16 novembre, 2005

 

16. Newsletter del 26 novembre 2004

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Salon Voltaire
IL "GIORNALE PARLATO" LIBERALE
LETTERA DEL SALOTTO VOLTAIRE
"GIORNALE PARLATO" LIBERALE DI ATTUALITÀ, SCIENZA, CULTURA, POLITICA E COSTUME
Lettera n 16 - 26 novembre 2004
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"Stress, ipertensione, colesterolo alto? Partecipa a un salotto liberale.
L’unico in cui il sedentarismo fa bene e stimola il cuore"
CARDIOLOGO ANONIMO
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Sommario:
QUINDICI ANNI DAL MURO. A chi duole il deretano
PRIMA CHE CI SCIPPINO L’IDEA. Quella cena liberista
LIBERALI DA PAURA. A destra piangono, ma a sinistra...
CONGRESSO. Liberali, rieducatevi alla lotta
TODOS LIBERALES. Troppa grazia, San Cavour
GIOVANI EUROPA-USA. Sia di Venere che di Marte
NUOVI MARTIRI. Tempesta nel bicchiere d’acqua santa
PARTITI INUTILI. Perché social-destri o cattolici?
ROMA SPECCHIO D’ITALIA. E il sindaco suona il rock
ENERGIA E CONCORRENZA. Popolo, fatti furbo
TAGLI AGLI STATALI? Quelli che escono per lo shopping
RICERCATORI ALL'ITALIANA. Stipendio fisso o selezione?
IDROGENO E PREVISIONI. Cento nuovi reattori nucleari
HEZBOLLAH E PCI. Se Gasparri incontrasse i neonazisti
SECONDO IL VATICANO. Arafat eroe carismatico
50 ANNI DEL P.R. Se i Radicali fossero stati quelli...
COMMERCIO E IMITAZIONI. Difendiamo i "Vu cumprà"
IL SITO DI YAD VASHEM. Ecco i nomi della Shoah
LUOGHI COMUNI. Tutti giovani a Roma antica
EROI ATTUALI. Catone e il "cavallo pubblico"
CENTRO PANNUNZIO. Annali dedicati a Spadolini
MEMORIE A GORIZIA. Salviamo il cimitero ebraico
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PRIMA CHE CI SCIPPINO L’IDEA
Quella cena liberista a Gemonio
Dopo la famosa cena romana a base di pane, burro e alici (perché il frigorifero era vuoto), in cui Bossi e D’Alema posero le basi per il cambiamento di fronte del leader padano, con la conseguente caduta del primo governo Berlusconi, ecco che un’altra cena, questa volta ben fornita (e con la moglie di Bossi a servire in tavola) tenutasi a Gemonio con Bossi convalescente, Tremonti, Calderoli, Maroni e altri due commensali leghisti di secondo piano. Ne riferisce Maria Latella in un articolo che ci ha colpito soprattutto per due righe. Leggete e ditemi che pensate dei nostri amici liberali che ritardano con vari pretesti la riunificazione. I commensali, insinua la giornalista che evidentemente riferisce la voce di un testimone diretto, "si sono spinti a immaginare che cosa accadrebbe alla Cdl se una nuova formazione, assai liberista in economia, si affacciasse sull’esausto palcoscenico italiano. E’ il progetto che molti attribuiscono a Tremonti". Dico, avete afferrato? Solo non vorremmo ora trovarci di fronte a ben tre o quattro "rifondazioni liberali". O a nessuna.
(La cuoca di Pareto)
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QUINDICI ANNI DALLA CADUTA DEL MURO
A chi duole il deretano?
Proprio in questi giorni, quindici anni fa, nel 1989, il popolo di Berlino orientale che tante privazioni aveva patito, prima col nazismo, poi con la guerra e l’invasione sovietica, e infine con ben quarantaquattro anni di regime comunista, abbatteva il muro della vergogna che divideva Berlino-ovest da Berlino-est, la libertà dall’oppressione. Dopo 28 anni (il muro fu iniziato nel 1961) il primo varco si apre il 9 novembre 1989. Un milione di tedesco-orientali per qualche ora invadono Berlino Ovest dalla porta di Brandeburgo, un luogo simbolico. Il 22 dicembre il muro è in parte materialmente sbriciolato. L'unificazione tedesca é vicina. Il comunismo è in agonia. Ora, nell’anniversario dell’evento che ha segnato la vittoria definitiva del liberalismo sull’ideologia comunista, l’amico Teodoro de la Grange ci fa pervenire un epigramma satirico in francese scritto sulla caduta del Muro di Berlino da Claudio Murero, un altro liberale di lungo corso. La metrica è zoppicante come Tersite, ma l’intenzione corre come Mercurio.
Ce même jour, il y a quinze ans,
S'effondra un mur tout à fait allemand.
Les petits neveux des maitres à penser
Essuyerent une larme dans leurs yeux étonnés.
Enfin, doit on parler des nombreux enculés?
L'Histoire, quand elle encule, c'est pour l'éternitè.

Ma poiché il francese oggi non è molto conosciuto, ci siamo permessi di tradurlo di corsa in italiano con una sestina. Siamo riusciti a metterci la "sodomizzazione politica" subita dal comunismo, cioè la condanna della Storia, come voleva l’autore, ma non il ruolo degli "intellettuali". (Salvatore, quello che scopa in redazione)

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QUINDICI ANNI FA
Le pietre caddero a mucchi
dal Muro fatto dai crucchi.
Piansero lacrimoni grossi
gli occhi cecati dei rossi.
Ah, che destino villano:
come doleva il deretano!

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LA BORGHESIA NON AMA PIU’ LA POLITICA?
Congresso. Liberali, rieducatevi alla lotta
Mi racconta un critico teatrale che solo con fatica trova un’attrice che l’accompagni alle "prime". Tutte, con una smorfia di disgusto, cercano di convincerlo che l’autore è inflazionato, il testo superato, il regista un incapace raccomandato, la protagonista poi un vera prostituta, e giù giù fino al datore di luci. In platea, per tutta la recita, le attrici amiche del critico si agitano e gesticolano come Erinni, offese dall’evidente inadeguatezza delle scene, della regia, delle musiche, e di tutti gli attori, soprattutto delle donne. Sono attrici, sì, ma amano poco il teatro. E tanto meno le recite altrui. Ecco, noi liberali dobbiamo stare attenti a non fare la stessa fine: snob, ipercritici, invidiosi e primedonne. Quattro alibi per non fare.
E poi abbiamo perso l’abitudine alla politica come lotta, a sporcarci le mani. Un cucciolo di lupo, prima di essere immesso di nuovo nell’ambiente naturale dopo essere stato curato dal veterinario, deve essere rieducato alla vita selvaggia, alla cattura delle prede, al contatto con gli altri animali. Insomma, alla lotta per la vita. Altrimenti muore. Figuratevi i borghesi liberali, il cui ultimo frenetico attivismo in Italia risale ai tempi del Risorgimento o della Resistenza. Non vorremmo che la lontananza dal fervore dell’attivismo, l’effetto ipnotico dell’incenso negli anni filo-dc, le frustrazioni degli anni filo-psi, e poi il ritiro nei comodi studi professionali, il Foro, il tran tran del giornalismo o dell’impresa, o la cattedra all’Università, avessero infiacchito e snervato i liberali italiani, già poco combattivi per natura (in quanto italiani), fino ad escluderli da quel processo di modernizzazione "liberale" della società che gli altri (i non liberali) vanno ora sventolando sotto il loro naso. Sarebbe una beffa crudele, ma - ammettiamolo - un castigo meritato.
Famosi per spaccare il capello in quattro, guardare dall’alto in basso tutti gli altri liberali (spesso trattati peggio degli avversari), e sentirci membri felici solo della nostra minuscola setta ritagliata in modo preciso sulla nostra silhouette, noi liberali prendiamo a pretesto il nostro antico pregio dell’individualismo fino a farne il più ottuso e vergognoso dei vizi solitari.
Con queste premesse, non so proprio che fortuna avranno i grandi progetti in corso per riunificare tutta l’area dei "Liberali italiani" (unica sigla possibile oggi, con i "partiti" screditati). L’ideale sarebbe una grande assemblea di rifondazione, dal nulla, senza sigle preliminari, rivolta a tutti i club e i singoli. Magari a Milano. Per creare finalmente un unico soggetto liberale, dapprima culturale e poi all’occorrenza anche politico. Ma chi li organizza questi anonimi Stati generali del liberalismo, gli unici che possono davvero funzionare? Finora nessuno dei grandi e noti si è fatto avanti. Forse perché non vi vedono un tornaconto di immagine: e se poi loro stessi - temono - non verranno eletti dall’assemblea?
Qualcuno, perciò, si cautela indicendo un Congresso che parte già da una sigla, sia pure virtuale. E cominciando già come segretario politico, che non è male. Il che lascia diffidenti alcuni. E’ il caso del Congresso del PL che si terrà a Roma il 3 e 4 dicembre presso l’Hotel Universo, in via Principe Amedeo 5B (Stazione Termini), di cui abbiamo parlato nel numero scorso, esortando tutti a partecipare (per aderire basta telefonare allo 06.69549041, fax 06.69549043,
partitoliberale@libero.it o info@partitoliberale.it ). Come mai questo contrasto tra la modestia della locandina e il nostro invito entusiasta ai passanti? Perché veri eventi liberali non accadono quasi mai in Italia. E questo piccolo fatto è pur sempre una novità, aperta – lo ha assicurato lo stesso De Luca – all’apporto di chiunque, perché ormai "può definirsi costituente". Nel programma si sottolinea anche che in tempi in cui "la libertà è in pericolo nel Mondo e nel nostro Paese occorre un Partito liberale forte e visibile". E' il momento, inoltre - scrive - di "aderire ad una più ampia federazione dei laici di tradizione culturale liberale e riformista".
E' per questo che il Salon Voltaire - che è indipendente e critico rispetto a qualsiasi realtà politica, ma si è dato il compito di diffondere il liberalismo e la ragione - ribadisce l’invito ai suoi lettori: partecipate, magari con la "molletta al naso", ma partecipate. Col vostro aiuto anche questo piccolo Congresso può diventare una prima Assemblea costituente dei liberali italiani. Gli si può cambiare nome, statuto, tutto può fare un Congresso, a quel punto innovativo, fondante. E non è vero - come dice l’amico Vivona, che "non è corretto entrare in casa d’altri": il liberalismo appartiene a tutti, è la casa di noi tutti. Nessuno può appropriarsi del nome "liberale" e tenerlo per sé solo, tantomeno se indice un congresso lasciando uno spiraglio per una rifondazione di fatto. Perciò ci è piaciuta la forte esortazione che abbiamo suggerito all’amico Luca Tentellini. Da cui traspare un’impazienza, un’insofferenza per i soliti distinguo liberali, che condividiamo pienamente. E che cerchiamo di sintetizzare con un solo motto: basta con l’onanismo politico dei liberali.
"Cari Biondi, Ostellino, Zanone, Battista, Morelli, Vivona [e io aggiungerei Pera, Antiseri, Sgarbi, Panebianco, Ferrara, Fertilio, Costa, e centinaia di intellettuali e politici liberali d’ogni partito]. Insomma, cari liberali, ci dovreste andare tutti a Roma, all’Hotel Universo, per iscrivervi e votare in massa una nuova direzione, per rinnovare la segreteria politica, lanciare un nuovo nome e mettere in pratica un piano d'azione credibile. Se potessi, con metodo assai illiberale, vi ci porterei "manu militari", con una cartolina di precetto. A fare che? A partecipare al congresso del Partito Liberale, versione tascabile di ciò che resta del PLI e che si aprirà a Roma il 3 dicembre con l'annunciato ritorno in campo dell'ex segretario Renato Altissimo".
"Appunto - continua il provocatorio appello - se resterà campo libero ad Altissimo e De Luca per liquidare definitivamente ciò che rimane dell'area liberale, in cambio di tre poltroncine piccole piccole da contrattare in qualche salotto appartato del centro della capitale con De Michelis e Nucara, ne porterete - anche voi - la responsabilità. E niente scuse. Smettetela di giocare, come tanti generali da poltrona, con le play station di microbiche associazioni ad personam e combattete la battaglia sul campo, affrontate gli avversari, sconfiggete i vecchi fantasmi del passato. I forbiti editoriali sul Corriere o su La Stampa non servono da soli a far uscire il paese dall’infausta prospettiva.
"L'Italia è arrivata al capolinea; l'abbiamo capito. Ora servono le soluzioni. Non bastano i solitari radicali per coniugare pensiero e azione, avere - come dicono gli anglosassoni - "vision & mission". Riportare nella cabina elettorale una parte significativa di quel 40 per cento di cittadini, alienati e distanti da ogni forma di partecipazione politica, per intraprendere un faticoso e lungo cammino di rinascita nazionale, è la sfida di questo "inverno del nostro scontento". Obbligo di giocare, dunque. Inutile lamentarsi se poi il rancio lo cucineranno Bertinotti e Mastella".
Come si fa nei laboratori chimici per provare l’efficacia di un preparato, abbiamo sottoposto questo nostro appello a due reagenti molto forti, cioè a due liberali di marcata personalità e non facili agli entusiasmi, come gli amici Raffaello Morelli (Roma) e Vittorio Vivona (Bergamo), liberali da una vita. Il risultato? Qualche dito bruciacchiato, ma almeno una reazione chiara. Morelli, che è segretario della Federazione dei Liberali e membro italiano di Liberal International, declina l'invito perché "l'obiettivo liberale - dice - non sono le aspirazioni di De Luca, ma l'aggregazione dei liberali come famiglia politica distinta ed autonoma dalle due attuali coalizioni". E’ nota la severa posizione di Morelli che di liberalismo ce n’è poco o punto in entrambi gli schieramenti. Che è poi anche la posizione di Salon Voltaire. Aggiunge anche che se un’aggregazione unitaria ci fosse, questa oggi sarebbe "impegnata a praticare un'opposizione liberale all’attuale governo popolar conservatore". Sappiamo, però, che Morelli farebbe l’opposizione liberale anche nel caso che "questa sinistra" fosse al governo. E infine: "i liberali non possono soccorrere colui che di continuo contraddice il liberalismo". Anche Vittorio Vivona, di Liberalitalia, che da tempo ha intenzione di indire un’assemblea di rifondazione dal basso (Stati generali) dei liberali italiani, declina l’invito e sottoscrive invece la nota di Morelli. Al contrario, il liberale Guido Di Massimo, anch’egli della Federazione, e notista di LobbyLiberal, condivide in pieno l’appello.
(Camillo Benso di Latour)
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TEMPESTA NEL BICCHIERE D’ACQUA SANTA
Casini: "Nuovi martiri? Macché"
Al contrario di quanto dichiarato a caldo sulla vicenda Buttiglione perfino da alcuni liberali all’acqua di rose caduti nella "trappola mediatica" di quei furboni di ex comunisti atei-devoti per cinico calcolo politico, nessuno ha fatto violenza a un cattolico per quello che pensava. Una tempesta in un bicchiere d’acqua santa. Il Salon Voltaire aveva ragione E’ stato il cattolico Buttiglione ad ammettere signorilmente di avere due coscienze, cioè due idee contrapposte, una privata e una pubblica, e quindi a rendersi politicamente inaffidabile per un incarico europeo. Nessuna discriminazione: non era un operaio licenziato che ora fa la fame. E non esiste un diritto a diventare commissari europei, carica squisitamente politica legata, come dicono i giuristi, all’intuitus personae, e quindi sottoposta ai giudizi discrezionali più vari e mutevoli.
Nessun "attacco frontale lanciato contro il mondo cattolico", al quale rispondere "dispiegando eserciti e animando una sorta di "contro crociata"", come ha riconosciuto Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera. Se "è vero che in alcune realtà del nostro continente si diffondono forme di eccessivo laicismo che non possono essere ignorate, tuttavia, affermare che siamo in presenza di un attacco frontale contro il mondo cattolico mi sembra sinceramente troppo". "Non credo che alla causa della cristianità serva la sindrome della persecuzione. Anzi, credo che in molte realtà europee i valori cristiani non solo non siano minacciati, ma siano ancora forti e ben presenti". In quanto all’Italia, "alla base di molte leggi recenti c’è un riferimento ad alcuni principi del cristianesimo. Pensiamo agli interventi per la famiglia, la scuola, la bioetica". Appunto.
(Don Minzione)
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I LIBERALI FANNO PAURA A TUTTI? BUON SEGNO
A destra piangono, a sinistra non ridono
Come mai il liberalismo, che ha stravinto nella competizione storica, economica e culturale con le ideologie illiberali, poi fatica a trovare concreta attuazione politica nei partiti e nelle coalizioni? Per tanti motivi, il primo dei quali - purtroppo il meno modificabile - è legato alla qualità stessa e alla sociologia (Croce ci perdoni per questa botta di positivismo…) dei ceti intellettuali e professionali su cui si basano storicamente i liberali.
Di sicuro, hanno il loro peso gli stereotipi culturali e i dati caratteriali che l’evoluzione liberale ha selezionato e rafforzato nel tempo, tra cui un certo approccio snob ed elitario che finisce inevitabilmente per attrarre solo alcuni tipi psicologici e non altri. E’ ovvio, poi, che la scarsa disponibilità dei liberali al professionismo politico, che anzi giustamente combattono, non li aiuta nell’imporsi in politica.
Ma oggi è più grave la vera e propria paura che i partiti moderati di destra e sinistra hanno di un eventuale partito liberale. Qualunque gruppo organizzato tollerano (tre cattolici, due socialisti, nazionalisti-conservatori, ecologisti, localisti-federalisti, perfino fascisti e due partiti comunisti), ma un gruppo liberale no. Odio per il liberalismo? Magari: avremmo strada facile. Peggio: dopo il crollo del comunismo e la evidente vittoria dei principi liberali, quasi tutti i gruppi politici hanno imparato a definirsi "liberali" (confondendo il metodo con i programmi). Così, paradossalmente, la discriminante contro di noi è diventata ferrea, insormontabile. Ma è semplice terrore della concorrenza, e anche paura che veri liberali in casa svelino alla gente che certi progetti moderati di Destra o Sinistra (p.es. Forza Italia, Margherita) davvero o sempre liberali non sono, nonostante la propaganda. Insomma, un gruppo liberale nel nome sarebbe un alleato imbarazzante, una pietra di paragone. Ragionamento che ha fatto con franchezza lo stesso Berlusconi, assicurando, per es., a Biondi, Martino o a Costa il seggio, ma a un patto: niente gruppo liberale. "I liberali già ci sono, sono dentro Forza Italia". Lo stesso ragionamento implicito, con alcune complicazioni in più, circola dentro la Margherita, come hanno messo in luce (in un intelligente documento, troppo lungo per essere sintetizzato) i liberali della Federazione Giammarco Brenelli, Riccardo Formica, Alessandro Dalla Via e Fabrizio Prosperi.
Ora, però, i liberali – tutti: di destra, centro e sinistra – sono davvero stanchi di sostenere, e coprire presso gli elettori, politiche di governo o opposizione spesso nient’affatto liberali. E vogliono – devono – fare la voce grossa nei rispettivi schieramenti nei quali la bipartizione attuale li ha costretti e divisi. Sono scoraggiati, certo. Ma devono rendersi conto che i numeri sono per la prima volta dopo cento anni a loro favore.
Una vera e grandiosa riunificazione oggi riguarderebbe milioni e milioni di persone. Sarebbe un evento epocale per tutta la politica italiama. E spariglierebbe da sola i gruppi e le parentele, per l’entità stessa delle cifre previste. Oggi per fortuna non siamo più agli anni 80, e a saperci fare i liberali sarebbero sulla carta - male che vada - il terzo partito in Italia. Ma i nostalgici sono ottusi e non capiscono.
Certo, ci sono tre ostacoli ulteriori. Primo, i radicali mai e poi mai confluiranno in un più grande partito, e neanche si alleeranno. Almeno fin quando durerà il pannellismo. Quindi l’unificazione liberale non sarà mai completa, e i liberali salveranno la faccia facendo notare che in realtà i cugini nascono referendari, libertari e liberal-socialisti. Secondo, non è speculare ma complementare la posizione del liberalismo nei due schieramenti di Destra e Sinistra. E’ indubbio, anche se guardiamo con gli occhiali rosa del terzismo più mieloso (da Paolo Mieli), che la base di Sinistra è decisamente molto più anti-liberale, anti-liberista, statalista, anti-americana, anti-israeliana e no-global, con frequenti punte perfino staliniste, dei suoi leader. All’inverso, a Destra la base è molto più liberale, liberista, individualista, global, filo-americana, filo-israeliana e anti-statalista dei propri leader (proprio per la concorrenza di cui sopra). E bisognerebbe spingersi fino alle frange della destra sociale per trovare, molto più attenuati, i caratteri anti-liberisti che a sinistra, anche non estrema, sono la norma. Terzo problema, più transeunte, la figura del Presidente del consiglio, che divide i liberali, anche se oggi meno di prima. Questi tre ulteriori elementi rendono problematico nell'immediato un terzismo geometricamente equidistante. (Bottino Ricasoli, l'astemio)
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TASSE E DIPENDENTI PUBBLICI
Dove tagliare il bilancio
Di recente "Striscia la notizia" ha mostrato dipendenti pubblici fare la spesa in orario di lavoro. Proporrei di iniziare a recuperare copertura per la riduzione delle tasse riducendo lo stipendio a queste persone... (Dario Pezzoni). Certo, ecco dove e a chi tagliare.
(L'usciere di Quintino Sella)
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MERCATO. SE LA DOMANDA E’ PIGRA
Il governo Blair alla gente: fatevi furbi
Manco fossimo in Russia negli anni ’90, con il pubblico non ancora abituato ai meccanismi del mercato, timido e poco fiducioso del grande potere che può avere la domanda. Così è lo stesso governo a incoraggiarla. "Consumatori, guardatevi in giro. Perché pagare di più? Confrontate la vostra bolletta con quella dei vostri amici e con le offerte delle ditte alternative. E se le condizioni sono migliori, fatevi furbi: passate alla concorrenza". Così parlò il primo ministro del Regno Unito, Blair, rivolto ai suoi concittadini. Possibile? E’ che gli inglesi non sono più quelli sani e taccagni d’un tempo. Come bisogna essere perché il mercato libero funzioni. Oggi, invece, sono consumatori svogliati, pigri, indifferenti. Tv e video-giochi devono averli rincoglioniti. Lontani i tempi in cui la mia amica Marion, che abitava tanti anni fa verso Tottenham Court Road, arrivava a piedi dalla parte opposta di Soho per comprare non so più che cosa, perché costava 2 pences di meno. Altri tempi.
Qui in Italia, invece, è normale questa vischiosità del mercato per la pigrizia e la scarsa informazione del pubblico. A ciò si aggiunge poi che in molti settori non c’è ancora una reale concorrenza. E molti italiani, con fatalismo orientale, sono convinti che prezzi e condizioni di beni e servizi siano imposti dall’offerta. Prendere o lasciare. Un po’ come in Russia dopo l’89 e tuttora, sembra. Messi di fronte all’esistenza dell’alternativa (p.es., un abbonamento telefonico o un supermercato discount più conveniente) alcuni obiettano: "Non ho tempo per girare o informarmi". E’ solo una scusa, ma di fatto nel mercato una domanda conservatrice e immobilista determina infinite zone di rendita di posizione per i venditori o i fornitori. E così il sistema non è mai davvero libero e non può esplicare tutti i suoi vantaggi. E i produttori che vendono beni mediocri o a prezzi troppo alti non escono mai dal mercato.
Aveva ragione quel tale a definire l’economia una "scienza" elitaria. E alle risentite obiezioni dell’economista: "Ma sì, vi rivolgete in realtà solo a pochissimi uomini". Pochissmi? "Certo, devono essere non solo razionali e informati, ma anche egoisti, capaci di scegliere lucidamente per il proprio interesse. E anche testardi e tenaci, tanto da fare due isolati in più per comprare il prodotto a meno". Tipi così, oltre a me stesso s’intende, ne conoscevo solo in Inghilterra.
(La lavandaia di Adam Smith)
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IDROGENO, FONTE ENERGETICA DAI COSTI ALTI
100 reattori per le auto in GB
Non devono essere molto favorevoli all’idrogeno i due economisti dell'Università di Warwick che sulla rivista inglese "Accountancy Magazine" hanno provato a calcolare quanta energia ci vorrebbe per produrre, immagazzinare e trasportare tutto l’idrogeno occorrente a far camminare tutti i veicoli su strada del Regno Unito. Sono venute fuori cifre da capogiro, che Lanfranco Belloni ha preso un po’ a ridere. Ma sarebbe interessante controllare e rifare i calcoli, magari in Italia. Dunque, sostituire con mezzi funzionanti a idrogeno tutti i veicoli, automobili e camion, impiegati per i trasporti su strada in Gran Bretagna (con un consumo di 55 milioni di tonnellate di petrolio all'anno) richiederebbe l'installazione di ben 100 nuovi impianti nucleari, oppure di 100mila torri eoliche, che finirebbero per occupare tutto il territorio del Galles. Ma poiché la maggior parte delle auto vendute nel Regno Unito sono prodotte all’estero, non capiamo perché nella simulazione le centrali energetiche dovrebbero essere costruite tutte su suolo britannico. (Alessandro Volt-Ampere)

GIOVANI LIBERALI D’EUROPA E STATI UNITI
Sia di Venere che di Marte
Era perfino sulle labbra di Buttiglione quand’era "sotto processo" a Bruxelles, questa metafora mitologica dell’americano Robert Kagan, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero preso da Marte e gli Europei, poverini, da Venere. Il che spiega tutto. Un bel paragone, che ci ricorda anche il confronto-scontro tra l’antica Roma (Stati Uniti) e l’antica Grecia (Europa). Ora i Giovani liberali ne fanno un convegno il 1 dicembre, a Roma (ore 10, Palazzo Giustiniani), con Carlo Scognamiglio, Marta Dassù, Enrico Cisnetto, Carlo Jan e Massimo Teodori. Tema: "Of paradise and power: On major strategic and international questions today, Americans are from Mars and Europeans are from Venus". Modera Giuliano Gennaio, segretario dei Giovani liberali italiani.
Il convegno, come gli altri che seguono, si inserisce in una grande manifestazione ("Transatlantic Relations: United States of Europe and of America?") che vede i Giovani liberali italiani della Federazione dei liberali, con la Gioventù liberale europea (Lymec) e il Partito liberal-democratico europeo (Eldr), lo stesso a cui fanno capo Pannella e Bonino, incontrare a Roma i giovani liberal-democratici Usa, col beneaugurante motto radicale "Stati Uniti d’America e d’Europa". Conferenze, seminari e gruppi di lavoro si susseguiranno in un fitto programma dal 30 novembre al 5 dicembre.
Il 2 dicembre (ore 15) si terrà l’incontro sulle prospettive del dopo-voto negli Usa, viste dai giovani democratici americani: "Young Democrats of America: the day after the election". Partecipano Jay Augustine e Rachael Mors, che dei YDA sono presidente e vice, Roger Albyniana e Pietro Paganini, presidente e vice dei liberali europei Lymec. Sala del Cenacolo, vicolo Valdina, 3. Il giorno 3 Dicembre alle ore 10 incontro su "Terrorism: differences between European and American approaches", con Valerio Zanone, Daniele Capezzone. Carlo Scognamiglio, Gianni De Michelis, Oscar Giannino, Natale D’Amico, Enrico Morando, Stefano da Empoli, Francesco Tufarelli, Cristiano Zagari. Modera: Pietro Paganini. L’ingresso è aperto a tutti. Per ragioni di sicurezza è doveroso prenotare in anticipo inviando email o telefonando a Pietro Paganini, resp. Organizzazione: pietro.paganini@lymec.org (328.3205142) o a Giuliano Gennaio, ufficio Stampa: giuliano.gennaio@liberali.it (338.4777941). Programma completo su
www.liberalcafe.it. (La sorella dei fratelli Bandiera)
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UFFICIO STAMPA DEL VATICANO
Arafat? Eroe carismatico
www.informazionecorretta.com, il noto sito su Internet che va a caccia di bugie e inesattezze sugli ebrei, Israele e il Vicino Oriente, ha trovato questa piccola "perla" del portavoce stampa del Vaticano, lo spagnolo Joaquim Navarro. Commentando la morte di Arafat, l’addetto stanpa ha così scritto nel comunicato ufficiale: "Arafat è stato un leader di grande carisma che ha amato il suo popolo e ha cercato di condurlo verso l'indipendenza nazionale. Possa Dio accogliere nella sua misericordia l'anima dell'illustre scomparso e dare pace alla Terra Santa. Joaquin Navarro-Valls, in rappresentanza del Papa".
"Carisma" e "amore per il suo poipolo". Parole non diverse il Vaticano avrebbe usato se si fosse trattato di commemorare Lincoln, Churchill, Cavour, Gandhi ecc. Certo il Vaticano è uno Stato come tutti gli altri e rispetta le ipocrite regole della diplomazia. Però avrebbe avuto mille possibilità di fare un ritratto diverso, senza offendere nessuno. Ma dire che Arafat era carismatico e amava il suo popolo è insieme troppo banale e troppo impegnativo. Basti una sola obiezione: se davvero amava il suo popolo, per dirne una, come mai i palestinesi sono poveri, mentre lui era ricchissimo? In realtà – scrive Informazione corretta - "Arafat era un terrorista, un autocrate e uno degli uomini più ricchi del mondo, tra una popolazione gettata sul lastrico da ruberie e avventurismi politici. Ma diviene un "leader carismatico" che "amava il suo popolo".
(Sir Lawrence da Rabbia)
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PARTITI INUTILI
Perché social-destri o cattolici?
Ha fatto bene il presidente del Senato, Pera, a definirlo "un residuo inerzíale della storia". Fin da giovanissimi non abbiamo mai capito a che serva un partito cristiano o, peggio, cattolico. E in Italia ne abbiamo tre o quattro. Però "i cattolici - ha scritto giustamente G.Desiderio sull’Indipendente - fanno politica in tutti í partiti" e, aggiungiamo, hanno stabilito da oltre 60 anni di non strumentalizzare la loro fede. "Chi non prende atto dí questa novità è semplicemente un nostalgico democristiano".
Il "cristianismo" politico non esiste. Così come il maldestro "destrismo sociale". Sconfitti con ignominia fascismo e comunismo, restano in vita solo due visioni del mondo o ideologie, di cui la prima è vitalissima e vincente, la seconda è ormai alla bombola d’ossigeno: il liberalismo e il socialismo.
Che potranno dire mai di originale, perciò, una piccola corrente di "destra sociale" - eufemismo per non dire socialista - e perfino la grande Democrazia cristiana degli anni d’oro? Nulla di nuovo. O fanno i liberali o fanno i socialisti. Con tutte le sfumature possibili. Tertium non datur. E talvolta, non avendo altro da scegliere, le due cose, in contrasto tra loro, le fanno alternativamente: prima mezzi liberali, poi mezzi socialisti. I cattolici Minghetti e Ricasoli, invece, fecero i liberali, sempre, con convinzione. I nazionalisti conservatori Alemanno e Storace fanno i socialisti, di tanto in tanto, ma talvolta per ragioni di alleanze di governo sono costretti a fare i liberali. Poveretti, come soffrono. E come li compatiamo: neanche il solidarismo e il corporativismo possono vantare. Il primo o non vuol dire nulla o è già contenuto nella politica sociale liberale. Il secondo, incompatibile con mercato e libertà dell’individuo, è stato spazzato via. Davvero, non vorremmo proprio essere, di questi tempi, né destri-sociali né catto-politici.
E poi guardiamo alle cose concrete. Se diciamo sì a una destra "sociale" diciamo che lo Stato deve avere il diritto e il dovere di entrare nella nostra vita e nel nostro portafogli, di imporre, vietare, proporre, programmare. Se scegliamo la risposta liberale diciamo che il potere dello Stato si ferma davanti alla nostra coscienza, alla nostra porta di casa e al nostro portafogli. Chi chiede che le tasse siano abbassate pensa due cose: lo Stato non può prendersi più del dovuto e non può fare con i miei soldi scelte morali (p. es. dire no alla fecondazione medica) che io, se voglio, posso fare liberamente per conto mio senza renderne conto a nessuno.
(La badante russa di Cossiga)
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E SE GASPARRI AVESSE INCONTRATO UN NEONAZISTA?
Pci in pellegrinaggio agli Hezbollah
L'incontro a Beirut fra il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto e Hassan Nasrallah capo degli Hezbollah libanesi ha provocato la dura reazione dell'ambasciata israeliana in Italia e imbarazzo nel centrosinistra. Hezbollah è "contro ogni riconciliazione con Israele", appoggia l'intifada e colpisce Israele con attacchi armati dal sud del Libano. Da qui l'indignazione dell'ambasciatore Ehud Gol, che esprime "disgusto e ripugnanza" per l'episodio, per "il desiderio di Diliberto di intrattenere relazioni con quella organizzazione terroristica e assassina".
Ma quelle che hanno colpito di più sono state le reazioni sfumate e ambigue dei vicini di casa di Diliberto. Franceschini della Margherita (un gruppo in cui ci sono molti liberali) raccomanda di "non enfatizzare" e di far rientrare la cosa nelle "distanze che ci sono tra di noi sulla politica estera". Enrico Boselli (Sdi) parla di "errore e danno" di Diliberto: "Ma è solo una posizione isolata". E il verde Alfonso Pecoraro Scanio inneggia alla linea pacifista ricordando, però, che "Hezbollah è un partito legale in Libano".
Immaginate che sarebbe successo se per duplice ipotesi il neofascista Rauti (il corrispettivo estremista a destra del comunista Diliberto) non solo fosse un esponente di spicco del governo Berlusconi, ma in tale veste avesse avuto un colloquio col nazista Mengele ancora in vita, o con i neo-nazisti tedeschi.
(Ciccio, il giardiniere della Palombelli)
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TODOS LIBERALES. O BLA BLA BLA?
Troppa grazia, San Cavour
Ma che sta succedendo, la "rivoluzione" (pardon, volevo dire la "presa del potere" da parte dei liberali? E sì, a guardare alle cento iniziative che iniziano con il prefisso "lib", si direbbe o che stanno diventando "Todos caballeros" oppure che siamo al solito bla bla bla politichese, o anche - perché no? – che per la prima volta da un secolo a questa parte i liberali sono vicini, a parole, al consenso degli intellettuali e di alcuni settori dell’opinione pubblica. Ad esempio, Giuliano Gennaio bravo segretario dei Giovani liberali della Federazione dei liberali, che in questi giorni sta preparando con Pietro Paganini le manifestazioni internazionali dei giovani lib (v. altro articolo), non sa a quale convegno-tavola rotonda-dibattito presenziare. Tanti sono gli inviti, tante le iniziative. "L'agenda del perfetto liberale – dice - in questi giorni è pienissima. Dico la verità, non saprei come sdoppiarmi. E noi che ci lamentiamo della poca presenza dei liberali nel Parlamento…
"Scorriamo un po’ la scaletta....C'è la costituzione dell'associazione Democrazia liberale in seno al centro sinistra, anzi nella Margherita; gli incontri dei riformisti di Libertà Eguale e dell'ala morandiana dei Ds, ci sono gli incontri della Federazione dei Liberali e della Fondazione Einaudi che a volte si confondono per la comune presidenza di Valerio Zanone, che sta anche fondando la suddetta Democrazia Liberale; ci sono anche (da leggere) gli imperdibili pezzi di Ostellino e degli amici del Corriere della Sera; quelli della nuova testata Internet dei giovani liberali, liberalcafe.it, gli incontri della Casa Laica di Diaconale (con le fondamenta traballanti, però); gli incontri "a porte chiuse" tra liberali di destra e repubblicani, tra liberali di sinistra e di centro, tra liberali dormienti da una vita e attivi da poco, tra liberali di centro, di giù, di sù.....
"E poi gli eventi. C'è il congresso dei liberali - continua Gennaio - vabbè, dei liberali di centro destra, quelli che prima si sono fatti dare il posto alla Camera e poi si sono seduti sullo scranno, senza muoversi o fare politiche liberali; quelli che vogliono "innovare nella tradizione", quelli che "tutto cambia quando niente si muove", quelli del PLV (Partito Liberale Virtuale), ma sì, i congresso dei capelli bianchi, del tricolore, della consapevolezza degli sconfitti. E sembra - oh no! - che torni in politica perfino "l’Altissimo". E se andassi invece all'evento Lymec-Giovani Liberali Europei per gli Stati Uniti d'Europa e d'America? (vedi articolo a parte).
"Uffa, quanti eventi, quanti congressi, quanti incontri. Sapete che faccio? Me ne resto a casa....e leggo! Leggo i libri di Rubettino, di Leonardo Facco, dell'istituto Bruno Leoni, del centro Pannunzio, gli articoli sui siti internet dei Liberali veneti, dei Liberali per l'Italia o di Lobby Liberal...o, perchè no, vado a incontrare Mario Segni e i suoi Liberaldemocratici: anche loro sono nella galassia liberale, no? E se invece comprassi Il Foglio, L'Opinione, Il Riformista o L'Indipendente? Tutti liberali si dichiarano quei giornali.... Mamma mia, scrivendo mi rendo conto che i liberali sono al potere! Peccato solo che alle volta in Italia manchi…la libertà. Mi chiedo cosa mai potrebbe succedere se non ci fossero i liberali al potere. E se facessimo qualcosa di concreto, invece di parlare tanto?"
(Giolitti, il gelataio di Campo Marzio)
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I VENDITORI ABUSIVI GENERANO CONCORRENZA
I "vu cumprà"? Sono dei liberali
Ciò che appare non è, e ciò che è non appare, diceva qualche perditempo senza fissa dimora circa 2500 anni fa. Prendiamo il caso della "caccia all’abusivismo". Non quello edilizio, che in Italia non tocca mai nessuno, né a destra né a sinistra. Ma il cosiddetto abusivismo commerciale. Vigili urbani, polizia, carabinieri e finanza, che non riescono a fronteggiare la vera delinquenza, con azioni concertate degne di miglior causa, su "mandato" dei commercianti, che ormai sono le uniche autorità cittadine in Italia, stanno usando la mano pesante contro i venditori abusivi africani: li fanno sloggiare, li denunciano, gli sequestrano borse Vuitton e portafogli Valentino contraffati.
Ma è un grosso errore, e lo dimostro da liberale, senza scomodare né pietismo cattolico né terzomondismo da ultrasinistra. Innanzitutto l'ordine pubblico non è turbato. Gli africani - in media più colti di chi li arresta - hanno una compostezza che molti italiani non hanno. E in tempi di grande criminalità e terrorismo, la polizia, che non deve farsi esecutrice passiva dei voleri di una corporazione, ancor meno per curarne i problemi economici, non può sprecare uomini e tempo in cose del genere. Quindi primo errore di Questure e Ministero dell’Interno.
Sul piano del diritto, poi, ha stabilito la Cassazione, una borsa che imita una marca famosa, proprio perché costa molto meno e si vende per strada, è cosa ben diversa dall'originale. Anche se è ugualmente robusta e ben fatta. L'acquirente lo sa, e vuole appunto comprare un'imitazione, non l'originale. Mai entrerebbe in negozio. Dov'è dunque il danno commerciale per proprietari del marchio, produttori e commercianti? Dov'è la truffa? Tanto più, poi, che spesso il logo (disegno del marchio) è un po' diverso da quello originario. Gli imitatori non fanno ricorso in Cassazione, ma quando lo hanno fatto sono assolti. Giustamente. Il diritto al marchio (l'unica ragione valida), è un diritto minore, non è eterno e assoluto come la proprietà.
Sul piano economico e sociale, è da ottusi togliere una fonte di reddito onesto (senza virgolette) agli intelligenti immigrati africani, che così producono ricchezza, sono sottratti alla criminalità, tassabili, controllabili e censibili sul territorio. E che animano strade di solito vuote e squallide per la ben nota incapacità di parecchi commercianti italiani (numero eccessivo, articoli che non vanno, vetrine malfatte, alti prezzi, commesse maleducate ecc). Ma in un'Italia in crisi, con milioni di cittadini impoveriti, il commercio parallelo o cinese (bancarelle) è un calmiere perfetto che compensa due anni di trucchi con cui molti commercianti hanno abusivamente raddoppiato i prezzi (1000 lire = 1 euro) e dà respiro alle fasce deboli: donne, anziani, studenti, extracomunitari. E "fa bene" al commercio ufficiale, sì, perché lo pone finalmente di fronte a una vera concorrenza catartica. Non sleale, ma economica. Anche i commercianti potrebbero diversificarsi o ricaricare molto meno. E se non lo fanno è perché non lo sanno fare: o sono troppi o in zone sbagliate. E nel mercato, chi non ce la fa, deve fallire. E' un loro problema economico, non di ordine pubblico. E il fatto stesso che la gente non voglia più entrare nei loro negozi e affolli supermercati e discount senza marche, la dice lunga sul bluff delle marche famose, i cui prodotti sono del tutto analoghi agli altri.
Che questo serva da lezione ai commercianti, non agli intelligenti "vu cumprà". E, in cauda venenum (il veleno nella coda): proprio gli italiani, per decenni imitatori dei prodotti stranieri, si mettono ora a sequestrare le imitazioni?
(Il filippino della Pivetti)
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LUOGHI COMUNI SBAGLIATI
Tutti giovani a Roma antica?
Signori medici, non ripetete in tv che i Romani antichi vivevano 30 o 40 anni. Confondete l’aspettativa di vita con la vita media. La vita media era molto bassa, è vero, poiché molti neonati e bambini piccoli in ogni famiglia morivano per infezioni (l’igiene non era conosciuta). Ma l’aspettativa di vita, dopo questa falcidie, era piuttosto alta, paragonabile a quella nostra. E per le strade romane, signori registi dei film sull’antica Roma, avreste visto più o meno tanti vecchi quanti ne vedete oggi. Non mancavano i centenari, come Asinio Pollione, che intervistato sul suo segreto ripeteva (le solite panzane dei vecchi) che doveva ringraziare vino e miele presi ogni giorno. E il grande Catone (vedi articolo a parte), ancora a 80 e oltre andava ambasciatore a Cartagine, scriveva libri importanti e si difendeva nei processi. E che botte da orbi menava…
(Ippokrates l'ipocrita)
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RICERCATORI IN ITALIA
Più soldi o stipendio sicuro?
Sarà che in Parlamento ci sono pochi laureati in scienze, fatto sta che il ceto politico italiano si dimostra ottuso e provinciale nel non capire che senza il potenziamento della ricerca scientifica l’Italia non potrà che continuare l'attuale declino. L'articolo di Francesco Giavazzi "I conservatori della ricerca" (sul Corriere) che auspicava una modernizzazione liberista della ricerca, sul tipo di quella degli Stati Uniti, ha però avuto qualche critica da P.M.Mannucci, a nome dei ricercatori del "Gruppo 2003", le cui pubblicazioni figurano fra le più citate nel mondo. Questo gruppo ritiene che il problema principale oggi sia l'insufficienza dei fondi a disposizione. Essendo pagati in maniera indecente - questo il sillogismo - il numero dei ricercatori è uno dei più bassi fra i Paesi del G8: 2.7 ricercatori su 1000 lavoratori, paragonati a 9 in Giappone, 8 negli Usa e fra 5 e 6 in Francia, Germania e Regno Unito. D'altra parte, questi pochi ricercatori, prendendo come criterio le citazioni che ricevono le loro pubblicazioni, si collocano al 7° posto nella classifica mondiale ma occupano un posto molto più basso (30°) nel numero assoluto di pubblicazioni e citazioni. Quindi i ricercatori italiani sono pochi, molto poveri ma bravi come quelli degli altri Paesi che in ricerca investono molto di più. Però non credono che l'aumento dei fondi della ricerca, dall’1.1% del Pil al 3% considerato ideale dalla Conferenza di Lisbona, non porterebbe a sostanziali vantaggi, come sostiene Giavazzi.
Il gruppo di ricercatori è invece d’accordo con Giavazzi su un tema caro ai liberali, e cioè il reclutamento dei ricercatori. Bisogna infrangere il tabù del valore legale del titolo di studio che mette tutte le lauree sullo stesso piano e incoraggia università ed enti di ricerca a scegliere docenti e ricercatori con criteri localistici e clientelari. Infine, bisogna permettere ai cittadini di devolvere alla ricerca l'8 per mille dell'Irpef.
Ma sentite come risponde Giavazzi. Anche nelle sue parole noi liberali troviamo nostre argomentazioni. Una, poi, fondamentale. "Sono d'accordo, ma l'attuale sistema scambia un stipendio "da fame" con un posto a vita. E' evidente che gli stipendi dei ricercatori dovrebbero essere resi più dignitosi, ma solo dopo che sia stato eliminato quello scambio perverso e cioè in un sistema nel quale i giovani, come negli Stati Uniti, entrano nell'università con contratti di 6 o 7 anni, al termine dei quali vi è una probabilità non superiore al 50% di essere confermati. Quanto ai fondi per la ricerca, continuo a pensare che dare più denaro all'attuale sistema significhi sprecare risorse. Il ministro Moratti vanta i progressi del sistema di valutazione: vorrei ricordare che si tratta sempre e solo di valutazioni ex ante, cioè sui progetti presentati, mai di valutazione ex post, sui risultati ottenuti".
(Il massaggiatore della Moratti)
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ROMA SPECCHIO D’UN ITALIA CHE NON CI PIACE
E il sindaco yankee suona il rock
Speriamo che Romano "Mortadella" Prodi si ritiri e che Walt "Yankee" Veltroni (address: Capitolium "The Original", Rome, Italy) divenga il capo indiscusso della Gad, Grande alleanza democratica. Non capisce niente di economia? E perché, Prodi, invece? Ma sì, facciamo il tifo per Walt, carta segreta dei dirigenti Ds, compreso D’Alema. Anche perché così Roma potrà avere un altro sindaco. E pensate che come sindaco, non come politico, piace un po’ a tutti, - incredibile - ed è votato anche da quelli di destra (AN) che vedono in lui la figura per loro familiare di simpatico e superficiale populista, il "bravo ragazzo" arruffone che ci prova a fare il serio e il preparato alla Guazzaloca, alla Petroselli o alla Albertini, ma non ci riesce. Una specie di Storace più presentabile, che "fa scena", fa parlare di sé con i concerti rock e i summit dei Nobel per la pace. Insomma, si atteggia a grande politico internazionale, ma poi sulle cose concrete che interessano davvero i cittadini di Roma è un disastro.
Roma, anche per colpa di Veltroni, è lo specchio di un’Italia che non ci piace. E non per rifare il verso al celebre titolo del "Mondo" di Pannunzio. Negli ultimi anni la Capitale ha accentuato la sua decadenza. Ormai è una città mediorientale, infida, caotica, corrotta. Mai stata così sporca e trasandata in passato, neanche sotto i peggiori sindaci Dc. Oggi quella che fu il simbolo dell’Italia si presenta piena di sporcizia dappertutto, rifiuti non ritirati da settimane, caos da traffico, rumore, inquinamento (solo Atene la batte), strade sconnesse e piene di buche, brutture, volgarità e inefficienze d’ogni genere (dal decoro urbano ai vigili, stavo per dire "urbani"). Una vergogna, anche di fronte ai turisti stranieri. Basti dire che la strada dell’Hotel Hilton è una delle più dissestate d’Italia, da anni. La raccolta dei rifiuti non funziona: gli spazzini "fanno scena" in centro quando passano gli intellettuali, i giornalisti e i giovani che votano Veltroni (dopo la mezzanotte), con le macchine inutili dell’Ama che fanno un rumore infernale disturbando il sonno dei cittadini). Un tessuto sociale degradato. Una pessima immagine per una nazione molto più sana e civile della sua capitale. A Roma, disse l’amico Pratesi, perfino il Genio è "incivile". E ora che il Genio non esiste più, resta l’inciviltà.
Ma Roma è ormai da tempo una città spenta e provinciale. Senza stimoli, senza iniziative culturali spontanee. Tutto le viene imposto dall’alto, dal Comune, con un’invadenza di tipo sovietico-elettoralistico. Iniziative appariscenti ma vuote, tutte strettamente controllate dal binomio Veltroni-Borgna, quest’ultimo assessore alla cultura, il cui unico lascito teorico è stata una superficiale "Storia della canzone italiana". Così, un’associazione privata o un intellettuale indipendente non strettamente legati a Veltroni o a Borgna, o almeno ai Ds, non riusciranno mai a ottenere gli spazi (le decine di sale per conferenze o concerti del Comune) o gli aiuti che invece ottengono le tante cooperative e iniziative vicine ai due. Alla faccia del pluralismo. Ne sa qualcosa il Premio Bucchi di musica, di Liliana Pannella, costretto a elemosinare una saletta dal Vicariato.
Inefficienza dei vigili, dei trasporti e dell’Ama (l’azienda che dovrebbe pulire), abbandono dei monumenti, sporcizia, buche, traffico, rumore? Che noia. Mica è il sindaco di Trezzano sul Naviglio, che è costretto ad essere efficiente. Lui si sente uno statista mondiale, non si abbassa a simili cosette. Per Walt "Clinton" Veltroni (from Capitolium, Rome, yeah!) solo i "grandi temi" portano voti. Per esempio, visto che da giovane si diplomò, faticosamente, in Scuola di Cinematografia, il cinema. Per questo si è sentito autorizzato ad erigere - a Roma - una brutta stele per fortuna ignorata da tutti, al bravo ma super-napoletano Totò, e a a cambiar nome alla gloriosa Galleria Colonna che ora si chiama Galleria Alberto Sordi. E si appresta a fare altre violenze culturali, come quella di cancellare il glorioso Teatro Quirino (Teatro Gassman). Ma soprattutto il rock è in cima alle preoccupazioni di Veltroni.
Perciò si è precipitato quando gli si è offerta l’occasione di incontrare il suo mito Cat Stevens, famoso rocchettaro, diventato musulmano già nel 1977 col nome di Yusuf Islam. Un antemarcia, insomma. Durante il V Summit (che brutto nome e che cose brutte ci ricorda) dei Nobel per la Pace, organizzato dal Comune di Roma e dalla Fondazione Gorbaciov, il sindaco di Roma insieme con l’ultimo presidente sovietico ha consegnato il premio "Man for Peace 2004" proprio a Yusuf Islam, per aver egli fondato l'organizzazione umanitaria "Small Kindness" che ha assistito famiglie islamiche bisognose di aiuto in Kossovo, Bosnia, Albania, Montenegro ed Iraq.
Ma, piccolo particolare d’un uomo "pacifico", Cat Stevens-Yusuf Islam nel 1989 appoggiò la terribile "fatwa" dell'ayatollah Khomeini che decretava la morte per lo scrittore Salman Rushdie, affermando che "chi diffama il Profeta deve morire". Nel 1980 un'analoga dichiarazione fatta alla televisione britannica Granada TV gli costò l'ostracismo ai suoi dischi da parte di molte radio americane, la dichiarazione di persona non desiderata in Israele e poi negli stessi Stati Uniti. Insomma, mentre i fanatici islamici imperversano, il sindaco di Roma premia il primo dei loro sostenitori. Ma queste obiezioni, si sa, (come quelle sulle buche, i vigili, l’Ama, la sporcizia e i monumenti di Roma) per Walt "Yankee" Veltroni sono tutte quisquilie e pinzillacchere, per dirla col beneamato Totò. (Viviana, citofonare all'int. 2)
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SORPRESA. IL P.R. COMPIE CINQUANT’ANNI
Se i Radicali fossero stati quelli…
Fra poche settimane entreremo nell’anno che vedrà l’anniversario dei 50 anni di vita del Partito radicale. La cosa non deve sorprendere: quasi tutti i partiti attualmente presenti in Italia sono più giovani. Quello che all’inizio fu deniminato "Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani" fu fondato nel 1955 da Ernesto Rossi, Leo Valiani, Guido Calogero, Francesco Compagna, Giovanni Ferrara, Felice Ippolito, Franco Libonati, Alberto Mondadori, Arrigo Olivetti, Marco Pannella, Mario Pannunzio, Leopoldo Piccardi, Rosario Romeo, Nina Ruffini, Eugenio Scalfari, Paolo Ungari.
Chissà come sarebbe stato il PR, come si sarebbe evoluta la politica italiana, se quelle personalità della cultura laicista fossero rimaste a lungo attive sotto le insegne del partito, invece di dileguarsi tutte in pochi mesi.
(Il fornaio di via Torre Argentina)
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CATONE E LA VITA NELL'ANTICA ROMA
Politici col "cavallo pubblico"
Roma 2200 anni fa? Era già come oggi. Catone, dopo essere stato bocciato varie volte, fu eletto censore a 50 anni. Iniziò così – a un'età in cui secondo gli attuali "medici da tv" doveva già essere morto da tempo – la sua carriera politica. Il partito dei nobili tentò invano di impedirne l'elezione. Catone rivide le liste dei senatori per eliminare gli indegni e i mancanti di censo, come Quinzio Flaminino che aveva ucciso una persona durante un banchetto con un amasio (giovane amante) e prostitute. Tolse il "cavallo pubblico" (auto blu) a Lucio Scipione Asiatico. Tassò i beni di lusso peggio di Visco, moltiplicando per 10 il valore imponibile di gioielli e vesti femminili, ma anche i veicoli di valore superiore a 15.000 assi (Mercedes). Idem per i domestici pagati più di 10.000 assi. Su questi beni applicò una tassa del 3 per 1000.
Proibì di utilizzare l'acqua pubblica gratuita negli edifici e nei terreni privati. Fece tagliare i tubi collegati abusivamente all'acquedotto. Ordinò la demolizione entro 30 giorni degli edifici privati costruiti su suolo pubblico. Avviò i lavori per la pavimentazione delle fontane pubbliche, la pulizia delle fogne e la costruzione di altre fognature. Fece costruire nel Foro la basilica Porcia, un edificio con colonnati per il passeggio e il commercio (primo centro commerciale). Gli appalti per la riscossione delle imposte nelle province li concesse a prezzi altissimi, mentre gli acquisti per forniture statali furono effettuati a prezzi bassissimi. Il senato, spinto dalla lobby degli appaltatori e fornitori, intervenne annullando gli ultimi due provvedimenti. Con un editto escluse dalle nuove aste coloro che avevano tentato di eludere le aste precedenti. Naturalmente questi provvedimenti gli attirarono gli odi dei potenti che intentarono contro di lui ben 44 processi con varie accuse. L'ultimo quando Catone aveva 86 anni.
Dopo il censorato, nel 181, propose la Lex Orchia contro i beni di lusso. Poi nel 169 la Lex Voconia per il controllo della libertà finanziaria delle donne, segno paradossale che a Roma erano trattate meglio che in tutti gli altri paesi. Durante una sua ambasciata a Cartagine, probabilmente nel 153, Catone, ottantunenne ma attivissimo [vedi articolo sui medici e l'età media dei Romani], si convinse della minaccia che la città costituiva ancora per Roma e iniziò una campagna per distruggere l'antico nemico: delenda est Carthago. Prima di morire, nel 149, Catone riuscì nel suo intento: Roma e Cartagine entrarono in guerra per l'ultima volta. Contro il crescente diffondersi del latifondo scrisse il De agricultura in difesa della medio-piccola proprietà terriera. Be’, ditemi se la vita dell’antica Roma non era del tutto simile a quella moderna. (Il callista epilettico di Rosy Bindi)

IL SITO DI YAD VASHEM
Tutti i nomi della Shoah
Yad Vashem ha pubblicato un database che raccoglie circa 3 milioni di nomi delle vittime della Shoah. La ricerca è semplice. Cliccando sul sito
www.yadvashem.org e inserendo nome, cognome e luogo di nascita, è possibile ricostruire la vita di ognuno dei tanti ebrei morti nelle deportazioni e nella violenza cieca del regime del Terzo Reich. Ad esempio, prima ricerca-test su Gabor Neumann. Gabor era nato il 10 febbraio 1940 in Ungheria, era figlio di Elek e Margit Neumann. Gabor, e aveva solo 4 anni quando fu deportato ad Auschwitz e ucciso, il 29 giugno 1944. (Samuele Calò)
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MEMORIE EBRAICHE A NUOVA GORIZIA
Salviamo il cimitero di Val di Rose
Val Di Rose ha una storia particolare, era il cimitero della comunità ebraica di Gorizia, vi sono seppellite molte menti illustri ma, pochi, ad eccezione dei locali, lo conoscono, il perchè è tutto nella sua storia. Si possono trovare delle lapidi fino al 1942 poi, tutto finito, bloccato per sempre, come a Pompei, a causa della completa deportazione della comunità ebraica nei campi di sterminio (tornarono solo due persone che fecero alyah in Israele) non ci fu più nessuno che potesse fare loro visita. Come se non bastasse, per qualche centinaio di metri, a causa della ridefinizione dei confini quello che era territorio Italiano è diventato Sloveno, per cui ora val Di Rose è un paradosso che simboleggia l’assurdità d’una città italiana tagliata in due: un cimitero di ebrei (che non ci sono più) Italiani (che non ci sono più, perché si trova in Slovenia). Queste le ragioni dell'abbandono. L'Associazione Italia Israele di Gorizia intende preservare la memoria ed il piccolo cimitero, (stà anche scrivendo un libro per pubblicizzarli) è in corso una battaglia per fare in modo che il piccolo tempietto attiguo al cimitero venga restituito, per ora è stato occupato abusivamente da un casinò! (Sara Di Veroli, commessa da Tagliacozzo)
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CENTRO PANNUNZIO DI TORINO
Annali dedicati a Spadolini
Il Centro che si intitola a Mario Pannunzio, giornalista e intellettuale liberale fondatore del Mondo, opera da molti anni a Torino, spesso solitario nella divulgazione della storia al di là delle "vulgate" di partito, nella diffusione della vasta e sfaccettata cultura liberale, sotto la guida dello storico prof Quaglieni, al quale va tutta la nostra considerazione. Ora con l’intestazione del Centro Pannunzio ci arriva, a firma di Alda Croce, l’ultima figlia del filosofo, l’annuncio-invito
Della presentazione, presso la Biblioteca del Senato, a Roma, in piazza della Minerva 38, degli Annali 2004-2005 del Centro, dedicati a Giovanni Spadolini. Partecipano Pierluigi Battista, Antonio Maccanico, Giovani Russo, Jas Gawronski, Pier Franco Quaglieni. Interverrà il Presidente del Senato Marcello Pera. (Ada, del Parco del Valentino)

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