11 novembre, 2007

 

I "nemici" Croce e Salvemini? Hanno ragione entrambi nell’Italia di oggi

Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, se un Plutarco dei nostri giorni scrivesse una riedizione delle "Vite parallele", sarebbero affiancati e però contrapposti, perché tante, troppe volte le loro parabole umane e intellettuali ebbero a incrociarsi e a sovrapporsi. A cominciare dall’essere entrambi meridionali in una Nuova Italia liberale tutta fatta da gente del Nord (e non avrebbe potuto essere altrimenti, data l’origine nordica del liberalismo), dall’aver iniziato entrambi con gli studi storici, dall’inquietante comune dato biografico della tragedia familiare causata dal terremoto, per finire con la comune opposizione al fascismo e la teorizzazione d’una qualche palingenesi (liberale l’uno, "democratica" e-o radical-socialista l’altro) che, sia pure in modi diversi, conducesse alla ricostruzione morale, intellettuale e civile degli Italiani dopo la dittatura e la disfatta.
Ma qui finiscono le analogie tra i due grandi intellettuali. Storico, filosofo, teorico di estetica, studioso delle idee e gran teorizzatore del liberalismo come laica "religione della libertà", ma anche intellettuale poliedrico che non disdegnava la realtà concreta e la politica pratica (fu perfino ministro e poi presidente del Partito Liberale), il Croce. E invece, battagliero, infuocato polemista, opinionista intransigente e "maître à penser" della sinistra laica democratica, famoso per le sue invettive e stroncature, invero poco accademiche e molto partigiane, pur essendo anch’egli partito dalla ricerca storica, il Salvemini, di cui ricorre quest’anno il cinquantennale della scomparsa.
Ebbene, proprio Croce fu l’oggetto per decenni delle invettive del moralista e meridionalista Salvemini, che oltre ad esprimersi nelle ben note affermazioni sarcastiche sul ruolo della filosofia, compresa quella politica, imputava al filosofo quella teoria dei distinti che è tipica della filosofia laica e liberale, anzi a ben vedere di ogni filosofia moderna, cioè di aver diviso con compartimenti stagni la politica e la morale. La conseguenza di questa logica e naturale separazione, sarebbe stata secondo Salvemini - nientemeno - di aver fornito addirittura un alibi intellettuale al malgoverno del Sud, all’incapacità della borghesia meridionale.
Non ci risulta che l’inazione, la passività, la corruzione, il nepotismo, i favoritismi e le ruberie che nel Sud d’Italia hanno caratterizzato le vicende politiche e sociali per tutto il secolo XX, e che ancora durano, anzi potenziate, ora che di Croce è quasi sparito il ricordo, fossero un side effect, una conseguenza perversa degli abbonamenti alla "Critica" o degli acquisti del "Breviario di estetica", o delle crociane, bellissime, "Storia d’Italia" e "Storia d’Europa". Ma tant’è. Secondo l’invettiva salveminiana del 1946, il crocianesimo avrebbe diabolicamente fornito alla corrotta e ignorante - secondo Salvemini - borghesia del Sud (non tanto corrotta, però, da non leggere i libri di Croce…) "il grimaldello per scassinare tutte le serrature, i trampolini per qualunque capriola intellettuale, i sofismi per giustificare qualunque turpitudine". Perfino il significato dell'opposizione crociana al fascismo è ridimensionato da Salvemini: " il no di Croce rimase sempre un no quietista; non divenne mai il no attivista di chi rischia il pane, la libertà e magari la vita. C'è differenza fra Budda che si guarda l'ombelico, e Cristo che muore sulla croce".
Ecco, abbiamo preso ad esempio una polemica che divise i due coevi intellettuali del Novecento italiano, per sottolineare la singolare circostanza che il geniale, emotivo e passionale Salvemini, talvolta ingiusto e meschino nelle sue battaglie (come quella contro Giolitti, definito "ministro della malavita"), trova ora, proprio a 50 anni dalla sua scomparsa, una Nemesi che lo ricorda, è vero, in un volume [Livio Ghersi, Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell'Italia odierna, Bibliosofica 2007, pp.638, euro 15], ma allo scopo dichiarato di rivalutare Croce, di restituire l’onore intellettuale e morale al teorico del liberalismo, partendo sì dalle critiche salveminiane, ma per dimostrare, a contrario, l'importanza e la validità del pensiero crociano anche ai nostri giorni.
Un compito gravoso, riuscito anche perché lo studio appare sorretto da un’ipotesi di lavoro credibile (la prevalenza, decretata dalla Storia oltreché dalla filosofia tanto vituperata da Salvemini, del liberalismo sul socialismo o sulla democrazia) e da una passione discreta che sfiora lo spirito del pamphlet, e per di più è ben documentato, perfino ad abundantiam, tanto da potersi proporre perfino come testo didattico.
Ma è l’attualizzazione del contrasto tra i due intellettuali ad incuriosire ulteriormente. "Croce e Salvemini", recita il titolo del corposo volume, appena uscito da Bibliosofica, che reca nel sottotitolo, a sorpresa: "Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna". E sì, perché l’originalità dello studio è quella di calare la lunga e appassionata diatriba Salvemini-Croce nel tempo di oggi, tanto che negli ultimi capitoli si arriva addirittura a toccare argomenti come la laicità dello Stato liberale, il problema della rappresentanza, la politica internazionale e l’avvenire dei liberali in Italia. Il tutto riferito e aggiornato addirittura all'Italia e all'Europa del 2006.
Vengono isolati e analizzati tre concetti fondamentali per la comprensione del pensiero di Croce: l'idealismo, lo storicismo e il líberalismo. Ciascuno nella particolare interpretazione che egli ne ha dato. Ripensare Croce - specifica l’autore - dà modo di contrastare tanti luoghi comuni che ricorrono nel dibattito pubblico italiano ai giorni nostri. Per esempio, l'ideuzza che essere liberali coincida con l'essere genericamente democratici confutata alla radice dall'insegnamento crociano. Anzi, il liberalismo può rendere i migliori servizi solo se opera come momento dialettico rispetto alla democrazia ed al socialismo, mentre a nulla serve se si confonde con loro.
Ma forse, aggiungiamo da crociani temperati, a noi liberali moderni farebbero comodo oggi sia un Croce, sia un Salvemini. Perché in fondo anche Croce va storicizzato, cioè riferito ai suoi tempi, e molte altre scuole liberali si sono imposte nel frattempo, mentre il liberismo e il "mercato" prevalgono a parole: spesso si tratta, invece, dei vecchi oligopoli o dei "cartelli" su cui tanto polemizzava un terzo genio laico: Ernesto Rossi.
Il rigore delle distinzioni crociane ci servirebbe, eccome, magari in un breviario intellettuale, oggi che - insopportabilmente - tutti fanno i finti "liberali". E intanto l'incompetenza, il disprezzo dell'intelligenza e del merito, e la corruzione politica dilagano come e più di prima, cioè dei tempi di Croce e Salvemini. E se è vero che non solo il comunismo è morto, ma anche il socialismo, il suo cugino presentabile, che per non morire si è trasformato in liberale, è però vero che l'intransigenza morale, anche se sanguigna e per niente equanime, d'un Salvemini, ci farebbe comodo oggi, con tutto quello che è successo e succede ogni giorno. Come anche quella d'un Ernesto Rossi.
Evviva Croce, il cui rigore è per noi, ancor oggi il fondamento d'una sorta di "breviario intellettuale", utile a capire che la Storia è sempre storia di idee. Sì, vaglielo a dire a tipi come Mastella e Bossi, Bindi e Di Pietro, Prodi e Veltroni, D'Alema e Fassino, Berlusconi e Brambilla, che hanno ormai trasformato la politica italiana da dialettica di idee in polemica vuota, invettiva continua, propaganda 24 ore su 24, perfino nel chiuso del Parlamento. "Chiuso"? L'incolpevole, anzi benemerita, Radio Radicale rende tutto pubblico, aperto, ma così per colpa d'un personale politico ottuso e meschino ogni dibattito si trasforma in comizio inutile, dando ragione a Mac Luhan: il mezzo prevale sul messaggio. Ormai siamo al "tifo" calcistico, con due sole squadre di serie C, fatte di soli brocchi: Sinistra e Destra.
Mentre le Chiese comandano ai politici, e mullah e vescovi cercano di far passare i peccati come reati penali.
Mentre il Potere ha sempre più privilegi, del tutto ingiusti e immeritati.
Mentre la libertà della ricerca scientifica e intellettuale è in pericolo.
Mentre il cittadino-individuo-consumatore, che in teoria dovrebbe scegliere i politici, la Politica e perfino i prezzi di mercato, non sceglie proprio nulla perché è sempre più schiavo, altro che libero.
Mentre i liberali, che hanno stravinto da soli il confronto con comunismo e socialismo, non parlano (e in Italia sono oltre il 35 per cento).
Mentre imperano il finto "liberismo" dei managers ex-statali, il finto "mercato" imposto da Paesi stranieri con la scusa dell'Unione Europea e solo per i loro interessi, gli oligopoli e i privilegi di banche e assicurazioni che fanno e disfano insieme la Politica e l'Economia, unici, veri, Poteri Forti.
Come servirebbero oggi Croce, Salvemini, Rossi e Einaudi!

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