori del web. A prestar ascolto a molti siti (ma anche a parecchi studenti della Luiss, non certo agli allievi dei due relatori), il liberalismo economico sarebbe un vero e proprio crudele Far West formato da criminali, asociali ed evasori fiscali! Invece, basta divulgare quello che davvero hanno detto e scritto gli autori liberali, per lasciare a bocca aperta perfino un ex politico navigato come l’ex segretario radicale Spadaccia, che però ha origini socialdemocratiche, che si è detto molto meravigliato dalla richiesta di Einaudi di un salario minimo garantito per i giovani più poveri, coerentemente con lo scopo di ristabilire l’eguaglianza nei punti di partenza rispetto alla competizione nella società. Solo il titolo era sbagliato in questo bel dibattito. Altro che “bellezza della lotta”! Visto l’ampio respiro dei concetti espressi, capaci da soli di ribaltare le idee comuni, il dibattito avrebbe dovuto intitolarsi: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul Liberalismo (e che nessuno vi ha mai detto”). E sotto questo titolo i due autori, Di Nuoscio e Ocone, solo loro (è inutile che copiate l’idea, lettori di internet, perché copiare è lo sport dei mediocri senza idee…), potrebbero scrivere un popolarissimo libro-guida.

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(*) C. Cavour, Influenza delle riforme sulle condizioni economiche dell’Italia, su Il Risorgimento, n.1, a.I, 15 dicembre 1847.

VIDEO. Gli interventi di Di Nuoscio e Ocone al dibattito su Einaudi, Croce, il “liberalismo della povera gente” e “la bellezza della lotta” sono nel colonnino a fianco.

AGGIORNATO IL 13 MAGGIO 2013


01 maggio, 2012

 

Ma davvero Bossi e Berlusconi non hanno insegnato nulla? Un solo grillo e tanti asini.

Commovente la difesa di Grillo scritta da Travaglio sul "Fatto" in un editoriale intitolato "Il bue, il grillo". La Consorteria degli antiberlusconiani di professione, il ducetto del qualunquismo italiano lo hanno fatto nascere, lo hanno invitato alle loro manifestazioni, gli hanno dato fiducia e lo hanno accreditato.

Eppure sarebbe bastata un conoscenza della politica appena appena meno grossolana e primitiva per accorgersi al volo che si stavano coccolando un disinvolto totalitario e che gli stavano regalando una bella fetta dell'elettorato di Sinistra.

Come si fa a sostenere le fortissime ragioni politiche contro l'antidemocraticità del nostro sistema e contemporaneamente a proteggere un dittatorello che copia da Berlusconi sia la "personalizzazione" della politica sia tutti i temi dell'"antipolitica" tipici da sempre della Destra più ignorante?

Tutto questo assomiglia maledettamente alla tolleranza riservata per puro opportunismo da troppi ambienti dei Ds-Pd alle frasi eversive di Bossi, giustificate con disinvoltura come "paradossi" e "battute". Invece la talpa scavava, scavava.

Purtroppo anche le scelte politiche della Consorteria sono state sempre disastrose e masochistiche. Adesso predica persino uno scontro elettorale, sicuramente trionfale, tra un Monti regalato alla Destra e un minestrone No-tav, Grillo e preti col sigaro.

Ora alcuni, su Grillo, ci stanno ripensando, altri, i più duri di comprendonio o forse i più destrorsi, continuano a difenderlo. Certo, Travaglio ci confida che Grillo non gli piace quando fa l'euroscettico, quando difende gli evasori fiscali, quando fa d'ogni erba un fascio, quando tocca l'amato Caselli. Potrebbe aggiungere: quando corteggia la Lega e le fa concorrenza in razzismo.

Ma per Travaglio queste sono trascurabili minutaglie. Coinvolgono soltanto tutta la nostra politica estera, tutta la nostra politica economica, la politica dell'informazione, la politica dell'ordine pubblico, la politica dell'accoglienza. Così l'infamità grillesca sulla mafia è spiegata da Travaglio come una sortita di uno che "non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso". Esattamente come un Berlusconi di serie B. Senza dimenticare, però, Lunardi e Dell'Utri. Cosa non si farebbe per qualche lettore in più da conservare nel qualunquismo di massa.
ENZO MARZO (Critica Liberale)


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