20 ottobre, 2015

 

I giovani? Non un “problema” per Croce, ma una fase di sviluppo dell’uomo che non si può isolare.

Datata 23 settembre 1944 e poi inserita nel secondo volume dei suoi Scritti e discorsi politici (1943-1947), la conversazione di Benedetto Croce con un gruppo di giovani è rimasta famosa per alcuni concetti che vi sono espressi, ma non è nota nella sua interezza a chi non ha letto l’intero volume. Perciò la riportiamo qui fedelmente, insieme a un altro brano sul medesimo tema che si trova nel volume. Il grande filosofo, critico e uomo di cultura aveva allora già 78 anni e con una certa ironia sulla propria età ricorda che non c’è bisogno di essere tuttora giovani per conoscere i loro problemi e le loro ansie e incertezze. Ma l’essere giovani è un essere, un fatto, non un problema. E male fanno quelli che per populismo, demagogia o per la tipica furbizia degli Stati totalitari cercano di blandire e sedurre i giovani instillando in loro la falsa idea che l’essere giovani, di per sé, sarebbe un “problema”, qualcosa di irrisolvibile, drammatico, o addirittura rivoluzionario. Essere giovani è un passaggio inevitabile, naturale, anche se non semplice e non banale dell’uomo, così come il fiore lo è per la pianta. Ma se noi stacchiamo il fiore dalla pianta per studiarlo troppo a lungo, questo si seccherà, esemplifica Croce. Cioè non è possibile estrarre dalla vita il tema dei giovani e farne un tema a sé, eterno, anzi parallelo alla vita dell’uomo, quasi che i giovani restassero giovani per sempre, o addirittura formassero una curiosa classe sociale, un sindacato a sé. E come per i piccoli dell’aquila non ci si chiede se, come e quanto vivranno da deboli e soli fuori dalla covata, ma piuttosto quanto tempo ci metteranno a diventare maturi e adulti, così da poter provvedere a se stessi, allo stesso modo l’unica cosa che ci si attende dai giovani dell’uomo, non per caso ancora immaturi, bisognosi di cure e di istruzione, e spesso nient’affatto felici – ricorda Croce con memoria autobriografica – è una rapida e corretta maturazione, fisica, intellettuale e morale. Insomma, paradossalmente, l’unico dovere di un giovane è di smentire il proprio stato, abbandonare al più presto la sua condizione, non essere più giovane. E il modo migliore per farlo è realizzarsi seguuendo la propria vocazione, che va ben individuata e chiarita proprio in quell’età. E chi non l’ha trovata entro i trent’anni, cioè il limite della giovinezza, è difficile che possa trovarla in seguito. "Ma non puoi negare che i giovani siano ostacolati", mi ha obiettato un amico. Vero, verissimo. Però, a ben vedere, aggiungo io, anche le donne dagli uomini, gli uomini dalle donne, gli impiegati dai direttori, i soldati semplici da caporali e sergenti, gli antifascisti dai fascisti, i fascisti dagli antifascisti, i clericali dagli anticlericali, gli anticlericali dai clericali, i neri dai bianchi, i bianchi dai neri, i meridionali dai nordici, gli occidentali dagli islamisti ecc.ecc. Come testimoniano non solo le guerre sotterranee (invidie, pettegolezzi, gelosie, boicottaggi ecc.), ma anche quelle alla luce del sole (separazioni, divorzi, processi, guerre ecc.). Insomma,da che Mondo è Mondo, tutti gli uomini sono ostacolati da altri uomini, dalla Natura o dal Caso. E a ben vedere questi ostacoli sono le normali difficoltà o drammi della vita. Che bisogna saper superare. E questo, appunto, si chiama processo di maturazione, crescita, diventare adulti, oppure uomini più forti e avveduti. Alcuni ci riescono, altri no, oppure solo in parte. E da questo dipende quella che abusivamente chiamiamo "fortuna" o "sfortuna" degli uomini (N.V.).


CONVERSAZIONE COI GIOVANI 1

di Benedetto Croce
 in Scritti e Discorsi politici (1943-1947)
vol.II, Laterza ed. (pp. 57-62)

 Sono lieto di conversare con giovani. Può sembrare strano che io vi prenda a parlare, proprio, della giovi­nezza, con tanta distanza di anni che corre tra me e voi, giacché, guardandovi, io non potrei neppure chiamarvi figli né nipoti: dovrei chiamarvi pronipoti.
Ma sono stato giovane anch'io e ho viva la memoria di quel tempo, e ricordo i miei sentimenti e le mie idee di allora, e perciò credo di comprendere i giovani e di poter essere compreso da essi.
Si suol discorrere oggi, tra i tanti altri e gravi problemi che ci premono, del « problema dei giovani ». Orbene, mi permetterete di dirvi che questo problema non esiste, per­ché la giovinezza è un fatto e non è un problema.
Parlare del problema della giovinezza sarebbe come parlare del problema della fioritura. La fioritura accade naturalmente, e non dà luogo a problema.
Si può bensì domandare che cosa sia la fioritura; ma la risposta si offre subito ovvia. È la preparazione del frutto. Se invece di lasciare che questo processo si compia, si stacca il fiore dalla pianta e lo si conserva in disparte, il fiore si secca.
E i giovani non possono avere altro fine che di matu­rarsi ad uomini, di preparare il loro avvenire di uomini. Si suol dire la « lieta gioventú » : io la direi piuttosto, con una parola che il Petrarca amava, « dolce-amara ». La gioventù non è tutta lietezza e, cercando nei miei ri­cordi, mi tornano i momenti e periodi di tristezza che al­lora soffersi, di una tristezza che talvolta giungeva alla desolazione e alla disperazione, e ad impeti di rinunzia alla vita.
La maturazione ad uomini avviene attraverso ostacoli, incertezze, perplessità, delusioni, angosce, che i giovani stessi debbono superare. Noi, esperti delle difficoltà che abbiamo incontrate, delle fatiche che abbiamo durate, pos­siamo e dobbiamo aiutarli, ma non possiamo sostituirci a loro e in loro. Aiutarli non con la costrizione, e neppure con le prediche, ma discretamente, con qualche cenno di quel che possono tentare, con qualche parola di conforto nei loro sconforti.
Il fascismo e gli altri atteggiamenti, che ora hanno preso a imitarlo in ciò, costituiscono i giovani in una cor­porazione o in una sorta di classe sociale, li chiudono in queste e dicono loro: « Siate giovani! ». Ma non c'è il dovere della gioventú, un dovere che sia diverso da quello degli uomini tutti. Parlare cosí è cosa stolta, se non fosse capziosa.
Si sono eccitati e stimolati i giovani a intervenire nei dibattiti della scienza o nelle azioni della politica, in nome della loro gioventú. Noi diciamo invece: - Andate piano! Non crediate di possedere nella gioventú un talismano, una sorta di virtú magica. Pensate, travagliatevi, e corregge­tevi spesso, provando e, nel caso, cangiando idee e vie. Se troppo presto passate all'opera e all'azione, il men peggio che vi possa accadere è quello che accade ai troppo pre­coci scrittori e poeti, che debbono poi sconfessare i peccata iuventutis e collocare nella serie delle loro opere una se­zione, di cui volentieri farebbero a meno, di opere o di versi « rifiutati dall'autore ».
Testé, a Salerno, è stato affisso un manifesto per la costituzione di un « Partito giovanile », contro gli altri partiti che questo nuovo negherebbe tutti. Ma gli altri partiti sono composti di uomini e hanno la loro seria ra­gione di esistere e battagliare tra loro. Non si è badato che un simile disegno è un residuo del fascismo, il quale non voleva che i disegno si maturassero liberamente, e anzi non voleva che punto si maturassero, e li voleva strumenti docili a sua disposizione. Perciò, per trascinarli dietro di sé, li adulava e li stordiva. Tra le tante cose cattive che il fascismo ha fatte, questa seduzione e corruzione, tentata sui giovani, è stata delle piú cattive.
A me è accaduto di osservare che, nei loro cosiddetti Littoriali, qualche giovane, che per caso aveva letto alcuni dei miei libri e citava miei giudizi, non sapeva (o era attor­niato dalla maggioranza che non sapeva) che io fossi an­eora tra i vivi. Una volta, come lessi sui giornali, una si­gnorina, che era tra loro, protestò: « Mi meraviglio che si nomini qui il Croce. Non è egli un oltrepassato? ». « Gra­zie, signorina! », risposi mentalmente. Scusate se racconto qualche aneddoto.
Qui, in Roma, un professore di filosofia del diritto, ardente fascista, volle far conoscere i concetti dei giovani circa i problemi di quella disciplina, e delle loro scritture mise insieme un grosso volume. Compiuta questa bella im­presa, incaricò un suo assistente, ora insegnante in Napoli, di curarne la stampa e scriverne l'introduzione. Ma l'assi­stente scrisse secondo verità che quei problemi non erano trattabili da giovani, perché richiedono non solo grande conoscenza della filosofia in generale e del diritto in par­ticolare, ma un'esperienza della vita che ai giovani, non certo per loro colpa, manca. Cosí, nella prefazione, svalutò il libro. E io, nel recensirlo, mi restrinsi a citare alcuni brani della sua prefazione, che rendeva superflua la re­censione.
Ci sono anni di particolare importanza nella vita dei giovani. La mia esperienza mi fa dire che tra i venti e i trent'anni l'uomo veramente si forma, in modo di solito definitivo, e che chi è inoperoso e inconcludente o sbaglia la via in quel decennio, rimane sempre sviato o disorientato.
Ognuno di noi porta in sé una forma di vocazione, e tutto sta a rendersene consapevoli, a farla a sé stessi chiara e determinata. Vi sono le illusioni delle vocazioni appa­renti e bisogna sventarle o presto abbandonarle. Cosí non pochi giovani s'illudono di essere poeti, e riescono invece uomini pratici e politici. Posseggo un volume giovanile di versi sentimentali e con venature socialistiche di uno dei piú noti uomini d'affari d'Italia, il Gualino.
Ma, come ho detto, questa ricerca della propria effet­tiva vocazione dev'essere di necessità compiuta dai giovani stessi. I consigli giovano poco o qui sono costretti ad ammutolire.
Spesso i giovani chiedono: « Ho fatto questo; ma mi consigliate di continuare e di persistere? ». Ma come? Deb­bono essi sentire in sé la spinta al loro fare e indirizzare e curare da sé le loro forze, che essi solo possono veramente conoscere o venire a capo di conoscere e misurare. Chi nasce poeta, non domanderà mai se deve fare il poeta, per­ché non può non farlo, quando ne ha avuto veramente la vocazione da madre natura.
Mi sono sempre guardato, avvertito ben presto dal sag­gio Orazio, dall'esercitare la parte del laudator temporis atti; e conosco e riconosco tutte le deficienze che erano nel tempo della mia gioventú : un tempo, tra l'altro, antifilo­sofico, e voi sapete che io dovetti reagire contro quell'em­pirismo e positivismo. Con tutto ciò posso, con piena ve­rità, affermare che allora non esisteva la moda di un professato contrasto e lotta tra giovani e vecchi. Questa moda la vidi apparire in Italia, nei primi anni del nove­cento, per opera del D'Annunzio e dei dannunziani. Ri­cordo che, circa quel tempo, Ugo Oietti scrisse contro gli uomini di quarant'anni, e Giovanni Pascoli, che non era un uomo di arguzie, quella volta argutamente rispose:
«Affrèttati, Ugo Oietti, a fare qualche cosa, perché i qua­rant'anni giungono presto!».
L'esempio di quel nuovo atteggiamento era venuto dalla Francia, dove vecchi autori drammatici e romanzieri, che avevano avuto fortuna e guadagnato danaro, e si erano costruite case e ville, occupavano il mercato, che i giovani autori volevano a loro volta occupare. Ma in Italia (io os­servai allora) questa motivazione economica mancava, per­ché in Italia con la letteratura non solo non si diventava ricchi ma non si campava la vita, e ad essa si lavorava per puro amore dell'arte: sicché il contrasto poggiava sul vuoto. Disgraziatamente, col fascismo quella moda fu tra­sportata dal campo letterario a tutti gli altri.
Quando io fo qualche accenno nel senso che vi ho esposto, odo dire che sono « nemico dei giovani ». Ma non è vero: io voglio per contrario che essi portino a noi la loro freschezza di mente e le loro nuove esperienze. E que­sto è stato il principio che ha sempre ispirato e regolato gli uomini della mia generazione. Giovanni Giolitti cercò sempre di mettersi accanto nel governo tutti i giovani che giudicava capaci, e si rammaricava che la dura sorte lo avesse privato di quelli nei quali riponeva le migliori spe­ranze e che considerava suoi possibili successori nel governo d'Italia.
Ma questo accoramento, questa sollecitudine, non ha niente che vedere con l'ideazione né di partiti né di sotto­partiti di giovani, da unire ai vari partiti storici. Quando i vecchi garibaldini cominciarono a scomparire dalla scena della vita, vi fu chi, nelle loro associazioni, propose di for­mare gruppi di « allievi garibaldini ». L'idea, natural­mente, suscitò il riso e non fu attuata.
Noi liberali abbiamo la fortuna di avere con noi molti giovani; ma non vogliamo che essi formino gruppi di par­titi con giovanili programmi di partiti, per contrapporli e gettarli contro altri simili gruppi di altri partiti. Essi sono i nostri aiuti e compagni di lavoro, e faranno quanto noi non potremo fare, perché, attingendo alle nostre espe­rienze e vedendoci e assistendoci nel nostro lavoro, ripren­deranno dalle nostre mani la tela che continueranno a tessere a lor modo e con la loro piena responsabilità. A essi confidiamo l'avvenire della nostra Italia e del mondo, del quale saranno parte operosa.
Ecco quello che volevo dirvi. Non vi ho detto cose peregrine, ma tali che mi è parso utile rammentare nel­l'ora presente.

1. Questa conversazione, tenuta in un'adunanza di giovani a Rnma, nella sede del Partito liberale italiano, il 23 settembre 1944, fu raccolta e pubblicata nel Risorgimento liberale del 28 settembre e in altri giornali. Qui si ristampa con lievi ritocchi di forma, senza cangiare il suo carattere d'improvvisata conversazione.

  


INTORNO AL « PENSIERO DEI GIOVANI »1

di Benedetto Croce
 in Scritti e Discorsi politici (1943-1947)
vol.II, Laterza ed. (pp. 120-122)

Alcuni anni fa, venne in luce un volume intitolato I problemi della filosofia del diritto nel pensiero dei gio­vani (Roma, 1936), dovuto a un solerte insegnante di quella materia, il prof. Del Vecchio, che poi - per motivi, mi dicono, razzistici - è stato rimosso dalla cattedra che teneva con molto impegno. Il Del Vecchio è stato, credo, il primo, o tra i primi, a voler far largo nel mondo della scienza ai pensamenti e ai pareri dei giovani, dando alle stampe quelli da lui raccolti nelle esercitazioni della sua scuola e annunziando enfaticamente nella prefazione « Ora, la parola è ai giovani! ». Volevo allora dire subito il mio avviso, direttamente contrario agli intenti che ave­vano mosso il Del Vecchio; senonché, nello stesso volume, seguiva alla prefazione di lui un'altra del suo assistente, il quale, mettendo le mani innanzi, diceva già tutto ciò che io aveva in animo di dire, venendo sostanzialmente a ne­gare la convenienza di quella pubblicazione, che presentava « risposte di giovani, anzi di giovanissimi, a temi filosofici che toccano punti fondamentali del pensiero e i problemi essenziali della vita ». « Vere risposte a queste domande - avvertiva saggiamente l'assistente del prof. Del Vec­chio, e complice, a quanto sembra, non volontario nella infelice impresa - veri giudizi sulle grandi risposte che a queste grandi domande i geni hanno dato, non sono pos­sibili, senza avere sofferto nella duplice esperienza della meditazione e della vita, l'ansia che è di tutte la piú lace­rante, della verità, e queste esperienze non si hanno a venti anni. Tutti i grandi temi che l'assiduo lavoro del pensiero ha consacrati, in definitiva involgono problemi in fondo ai quali sono, nella loro terribile semplicità, le posizioni fondamentali della vita, il destino dell'uomo, la legge morale, il male, il mistero e il martirio della vita comune. A venti anni si è lontani da questa coscienza amara e austera della verità; manca il senso della serietà della vita, la quale è ancora, a quell'età, speranza, igno­ranza o dimenticanza del vero limite e della oscura morte. E manca pure in quella potente espansione di forze che prendono possesso del proprio essere e del mondo, in quella forte e ingenua affermazione, piú che di volontà, di desideri e di passioni, ogni avvertenza o seria e verace consapevolezza dell'idea ». E via dicendo.
Questa raccolta del Del Vecchio, e queste dichiarazioni del suo assistente, mi tornano di volta in volta in mente nel­l'odierno sfrenamento delle adunate giovanili di cultura e delle « riviste di giovani », alle quali manca perfino l'opera di un direttore e moderatore, qual era per quei giovani l'in­segnante di filosofia del diritto dell'università di Roma. È un gran fiorire in esse di spropositi e di scioccherie, dette da ragazzi adulati ed eccitati, alle quali si mescolano talvolta le vocine di gentili signorine che, per soavi che siano, non sono meno, nei riguardi intellettuali, orripilanti. Veda chi sovrasta alle cose della pubblica educazione in Italia di apportarvi qualche rimedio, per la reverenza grandissima che, secondo una nota sentenza, si deve ai ragazzi, che non bisogna esporre non dirò alle risa (ché qui non c'è da ri­dere, e neppure da sorridere), ma a presentarsi in aspetto sconveniente. La « parola dei giovani », il « diritto dei giovani »! Ma quale è in fondo - pare che non ci si sia mai pensato! - questo diritto? Forse di fermarsi e per­sistere giovani? Il loro unico diritto, e dovere insieme, è, semplicemente, di cessare di esser giovani, di passare da adolescenti ad adulti, da intelletti immaturi ad intelletti maturi; e a questo passaggio, a questa ascesa, bisogna esor­tarli, a questa prepararli, in questa aiutarli, e non già darsi ad accrescere l'èmpito, l'irriflessione e la baldanza loro, che sono certamente difetti naturali e perdonabili a quell'età, ma per ciò stesso non debbono essere artificial­mente coltivati se il còmpito di quell'età consiste invece, unicamente, nell'andarli superando.

 1. Dalla Critica del 1943.

IMMAGINE. Benedetto Croce con le giovani figlie.

AGGIORNATO IL 22 OTTOBRE 2015

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