01 febbraio, 2006

 

"Costi della Democrazia"? Chiamiamoli stipendi e sprechi dei politicanti all'italiana

Ma è vero che pur di tenerci la Democrazia dobbiamo sopportare tutti gli sprechi e i favoritismi possibili? Gli onorevoli Salvi e Villone, dei Ds, hanno intitolato un loro libro sulle spese eccessive delle Istituzioni in Italia nientemeno che "Il costo della democrazia". Confessiamo di trovarlo - il titolo, non il libro - non solo un'esagerazione, ma anche un irritante eufemismo. Perché non chiamarli "sprechi"? E poi, sotto sotto, s'indovina come un sottile ricatto morale. Come a dire, "guai a chi vuole tagliare le spese inutili della classe politica: è un anti-democratico".
Già da sola questa furbizia lessicale tipicamente "politichese" ci dà ai nervi, e accresce in noi liberali l'avversione per i riti borbonici della rappresentanza pseudo-democratica, cioè di chi vive, e molto bene anche, di stipendi, onorari, appannaggi e pensioni politiche, senza saper far nulla nella vita. In questo ha ragione Berlusconi. Quasi sempre senza controlli di qualità e di rendimento, anzi spesso producendo poco e male. Si sa, infatti, che il livello culturale, professionale e spesso perfino intellettuale della classe politica italiana è modesto. Del resto, consiglia lo psicologo, non va criminalizzata più di tanto, per non darci la zappa sui piedi: ogni Popolo ha i governanti che si merita.
"Costi della Democrazia"? Chiamiamoli piuttosto col loro vero nome: spartizioni e sprechi della politica all'italiana. Che è onorifica, pletorica, autoreferente, corrotta e corruttrice. Su questo punto fondamentale, d'un ideale programma di riforme liberali i Governi delle ultime legislature non hanno fatto nulla. Deve ancora nascere in Italia una classe politica così illuminata e masochista da riformare se stessa. La cosa è considerata addirittura utopistica e "anti-fisiologica" dai politicanti di provincia che affollano Parlamento, Regioni, Province e Comuni. Ah, dimenticavo le Asl e le Comunità montane. L'unica piccola, simbolica, buona intenzione al riguardo è stata la riduzione del 10 per cento dello stipendio dei deputati, voluta - bisogna riconoscerlo - da questo Governo. Solo per i deputati, perché i senatori - vergogna - hanno detto di no.
Le belle parole e le buone intenzioni elettorali si sprecano, da una parte e dall'altra. Mi ricorda l'amico Gerardo Mazziotti che lo stesso Prodi ha denunciato che "ci sono troppi eletti al centro e nelle regioni, e che costano troppo". Ma si è dimenticato di dire che come ex presidente della Commissione Europea continua a percepire il relativo stipendio per altri due anni dopo la fine del mandato, cioè dall’ottobre 2005 all’ottobre 2007. Lo chiamano (i politici sono maestri di parole) "assegno di reinserimento", elargito a tutti gli ex europei, nazionali e regionali. "Poveretti, come disoccupati metalmeccanici: devono far fronte alla bolletta del gas, mentre si arrabbattano a cercare qualche lavoretto di ripiego", deve aver pensato il buon legislatore.
Casini, almeno è giovanilmente più sfrontato. Ha dichiarato che "la riduzione degli stipendi è demagogica, occorre una grande riforma dello stato basata su una nuova austerity". Cioè? Si è ben guardato dal dire che come Presidente della Camera ha diritto alla maggiorazione del 20 per cento dello stipendio di deputato e a un lussuoso appartamento nel palazzo di Montecitorio, con tanto di servitù, acqua, luce, riscaldamento. Tutto gratis et amore dei, commenta scandalizzato il buon Mazziotti. E non è finita: alla fine del mandato presidenziale, neanche fosse un Re, avrà diritto all’ufficio e all'automobile di rappresentanza con autista, vita natural durante. Come Napolitano, Ingrao, Violante, Scognamiglio, Mancino e la Pivetti. Sì, anche la Pivetti Irene, nota conduttrice televisiva.
All'estero, invece, è tutto diverso. In Gran Bretagna, a parte che gli stipendi politici, in rapporto a quelli medi nazionali, sono molto più bassi di quelli italiani, prima del terrorismo ministri e premier li potevi incontrare a fare spese con la moglie nella popolare Oxford street, come cittadini qualunque, e la sera al pub, senza moglie, a bere birra scura. E in Svezia il premier Palme andava al lavoro a piedi, oppure usando la metropolitana o la biciletta. Da solo, senza scorta. Come i vecchi ministri della gloriosa Italia liberale che si facevano un punto d'orgoglio nel salire sull'omnibus a cavalli o sulla "vettura di città" pagando il biglietto di tasca propria. Quelli di oggi neanche mettono il portafogli nella giacca. Che contrasto con l'eccesso calvinista del liberale di sinistra Parri, che con la nobile scusa del "tanto lavoro da finire" dormì per qualche tempo - sostengono gli agiografi - su una brandina nel retro dell'ufficio di Presidente del consiglio. Forse per questo non piacque mai agli Italiani, che lo considerarono freddo e antipatico. il suo Governo, infatti, durò pochissimo.

Comments:
Quando si parla dei costi della democrazia, che sono spesso sprechi, viene voglia di essere antidemocratici. Ma forse siamo un paese speciale, clientelare: pochi pagano le tasse e molti, troppi riescono a vivere di politica, a troppi livelli.
 
Non mi ero firmato ...
Speriamo in un futuro migliore (diventare un paese normale, come la Germania, la Francia, etc.)
 
Perché dici che il Governo non ha fatto nulla contro gli sprechi?
Non lo sai che se passa la riforma federale è prevista una riduzione di quasi il 20% del numero di parlamentari? anche se diluita nel tempo (2011)?
 
Gli sprechi si potrebbero ridurre da subito, eliminando l'inutilissima Amministrazine Provinciale, visto che la cura degli edifici scolastici delle scuole superiori, praticamente unica incombenza ad essa assegnata, potrebbe più utilmente essere affidata ai Comuni che già s'interessano delle elementari e medie. Per i modestissimi compiti svolti devono essere pagati e mantenuti con Alfa 156 di servizio, gli assessori, nonché gli impiegati, gli uscieri, etc.
Una pletora di gente a carico delle nostre tasche. A che serve? A piazzare i politici di secondo piano, che non trovano collocazione nella sfera nazionale, o comunque che sono in fila per arrivarci.
 
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